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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for novembre 2010

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Fortini, Fortini…

la prolungata ostinazione di Fortini… Amavo il primo Fortini, temevo l'ultimo Fortini. Lo temevo però ascoltandolo sempre sempre, anche in ogni frammento discutibile di parola; violento con dolore come lo sentivo, dentro al frastuono del mondo che gli sfuggiva da ogni parte – ma lui, nonostante tutto (direi, nonostante tutti) sembrava dannarsi a trattenere ogni tracimazione serrandola fra le braccia, in una dedizione conoscitiva lungimirante e spasmodica. Sempre acuta, quasi sempre esemplare. In verità, per me, l'ultimo Fortini è il Fortini alto e sgomento, ferocemente addolorato, che a leggerlo dava sempre tormento. Invece, il primo Fortini è il Fortini alto e violento, implacabile ma senza troppo dolore, anzi con una punta di sgarbo dell'anima, che a leggerlo sollecitava, spingeva, sospingeva magari con l'astio di un furore squillante. A questo Fortini ritorno, e lì permango. Anche se, con lui vicino, le domeniche non erano mai di festa e neanche il lunedì e il martedì passavano senza battaglia, o in un modo che non fosse esacerbato. Dunque uomo non facile, aspro da sopportare, talvolta impossibile da sopportare; persino epicamente disumano nelle durezze improvvise o previste (le terribili furie; il mio bruno fiele); eppure cervello indispensabile, dietro il pungolo di ran­cori sempre rinnovati intorno alle idee e ai fatti. Scrittura sopra scrittura, in una ascensione continua o in una continua alternanza con la discesa, quanta verità e varietà di stimoli ha distribuito con libertà a tutti noi. Stimoli talvolta anche atroci ma coordinati al fine di aiutarci a rigenerare le nostre titubanze, e di ammonirci o tentare di sospingerci azzannandoci verso una strada ritenuta buona ma certamen­te difficile. Non ci fosse stato e non avesse durato per tanto tempo imperterrito ma a cuore aperto, quanti più vuoti senza speranza, quanti più errori nella memoria e nella pratica avremmo patito; certo, in quantità maggiore di quanti ne portavamo con noi e dentro di noi per debito della sorte. Una presenza, insomma, quale manca del tutto in mezzo a mille dispetti del destino sociale in questo momento – calpestato da code e da piedi di pappagalli gazzettieri che non lasciano orme. Il mondo oggi ciascuno di noi lo subisce e lo condisce di contumelie o di interessati fervori; ma non risulta che ci sia qualcuno – che abbia voce o scrittura chiare auto­revoli – il quale ogni mattina, per la spinta di un pensiero quasi sdipanato dall'involucro intrecciato di un sogno violento e costante, faccia cose, si proponga risoluzioni, intrecci parole discorsi rapporti richiamati e alimentati poi dentro la propria vita, col fine non tanto di rovesciare il mondo ma di capirlo a fondo per poterlo smantellare in frammenti e ricomporlo in un rigore amaro ma più nuovo più utile più decente. Più rispettoso dell'uomo. E a questo fine, dedicandosi con la ragione che non smette mai di scavare e di inseguire, si adegui. La droga imperan­te – di cui i giovani sono solo l'entrata di una sprofondata caverna senza fine – è una delle imperiose conferme della scancellazione quasi totale di questa speranza, indispensabile per la sua utopica limpidissima vitalità. Ed è il marchio inciso a fuoco sulla pelle della nostra società, che ha azzerato in ogni dettaglio un futuro che non sia imprigionato da una gelida onnivora tecnologia. Tale futuro – dentro allo sfascio più o meno mimetizzato, oppure raccontato con la maggiore violenza spettacolare, secondo gli umori e le necessità dei mezzi di comunicazione quoti­diani ormai uniformati – ci è disegnato in esclusiva rendendo esplicita quasi con ebbrezza la mancanza di ogni impegno pubblico che non sia collegato a sollecita­re il consenso di una parte della società, di una sola parte del mondo. E questa manipolazione è resa ancor più invadente ed euforica dalla mancanza di ogni con­trapposizione politica e culturale veramente intenta a preservare la dignità sostan­ziale dell'uomo, tutelando le necessità vitali essenziali della parte più composita e meno forte della società umana; quindi dalla mancanza non solo di ogni controllo sul presente ma di ogni controllo sullo svolgimento delle vicende del nostro pia­neta negli anni a venire. Per esempio, sulle dure necessità giovanili in ogni dire­zione, sempre e soltanto verbalmente retoricamente sfiorate e pubblicizzate. Allora, qua di seguito, trascrivo in breve alcuni riferimenti da agganciare a pagine e a riflessioni fortiniane: la negazione del comunismo di potere; la negazione della prepotenza con dolore del comunismo partitico, anche quando ha (aveva) il potere; in contrapposizione, la convinzione dell'indispensabilità di un marxismo rigenerato da un nuovo rigore e dall'indipendenza da ogni basso vile cavillo di interessi; tanto da poter tornare a proporsi, unico, come lava salvifica per riscatta­re il mondo dalle trappole mortali di uno sviluppo tutto denti e niente cuori orec­chi e testa attenta, con rigore, sulle cose. Mentre, dentro le pieghe di un comuni­smo esautorato e ufficiale, si dilapidavano le speranze le forze e i progetti di poter concentrare la forza del nostro occidente (che adesso solo lucra) contro la miseria di gran parte dei popoli ancora inchiodati a una croce. In tale disposizione di ambiguità invecchiata, di prepotenza lacrimosa, la nostra democrazia è attenta a sancire e a celebrare solo se stessa, proponendosi come esemplare. Fortini è stato uno dei pochi (e neanche Pasolini con questo lucido rigore), all'inizio con la pat­tuglia dei giovani degli anni '50 da lui spesso ricordati con ammirata gratitudine, che limando le sbarre di ogni costrizione culturale, ha tentato di disporre i proble­mi e gli argomenti decisivi non secondo l'ordine ufficiale suggerito ma attraverso i continui incontri-scontri con i nodi effettivi della realtà sociale e culturale; con­vinto, e cercando di rendere convinti gli altri, che non si deve vivere per parteci­pare a modeste rassegnazioni personali ma per non cedere di fronte all'imprevisto delle idee e dei problemi emergenti; per evitare di consumarsi al lume di un pre­stigio raccattato e per dedicarsi invece con una fermezza che deve rasentare o toccare la durezza, alla frantumazione di idee che il secol nostro, spaventoso balleri­no, ad ogni scadenza cerca di proporre o imporre in via definitiva come ottimali. Allora F. è, da un punto di vista rigoroso, un rivoluzionario? Nel senso di una ragione concreta, collegata al viaggio tumultuoso delle idee, quindi insoddisfatta sempre, placata mai. E se per rivoluzionario, a nostro uso e consumo, vogliamo ancora intendere, come si dovrebbe, la fatica di consumarsi sulle idee in movi­mento; di seguirle, fermarle, disperderle, affrontarle, placarle; sempre dividendo i momenti della ricerca, diversificando i problemi, riverificando i percorsi di meto­do, affrontando e fermandosi sui particolari; trivellando idee, parole, deduzioni e conclusioni con la cauta pazienza da francescano del pensiero. Sono queste occor­renze e queste inquiete certezze prolungate e distribuite per quasi sessant'anni (e ancora, credo, indispensabili al presente) che inducono a mantenere i suoi libri, le sue pagine, sul tavolo di lavoro e non accartocciati negli scaffali delle saltuarie consultazioni. Per alimentarci alla sua ira ostinata che ti stanca – che deve stanca­re, per lo sforzo costante di sopportarla e viverla. Le sue pagine si rileggono anco­ra oggi come scritte con astioso rigore sul sasso (non per farle vincere contro il tempo ma per renderle incancellabili dalla rassegnazione) e come depositarie di na voglia di lotta intellettuale mai immobile o placata e sempre, in qualsiasi modo svolta, sconvolgente implicante. E, per fortuna e giustamente, spesso controversa. È lui, nostro contemporaneo, che continuerà a percuotere i sonni della nostra ragione impaurita, orrore lasciando e scompiglio (come ha scritto nel suo addio al grande Vittorini). L'orrore, riferendolo noi come gettato contro una società intera contratta nel busto di gesso delle sue mille magagne senza futuro; e che, così com'è, è proprio da spaccare in minutissimi frammenti come lo specchio delle sette brame nella favola di Biancaneve. Ma il nostro mondo non è una favo­la. E allora: Fortini, Fortini…

Roberto Roversi, "Rendiconti", fascicolo 37/39 novembre 1995, Pendragon, Bologna.
 

Written by matteofantuzzi

26 novembre 2010 at 23:47

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