UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for luglio 2007

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UniversoPoesia va in ferie e torna dopo Ferragosto, a tutti di cuore buone vacanze e buone letture poetiche. State bene ! Matteo.
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Written by matteofantuzzi

28 luglio 2007 at 09:33

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Alberto Bertoni, La poesia. Come si legge e come si scrive, Bologna, Il Mulino 2006


Se in una nazione sono circa due milioni gli scrittori di poesie e più di un migliaio ogni anno sono i libri pubblicati, che quasi nessuno legge per i motivi più disparati (e talvolta anche divertenti), se in Italia tanti professano l’arte senza conoscerne la scienza e senza nemmeno conoscere le più basilari regole, ecco il libro di Alberto Bertoni, professore di Letteratura Italiana Contemporanea dell’Università di Bologna, che si propone di educare alla lettura e alla scrittura poetica. È noto che l’illustre cattedrattico chieda ai propri studenti (ragazzi che si presume vogliano lavorare nel campo delle lettere, certo non in astrofisica !) all’inizio di ogni nuovo corso se abbiano mai letto un testo di poesia contemporanea o se almeno conoscano il nome di qualche poeta delle ultime generazioni, così come è noto che “lo sventurato” si senta puntualmente rispondere al massimo qualche timido “Magrelli” o “Ada Merini” (non Alda). Ed è forse anche per questo che l’approccio utilizzato è quello della didattica tout-court, che non dà nulla di scontato e di sottointeso, che spiegando cerca anche di offrire qua e là proposte, fare nomi, invogliare, spronare con logica quasi da “fratello maggiore”, da “buon amico”. Bertoni parte dalla tematica del comporre, dal modo in cui si costruisce il verso, non parte dal leggere, anche se nei paragrafi dedicati alla lettura pone l’accento sulla  necessità che ognuno nella propria esperienza di approccio alla poesia prima di tutto conosca il lavoro altrui: «L’educazione allo scrivere poesia ha lo scopo principale di insegnare a leggerla» (p. 151). Egli dà l’idea di volerselo andare a cercare il lettore, con la coscienza che il nodo si giochi in ottima parte nell’appello allo scrivere meglio e quindi in un certo modo anche allo scrivere secondo le regole, passaggio compiuto attraverso un’analisi delle differenze tra la poesia e la prosa e di tutto il percorso che ha portato all’attuale “fare poesia”, dove strutture classiche si sommano al parlato o meglio ancora della lingua quotidiana, ripercorrendo giustamente l’appello di Mengaldo a un verso libero e quindi a una metrica «davvero libera » che soddisfi contemporaneamente le condizioni di «perdita di funzione della rima», di «libera mescolanza di versi canonici e non canonici» e della «mancanza dell’iso-strofismo» per arrivare a quello che più conta ovvero «il grado altissimo di rimotivazione complessiva dei singoli eventi ed elementi metrici, oltre all’annullamento o alla neutralizzazione di tutti gli a priori convenzionali, che la metrica libera produce nella dimensione ricettiva e interpretativa del testo poetico, dando respiro nuovo ai rapporti tra poesia e prosa, ritmo e metro» (p. 49), affidando un ruolo cruciale alla funzione dell’enjambement e indicando i libri indispensabili nel movimento della lirica verso la discorsività: Satura di Montale e Transumanar e organizzar di Pasolini (già individuati da Belardinelli), oltre a Postkarten di Sanguineti e Passi passaggi di Porta. Ci si sarebbe forse aspettato che un tale lavoro compiuto con competenza e con motivazioni didattiche finalizzate ad introdurre in modo corretto i due milioni di potenziali “discepoli” possedesse maggiore energia prescrittiva. In secondo luogo lascia in dubbio l’accostamento tra poesia e musica nel concetto di canzone come unica e vera e propria attuale forma di «poesia di massa» (p.110). C’è il pericolo che gli elementi comuni “deboli” possano costituire ragioni per difendere pressappochismo e dilettantismo. Detto questo va ribadito il valore di questa pubblicazione soprattutto nel delineare il “mestiere” del poeta, come si può vedere nell’epilogo: il premio poi […] è quanto mai gramo: un impegno terribile di energia, infatti, nel nome di una impossibilità e di una intollerabilità del mediocre, a favore semmai di un tragico vissuto su se stessi e proiettato nei propri manufatti linguistici, si riduce al prodotto, anche per i “lirici grandi del proprio tempo”, di non “più di sei o otto poesie perfette”» (p. 212). Ci auguriamo che la lettura di quest’opera consegua un duplice scopo: spronare alcuni (pochi) a lavorare col massimo rigore e invitare (molti) a desistere (almeno per quello che riguarda le terribili pubblicazioni a pagamento e senza minima distribuzione di cui ben sappiamo essere saturi e dalle quali lo stesso Bertoni invita con forza a diffidare), nel caso i risultati non raggiungano esiti tali da rendere lecito che escano dal famoso “cassetto della scrivania” o dalle recite di Natale davanti ai parenti.

da Atelier n.46

Written by matteofantuzzi

22 luglio 2007 at 14:16

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<<La cultura di massa è cultura inconsapevole. Poggia su premesse ferree ma prende corpo solo attraverso le loro conseguenze, i loro effetti, senza che quelle premesse entrino mai nel quadro e possano divenire oggetto di discussione. Ciò permette alla cultura di massa di evitare la forma più consueta di espressione ideologica – il "discorso sul mondo" quale che ne sia la natura- per diffonderne una di gran lunga più efficace: la costruzione di un mondo.  Il quale appare "vero" non più sullo sfondo e nel confronto con il mondo esterno, ma sulla base della sua coerenza con quelle leggi interne che esso stesso si è dato>>

Franco Moretti.

Non si tratta tanto di successo o di insuccesso, di intenti mortificati dai fatti, di entusiasmi da cercare con il lumicino, ma piuttosto, di una mancata coincidenza di personalità e di intenti. Dietro le parole di quelli che hanno collaborato a questo dibattito, e tante cose sono state dette, forse anche più significative, in altre sedi, al di fuori di questi schermi. Personalmente potrei trovarmi d’accordo con tutti e con nessuno, perché capisco le esigenze personali, ma non le condivido. Questo mi porta a pensare che non troveremo mai un punto d’accordo perché le posizioni di partenza sono troppo divergenti, la stessa idea che abbiamo dell’arte, della poesia o quello che si vuole non è la stessa. Spesso, quando assisto ad alcune delle letture dei poeti che abbiamo avuto la fortuna di ospitare sul nostro sito (penso a Davide, ma anche a Stefano, Loris, ed altri) mi sembra di trovarmi di fronte a tanti piccoli messia. Quest’idea è diventata talmente forte da suggerirmi che questa definizione potrebbe essere il titolo perfetto di un romanzo, uno di quei libri che davvero sono capaci di raccontare una generazione (ma tenendo come referente Tondelli, e non Moccia). Di fronte ad una sempre più generalizzata indifferenza, nei confronti dell’arte, della politica, della partecipazione attiva, capisco il bisogno, forse anche egocentrico spesso, di cercare di fare con quello che si ama – la poesia in questo caso, ma anche la propria persona – qualcosa di "utile", buttandosi anima e corpo (badiamo bene, non metto in discussione la sincerità) in quella che da passione si trasforma in una sorta di missione, non dico salvifica, ma sicuramente privilegiata, da messia appunto. Ne parlavo giusto pochi giorni fa con Daniele. Come diceva Davide, con il quale sicuramente non riuscirei a condividere un’idea d’arte che ci possa accomunare, per lui il piacere della lettura non sta tanto in queste serate artefatte, piene di gente che legge, senza un progetto, un’idea, ma nel concedersi anima e corpo, per un tempo utile, ad una platea che possa prendere da lui tutto quello che deve dare, in uno scambio (presupposto unilaterale) che, me lo permetta, assomiglia però più a quello di un maestro con una platea che a quello di un uomo fra suoi pari. Al di là di questo lui ha perfettamente ragione, quasi su tutto ciò che dice. Perché non si tratta di portare avanti un’ipotesi progettuale piuttosto che un’altra, ma un’idea diversa di amore. Parlando del progetto, al riguardo della serata da noi organizzata a Roma, è probabile che per supponenza o inesperienza, abbiamo sbagliato. Abbiamo sbagliato nel pensare che il confronto si potesse programmare a tavolino, abbiamo sbagliato nel pensare che persone che condividono passioni presupposte simili avessero necessariamente qualcosa da dirsi (e per fortuna qui non ci sbagliavamo poi di molto); però non abbiamo sbagliato nel pensare che serate di questo tipo siano necessarie, non fosse altro che per noi stessi. Non amo sentir parlare di giusto e sbagliato; non l’ho apprezzato da Stefano quando ha detto che la sua esternazione estemporanea era la strada giusta da seguire, e neanche quando Davide ha proposto il suo confronto "uno contro tutti", come la vera via da seguire. Nel primo caso perché anche quel gesto, secondo me poco utile, per tornare al discorso precedentemente interrotto ed ad una categoria che mi interessa poco, rischia di sapere di sapere di conformismo come la lettura incasellata che abbiamo organizzato noi; e nel secondo perché non credo che la poesia, così come la letteratura, che mi riguarda più da vicino per passione e tentativi, non debba essere una cosa utile. Anzi, non debba esserlo necessariamente. Qui il discorso è vecchio come il cucco, per carità, e non credo che aggiungerò niente di nuovo. Però, questa vecchia diatriba, è il caso di rievocarla ancora una volta, visto che sembra dividerci. Al di là di risultati e casi singoli, tra i poeti italiani contemporanei che mi è capitato di leggere (più con l’aiuto di Daniele che per mia propria sponte) ho rilevato una omogeneità di intenti (deduzione che di sicuro mi verrà contestata) che mi rattrista un po’; e questo è talmente poco il mio campo che non credo di avere neanche le parole giuste per esprimere questa mia preoccupazione. Spero che Daniele, con il quale mi scontro ma che condivide con me tante opinioni (e che di poesia legge più di me, e con maggiore attenzione), mi venga in soccorso. Proprio in questi giorni sto leggendo un romanzo di Potocky, "Il manoscritto trovato a Saragozza", che si sviluppa sull’intrecciarsi di storie, su di una struttura simile a quella del Decamerone, ma complicata da influenze cabalistiche, e da un gusto per l’intreccio e per il piacere del racconto che costituisce la vera ragion d’essere del libro, al di là del suo intento, volutamente secondario, di romanzo di formazione. Come posso esprimere la mia gioia nel leggere queste pagine, così come quella che provo con tanti altri autori, come Borges, Calvino, Dick, Bradbury, Sterne, Fielding, che mi affascinano senza moralismi (non vorrei dire senza morale), anche se, a cercarla bene, un’idea centrale, una dichiarazione d’intenti c’è. Di sicuro non è di stampo messianico o predicatorio. Il piacere della parola, e del simbolismo, non come strumento criptico, ma come attrezzo capace di far sedimentare concetti ed idee al di là della singola occasione. E’ il vecchio dibattito fra i sostenitori della prosa di Calvino e quella di Pasolini. Io amo entrambi, ma al primo va la mia preferenza, il mio amore e al secondo (escluso il suo lavoro come regista) la mia ammirazione cerebrale. Pasolini mi sconvolge, Calvino matura dentro di me, come i dilemmi morali provocati dalle canzoni di De’ Andrè, che ti entrano nella testa come canzoni, e negli anni diventano idee. Lo so che per molti il mondo dovrebbe cambiare da un momento all’altro (e molti degli autori che cito e che amo si impegnavano politicamente per far si che questo avvenisse), ma l’arte deve affascinarti a lungo, deve sedimentare. Non credo nei messia, non credo nei risvegli, e non credo, scusami Davide, nelle illuminazioni che avvengono alle letture di poesia. Il mondo non si cambia a proclami. Non ho organizzato la serata di Roma pensando a questo, ma ad un più ingenuo momento di scambio. So che potrebbe sembrare eversivo, ma io credo che ogni cosa abbia i suoi tempi. Mi colpiscono più le invettive e i proclami di un pensatore meraviglioso (ma spesso limitato) come Pasolini, o le meravigliose architetture delle città invisibili, delle biblioteche di Borges, dello spazio ridotto ad un punto bifocale da Potocki; un manifesto, scarno ed efficace nella sua immediatezza, o le infinite divagazioni di Sterne, le descrizioni minuziose di Fielding, le canzonette? Certo, si ha bisogno di più tempo, ma queste circonvoluzioni, che si appoggiano sul meraviglioso, o che si mascherano dietro altre stanze, all’infinito, portano forse agli stessi obiettivi. I tempi però sono quelli più lunghi, quelli della maturazione. Quest’idea dell’arte come gioco, come stupore, come anche inutilità io credo che ci divida. Sono d’accordo con chi diceva che sono tutte sciocchezze, che i momenti che ricerchiamo noi non si programmano, che a incontrarci nei boschi o sotto i lampioni non si conclude niente. D’accordo…e allora? Anche alle manifestazioni di poesia, nelle arene, con il poeta vate che sparge le sue verità sulla folla, credete si raggiungano risultati diversi? Chi è fra noi che diceva che fare è giusto proprio per il concetto di fare, fare il più possibile? Sono d’accordo. Questa economia dell’arte come qualcosa di utile a tutti i costi, che deve scuotere le coscienze, cambiare il mondo, sobillare rivoluzioni, non mi appartiene se non nel lungo periodo. Capisco naturalmente che, vista la situazione attuale di indifferenza, si senta il bisogno di agire, e non condanno questo vostro modo di porvi di fronte agli altri e all’oggetto del vostro lavoro: solo non credete necessariamente che sia la strada giusta. Non perché dovete agire per mancanza di convinzione, e neanche per una generale accettazione (inutile quanto buonista) delle posizioni degli altri, ma proprio perché in tanti modi si può arrivare allo stesso obiettivo. I libri, che io mi ricordi, non hanno mai cambiato molto, così come l’arte. Non si può cambiare la testa della gente (non in maniera significativa almeno), ma questo non per una deficienza di pittori, scrittori poeti e quant’altro. E anche se fosse così, non mi fiderei mai di chi, dopo aver letto un libro (o molti), pensi di aver capito qualcosa o molto di più. Le parole, romanzi o poesie che siano, devono abituarci a pensare, non insegnarci a farlo. E questo si raggiunge abituando la mente a seguire percorsi inusuali, estranei, non per forza ideologici. Come diceva Costa Gavras, regista di film politicamente schierati come il bellissimo Z-L’orgia del potere: "Chi dice di poter cambiare il mondo con un film o è clinicamente ingenuo o è un mistificatore". Mi accorgo ora di aver portato avanti concetti piuttosto confusi, ma spero che le mie opinioni siano riuscite a trasparire.

Andrea Tosti

Written by matteofantuzzi

14 luglio 2007 at 09:29

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Baldus, non è passato un secolo.

Sono passati 17 anni (mese più, mese meno) dall’uscita del primo numero della rivista Baldus, in effetti non è così tanto per i tempi della poesia, eppure la frenesia che sta caratterizzando il nuovo millennio, la tensione antologica, la fretta a definire tutto, a sancire, a certificare, tutto questo dicevo ha portato nel pensiero comune, soprattutto delle nuove generazioni, a considerare le riviste cardine degli anni Novanta come qualcosa di estremamente lontano: anche perché il fenomeno della produzione della rivista cartacea se da una parte ha consolidato determinate esperienze, dall’altro non ha poi visto emergere vere novità le quali si sono tutte (o quasi) rivolte alle dinamiche dei nuovi media. Rimane il fatto che Atelier, ClanDestino, Versodove, Origini e appunto Baldus appiano creato ottima parte del dialogo attorno alla poesia militante degli anni Novanta, e che se vogliamo fare poesia oggi non possiamo che guardare alla storia, e ancora di più alla storia recente.
Già, ma dove reperire le fonti ? Non è una questione da poco, lo sappiamo bene, il nodo della discussione tra i “poteri forti” che muovono la poesia passa necessariamente dalla questione della fruizione e dalla questione della penetrazione.
Il fatto che oggi Lello Voce e Massimo Rizzante abbiano curato la raccolta integrale della rivista (uscita tra il 1990 e il 1996) digitalizzata in Cd – Rom, completata dall’introduzione dello stesso Rizzante e da un intervento di Adriano Padua per le edizioni No Reply assume un significato molto importante e su cui è necessario porre molta attenzione sia per quello che riguarda le teorie e le riflessioni portate avanti da Baldus, sia per quello che riguarda il significato di questa pubblicazione. È indubbio per chi ha seguito le riflessioni in rete dell’ultimo anno che a un certo punto questa necessità di conoscere non solo per termini astratti, ma andando a recuperare uno per uno i testi in discussione, andando a ragionare sulla sostanza delle teorie, sulla carta, tutto questo si è rivelato essere molto più di un utopico desiderio. La digitalizzazione è in questo senso una soluzione concreta che dovrebbe essere seguita da tutte le riviste sopra citate e spinta a tutte quelle realtà storiche che hanno caratterizzato il Novecento per rendere fruibile un enorme quantità di materiale che rischiamo giorno dopo giorno di omettere e infine perdere.
Quale l’importanza di Baldus, infine ? Sicuramente tutto il ragionamento sulla poesia performativa e sulla poesia d’avanguardia con un filo che unisce questa rivista a molti dei suoi collaboratori, e getta soprattutto il dialogo con le teorie del gruppo ’63, ma che è in grado anche di recuperare autori fondamentali, non è un caso che nel numero 0 del 1990 sia presente una lunga riflessione su un pilastro del Novecento come Edoardo Cacciatore curato da Giorgio Patrizi, e non è un caso nemmeno il lungo lavoro su Andrea Zanzotto curato da Gian Mario Villalta sul numero 3 del 1995, e in mezzo Ernesto Calzavara curato da Massimo Rizzante (4, 1995), Luigi di Ruscio analizzato da Biagio Cepollaro (1, 1994), Emilio Villa analizzato da Lello Voce (1, 1994).
Il dialogo creato da Baldus non è inoltre solo all’interno dei confini, ma è in grado di creare un sistema a livello europeo (e in questo senso si veda ad esempio l’approccio di produzione di un festival come quello di Monfalcone, festival spiccatamente internazionale), l’analisi scaturita da Ricercare, una manifestazione che nel bene o nel male manca nell’attuale panorama e che dovrebbe a mio parere essere riproposta per creare anche un esercizio di analisi della cosa letteraria in generale (e sempre più della cosa poetica), per rendere visibile cosa muove l’autore, il lavoro dell’officina, quello che sta dietro alla poesia, perché la progettualità non appaia sempre tutta improvvisata, tutta fragile.
Credo che l’espansione della poesia in rete debba molto ad alcuni dei “fuoriusciti” dal cartaceo degli anni Novanta, leggere Baldus nella completezza dell’opera significa anche capire la storia del pensiero che portano dietro di loro critici e autori affini alle tesi della rivista e coi quali quotidianamente ci si scontra per il bene della Poesia. Significa conoscere l’interlocutore.

Baldus, antologia completa 1990 – 96, Ed. No Reply. Euro 20.

Written by matteofantuzzi

8 luglio 2007 at 08:46

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