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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for ottobre 2009

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Daniele Piccini, Altra stagione, Nino Aragno Editore 2006.

C’è l’odore di un’estate ormai alle porte nella poesia di Daniele Piccini, l’evocazione di un festino che sta per concludersi; quello dell’adolescenza, delle corolle che hanno appena perduto tutto il loro splendore. Una malinconia corazziniana attraversa Altra stagione, non nel senso però di un tragico compimento, ma di una incompiutezza, di un’acerbità della vita che non è stata capace di trovare la sua musa: la voce della madre che rassicura il figlio; quella dell’amante che addolcisce le pene sul petto; quella della sposa che dà senso al progetto di una nascita. Le parole allora, conversano con l’effigie, prima che essa sia cancellata dall’enorme tempo. In questo scarto degli occhi che possono solo guardare, delle mani che mai avranno totalmente, il poeta scompone con le parole il tarlo che rode la voce e la fa specchiare nella stagione del prossimo autunno. Il padre, ormai partito, ha consegnato il figlio al mondo. Ora è compito del figlio saper contemplare la vita con la maturità che è richiesta ai giovani uomini, senza affondare rapinosamente nel corpo di Arianna. Il libro fa i conti con la tradizione del canzoniere amoroso, con la malinconia dello specchio in cui la donna amata mostra la sua natura impalpabile di riflesso, finendo per rappresentare la fugacità del mondo. Beatrice, Laura, Silvia ritornano come dagherrotipi, muse di una corrispondenza d’altri tempi, al di là del tempo e degli stili; immagini che ci fanno dire: «da cosa fuggo evitando la pace/di una casa ronzante/a cosa dico no». E’ il desiderio non placato dell’adolescente, nell’immagine bellissima dell’uccello che vuol essere libero, ma in armonia con le correnti, con l’universo intero. «Diventare così tanto me stesso/da non volere nulla». La ricerca della gioia è un percorso complicato; è l’alone sfuggente di anima, la sua consistenza spirituale e insieme materiale. Potremmo essere felici e non lo vogliamo. Rimane il desiderio lancinante dell’unione con l’Altro; nel corpo della donna, o in quello di una Grande Madre che contempli tutte le regole dell’universo, e dia loro respiro, e ordine. Compreso il nostro respiro.

Sebastiano Aglieco, da Radici delle isole. I libri in forma di racconto. La Vita Felice, 2009.

Written by matteofantuzzi

30 ottobre 2009 at 21:48

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Simome Cattaneo, Made in Italy, Borgomanero, Atelier collana Macadamia, 2008, pp.47, € 10,00

Simone Cattaneo è un barbone, un precario alcolista, una badante, un tossico, un erotomane; è un coatto, un pregiudicato, un taglieggiatore, una prostituta, perchè Cattaneo ha il potere di impersonare fisicamente i caratteri che dispiegano pagina dopo pagina in Made in Italy (Borgomanero, Atelier collana Macadamia, 2008).
I testi vivono di un anormale quotidiano che viene rimandato con un linguaggio chiarissimo, quasi colloquiale e senza alcun compiacimento. Quanto viene scoperto (ma non esibito) è un’altra faccia dell’Italia, quella di norma arginata/elencata nella cronaca nera, dove la storia sorvola il fatto criminale, i pochi dettagli dell’attore che il fatto ha commesso o che la vicenda ha vissuto. Qui è invece un vivere in presa diretta. La reazione emotiva che provoca la lettura dei testi costringe ad una resistenza: si genera il senso del disgusto, del rifiuto –certo- perchè non è possibile concepire stupro o degenerazione come qualcosa di esteticamente compatibile con la formazione educazionale che riteniamo (noi) normale.
(…)se ne sta in casa “Tony il cane” avvolto in ampi e sformati/ calzoni di flanella. Ormai non riesce a leggere nemmeno/ tre righe di fila sul giornale ma ancora minaccia di strappare/ con un coltello serramanico il cordone ombelicale/ ai neonati e usarlo come stringhe per le scarpe.//
Cattaneo conduce la danza oltre i limiti del realismo e del teatro dell’assurdo, si cala nelle zone d’ombra di una normalità al limite (Si è arrampicata nuda fino al cornicione dell’ultimo piano del palazzo/ e guardando giù ha visto il padre prendere da dietro la madre) o di una realtà inaccessibile (Hanno infilato il cane in una pentola d’acqua bollente/ alla povera Rosaria Cerini detta Sarina in arte Zaire (…) hanno ucciso l’unico essere vivente a cui non l’aveva ancora data./ Si è impiccata giù nella caldaia con un guinzaglio di cuoio…) quanto aberrante (Quel vecchio aveva ragione. Cinque o sei anni dopo/ con un paio di amici gli ho spezzato entrambe le mani./ Non ricordavo più con quale mano mi avesse colpito.)
Certamente la nostra visione unilaterale ed educata, l’interazione con terzi tesa ad un legame o confinata nel reciproco rispetto è regolata da canoni comportamentali che pubblicamente (e talvolta anche in privato) non possiamo ignorare o dimenticare. Qualunque comportamento sconveniente, come direbbe il filosofo Zygmunt Bauman in Vita liquida (Laterza, 2006), qualunque azione che renda possibile spezzare il legame, rifiutare ulteriori interazioni, comporta un retrogusto amaro e un senso di colpa. Non vi è alcun senso di colpa invece nelle azioni e nelle voci dei personaggi di Cattaneo: tutto avviene sotto la luce frontale e diretta della normalità, una personale normalità, cosi come è normale il quotidiano in cui vivono e che a noi appare deforme, deviato, impossibile.
Il senso di rigetto che segue alcuni testi impone –nostro malgrado- la domanda: cosa è normale?
Lo è –sembra dirci Cattaneo- anche la faccia nascosta di un luogo e delle persone che non vediamo e che non agiscono o pensano come noi. Anormali, subnormali, stanno su una sponda d’esistenza umana a noi inconcepibile per azione e pensiero (Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati i bastardi che vivono in un polmone d’acciaio/ fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,/ una bella casa e tanta bella figa. / Buttiamo gli spastici giù dalle rupi.) Ricorda, la voce di Cattaneo, i testi teatrali inclusi in Quattro atti profani di Antonio Tarantino: nonostante l’apparente blasfemia è una purezza che prende atto, una integrità totale di ogni singola voce che mai ha dubbi o che mai riconosce l’ignominia della propria esistenza. Essi sono –nostro malgrado e a modo loro- esseri perfetti.

Fabiano Alborghetti

Da “Poesia” numero 242, Ottobre 2009

Written by matteofantuzzi

5 ottobre 2009 at 07:00

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