UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Otium et negotium di Christian Sinicco

Che sia rischioso distribuire compiti sociali alla poesia, e sviluppare programmi in tal senso, è un dato emerso dalla Neoavanguardia; essa nutriva una prospettiva ideologica e un apparato dove il confronto e la discussione la facevano da padrone; fortunatamente non sacrificò l’autonomia dei suoi componenti, promuovendo così la differenziazione delle analisi e dell’espressività all’interno di un orizzonte culturale comune – aspetto che oggi viene sottovalutato, invece di essere meditato. Oggi il rincorrersi di analisi fritte e rifritte su altre analisi, spesso e volentieri sulle relazioni che intercorrono tra poesia e società, per non parlare dell’elenco, direi telefonico, dei poeti in lizza che si contendono la canonizzazione e dei ricami che alcuni addetti tessono come scelte (quasi si trattasse dell’estrazione del pelo dalla pelliccia), appaiono il modus operandi di molti gruppi su riviste, siti.
Internet ha indubbiamente provocato una fuoriuscita della poesia (blog, riviste telematiche) non inferiore a ciò che accadde in passato negli anni ’70, ad esempio, con la proliferazione di riviste cartacee legate al contesto politico.
Momenti come premi, o gruppi che mimetizzano le caratteristiche dell’avanguardia a livello di apparato, appaiono superati dalla facilità con cui si conoscono gli autori, più che mai interdipendenti e pronti a collaborare su fronti diversi.
Fino a due anni fa, la fruizione del web da parte dei poeti era ancora vista con sospetto; oggi pare uno strumento indispensabile per conoscersi, discutere e misurarsi. Automaticamente chi non si muove all’interno di questo sistema viene escluso, non riesce a farsi conoscere: l’informazione galleggia su internet.
Tuttavia il web non è stato capito nella sua interezza, ed è necessario un approfondimento sul concetto di multimedialità, nell’accezione di integrazione dei mezzi, poiché esso risponde a quelle esigenze indispensabili di fruibilità di un contenuto pubblicato in rete. Non solo: il ragionamento sulla multimedialità, lungi dal rappresentare un programma, può fertilizzare con le sue implicazioni il contesto sociale che origina sulla poesia e la sua comunicazione, indicando un modello poliedrico di funzioni grazie alle quali rifondare l’ambiente letterario, e in particolare ciò che definisco cornice, ovvero tutti i luoghi e i momenti che muovono l’ambiente della poesia e che nella dialettica con la società spostano i propri confini, modificano la propria forma. Una cornice adeguata è simile ad un circuito con il potere di autoregolarsi, una caldaia capace di riscaldarsi con nuovi materiali, accordandosi alle trasformazioni e alle invenzioni ed è per questo che le relazioni tra l’area della poesia e la società – ed in questo caso ciò che accade nella sua comunicazione – non possono essere sottovalutate: ci informano sulle scelte da compiere.
Ora, per capire la multimedialità, e il suo snodo di realtà, pensiamo per un attimo alla scrittura e alla tecnologia che corre in internet, pensiamola come un veicolo (o mezzo) trasparente del quotidiano; lo scenario che si delinea mostra "come la e le tecnologie della trasparenza operino nel nostro quotidiano, e non vi abbiano finito di lavorare ed evolversi, nella loro contradditoria esperienza del conservare e dissipare."
Queste parole, appartenenti a Federico Ziberna e pubblicate sul numero 00 di Fucine Mute Webmagazine, risalgono al 1999 e sembrano cotte a puntino per farci assaporare l’esperienza di internet, ma pure rimandano alla nostra vita; occorre riportare altri brani dello stesso articolo al fine di capire il discorso sulla trasparenza e sul come le implicazioni della tecnologia possano modificare la nostra interpretazione e, di conseguenza, i significati che attribuiamo ai fatti e le nostre azioni: "Guardiamo ad Internet non solo perché essa è stata indicata nel passato come l’autostrada informatica (e come tale luogo di attraversamento e consumo) quanto perché essa è un’ovvia evoluzione della vetrina. In internet noi vediamo cosa possa diventare un documento, un’informazione, quando deve sottostare alla legge dell’esposizione, della passerella (ecco alla ribalta – fra l’altro – un altro termine economico del dispendio e della disponibilità/disposizionalità delle merci: farle camminare attorno ad un pubblico fermo) e della vetrina. Proviamo a pensare come organizzare una vetrina per un testo. A mettere dei testi in vetrina. […] Internet è una sequenza di vetrine (naturalmente se osserviamo il fenomeno web). Collegate da cunicoli. Ciò che passa spesso inosservato è però che il fattore economico (dell’economia dell’informazione) la attraversa senza fermarvisi. Alla vetrina non corrisponde un negozio, un luogo del patteggiamento.
L’otium viene ripagato abbondantemente dalla rete e dalla sua struttura: chi credeva di lavorarvi nell’ottica e attraverso l’ottica del bibliotecario, ha sbancato e fallito amaramente. Internet è cinematografica, sequenza in movimento di vetrine: veicolo economico che prospera nella dialettica complessa del mantenere e dissipare: la trama, in Internet, è tutto o quasi. Il web, il ragno, va da molto tempo al cinema e sa molto del concetto di trasparenza.
Per il web, la trasparenza unita alla resistenza, la capacità di non essere opaco ed oscuro eppure di fermare, di bloccare, è vita. La metafora della navigazione è poi quella che fa capo alla rotta. La rupta è infatti l’interruzione e il piccolo cabotaggio, la fermata rapida per le piccole necessità e rifornimento, la tappa che il navigante fa sui siti. Il navigante – credo – passeggia attraverso un film, successione di fotogrammatiche presenze e assenze. La tappa (etimologicamente il deposito) è – attraverso una finzione – il tappo, il luogo di chiusura e avvio, la cerniera, lo svincolo, il bar. A questo aspetto legato all’otium, alla raccolta ed accesso all’informazione, a luogo della preparazione alla decisione, allo s/vago (al vagare senza meta ma in vista e funzione economica della creazione di una meta), all’inter/vallum, non fa seguito il negotium, la negazione e sorpassamento della prima fase, dell’otium. Dietro la vetrina, non c’è quasi mai negozio, stentiamo ancora a vederlo. Non siamo abituati alla trasparenza e alle sue forme. […] Facciamo un esempio: la vetrina è anche vitro. Esame microscopico, estensione dell’occhio al microcosmo, al virus, alla trasparenza e resistenza che l’invisibile – paradossalmente – oppone alla ricerca. E vetrino, esposizione e mercificazione, studio, pianificazione e progettazione dell’esistenza futura: conservazione della specie e sua mutazione. Sono tutte tecnologie del vetro, della trasparenza e del vaso. Pensiamo infine all’architettura: tecnologia del vaso che ci accoglie e ci dissipa. Abbiamo visto palazzi con vetri trasparenti, uffici della visibilità, e palazzi con vetri a specchio, uffici dell’invisibilità. La trasparenza, nella sua valenza cinematografica, come sequenza economica della vetrina che proietta la vita espostavi, è infine ed innanzitutto, non dimentichiamolo, non a caso.¹"
Il problema è il negotium, che internet ottimizza grazie alla multimedialità, al fatto che in qualche modo bisogna far toccare con mano il costato, fermare il navigatore. L’aver focalizzato il web in questa maniera permette di osservare, con occhio critico, le molte vetrine che si occupano di poesia: pochissime possiedono le qualità necessarie al fine del negotium più ampio possibile. I fatti indicano come interessi ancora l’adesione di un numero cospicuo di addetti ai lavori, e quindi la riproposizione all’infinito degli apparati e, nel migliore dei casi, quelli adottati dalla Neoavanguardia – solo in un contesto di frammentazione in gruppi maggiore che in passato e, purtroppo, in presenza di prospettive limitate al lavoro nei veicoli promozionali utilizzati, siano essi siti, blog, lettere circolari, riviste.
Riducendo l’ideologia all’osso, è ancora preferibile il pugno chiuso contro il capitalismo della Neoavanguardia – almeno all’epoca v’era una mission di gruppo-; oggi v’è la confusione per chi si avvicina alla poesia, e non solo quella che corre in rete, per il dispiegamento di gruppi intenzionati a detenere un centro senza un orizzonte, a focalizzare l’attenzione su apparati che hanno nel proprio cromosoma una tara già codificata. Il non testare le proprie attività, aprendole alla comunicazione, genera questo eterno ritorno del patetico e il web, poiché vi si può costruire in tutta libertà, sottolinea gli abiti della poesia.
La multimedialità, marginale rispetto a ciò che accade nella cornice dell’ambiente della poesia e che riguarda internet, dovrebbe essere l’aspetto da ricercare maggiormente; ma marginali appaiono anche, nella prassi della quasi totalità delle manifestazioni che riguardano la poesia, gli intrecci con altri mezzi artistici, altri linguaggi. Il fare complessivo degli attori in gioco è un ripiegamento sulla scrittura, un cane che si mangia la coda, tranne qualche timido approccio di dibattito. La cornice dell’ambiente letterario necessita sforzi affinché la comunicazione possa entrare a pieno titolo nel fare, e nell’impegno, degli stessi poeti.
Qualcuno obietterà che occorrono delle risorse economiche per configurare un sito dal punto di vista della sua multimedialità e maggiore personale per amministrarlo, contribuire alla sua crescita; come può obiettare di non avere i soldi per organizzare una manifestazione che si occupi di poesia a raggiera, o dimostrare il poco interesse nei confronti dell’oralità, della performance, della video-poesia, del teatro a partire dalla poesia, del cinema che esprime poesia o di quella canzone d’autore che è poesia, o del ragionamento sulla realtà tout court.
Tuttavia esistono magazine atti ad ospitare contributi audio e video di reading, slam, performance, videopoesie, lo stesso dibattito culturale, e quant’altro faccia negotium, come esistono già addetti che si occupano di far confluire le varie ricerche sulla poesia grazie a contenitori di eventi che mimetizzano questo fare.
Il problema, questa volta, ricade sull’artista, e sulla considerazione che esso nutre nei confronti della comunicazione e delle prospettive che essa apre, delle funzionalità che sottende, ma bisogna superare le ragnatele non trasparenti che si annidano ancora nel fare dei gruppi e delle lobby, e allargare il più possibile la trama affinché la luce si rifletta sui fili, quelli che hanno dato prova di resistenza alla trazione.

Note:

¹ Internet e il vetro: le tecnologie della trasparenza, di Federico Ziberna, Fucine Mute Webmagazine 0.

Written by matteofantuzzi

30 ottobre 2005 at 13:55

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Presso la galleria d’arte contemporanea

via Matteotti 79 a Castel San Pietro Terme (Bo):

Occupazione poetica.

29 ottobre dalle ore 16.00 (fino a sera).

con:

Sebastiano Aglieco; Fabiano Alborghetti; Alessandro Ansuini; Roberta Bertozzi; Lorenzo Caschetta; Massimo Dagnino; Salvatore Della Capa; Vincenzo Della Mea; Chiara De Luca; Matteo Fantuzzi; Carlo Falconi; Loris Ferri; Francesco Gabellini; Stefano Guglielmin; Salvatore Ritrovato; Domenico Settevendemie; Italo Testa; Matteo Zattoni.

Divisione bassa padana – Pneuma ass. cult. Per info: pneuma@email.it

*

a cura di Flavia Giacomozzi; Campo di battaglia – Poeti a Roma negli anni Ottanta; introd. di Gabriella Sica; pp. 350, Castelvecchi; Roma, euro 18.

Schiacciati dalla linea lombarda, in ombra o nel limbo che dire si voglia per la particolare situazione della poesia tra Castelporziano e la fine del millennio, i poeti romani si riunirono nell’esperienza di due riviste “Braci” e “Prato Pagano”. Questo libro o meglio questo saggio indaga su questi avvenimenti per consegnarne l’esperienza alle nuove generazioni, le quali possono sì avere un’idea di chi sia Silvia Bre, o di chi sia Gabriella Sica, ma magari non immaginano che Marco Lodoli abbia esordito come poeta, o non conoscono quel rapido percorso che portò Valerio Magrelli 23enne a pubblicare Ora Serata Retinae. Tra tutti però l’esperienza fondamentale di Beppe Salvia, la sua vita, la sua opera quasi tutta uscita postuma. Questo libro che esce dopo Poeti a Bologna curato da Giancarlo Sissa per Gallo & Calzati ripercorre con strumenti differenti la volontà medesima di raccontare un humus, di fare comprendere un’esperienza e un percorso. Non emerge una linea romana in antitesi alla linea lombarda da questo libro, e questo è un bene, perché la continua propensione a volere vedere ovunque guelfi e ghibellini di certo non fa un piacere all’attuale poesia italiana. Questo libro narra di singoli (a volte con troppa enfasi: l’unico rimprovero che mi sento di fare alla curatrice, quando ella si attiene alla semplice narrazione sostanziale dei fatti esso si rivela mille volte più incisivo) accomunati da letture, da festival e da dialoghi, narra di una comunità eterogenea anche poeticamente parlando, lo fa soprattutto a posteriori con forte realtà del lavoro critico compiuto in questi anni da parte di chi di quella generazione non fa parte ma si è trovato a ragionarne sopra perché tutto questo non fosse per qualche oscuro motivo dimenticato. Perché un’esperienza forte non avvenuta sotto ai riflettori non cadesse per sempre nell’oblio. Come logica insegna.

Written by matteofantuzzi

23 ottobre 2005 at 10:35

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Festivaletteratura: la necessità della contaminazione di Azzurra D’Agostino.

Si è conclusa l’11 settembre la nona edizione del Festivaletteratura di Mantova, che ha resistito a temporali violenti e a un afflusso di 58 mila lettori, oltre che alla solita serie di polemiche inerenti il sitema culturale italiano e lo stato di salute della letteratura.
Portare testimoninaza di questo evento è qualcosa di estremamente parziale, poiché gli appuntamenti presentati seguono la logica della possibilità di personalizzare il proprio percorso fino nel dettaglio, affiancato in questo dal sistema di prenotazioni alle tavole rotonde e agli spettacoli, pensato in modo di favorire anche autori non noti al grande pubblico (iniziativa lodevole, che garantisce un pieno di partecipazione anche a quelle conferenze che, concomitanti con presentazioni di autori "famosi", sarebbero altrimenti forse meno frequentate).
Ecco allora che Grisham viene preso d’assalto, con file spaventose ai cancelli e ore di autografi dopo la presentazione; ma, allo stesso modo, mi trovo stupita in una sala predisposta per oltre 150 posti, con persone in piedi a ridosso del muro in una conferenza di presentazione di un’antologia poetica (Daniele Piccini e Marco Artioli con Viviane Lamarque e Milo De Angelis). Qualcosa di impensabile, soprattutto per chi le presentazioni di grandi poeti le segue da anni e sa bene che, a meno che non si tratti di un evento inserito in una occasione "mondana", la soglia delle cinquanta presenze è un boato di successo. Questo, penso, il merito principale del Festivaletteratura. Un ventaglio di possibilità abbastanza ampio, presentate in maniera che siano fruibili da chiunque, senza divenire un momento di scambio solo per "addetti ai lavori", ovviamente con qualche eccezione. Altra nota positiva è la proposta di moltissimi appuntamenti pensati per i bambini, segnale di una volontà di creare un terreno fertile che sia bacino futuro di giovani a cui passare il testimone.
Dicevo insomma che nel partecipare al festival si è costretti a operare una selezione, che talvolta implica scelte difficili, in grado sicuramente di influenzare la percezione del festival stesso. Premessa doverosa, fatta non per relativizzare all’eccesso questa testimonianza, bensì per chiarire che chi scrive non intende dare giudizi di merito troppo generali in riferimento appunto alle polemiche sul senso di tali operazioni culturali, ma più che altro vuole sollevare alcune domande in base alla propria esperienza.
[…] Premettendo che chi scrive ha un’immensa ammirazione per la poesia di Milo De Angelis, posso dire senza incertezza che qualcosa non ha funzionato; non si mette in discussione insomma la qualità dell’offerta, bensì il modo in cui parlare di poesia viene trattato in Italia: un saggio erudito sulle questioni di poetica che, prima o poi, vanno a finire su Dante, ma nel modo meno amato, il Dante delle scuole, quello che va pronunciato con un’esitazione rispettosa e un attimo di raccoglimento. La poesia, come sempre, sembra dover essere il momento dell’erudizione, e, dunque, della noia. Si soffre, si soffre molto, in genere, alle presentazioni di poesia. Pare non ci possa essere un modo fresco, brillante, di trattare la questione. Nemmeno con la Lamarque, che ha certamente una leggerezza e una freschezza che al pubblico piace molto; non intendo dire che bisogna sminuire, che è un "abbassare" un tema che merita attenzione e partecipazione… ma questo è ben diverso: il fatto è che non c’è nulla da abbassare, ma che proprio considerare la poesia a un’altezza diversa dagli altri eventi della vita è dannoso! […] Perché la poesia la vogliamo rinchiudere in accademia? Mi chiedo dunque se non vi sia una nuova frontiera dell’arte: la possibilità o forse la necessità di portare testimonianza dell’esperienza artistica tra le persone, in maniera semplice e coinvolgente, al fine di rendere davvero "pubblica" al "pubblico" la questione di cui si parla. Gli strumenti per fare questo li ha suggeriti Baraka, poeta e musicista afroamericano: l’autoderminazione dell’artista, il bisogno di non aspettare, in caso di urgenza, i metodi dei canali tradizionali, che troppo spesso si rivelano lenti, opportunistici, politicizzati, parziali. […]

Written by matteofantuzzi

16 ottobre 2005 at 23:01

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Varie.

Taja Kramberger è considerata certo non solo da me una dei migilori esempi (e quindi non mi fermo all’ambito femminile includendo nel listino per esempio Brane Mozetic e Peter Semolic) della nuova poesia slovena. E questo è poco ma è sicuro. Un’ottima occasione per parlarne è l’uscita in quadruplice lingua (inglese, francese, italiano e ovviamente sloveno) di MOBILIZACIJE – mobilitazioni stampato proprio dall’autrice e con il sostegno di due associazioni culturali, una di Lubiana e una di Koper (ergo se qualcuno è interessato mi contatti via mail che fornirò i suoi estremi telematici).
Il libro parla sostanzialmente di spostamenti, di passaggi e quindi di evoluzioni e cambiamenti con un forte accento sul rapporto tra l’autrice e il padre. Del padre viene narrata in una dimensione quasi "epica" la vicenda sviluppando il punto (secondo me) fondamentale di molta poesia slovena: il rapporto con la terra e con la natura, un rapporto non grettamente descrittivo e di catalogazione, nemmeno un mezzo per descrivere il territorio. Le componenti della natura sono parte fisica dei personaggi, in maniera imprescindibile. Il padre è un cedro (e bene nel libro se ne spiega il motivo) che alla figlia consegna se stesso tramite un erbario. Poesia magnifica, anche per scrittura e costruzione, e finalmente di respiro europeo segno che come da un pezzo ribadisco dalla poesia slovena avremmo (abbiamo) molto da imparare. Ma anche da lettori mi si permetta una bella boccata d’ossigeno.

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Ieri a Ferrara nel Teatro Comunale ho ricevuto il Premio Gianfranco Rossi per la poesia.

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Il 21, 22, 23 ottobre a Roma c’è RomaPoesia. Vi rimando per brevità al loro sito linkato a sinistra per il programma. Quest’anno in buona sostanza si presenta buona parte di quella che viene indicata come "Generazione del Settanta", molti nomi da L’opera comune, altri appartenenti a realtà ben più sperimentali e/o ragionanti sul linguaggio. Il punto fondamentale è che cambia qualcosa: questa generazione ultima viene presentata come 1968-1978. Ed è una cosa che da tempo anche io vado pensando per lo più esatta.

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Quella santa ragazza della mia dolce metà l’altro giorno voleva regalare a un suo amico che faceva il compleanno Tema dell’addio di Milo De Angelis: che ci crediate o no non ne esiste copia in una serie interminabile di librerie di Bologna e provincia (cioè o lo rubano, o come spero è andato esaurito). Alla libreria Feltrinelli spergiurano che ne stiano ristampando parecchi perchè ci sono davvero molte richieste e da tutta Italia, non è solo una questione bolognese insomma. Evviva. Alla fine s’è optato per un libro della Szymborska, comunque molto gradita al festeggiato.

Written by matteofantuzzi

9 ottobre 2005 at 09:10

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La scommessa di D’Elia  (e necessità di una nuova critica) di Davide Nota

Esce in questi giorni l’ennesima antologia poetica 1970-2000, Parola Plurale: sessantaquattro poeti per millecento pagine. All’interno di questa vera e propria resa di conti accademica, di questa patetica guerra a suon di antologie fra clan universitari, salta all’occhio (tra gli inclusi) la consueta svalutazione dell’opera del poeta Gianni D’Elia (Pesaro, 1953).
Stroncata negli annuari manacordiani come, sic!, “impoetica”, liquidata da Piccini come puro e semplice “epigono pasoliniano”, viene ora inserita da Cortellessa per essere relegata a poesia di maniera.
Evidente è il tentativo da parte della nostrana critica universitaria tout court di epurare l’ambiente letterario nazionale da ogni linea incivile di ascendenza pasoliniana e l’opera di D’Elia si presta particolarmente a questa “caccia alle streghe” in quanto forse l’unica, a dispetto dell’epoca e delle tendenze editoriali e politiche, che ha saputo e voluto tenersi a sé non rinunciando mai a farsi voce d’opposizione, pensiero politico poetante, né a eludere la linea ufficiale (lirico-intimista) attraverso la registrazione visiva e tonale d’eventi.
E’ chiaro che in una storia come la nostra appena trascorsa, politica e culturale, un segno così forte e isolato di apertura terminologica e tematica non può essere accettato da parte di chi della chiusura (neoermetica, classicista o avanguardista) ne ha fatto una ragione di sopravvivenza editoriale.
L’opera poetica di D’Elia, e lo scopriranno tra qualche decennio anche i nostri professori (sempre gli ultimi a scoprire qualcosa), è forse la più forte scommessa per la poesia italiana a venire, l’unica voce ad avere attraversato i decenni della crisi del secolo trascorso (dagli anni ’80 ad oggi) caricandosi del compito enorme di proteggere un’eredità che sarebbe altrimenti andata perduta o svenduta: l’eredità del Politecnico, di Officina, dell’eresia pasoliniana, della commistione di tradizione letteraria e presente storico, di lirico soggettivo e narrativo gergale.
Non solo: di attualizzare tale eredità alle sfide della contemporaneità: la cronaca rimata, l’invenzione del montaggio cinematografico di terzine e stanze, l’io antropologico relativo, l’analogia di visione minimale e disegno complessivo.
Non ultima la nuova scrittura poematica, il testo lungo come possibilità narrativa di un soggetto interno ad una realtà comune, o addirittura il poemetto che si fa poema: la Bassa Stagione.
Queste scommesse stoicamente portate avanti da D’Elia contro ogni convenienza storica stanno dando ragione proprio al poeta marchigiano. E proprio mentre le nuove generazioni iniziano ad interrogarsi sulla necessità di abbandonare definitivamente il frammentismo innamorato in nome di una ritrovata attenzione nei confronti della realtà storica, i critici e i poeti laureati continuano la loro implacabile produzione di antologie nate già morte.
E’ chiaro che abbiamo bisogno di un nuovo metodo critico ed antologico. Se vogliamo affrontare le sfide del postmoderno non possiamo continuare con le imitazioni di Mengaldo, col punto di vista unico. Abbiamo bisogno di una critica antropologica, che sappia uscire dagli studi delle università e farsi ricerca sul campo. Abbiamo bisogno di una rinnovata generazione critica che abbia il coraggio di oltrepassare l’io etnocentrico del gusto personale e che abbia la forza di immedesimarsi nei diversi punti di vista poetici, estetici e linguistici che offre il presente. Una critica che chieda, che ascolti, che spieghi.
Tanti sono gli ottimi poeti di questi tre decenni, conosciuti (De Angelis, Viviani; Rondoni, Sissa) o meno (ingiusta la perenne esclusione di due poeti come Filippo Davoli e Giovanni Falsetti), e diverse le soluzioni di cui si dovrà parlare e scrivere. Indispensabile è però che i nuovi critici, al di là delle appartenenze ideologiche, politiche o editoriali, si rendano conto che la storia della poesia italiana, come ha insegnato il ‘900, è storia polifonica, e che le differenze, come  ebbe bene a scrivere Marco Merlin, sono ricchezze e non barricate. Per ora… non compriamo più antologie.

Written by matteofantuzzi

4 ottobre 2005 at 12:32

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[…] c’è molto da ridere su tutti codesti movimenti e convegni e incontri, perfino internazionali, pensa te, in cui gli unici assenti sono proprio i Poeti: a meno di non considerare poeti, ragazzetti gasati e dottorandi che hanno mezzo o un quarto o un sedicesimo o uno o due librettini all’attivo e che non scrivono poesia ma fanno del giornalismo poetico, un po’ nebbioso…Diverso e più sensato, quando si viene chiamati solo a leggere come a Parcopoesia, “nudi”: lì ci si gioca solo la faccia…Ridicolo invece quando si partecipa a convegni come se si fosse Ungaretti o Pasolini…C’è una vera e propria movida della poesia, anche a livello internazionale, un fitto intreccio di scambi, relazioni: “famo, dimo, progggggetto, a poesia”… Una cosa positiva sicuramente, che smuove un po’ le acque: però, nella generale latitanza della critica e di valori consolidati, nell’assenza di pubblico che almeno scelga, con pieno diritto, veri e propri best sellers poetici, il moto tarantolato si riduce ad una passerella per i soliti gruppetti e amici di merenda. Insomma, non è uno scambio di relazioni su valori conseguiti ma su amicizie e lecca-lecca…con ambizioni molto alte e nascoste e finto understatement…
La generazione dei ’70, poi, si sta scatenando in queste cose, con uno spirito di gruppo e di corporazione e con improvvisi sussulti e moti dell’Editoria che conta (i soldi…), da una parte positivi, dall’altra molto interessati. C’è molto invasamento, fervore…Però io ho sempre odiato i “fissati”: mi pare che molti di questi giovani stiano ripercorrendo, non nello stile ma nelle cause psicologiche, i passi degli ermetici: Letteratura come vita ovvero la poesia che diventa un pianeta staccato dal resto del mondo, come internet, come la tv: un gigantesco satellite virtuale…
Gli Ermetici fuggivano dalla realtà fascista: i ragazzi dei’70 dall’incapacità di rapportarsi alla realtà e alla vita.
Flavio Santi mi pare l’esempio più disperatamente tragico (e perciò forse anche uno dei vertici, a mio parere, negli esiti…) di tutto questo: il ragazzo è x, senza significato, uno scacco di esistenzialistica memoria…Uno gettato…
Solitudine immensa…
Io non deprezzo il lavoro, a conti fatti meritorio, dei Merlin o dei suoi autori…C’era un premio che forse Merlin, appassionato di calcio, ricorda: il Seminatore d’oro, bé, di certo lui lo dovrebbe vincere, (tranne quando si trasforma in Mister Hide), per il lungo lavoro e per una collana con molte perle … Detesto invece chi ci marcia (e ci mangia…) facendone una moda come un’altra (e “montando” pompando e spompando, fino a distruggerli, alcuni giovani promettenti)…
Dimenticando che forse in Italia non abbiamo poi tanti poeti giovani, come ci indurrebbe a pensare, tanto per dirne uno, il catalogo Lietocolle, degni di convegni e che sarebbe forse prima necessario far maturare il vino novello…Ma come? Ecco il problema…Ma tutto è inutile perché, così come si esce la sera, i più giovani vogliono andare in giro a leggere e ad esprimersi: in altri tempi, si dovevano saltare un po’ di fossi prima di girandolare per l’Europa letteraria… Purtroppo la ruffianeria e la gattamorteria di certe donne fanno presa ancora su rincoglioniti poeti con scampoli di potere…
Vabbé, quello ormai dappertutto…
I dottorandi allacciano snobissime relazioni tra dottorandi o masterandi o mastini: organizzano convegni e progetti e si autoinvitano, in una girandola autoreferenziale… Se ti permettono di entrare nel fortino, forse girerai anche tu, puer, ragazzo sconosciuto che magari leggi il mio scritto e sei più bravo di tutti loro e magari sei pure meridionale e ami le conchiglie, con quel canto dei tuoi versi che la nebbia vuole far tacere…
Ma restando a esempi conosciuti: non mi pare che Valentino Fossati abbia dottorati di ricerca: ma si vede lontano un miglio che è un poeta di natura…
Non mi pare che Gibellini sia neppur laureato: ma si vede che è un poeta di natura.
I poeti veri si riconoscono tra loro in maniera strana e inquietante: un po’ come i fantasmi tra i vivi…
Non esiste un dottorato di ricerca che possa fornire patenti poetiche e spesso la troppa cultura “tecnica” e quantitativa affossa la poesia che è sempre un fatto qualitativo (intendo qualità e quantità in senso filosofico).
Forse bisognerebbe ripescare un po’ di più dai Croce e De Sanctis e rivalutare il momento intuitivo e puro della poesia, riprendere critici originali e dimenticati, percorrere sentieri strani o interrotti troppo presto da certi KGB culturali …
Insomma: basta con le mode accademiche e con la pretesa di applicare le suddette mode culturali o linee di tendenza ai propri testi contrabbandati poi in giro…
Naturalmente, esistono anche eccezioni alle regole e possono esserci dottori di ricerca che siano pure inguaribilmente e sperdutamente poetici: qualche nome mi pare di averlo fatto… Nel compulsare tarantolato della movida della Goldrake Generation non c’è nulla di male: è passione, adrenalina purché non diventi terrorismo ideologico e pregiudiziale nei confronti di chi non appartenga per ora o per sempre alla propria tribù…
Io, ovviamente, non posso rientrare in questo grande gruppone: sono del ’68!!! e nel 1970, naturalmente, a due anni, facevo già esperienze fondamentali, guidavo la macchina, andavo a donne, mi ubriacavo e altro… Cazzo!! ma Goldrake lo guardavo pure io benché preferissi il Pinocchio di Comencini o Sandokan…
Ridicolo, ma siamo in un paese ridicolo…Ricordo lo sfogo molto fiorentino di Luzi in Tv, che parlava dell’Italia come del buco nero dell’Europa nella Cultura e nella Poesia.
Si sa che esistono le classifiche dei tennisti più forti del mondo…
Bisognerebbe istituire qualcosa di analogo anche in poesia…
Io voglio la poesia come lo sport: voglio le classifiche, voglio la competizione, voglio sapere perché magari invitano Inglese in un posto piuttosto che me o Davoli o Lauretano: “ci voglio vedere chiaro”.
Altrimenti accade che ogni gruppettino scelga i suoi poeti, il che interesserebbe più la sociologia della letteratura o quella dei gruppi, che la poesia…
E inoltre, sono pienamente favorevole alla pena di morte per i poeti: resterebbero solo quelli veri, per i quali scrivere è una questione, appunto, di Vita o di Morte…


Andrea Margiotta

Written by matteofantuzzi

1 ottobre 2005 at 16:04

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