UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for marzo 2007

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Gli aggiornamenti riprendono a metà Aprile: anche UP se ne va a fare la gitarella fuori porta (e chissà che non si porti a casa qualche souvenir interessante). Buone cose a tutti.

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Uno sguardo sulla nuova poesia femminile

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Dopo avere letteralmente “girato il mondo” in questi ultimi anni ragionando attorno alle sorti della poesia femminile internazionale era tempo di ritornare a porre lo sguardo almeno un poco su quello che sta succedendo in Italia, dove sinceramente non abbiamo nulla da invidiare al resto della letteratura, oltre i confini. Tutto questo è facilmente intuibile leggendo ed interpretando le ultime (ultimissime) generazioni che finalmente sembrano avere abbandonato le problematiche di fruizione, che finalmente riescono ad avere pari dignità rispetto all’altro sesso, che grazie anche all’esplosione dei nuovi media in sinergia col cartaceo hanno per fortuna ora la possibilità, il diritto, di fare quello che avrebbero sempre dovuto potere fare: proporre la loro poesia. E andiamola allora a vedere questa nuova poesia. Violenta ed assoluta Tiziana Cera Rosco inizia da dove si chiudono i confini letterari già affrontati: natura, corpo, vita, morte, tratti piantati nel verso con forza, strutture tese, panorami apocalittici che fanno venire in mente i percorsi di un altro ottimo giovane poeta come Davide Brullo: necessità di mettere sempre e comunque il corpo in primo piano a costo di rimanere colpiti, massacrati e necessità di ragionare attorno alle miserie. Lieve al contrario Chiara De Luca, mentre racconta, narra le proprie tragedie, forse più private ma non per questo meno rappresentative di una tensione che nella leggerezza si respira molto bene grazie anche alle ampie derive di prosa poetica che si incontrano, ancora una volta il rapporto corpo-natura rappresentato molto bene dall’idea di una “schiena a terra” punto di partenza per l’osservazione, e ancora per terra nell’attesa raccontata nella sua ultima poesia aspettando lo scorrere del tempo, inesorabile. Isabella Leardini invece il corpo (altrui) se lo va a cercare, lo va a prendere, a toccare, conscia della difficoltà dei gesti e di conseguenza anche dei rapporti come raccontato nella sua opera prima “La coinquilina scalza”. Cambia così anche la natura, è la << città che dorme in pace >> che non si fa sfiorare, non lascia possibilità di interazione, un corpo “interrotto” quello di Isabella Leardini che ragiona sull’assenza e sulla solitudine, lucidamente. Trova invece Franca Mancinelli col proprio corpo le cose e le mette in fila per inserirle nei luoghi famigliari, ma un poco alla volta le perde e in parte le abbandona allontanandosi, è una poesia di ricordo, di progressione, di passaggio dalla condizione ideale domestica a quella invece della vita adulta, dove le cose sono imperfette e l’idea del carcere rende bene un immagine di costrizione e di rinuncia che l’evoluzione della vita si porta dietro. C’è quasi una generazione infine tra Sarah Tardino e Tiziana Cera Rosco, e passaggi, tematiche che si ritrovano appaiono in una forma e modalità del tutto differente: è la meraviglia della poesia femminile che adatta ai propri tempi e alle proprie realtà percorsi che continuamente si ritrovano in questo tipo di poesia. Sarah Tardino costruisce in queste poesie una preghiera, e lo fa (anche in questo caso) con il suo corpo: toccando, sfiorando, usa il tatto per comunicare la propria invocazione e potenziarla, esponenzialmente. Spero davvero con questo piccolo estratto “militante” delle ultime frontiere della nostra poesia scritta da cinque ottime poetesse di avere dato un’idea del moto continuo che ci troviamo di fronte e che abbraccia oggi tutta l’Europa, senza confini, senza interruzioni. Vale come sempre l’unico vero punto: che la poesia, il testo, al di là di tutte le analisi è la sola cosa a valere realmente, e allora, come sempre ritorniamo a dialogare coi testi.

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Written by matteofantuzzi

31 marzo 2007 at 19:30

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Città senza poesia.
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Ieri pomeriggio (qualcuno di voi so che ha ascoltato la cosa) sono stato ospite della bolognese Radio Città Fujiko assieme ad Alessandro Ansuini per parlare del workshop di poesia di Bazzano del prossimo 28 aprile. Dato che avevo un paio d’ore libere ed era un pezzo che non lo facevo mi sono concesso un giro nella città dove ho fatto l’Università. E certe cose in un paio d’anni non sono cambiate: i cani, le merde di cane perfette nei posti dove te le aspetti che sembrano finte come il carbone di zucchero il giorno della Befana, i punk, i freak, i figli di papà, gli studenti fuoricorso, gli studenti fuorisede, gli eterni dottorandi, gli assegnisti di ricerca, i “mi danno 700 euro al mese e ancora in tre anni di lavoro non sono riuscito ad ottenere nemmeno un dato decente, non mi pubblicheranno mai un cazzo”, i compagni, i fasci, i ciellini… Tutto normale insomma: Bologna. E a quel punto nel ripercorrere le certezze dei miei anni universitari ho deciso che sarebbe stato bello ritornare a vedere le riviste di poesia esposte come un gioiello prezioso nella grande, storica libreria nel centro di Bologna. Ma quando entro è tutto cambiato: neon potenti, tutto spostato, le riviste in un angolo (quello più buio) schiacciate dalla vasta sezione per bambini, coi bambini pronti a starnutire su qualsiasi cosa, con le madri dei bambini pronte a rovesciare il passeggino, il biberon, la cremina milupa. E intanto le riviste sono diventate poche, quelle banali, quelle da giornalaio, non dico Tv Sorrisi e Canzoni, ma non andiamo molto oltre. Sono sorpreso, cerco il muro della sezione Poesia, niente, c’è un’altra cosa, era un muro grandioso vi assicuro, 8 pareti fino al cielo, tutto c’era. Giro il mega-posto figo high tech e finalmente la trovo la parete, ma sono tre adesso gli scaffali, solo con i titoli ovvii, le grandi case editrici, i classici dell’acquisto che si fa quando non si sa cosa regalare al parente/amico che si presuppone sappia leggere, Rimbaud, Pessoa, poco altro, una copia di qualche autore bolognese, basta. Mi sento strano, non accetto il lutto, mi rifugio nella media libreria, molto curata, molto vicina alla poesia, semicentrale, cerco un poco d’ossigeno. I libri lì ci sono, le dimensioni sono giuste, ma come per incanto sono nell’angolo più buio, dove una volta stavano i cataloghi di fotografia ingialliti, lì ora, nel luogo buio, mai cagato, e lì che sta la poesia. Me ne vado, e sono incazzato, bofonchio… è fuori strada, sono indeciso, ma dico “No, lì le cose saranno come sempre”: è la piccola libreria, da 40 anni curatissima, stessi proprietari, un’esperienza storica, mitica e tanta attenzione, tanta attenzione… ma anche lì è cambiato qualcosa, c’è più luce, i libri sui tavoli come vestiti, sciarpe… come un negozio. E la sezione di poesia dimezzata, con la netta percezione dello smantellamento, di qualcosa che presto non ci sarà più, di cui frega nulla a nessuno. Bologna non cambia ma qualcosa cambia. E allora mi chiedo: “Ma lo sanno che c’è della buona poesia oggi in giro ? Che le cifre sono cambiate ? Che l’editoria di poesia sta meglio ? Lo sa questa gente che la poesia gira ?” Oppure sono gli amministratori delegati a decidere tutto ? Siamo schiavi dei manager (con tutto il rispetto) ? Allora mi dico: allora forse è giusto creare ipotesi alternative, sondare nuovi mezzi se l’editoria classica ragiona come un’industria di scarpe da ginnastica. Forse alla fine non è proprio del tutto una cazzata. Ma soprattutto: ha definitivamente chiuso la libreria Palmaverde, quella che Roberto Roversi ha mandato avanti a Bologna lungo tutto il secondo ‘900, ha chiuso e se ne va un pezzo di Bologna, e io mentre me ne tornavo al parcheggio mi chiedevo quanta gente incrociassi conscia di chi sia Roversi, di cosa abbia fatto, di quanto sia stato importante, per tanti. E vi assicuro che ero incazzato parecchio. Solo le merde sembravano essere sempre lì, ovunque, imperturbabili. A Bologna, ieri, l’unica vera certezza era la merda. State bene.

Written by matteofantuzzi

25 marzo 2007 at 15:00

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Bacchini e il "Novecento" di Giuliano Ladolfi

Scritture vegetali (Milano, Mondadori 1999) e Contemplazioni meccaniche e pneumatiche (Milano, Mondadori 2005) sono testi che lasciano il segno nella stroria della letteratura italiana. Con questo non voglio assolutamente pronunciare giudizi apodittici e inappellabili. A me pare, tuttavia, che nell’attuale aurea mediocritas (uso il riferimento oraziano non nel significato originale, ma nel "pedestre" significato di "buon livello senza punte di eccellenza") delle attuali pubblicazioni degli autori "consacrati" ci si debba confrontare con queste raccolte per due motivi fondamentali: la vastità degli orizzonti conoscitivi e la particolarità della parola poetica. Del resto, scomparsi i grandi del Novecento, come Mario Luzi, Attilio Bertolucci e Giovanni Raboni, egli rimane uno fra i pochi testimoni del legame tra il primo Novecento e il ventunesimo secolo, momento in cui la cultura del Postmoderno sembra tramontare.
La scrittura di Bacchini pare miracolosamente salva dal pressoché universale naufragio della "parola" novecentesca, con la quale i poeti si sono confrontati sia pure in modi diversi: alcuni, come Montale, gli Ermetici, le Avanguardie o Zanzotto, sono stati testimoni del suo distacco dal reale: altri, come Rebora, hanno perceptio la necessità di una risemantizzazione: altri si sono rifugiati nella tradizione, come il Saba della maggior parte della sua produzione, come il primo Pasolini, come il Caproni del Seme del piangere. Lo stesso Luzi, come Cattafi, prima di oltrepassare il recupero dei "frammenti", ha dovuto percorrere il cammino infernale dell’insignificanza. Più ancora del conterraneo Bertolucci, Bacchini, quindi, emerge pressoché "intatto" dalla Postmodernità, teso all’auscultazione e alla conoscenza della contemporaneità piuttosto che astratto su analisi linguistiche e letterarie.
Non è un caso che, al termine del secolo della "riscrittura" e del gioco sperimentale, entrino nel novero delle nostre opere poetiche un romanzo in versi come La camera da letto e due raccolte di intonazione filosofica come Scritture vegetali e Contemplazioni meccaniche e pneumatiche. Sono i primi bagliori di una "svolta" poetica ? Sono i segnali di una nuova stagione poetica di cui beneficeranno i giovani ? << Ai posteri l’ardua sentenza >>.
In Bacchini, infatti, è presente la fine del "lutto"; egli non si propone montalianamente << […] di scoprire uno sbaglio di Natura,  /  il punto morto del mondo, l’anello che  non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità, […] >> (cfr. Eugenio Montale, Tutte le poesie, Milano, Mondadori 1984, pp. 11-12) ma di contemplare << un tessuto di suoni / e lucenti e brevi, e modulazioni / e velluti, e gracchi nascosti e lontani fischi / [che] fanno una partitura d’inafferrabili e molteplici ritmi. >> (cfr. Pier Luigi Bacchini, Scritture vegetali, Milano, Mondadori 1999, p. 39).
La sua non è la ricerca di un "varco" nel "muro della terra", ma una "contemplazione", che presuppone la fiducia nelle capacità speculative ed espressive umane. Si potrebbe pensare che il poeta abbia già lasciato la zona della Postmodernità e che abbia lanciato fin dagli Anni Ottanta  in  Visi e foglie i segnali di superamento del "Novecento".

da Atelier n. 41

Written by matteofantuzzi

17 marzo 2007 at 10:37

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Oralità e scrittura nell’era dello Slam di Matteo Veronesi.

Spesso chi sostiene, con le sue ragioni e motivazioni, l’importanza del reading, della performance, della lettura, insomma dell’oralità, e la necessità che la poesia recuperi (magari in contesti di fruizione collettiva e corale, per quanto a volte un po’ caotica, come gli slam) il legame con la musica e con gli altri mezzi espressivi, si richiama all’epica e al teatro greci, o all’avventura fiorentina della Camerata dei Bardi: in ogni caso, ad esperienze che realizzarono, in vario modo, l’unità e la sinergia delle arti, e che contemplarono un altissimo grado di diretto coinvolgimento del pubblico, nella collettività e nella coralità dell’esecuzione, dell’evento, quasi del rito.
Ma può venire in mente, a questo proposito, un passo delle Rane di Aristofane (vv. 1323 sgg.) citato malinconicamente da Serra in Intorno al modo di leggere i Greci. Eschilo, impegnato nell’agone poetico con Euripide, chiede all’avversario, coinvolgendo indirettamente anche il pubblico: «Vedi questo piede?». Il riferimento era ad un presunto errore metrico del rivale, ad un inammissibile anapesto. Ciascuno degli spettatori, d’altro canto, come ancora Aristofane dice in un passaggio enigmatico, quasi a voler smentire in anticipo ogni vagamente neoromantico mito di un’oralità e di una collettività spontanee, naturali, “ingenue”, aveva «il suo libro», giungeva all’ascolto e alla visione dello spettacolo e della rappresentazione armato di una consapevolezza culturale che del resto non doveva fare difetto, pur se in un contesto di oralità pura, nemmeno al pubblico degli aedi e dei rapsodi (il cui canto o la cui recitazione nascevano, d’altra parte, da un paziente lavorio di intarsio intertestuale, da un sapiente intreccio di richiami ad una secolare tradizione preomerica, ed erano condotti katà kósmon, secondo un ordine ed una scansione coscienti e ponderati).
Serra rimpiangeva che la sensibilità e la percezione metriche e ritmiche moderne non fossero più in grado di afferrare senza fatica le peculiarità e le sfumature su cui ironizzava argutamente l’antico commediografo. Noi, diceva Serra, «non poniamo l’accento della nostra voce e l’enfasi del nostro spirito là dove essi la ponevano». Noi non leggiamo come loro, la nostra voce non è la loro voce.
Ecco, forse il nodo essenziale è proprio questo. Oggi il pubblico medio (a parere di alcuni per colpa della scuola, a mio avviso semplicemente per l’evoluzione o l’involuzione, naturali o condizionate che siano, dei mezzi e dei canali di comunicazione e della scala dei valori sociali e culturali) non ha più la competenza, la capacità e l’interesse necessari per poter recepire ed apprezzare la poesia, a maggior ragione se si tratti di una poesia densa e complessa (almeno nei suoi esiti più seri e più meditati) come quella contemporanea, e tanto più se attraverso una fruizione di necessità rapida, fluttuante, vaga, inevitabilmente epidermica e superficiale, com’è quella veicolata dall’oralità e dall’ascolto.
Il mio timore è che l’odierna moda dei festival e dei reading (motivata in certi casi da un sincero intento divulgativo, in altri, forse, da semplici finalità autopromozionali) porti ad una tendenziale metamorfosi del poeta in performer, in moderno menestrello, se non in cabarettista, e che sul valore e sulla sostanza dei testi finiscano per prevalere il modo di porsi di fronte al pubblico, la capacità di atteggiarsi a “personaggio”, se non, più banalmente, l’abbigliamento o l’aspetto fisico.
Non vorrei, in altre parole, che la poesia finisse (senza peraltro che la sua visibilità, la sua risonanza e il suo peso ne vengano accresciuti in modo significativo) per essere fagocitata e snaturata dalle logiche di quello stesso sistema mediatico – piatto, omologato, alienante, ossessivo, opprimente – a cui dovrebbe, per la sua natura di Casa dell’Essere, di Parola autentica, di «osso senza carne in gola al capitale» come diceva Raboni, cercare di opporsi. La poesia, proprio nel momento di una sua apparente ed illusoria libertà d’espressione, rischia forse – per citare il Debord della Società dello spettacolo – di essere fagocitata e risucchiata da quella «riduzione del vissuto a rappresentazione, a spettacolarità totalizzante», da quella degradazione a «non –essere» in cui consiste il «sembrare», sulle quali si fonda la società dello spettacolo, dell’apparenza, del vuoto, tipica del tardo capitalismo; di essere, in altre parole, neutralizzata ed assorbita da quella «diffusa artisticità banalizzante ed essenzialmente inautentica» che ha soppiantato l’arte, causandone la morte. L’unico modo in cui il poeta che appare in pubblico, che sale alla ribalta, che si mostra e si offre agli occhi ed agli applausi, può conservare la propria autonomia, la propria dignità, il proprio spessore culturale, è leggere avvertendo sempre la presenza trascendente, la superiore istanza di una Parola e di un Valore che superano la circostanza e la persona particolari, pur manifestandosi in esse e attraverso di esse; di una sorta di Voce metafisica, insomma, che supera e sublima la voce individuale, incarnata, nel momento stesso in cui in essa echeggia e si riverbera. Solo in questo modo l’alienazione – del resto inevitabile – del poeta che si mostra, che appare, che indossa la maschera, potrà essere alienazione mistica e non capitalistica, veicolo di significato e riverbero di luce, non stasi, cancrena e nullificazione di un valore e un’identità reificati. Il poeta che legge dovrà essere, per citare un’espressione della Patristica, sarkínos àsarkos, «di carne senza carne»: presente bensì con il suo corpo di marionetta, ma mosso e guidato dalla traccia e dal filo di un dire più alto, di un più puro Logos
Come ci ricorda fin dal titolo un importante saggio di Cesare Viviani – saggio tutto pervaso dalla stessa poetica che affiora, coerente e nitida, dall’Opera lasciata sola –, Il mondo non è uno spettacolo. Di là da ogni gazzarra mediatica, da ogni chiacchiera mondana, «resteranno le opere, dimore della polvere e dell’abbandono». Le parole del poeta, «anonime» nella misura in cui suonano universali e perenni, «sono i battiti dell’universo, che nessuno ascolta, dimenticati dall’uomo, troppo lontani per essere amati». «La poesia non può che essere letta sulla pagina. (…) Ogni tentativo di contaminare la poesia con altre prove artistiche (…) dà qualcosa che non ha niente a che vedere con la poesia», la quale è «il suo disegno puro, la lettera sulla pagina bianca».
Questa può apparire una visione chiusa, rinunciataria, nichilistica – o viceversa elitaria, sublime, disdegnosa. Si tratta in realtà, a ben vedere, della sola chiave di lettura che faccia i conti, francamente e senza illusioni, con la condizione di solitudine, di isolamento, di vuoto che la poesia patisce, e non può non patire, nella società contemporanea, e che si manifesta sul piano sociale e mediatico non meno che su quello essenziale, costitutivo, ontologico, sulla condizione del poeta in quanto tale, nel suo essere poeta. L’ombra, l’isolamento, l’anonimato della poesia e del poeta nella società dello spettacolo non fanno, in fondo, che mettere maggiormente in risalto quella condizione di aseità, di solitudine, di distanza dalle cose, di assiduo e profondo commercio con il nulla, il vuoto, l’assenza (si ricordi la «vita sterile, di sogno» lamentata da Gozzano), che è, forse, propria in essenza della parola poetica, e forse di ogni atto letterario o artistico davvero libero e puro – e dunque autonomo, gratuito, in fondo insensato, per quanto necessario e vitale.       
Consideriamo, per soffermarci su di un esempio particolarmente significativo, il lavoro di Rosaria Lo Russo (www.rosarialorusso.it), «poetrice ovver attressa», tipico esempio di poetessa-performer. Una poesia, la sua, tutta attraversata dalle tensioni e dagli spasmi di un Verbo, di un lógos spermatikòs, di una “ragione seminale” vivida, mobile, fecondante, che si fa carne e corpo (e dunque voce, parola, gesto, actio) e nel contempo tende al silenzio, all’ammutolimento, alla nullificazione nella tomba delle membra («morte è silenzio o memoria dei suoni?»).
Ma ho la sensazione che, alla lettura solitaria e silenziosa, certi suoi stridori e contrasti da cantabilità settecentesca alterata e straniata (che fanno pensare, in un contesto e in uno spirito avanguardistici, al Lucini dei Drami delle maschere), certi suoi insistiti bisticci e giochi di parole, che senza dubbio ne evidenzieranno le doti esecutive di attrice e di perfomer, non possano che suonare sgradevoli ad un orecchio poeticamente educato.
La «scrittura a voce alta», in certo modo, sconta e paga sulla pagina quella stessa efficacia che certo riveste sulla scena, calata ed incarnata nell’immediatezza e nell’intensità della promuncia, del movimento, del gesto. Proprio le caratteristiche, i tratti stilistici che certo esaltano l’abilità del performer
Noi non possiamo che rammaricarci, con il Mallarmé di Crisi di verso, che la parola poetica non sia in grado di riprodurre appieno i «coloriti» e le «andature» che «esistono nello strumento della voce». Ma io credo che la musicalità della poesia colta, della lirica d’arte, debba continuare a risiedere nella quieta purezza della pagina scritta, senza cercare l’appagamento e il riscontro, immediati e fugaci, della lettura e dell’esecuzione pubbliche.
La poesia alluderà al suono, al movimento, al gesto attraverso la materia verbale e stilistica che le è propria, senza cercare in essi un prolungamento, un complemento, un potenziamento. Il poeta, per citare McLuhan, deve guardarsi dal divenire un Narciso stregato dalle sue stesse appendici, stordito dai suoi stessi prolungamenti, dagli stessi effimeri ed illusori supporti che ne moltiplicano l’immagine e il messaggio.
La consapevolezza e la maturità del mondo classico non appartengono più all’oralità o all’immagine, reificate ed appiattite da un mercato e da una logica mediatica a cui la poesia non ha né può avere la forza di opporsi sul loro stesso terreno. Guardare al classico significa, oggi, recuperare la stabilità, la purezza, la certezza della scrittura.
Io credo, citando Nietzsche, che la poesia debba tendere in ogni epoca ad un «grande stile» che pacifichi e domi i contrasti e i conflitti (fra cui anche quello fra oralità e scrittura, fra parola e corporeità) pur serbando in sé, nella «profondità della superficie», l’impronta del loro movimento e la favilla del loro stridore.
Noi ora dobbiamo, credo, deporre le nostre parole nel silenzio e nell’ombra, con pazienza e con fede. E un giorno, forse, «il nostro libro troverà il suo lettore». rischiano di indebolire la poesia sul piano squisitamente letterario, sul versante dell’elaborazione testuale autonoma e pura.

Written by matteofantuzzi

10 marzo 2007 at 18:45

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Cari Daniele, Davide, Emiliano, Loris, Matteo, Simone e Stefano, Massimo Ferretti, grande poeta mai a sufficienza celebrato, diceva che i marchigiani sono i russi d’Italia. Cioè? Lev Tolstoj spiegava così l’anima del suo popolo: il russo “non crede che sia possibile sapere qualcosa pienamente”. Ecco dunque il carattere del marchigiano-russo: un senso profondo e lancinante di manque che innesca una ricerca continua e inesausta del reale, un’esplorazione spasmodica del mondo, mai doma, mai prona. Questa premessa è essenziale per capire il vostro spirito, e pazienza poi se non siete tutti marchigiani. Vorrà dire che siete tutti “russi”. Lo spirito è quello, per osmosi e contaminazione. Lo spirito famelico della poesia. Poesia vissuta come dannazione. Come ossessione. Come follia. E dunque come salvezza. Qualcosa di fisico.  Di violento. “È il latrato del lupo che entra nelle scarpe” (Emiliano Michelini). State tentando l’unica via praticabile: porsi di fronte al tutto del mondo, che però non può mai essere tutto, è sempre e soltanto qualcosa – voi lo sapete –, che rischia poi di diventare d’un tratto nulla. Descrivere, criticare, minimizzare, massimizzare, esaltare, derubricare, tendere, contrarre, sintetizzare, diluire la bestia dalla triplice testa, il tutto-qualcosa-niente che è la vita, il mondo. Lo state facendo molto bene. Sì: “il mondo è il torso nudo di un ragazzo / senza grazia sulla pista, brutale” (Davide Nota). Sì: “quante colombe di sangue // gravide, dovranno ancora solcare / nella loro lugubre marcia, / la pelle cupa del mondo?” (Loris Ferri). Sì: “c’è del margine ancora entro i limiti del mondo” (Simone Lago). Sì: “il reale è quello che ci portiamo / dentro, il presente / solo quello che si scrive / poiché l’unico che resta” (Stefano Sanchini). Sì: “l’amare la vita, la vita morente / la morta vita… o la presente morte…” (Loris Ferri). Il niente divoratore incombe: “come fare a cambiare il mondo / se non riusciamo / neanche più a cambiare / canale […]?” (Matteo Zattoni). Ed è il niente appunto di una società divenuta inutile e letale spettacolo di sé. Non c’è salvezza o redenzione, anche questo voi lo sapete, ma agite as if… Come se salvezza ci fosse. Come se il cambiamento fosse intrinseco all’uomo. Come se, un giorno, la poesia potesse vincere. Come se… Come se… A tutti voi non posso che augurare di proseguire così. Come fraterno congedo vi allego un pensiero del vostro frère russo-marchigiano Osip Mandel’stam: “così, agitando le braccia, borbottando, arranca vacillando la poesia; la poesia, che fa girare la testa, che è beatamente inebetita, e che pure è l’unica cosa sobria e desta al mondo”. Continuate a essere folli e vigili.
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Flavio Santi

Written by matteofantuzzi

4 marzo 2007 at 09:27

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