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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for gennaio 2007

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Antonio Riccardi e il romanzo di una genealogia di Marco Bini

Di Antonio Riccardi si parla molto come di un esponente di punta della sua generazione, come di uno di quei poeti cui probabilmente tocca il gravoso compito di traghettare la poesia italiana fuori dal Novecento per entrare definitivamente in un nuovo secolo, di cui ancora non si riconoscono bene i contorni. Si può dire che il suo progetto di romanzo in versi, che riporta alla mente simili opere di bertolucciana memoria, costituisca davvero uno degli esperimenti poetici più interessanti del panorama poetico contemporaneo. La cosa che davvero va riconosciuta a Riccardi è di avere steso finora due opere ottime, sia se lette indipendentemente che, e questo è l’intento principale, se lette in sequenza, legate da una trama fittissima di rimandi interni ai due libri e tra i due libri. Riccardi è il poeta di un linguaggio sorvegliato e attentissimo, ma che nulla lascia al caso. Ci delinea, infatti, una complessissima cosmologia poetica, sorretta da concetti etici molto forti, con una poesia che punta davvero all’osso, del senso e delle forme del linguaggio stesso, ricorrendo ad una gamma di formule dalle sembianze quasi magiche che mai però lasciano spazio ad una inutile ecolalia. Con “Il profitto domestico”, Riccardi ci ha mostrato come lo smottamento psichico e poetico nasca in quel di Cattabiano, nel podere di famiglia che ha visto la crescita e la rovina delle fortune di famiglia, un vero luogo-universo e dunque epicentro di una “comédie humaine” in versi, i cui protagonisti sono gli avi di Riccardi stesso, protagonisti di una rovina che ha a Cattabiano il suo centro irradiante di energia negativa. E proprio sui concetti di rovina e profitto Riccardi costruisce l’architettura del proprio lavoro; la ricorrenza dello scontro manicheo tra i due campi semantici è allo stesso tempo leit-motiv e struttura stessa dell’opera. Così, da una parte vediamo polarizzarsi il campo semantico legato al profitto, alla prosperità, alla felicità, dall’altro quello della rovina, del fallimento, della disperazione, tutto proiettato in una lettura economico-monetaria dell’esistenza umana. E, compiendo una drastica reductio ad unum, i due insiemi possono finalmente corrispondere ai concetti di “bene” e “male”. È allora fondamentale osservare come la prospettiva umana del rapporto economico si trasferisca in diversi passaggi, in entrambi i libri, sul mondo animale e sul mistero del bosco, il luogo oscuro dove accadono i prodigi dell’ordinaria lotta per la sopravvivenza. L’animale che affonda le fauci nella gola di un altro, le bestie giocattolo dono del padre, la ranatoro cacciata con furia e rituali tribali dagli operai delle acciaierie di Sesto San Giovanni sono tutti elementi simbolici di una lotta inesausta contro il destino e le regole segrete del mondo. E proprio a Sesto si sposta l’azione del secondo libro, “Gli impianti del dovere e della guerra”. Cambia il modo di produzione, dal mondo agricolo e padronale della campagna di Cattabiano a quello industriale e operaio della “Piccola Stalingrado” alle porte di Milano, ma non muta il contesto di asservimento umano ai propri bisogni. E poco cambia anche nella geografia della poesia di Riccardi, poiché, qualsiasi sia lo scenario è invece fondamentale che Sesto San Giovanni e Cattabiano, come il Polo Antartico, come altri luoghi esotici apparsi nel “Profitto”, si inseriscano in un’equazione geografica quasi perfetta, che permette pochi distinguo. Cattabiano rimane come la sede degli affetti, dove il figlio (Antonio Riccardi stesso) attende l’arrivo, ogni fine settimana, del padre, radiologo a Sesto, dove sconta la propria condanna alla veglia interna, la maledizione di profonda autocoscienza che tocca in sorte alla famiglia. La poesia di Riccardi è a un tempo narrazione e preghiera. Una preghiera che si distacca da un modello evangelico, assumendo piuttosto venature veterotestamentarie. La forma più volte utilizzata da Riccardi stesso ricorda molto da vicino quelle del salmo e della profezia, della sentenza inappellabile marchiata a fuoco sull’umanità da un Dio vendicativo ed indifferente. E tanto ancora ci sarebbe da dire sulla sua poesia, ma per questo intervento è meglio chiudere qui, per non dilungarsi troppo. Bisogna attendere l’eventuale prossima uscita della sua personale saga in versi per capire dove questo universo poetico di grande densità e suggestione si stia muovendo, e per poter meglio focalizzare il messaggio filosofico che questa poesia contiene (non è un caso che l’autore sia anche curatore di un’edizione di Giordano Bruno). Rimane ad ogni modo una delle realtà più mature della poesia italiana contemporanea, una voce su cui fare onesto affidamento per il presente ed il futuro della poesia.

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Written by matteofantuzzi

27 gennaio 2007 at 08:41

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Il verso libero (la metrica è inessenziale) di Nevio Gambula
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Un sistema di segnali socialmente concordati determina se una composizione di parole possa o meno dirsi poesia, a partire da modelli ritmici o metrici, artifizi fonici o dalla disposizione grafica. La dimensione sociale del verso, insomma, presuppone che tra il poeta e i suoi lettori, anche solo potenziali, si stabilisca una relazione basata su una competenza che è, immediatamente, determinazione di una convenzione culturale. Anche la pratica del verso libero ambisce alla socializzazione, a fare in modo cioè che il contatto che stabilisce con le modalità compositive che lo hanno preceduto si cristallizzi in cadenze riconoscibili; solo che nel momento in cui opera in tal senso, immediatamente il verso libero aspira a negarsi di nuovo, a sperimentare ogni volta da principio la scansione temporale o spaziale delle combinazioni, degli accenti (logici o versali che siano), delle sillabe, delle cesure. In questa sua tensione a divenire qualcos’altro da sé sta la sua forza, che è consapevolezza non solo, come osserva Fausto Curi, della capacità “di vitalizzare in grado estremo il rapporto della coscienza con le forme linguistiche della realtà”, ma soprattutto della necessità di superarsi e proiettarsi in forme completamente mutate, giungendo addirittura, nei casi più azzardati, all’assenza di ogni somiglianza con la poesia per costituirsi in scrittura (che è, come insegna Barthes, dissolvimento dei generi).
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da http://www.neviogambula.it

Written by matteofantuzzi

20 gennaio 2007 at 13:52

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La fiducia nella poesia di  Marco Bini

Sui limiti e sulle perplessità di molta critica odierna nei confronti della poesia (ma il discorso potrebbe essere allargato anche ad altri generi) si è discusso tanto e tanto si discute tuttora; è forse questo il caso, dunque, di abbandonare per un attimo il campo, di lasciare che sia la critica stessa a confrontarsi con i propri silenzi, le proprie reticenze, le proprie difficoltà, per ritrovare la propria pista, ricoperta da cespugli ed erbacce. Per chi fa poesia oggi – e il discorso è trans-generazionale, in quanto se le differenze di età in questo si sentono, è altrettanto vero che il tempo che stiamo vivendo è uno e unico per tutti – si potrebbe allora trovare un motto interessante giocando con le parole del Presidente Kennedy: “Non pensare a ciò che la critica può fare per la poesia, pensa a ciò che la poesia può fare per sé stessa”. E anche a ciò che i poeti possono fare per sé stessi. E, alla luce di ciò, è fondamentale introdurre un concetto astratto ma urgentissimo per le sorti del verso nel nostro tempo, quello di “fiducia” nella poesia, sgombrando da subito il campo da possibili malintesi. Difatti, non si tratta, in fin dei conti, di credere nell’utilità di fare poesia; se la risposta fosse negativa, certamente chi giunge a questa conclusione non ne scriverebbe mai, e non sarebbe certamente menzionato in antologie, riviste etc… Si tratta piuttosto di andare a sondare un atteggiamento che sta più in profondità: chi fa poesia oggi, come si pone di fronte al proprio lavoro? In altre parole, siamo in un’epoca di novità o di manierismo? Chi fa poesia oggi, percepisce sé stesso come continuatore e, a suo modo, innovatore di una tradizione, o sente semplicemente di esserne depositario, limitandosi ad un gioco citazionistico, compiacente ed autoreferenziale? Sono questi i problemi che per primo deve porsi chi si appresta a fare poesia, a farsi in qualche modo linfa di un movimento che, per come stanno le cose in Italia, è comunque in buona forma (molto più della parallela produzione narrativa, se non altro).
Questo è quindi il kit di domande che chi fa poesia oggi deve sempre e comunque avere in testa nel momento in cui appoggia la penna sul foglio. Inevitabilmente, il discorso da qui cade sulla parola e sulle sue capacità. Ed è attorno a questo punto che ruota l’aspetto della fiducia che ogni “autore” di poesia ripone nella potenzialità della propria scrittura. Perché fare poesia è, per prima cosa, dare ampio spazio alla lingua, lasciarla respirare oltre gli angusti limiti che la comunicazione usuale le pone, lasciare che sia la lingua stessa a dirsi. E nella scrittura poetica questo avviene, senza mezzi termini. A questo punto, è chiaro come sia il poeta stesso a dover fare un’auto-analisi approfondita di ciò va facendo, lui per primo deve essere cosciente dell’operazione fondamentale che si va compiendo sul foglio. Altrimenti, pretendere qualsivoglia giudizio critico proveniente dall’esterno (e pretenderlo conforme ai propri desideri e alle proprie ambizioni, come spesso accade) non è possibile, e il tutto rischia di trasformarsi in uno sterile esercizio di stile atto a conseguire un’approvazione che gioverebbe solo alla vanità di chi la cerca. Che è la pietra tombale di qualsiasi processo creativo veramente fruttuoso.

Quando si parla di fiducia nella poesia, il focus si accentra appunto su una parola che si ribella, che non accetta gabbie dorate dove riposare e tenersi in disparte in un mondo che pare non avere più bisogno di lei, e che, con un colpo di mano improvviso, fa saltare il tavolo. Una parola vitale e attuale, forte e piena di sé stessa. Ma tutto ciò richiede un non breve apprendistato, una riflessione approfondita e onesta, con sé stessi in primis, che deve poi sfociare nel confronto con l’altro, nei termini di uno scambio proficuo. Il tema della fiducia nella poesia, dell’ottimismo nelle facoltà della parola poetica di resistere alle intemperie di una stagione di cui non sembra più fare parte, relegata ad anacronistico passatempo per intellettuali e specialisti, incapace di sedurre nuovi e vecchi lettori, va a toccare corde sensibilissime e pone domande sul senso stesso di fare poesia. Chi si fida della propria parola, giunge a possedere la sicurezza, o almeno la gioia della propria voce, unica ed irriducibile ad altro, al di là delle analisi stilistiche, che sono sempre e comunque fondamentali. È chiaro che il discorso va al di là di quelli che sono gli attributi che ognuno dà alla poesia stessa, sciamanici, descrittivi, conoscitivi, questo, alla radice del problema, importa relativamente. Fidarsi della propria voce e delle sue potenzialità è piuttosto essere coscienti che la propria può essere una parola nel mondo, che si deposita su una pagina (ma, oggi, anche su altri supporti) e che da lì è in grado di evadere per andare a toccare qualcosa, per andare a essere, a suo modo, una protagonista del proprio tempo, come del resto è stato in ogni tempo e luogo.

Dunque, se la critica non è più in grado (o non lo è transitoriamente) di portare acqua al mulino della poesia, lasciamo che riaffili le armi, e poniamo l’accento maggiormente sulla scrittura e su chi scrive, cercando di conoscere con maggior serenità possibile una situazione poetica che è tutto sommato feconda, tornando ad essere poeti che agiscono sul mondo e sulla lingua con la felicità di chi ama farlo e con la laboriosità dei veri artigiani. Magari, proprio da un’analisi di questo tipo può nascere quel qualcosa che smuoverà l’affannosa ricerca della critica.

Del resto, la storia della cultura e non solo ce lo insegna: a volte è bastato poco, appena una scintilla per far scattare i meccanismi più virtuosi.

Written by matteofantuzzi

13 gennaio 2007 at 10:14

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Alessandro Parronchi (1914-2007)
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Con molta tristezza (e ringrazio Luca Ariano della segnalazione) apprendo della morte di Alessandro Parronchi. Un poeta di cui ho conosciuto anche personalmente la forza, e che spero non finisca presto nell’oblio letterario. Perchè non lo merita.
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Mie poesie su Nazione Indiana.
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Il primo capitolo di Kobarid (titolo della mia futura opera prima) è stato anticipato su Nazione Indiana.  La sessione si conclude con "l’Ode al Lexotan" che invece aprirà la terza parte. Buona lettura.

Written by matteofantuzzi

5 gennaio 2007 at 16:12

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