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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for marzo 2008

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<< Dove va la poesia ? >>

Nel saggio Il flauto e il tappeto, ora raccolto in Gli Imperdonabili scriveva Cristina Campo: «In realtà non vi è molto da opporre agli orrifici cataloghi. L’intero quadro appare quello di una civiltà della perdita, sempre che non si osi chiamarla ancora civiltà della sopravvivenza […]. La perdita delle perdite, seme e circonferenza di tutte le altre, è però, come sempre, quella di cui non si fa il nome. Potrebbero, d’altra parte, creature che furono mutilate dell’organo stesso del mistero – Pasternak direbbe ‘l’orecchio dell’anima’ – riconoscere e di aver perduto il proprio destino?».
Ecco: abitiamo il tempo della perdita. Da qui si può partire per chiederci, dunque,“dove va la poesia?”. E’ la perdita ciò che rende “sordo e cieco” il nostro tempo e, per questo, il poeta (se è davvero tale!) deve essere inattuale… e deve al contempo accettare di essere imperdonabile per i suoi contemporanei, in quanto essere «imperdonabile» – disse la Campo – significa essere poeta,ovvero «avere una virtù polare grazie alla quale il sentimento della vita sia nello stesso tempo rarefatto e intensificato». Avere stile, dice l’autrice, è compito del poeta, intendendo con tale termine la capacità del poeta di cogliere l’enigma, il mistero, che è dentro il reale e saperlo poi «tradurre in figure». Ogni evento contingente e la vita stessa del singolo sono segnati dal destino, per questo le parole della poesia devono saper dire sia la realtà nel suo darsi immediato e concreto, sia il telos che è inscritto in essa, quel movimento che la segna e la percuote come un “battito” e che non si può dire con “parole da diario”, parole della prosa, ma occorre farlo con parole acuminate: dense eppure scabre, trasfondendo in immagini ciò che si è “visto” e “sentito”.
A proposito del rapporto tra poesia e destino, scrive la Campo: «la scena del destino è concava, tacita e risonante come la cassa di un prezioso strumento» e ancora «il destino si forma nel vuoto in virtù delle stesse leggi complementari che presiedono al nascere della poesia: l’astensione e l’accumulo. La parola che dovrà prender corpo in quella cavità non è nostra. A noi non spetta che attendere pazienti nel deserto, nutrendoci di miele e locuste, la lentissima e istantanea precipitazione» . Non è facile riconoscere il destino, né trovare le parole capaci di dirlo: solo il poeta che ha un doppio sguardo, potrà scorgerlo Il poeta non è mai testimone del proprio tempo, ma mediatore tra visibile e invisibile, tra concretezza e simbolo: poeta è colui che, grazie ad una speciale "disciplina dello sguardo", a mio avviso, sa porre un’ attenzione assoluta al reale, assumendosi anche il dolore, la fatica e la responsabilità di tale sguardo. Poeta è chi ha una sorta di più che vista, come ho scritto altrove, tanto che in lui il vedere si tramuta in percepire ed è così che la poesia coglie l’essenza del reale, riconoscendo ciò che ha valore e senso nell’ordine totale che è il destino. Come ho più volte già scritto, le parole della poesia stanno sul confine tra voce e silenzio, tra verità e finzione, tra urlo e canto.
Agli uomini è perlopiù dato vedere il “rovescio del tappeto”, là dove si scorgono nodi, fili scomposti e intrecciati che rendono non percepibile il disegno complessivo: solo chi avrà un ‘attenzione assoluta al mondo potrà cogliere il “lato diritto” del tappeto e vedere l’ordine e il senso del disegno totale in cui ogni evento è inscritto.
Cerchiamo una poesia rischiosa, come dicevo sull’editoriale del numero 15: una poesia acuminata, che sia voce dell’esperienza individuale e proprio per questo faccia scorgere il destino degli umani, il suo essere segnato da precarietà e fragilità.
E’ questa la poesia che oggi, nel tempo della perdita, mi interessa scrivere, leggere e ascoltare. E’ questa la poesia a cui la nostra rivista cerca di dare ascolto. Se non si riesce a fare oggi una poesia di astesione e accumulo, di urla e canto, secondo me, è molto meglio tacere…

Gabriela Fantato, editoriale de La Mosca di Milano n° 16/ maggio 2007 – ed. La Vita Felice.

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Written by matteofantuzzi

30 marzo 2008 at 09:43

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Se la distribuzione della Poesia non regge tanto vale cambiarla.

Negli ultimi tempi, dico non solo con l’uscita del mio “Kobarid” sto assistendo ad una lenta ma costante evoluzione delle dinamiche legate alla presenza dei libri e delle riviste di Poesia negli scaffali delle nostre librerie: prendendo come punto di riferimento la mia solita mega – libreria bolognese che frequento oramai da 15 anni, e di cui ogni tanto anche qui ho già scritto, non faccio a fatica a ricordare di quando, liceale, mi ritrovavo di fronte a un’intera stanza dedicata alla Poesia a cui si univa la parete dellle riviste. Erano altri tempi: anni Novanta, prima Repubblica. Oggi è cambiato molto, pochi libri, nessuna rivista sugli scaffali: la Poesia in libreria non vende. In libreria ! Perchè i rapporti di Tirature parlano invece di un fenomeno in costante evoluzione, ed è chiaro che qui la voce del padrone l’hanno fatta i nuovi media e i nuovi canali, ma anche la volontà di autori ed editori combattivi di ritornare a parlare alla gente tra la gente, l’esplosione dei reading, degli incontri, dei workshop nei piccoli o grandi territori, nelle frazioni come nelle metropoli ha reso possibili veri miracoli: edizioni di nicchia che vendono migliaia di copie, prodotti curatissimi nelle provincie meno abituate alla Poesia, l’attenzione della nuova critica là dove la vecchia non è abituata a ragionare e dove probabilmente si sono creati i presupposti per le mancanze sistematiche che oggi ci ritroviamo ad analizzare. Ma questo lo facciamo noi che abbiamo conosciuto anche “l’altro mondo”: chi inizia oggi questi problemi li ha già by-passati e anche noi dobbiamo andare in questa direzione: andare ovunque, proporre solo qualità. State bene.

Written by matteofantuzzi

22 marzo 2008 at 19:38

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E’ nato Kobarid, il suo papà ringrazia.

Ieri 13 Marzo 2008, è nato (dopo 10 anni di travaglio) "Kobarid" il primo figliolo di Matteo Fantuzzi. Ne dà il felice annuncio il papà stremato dopo cotanto parto. Ha assistito al lieto evento l’editore Raffaelli e l’ostetrica – curatrice di collana Gianfranco Lauretano che ringrazio entrambi per la pazienza, e così  per i preziosi consigli il luminare prof. Gilberto Finzi che ha firmato la postfazione. Il bambino è già un rompiscatole (il frutto non cade mai lontano dall’albero… ) è alto 72 pagine e pesa 10 euro. Chi ne volesse copia me la può chiedere via mail, oppure ci vediamo da qualche parte in giro perchè più o meno cercherò di andare a parlarne un poco ovunque lo si vorrà conoscere. Intanto davvero grazie, a tutti.

Written by matteofantuzzi

14 marzo 2008 at 16:36

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Su Filippo Amadei, La casa sul mare, Ed. Il Ponte Vecchio, Cesena 2005.

Natali ravennati ma forlivese d’adozione Filippo Amadei affida il proprio lavoro a una delle case editrici più meritorie per la diffusione della Poesia romagnola, ovvero la società editrice “Il Ponte Vecchio” di Cesena con le sue due collane rispettivamente dedicate alla Poesia romagnola in lingua e a quella in dialetto.
Questo libro ragiona ancora una volta come tanti poeti delle nuove generazioni sugli eventi personali e minimi dell’esistenza cercando comunque di aprirsi a una dimensione “non solo privata”, a un modo “non solo personale” che possa in un certo qual senso portare altrove, cercare un pubblico, un uditorio interessato. Fa bene in questo senso Andrea Brigliadori a rievocare nella prefazione l’immagine e il ricordo di Guido Gozzano che con i suoi eventi minimi e le sue vicende rifugge le follie della propria società denunciando l’impossibilità di vivere passivamente all’interno di schemi e di rituali preconfezionati, la “cravatta” diverse volte citata da Amadei si dimostra fin da subito troppo stretta, asfittica, irritante e incredibilmente pesante da portare. Il diario dell’autore, mutati i tempi, non è molto differente da quello del poeta piemontese: si muove tra le cose quotidiane, le vive senza adattarsi, muove la propria denuncia dall’interno e per questo forse crea un impianto ancora più incisivo perchè mai urlato quanto piuttosto accompagnato nel proprio ragionare, con un verso che spesso proprio per questo abbandona le strutture della Poesia a noi più cara per virare decisamente dentro al parlato, dentro al ragionamento puro.
Viene fuori da questa Forlì fatta da giovani autori come Filippo Amadei, Matteo Zattoni o Vanessa Sorrentino una realtà estremamente viva, un centro di sicuro interesse che riprende così come in questo libro un lavoro molto vicino al filone “lombardo” della nostra Poesia. Amadei in questo senso non si esime, da Maurizio Cucchi a Mario Santagostini tanti sono gli autori che gli si possono avvicinare, uscendo dal terreno metropolitano per approdare ad una realtà di provincia dove comunque le cose non cambiano, i riti pagani rimangono immutati, le tensioni, le insostenibilità sono sempre quelle, sono gli stessi i dubbi, sono le stesse le domande a sancire se possibile una volta di più che le problematiche non sono territoriali bensì comuni, sociologicamente reali e impossibili da non prendere a cuore in nessun luogo e a nessuna latitudine.

Da “La voce di Romagna”.

Written by matteofantuzzi

8 marzo 2008 at 16:41

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Dove eravamo già stati.

Fa bene Luigi Nacci in una recente intervista a Paolo Febbraro riportata su Absolute Poetry a chiedere se il peso di una pubblicazione su determinati siti o blog possa considerarsi equivalente alla pubblicazione su determinate storiche riviste cartacee. Fa bene anche lo stesso Febbraro a indicare come unico reale parametro la qualità dei selezionatori, la referenzialità. E molte delle persone proprio a livello critico militante fuoriuscite dalla rete sono “nuove proposte” dell’universo poetico, a sancire, se ce n’era bisogno, che l’orizzonte dell’analisi poetica s’è sicuramente ampliato con la “canonizzazione” di alcuni luoghi certi della rete, a rendere sicuramente più pluralista l’offerta del “lavoro oscuro” che spesso le riviste cartacee fisicamente non possono interamente sopportare, schiacciate anche da logiche economiche che rendono possibili solo poche iniziative spesso tenute su da fondazioni, enti, pro loco, filantropi o varia umanità.
Va anche considerato che chi oggi ha vent’anni e fa poesia, probabilmente questi problemi che solo per i 30 / 35 anni esistono almeno come mutamento delle questioni inerenti alla crescita della proposta poetica, questi problemi i ventenni che provano ad affacciarsi al mondo della poesia non ce li hanno: sanno cos’è un video di poesia, sanno come si fanno gli audio, i blog e tutto il resto. Loro questi problemi non ce li hanno, fanno Poesia semplicemente, con gli strumenti di oggi. Il problema ce l’ha chi ha vissuto la Prima Repubblica Poetica e continua a vedere tutto questo come qualcosa di assurdo e impalpabile, una sorta di richiesta anti-evoluzionistica che forse solo tra pochi tempi ci sembrerà lontana, storia. Sembrano lontani anche solo i tempi della polemica di Eco ecc. su L’espresso, con l’uscita del Poecast di Vincenzo Della Mea, oggi (mi scuserà) strumento secolarizzato e di consumo “di massa”.
Il problema, come in fondo individuato anche nel precedente post è in realtà un altro, quello piuttosto di cristallizzare gli spazi, come se solo quei 10 posti riconosciuti in rete potessero essere la certezza, come riviste e con gli stessi difetti delle riviste cartacee: regalie, tirate di giacchette, promesse, mail compromettenti, intrighi di palazzo, come dall’altra parte, come si diceva per le riviste cartacee qualche tempo fa che venivano in rete considerate il malcostume da oltrepassare con la democrazia della pluralità della rete. Ma lo spettro della parzialità rimane, drammatico: cosa fare quindi ? Continuare a lavorare, continuare a cercare, continuare a ragionare prendendo il più alto numero di soggetti in analisi, facendo tanto lavoro sporco, molte mani possono fare molto più lavoro di pochi semidei (telematici o meno). La rete ci permetterà di fare girare velocemente le informazioni. Ma il resto dipende da chi vorrà rimboccarsi le maniche e cercare di capire in maniera pura chi vale e chi non vale un cazzo. State bene.

Written by matteofantuzzi

2 marzo 2008 at 23:16

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