UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for ottobre 2008

with 8 comments

Il futuro della Poesia e il futuro dei poeti.

Ho passato un’estate parecchio curiosa su UniversoPoesia chiedendo a tante persone “come fare per portare avanti la Poesia, perché il dubbio che non credo sia soltanto mio è che tutta questa effervescenza, questo (vero o presunto) senso di novità in realtà all’atto pratico non porti a benefici concreti come i freddi numeri che spesso sbandieriamo vorrebbero farci intendere: festival, libri a decisamente maggiore volume di vendite, nuovi spazi ad alta frequentazione, blog e quant’altro… tutto questo sembra meraviglioso anche considerando il momento quanto meno di stasi nell’editoria poetica tradizionale, libri e riviste che soffrono, decisamente”. All’atto pratico dopo 269 commenti di proposte concrete ne ho avute poche, anche se a mio parere molto si è capito, si è capito innanzitutto che dobbiamo svoltare, che questo sistema, quello delle reti informatiche a supporto dell’evoluzione della promozione della Poesia sta per cedere, come quegli istituti di credito troppo aggressivi che hanno avuto grande appeal ma vita breve. Ancora una volta, come fossero titoli di stato ci rifugeremo (per fortuna) nel cartaceo, nell’unica certezza del fare ancora oggi e in futuro Poesia. Certo potremmo cercare di comprendere se c’è spazio per cercare “altri” media di diffusione, programmi video, programmi audio. In rete e non. Realtà locali e non. Nuovi spazi, nuove riviste, anche “miste” (senza scomodare l’attuale ministro alla cultura che mette le sue cose su Vanity Fair). Di certo la sfida rimane (come sempre) raccontare alle persone, e farlo in maniera diretta, ponendo sul piatto pregi e difetti del fare Poesia oggi, del fare (come si dice) militanza senza svilire per rincorrere il fantomatico “medio livello” quello che abbiamo in mano. Intanto comincia ad avanzare la nuova generazione, quella ulteriore rispetto ai cosiddetti “Settanta”, sempre più capace di reggere il verso e quel “livello medio” che però non produce necessariamente grandi risultati ma che al più permette a tanti di fare con sufficienza il compitino. Da questa generazione come da tutte ci aspettano grandi libri, riconoscibili e in grado di restare, intanto c’è la possibilità che per la prima volta sia concreta la questione della diffusione territoriale, che ogni Poeta da ogni parte d’Italia metta in campo quanto possibile per fare parlare la Poesia, con le proprie forze e con le proprie peculiarità. Se tutto questo sarà fatto saremo in grado di fare un buon lavoro, di certo dovremo abbandonare tutto quel sottobosco che rende ancora macchinosa tutta la questione, dovremo smettere in qualche modo di essere “italiani” per iniziare ad essere “europei” in un’ottica di Europa e di dialogo con le realtà e le istituzioni straniere. Se ultimamente le riviste straniere ricominciano a parlare dell’Italia in maniera attenta dopo anni indiscutibilmente difficili è proprio perché è venuta meno la debolezza che ci siamo portati dietro e la mancanza di dialogo di cui abbiamo sofferto. Se questa sarà una generazione “matura” lo sapremo presto, di certo andranno subito abbandonati i capricci, le rimostranze, i pettegolezzi che invece appartengono ad un certo blocco e ad una certa epoca: tutto questo non porta Poesia, la Poesia ha bisogno di parlare di cose concreti, sociali, di essere politica senza essere populistica, perché i problemi del mondo sono altri, e sono quelli che inevitabilmente dobbiamo caricarci sulle spalle. Che ci piaccia o no.

Editoriale "Le Voci della Luna". Novembre ’08.

Written by matteofantuzzi

29 ottobre 2008 at 05:41

Pubblicato su Uncategorized

with 7 comments

Sfida al Poeta Giovane di Marco Merlin.

Caro Poeta Giovane, abbiamo recentemente ammirato la tua sagoma svettante e stilizzata sulla copertina di una delle più prestigiose e imbalsamate riviste italiane di letteratura, per questo abbiamo deciso di rinunciare a dedicarti espressamente questo numero di «Atelier». Un anno fa, infatti, ci eravamo detti che sarebbe stato bello restare ancora un poco sull’onda della giovinezza, richiamando nuova energia e slancio ideale, ben lieti dell’attrito che avrebbe levigato le nostra ginocchia di poeti ormai non più ventenni. Ci eravamo messi a leggere libri, a stilare elenchi, a discutere nomi, a passarci testi, a confrontare giudizi, per arrivare infine a offrire ascolto, a chiedere ragione, a rilanciare provocazioni, nella solita convinzione che la letteratura non sia mai una sfida privata, anche quando mette radici nell’isolamento e nella distanza fisica più evidenti, essendo la parola, per sua natura, la smentita di un io assoluto. Devo però confessarti che sono, in definitiva, contento che sia andata così. In questo modo, infatti, abbiamo evitato di far slittare la questione sul solito, tedioso piano della competizione letteraria, su cui è comodo per molti pattinare, dal momento che a questi è concessa la cabina di comando e il piedistallo della giuria, e quindi evitano di mettersi realmente in gioco. Per noi è invece fondamentale delegittimare questa chiave interpretativa, che avrebbe il solo effetto di disinnescare il senso radicale delle nostre intenzioni. Inoltre, non sarebbe stato facile per noi svolgere un’operazione… diciamo “maieutica”, senza sottintendere un’autorevolezza, una qualche forma di responsabilità, che serve pur sempre a darsi un tono. Non che da queste parti si temano le responsabilità in quanto tali o non si abbia a sospetto chi fa, al contrario, mostra di modestia: tutt’altro. Siamo semplicemente ligi alla disciplina che ci fa camminare sulla corda tesa fra tali estremi. Per noi, invitarti a uscire allo scoperto avrebbe implicato il nostro medesimo offrire il petto come possibile bersaglio: ecco perché preferisco, quindi, scriverti direttamente. Per fare ciò, ho bisogno tuttavia di mettere subito in chiaro alcune cose. Anzitutto, apprezzerai il fatto che ti abbia chiamato Poeta Giovane e non Giovane Poeta, dal momento che il problema è sempre e solo nel sostantivo. L’età non è un valore aggiunto, la poesia non è uno sport. Semmai, si può essere talmente poeti da entrare nella pasta di ogni età con tanta maestria da farne brillare l’essenza, che è il segreto per essere autenticamente e sempre contemporanei, fuori da ogni cronologia, sintonizzati nell’oltretempo della letteratura. Inoltre, ti sarà piaciuto che mi sia rivolto a te singolarmente. Inquadrarti in mezzo ai coetanei ti avrebbe anche lusingato, ti avrebbe fatto sentire le spalle coperte. Avrei però, in questo modo, alimentato un equivoco. Ma imparerai da te (io mi sono già colpevolmente dilungato anzitempo) che le generazioni servono solo a chi può affermare l’ovvietà della loro non esistenza oppure a chi può creare, dall’esterno, l’illusione opposta della loro effettiva presenza nella trama della tradizione (il problema, semmai, è parlare dall’interno di un’appartenenza impossibile, dare fiato a un’utopia che smuova l’esistente: cosa che peraltro si può realizzare con successo solo quando si diventa, invece che paladini di alcunché, materia di scarto o punto di rottura della propria stessa visione…). Non ti rammaricare della genericità della sigla con cui mi rivolgo a te: i confini di età sono sfumati e i nomi talvolta sono soltanto pretesti, anche se servono a mettere a fuoco l’oggetto. Cara Rossella, cara Laura, caro Claudio, caro Luca, caro Daniele… sì, scrivo proprio a te, cercando di rubare un lampo dai tuoi occhi che mi faccia tremare la voce. Questa, è importante che tu lo capisca subito, non è la lettera di un presunto fratello maggiore o qualcosa del genere. Non aspettarti paternali, non sono ancora così rincitrullito al punto da prendermi troppo sul serio. I consigli da esperto, poi, li trovi già in tanti manuali ben scritti e vengono così brillantemente esposti nelle scuole di scrittura creativa – e lo dico con tutto il rispetto che ho per la divulgazione e per chi contrasta il dilettantismo in qualsiasi ambito – che non ci sarebbe proprio bisogno di spendere energia in tal senso; inoltre, farei torto alla tua preparazione intellettuale, così agguerrita. Quello che vengo a dirti, lo dico nello stesso momento a me stesso. Ciò premesso, il messaggio che vogliono portarti queste mie righe è insieme di sconforto e di incoraggiamento. Anzi, direi che è una sfida bella e buona, sfrontata abbastanza da provocare le tue inquiete, scalpitanti piume novelle, spero. Cominciamo dal pugno nello stomaco. Ti rendi conto di quanto tu sia inutile e banale? Ecco sulla scena un altro giovane talento delle lettere nostrane, anche lui preparato, laureato, sponsorizzato, griffato, più o meno autopubblicato, certamente antologizzato, in ogni caso già celebrato e catalogato. Ma guarda come sei bravo, nell’infilare i tuoi sette-otto versi con stile ineccepibile – qualunque esso sia. C’è abbastanza consapevolezza metrica, la giusta dose di reminiscenze, omogeneità nel lessico, prezioso anche nelle sprezzature… E che belle immagini, quanta verità testimoniale… Pensa, questo mese sei soltanto il settimo (contando solo quelli per lo meno del tuo livello) che ci manda dei testi… Sì, sì, non ti preoccupare, fai parte della lista anche tu, così eccentrico, così bukowskiano, così sperimentale…: non è tradizione anche l’antitradizione, ormai? Diciamocelo in faccia, una volta per tutte: la nostra arte non interessa più a nessuno ed è diventata un vizioso gioco sociale, dove conta soprattutto sapersi vendere, arricchire il curriculum con un editore un gradino più su, prepararsi meticolosamente la propria sopravvivenza accademica. Si tratta di una specie di scalata ad un potere ridicolo, a un prestigioso traguardo che esiste solo per noi. E, in questo senso, è importante essere in tanti, perché tutti contribuiscono al jackpot dell’illusione collettiva. Altro che collaborazione, reciproca necessità di confronto e simili spot: tra di noi non ci leggiamo, cerchiamo solo di carpire le tecniche autopromozionali dell’altro. Esagero? Allora sappi che sei un ingenuo, un ipocrita o un grullo. A questo punto, ovviamente, io per primo dovrei mettermi in una di queste categorie. È giusto, non mi nascondo, ho fatto anch’io la fila per il biglietto lungo le medesime corsie, a suo tempo, cercando magari quella che pareva scorrere meglio, però mi sono in seguito ravveduto (anzi, direi più precisamente che continuo a ravvedermi, che la lotta si rinnova quotidianamente) e se ti scrivo è soltanto in virtù di questa presa di coscienza, per invitarti ad accelerare i tempi. Devi smettere di credere alla poesia, insomma, soltanto in questo modo potrai cominciare a renderti degno di una sua visita. Sopportando davvero il pensiero che lei non ti cerchi affatto, magari. Da parte mia, in tutto quello che ho scritto finora mi sono impegnato per inserire questo veleno salvifico, questa paradossale istanza di autodistruzione. Sapere di non contare nulla, di non avere un pubblico reale, di dover anzi smascherare ogni volta un pubblico fittizio composto da rivali o da artisti falliti è il primo passo di avvicinamento all’ascolto della poesia. Lo senti davvero, tu, questo vuoto sulle spalle? Lo senti l’attrito di questa insensatezza quando muovi la penna sul foglio? Ne fai un’ulteriore occasione di eroismo personale oppure hai davvero abbracciato questa vanità, tuffandoti e infrangendo la tua immagine, mio caro Narciso? No, dai, lo so che in pubblico non ti sei mai compiaciuto, lo so che sollevo una questione sottile, sottilissima, quasi impercettibile, che riguarda le pieghe recondite della coscienza… Ma questa è l’aria dell’epoca che ci tocca respirare, se rinunciamo all’illusione consolatoria di cui sopra. Questo è il duro punto di partenza. Un punto di partenza, per l’appunto. Con questo siamo già al risvolto più luminoso, infatti, perché, vivaddio, accade che la poesia arrivi, che la riconosciamo in qualcuno, talvolta. Poco importa che non sia il nostro nome, magari, ad assecondarne il passo, quel che conta è sentirne la voce, all’improvviso, e rassicurarci sulla sua reale esistenza. No, la poesia non è la società nevrotica dei pretendenti poeti. Essa giunge e si mostra, si giustifica da sé, in qualunque forma si dia. Non c’è sede editoriale, non c’è carriera, non c’è giuria che la garantisca. Ti capita ancora questa esperienza o i terremoti con cui la letteratura si manifestava durante l’adolescenza sono ormai dei ricordi? Se così fosse, sei un falso poeta, già morto, e quel che scrivi è mera pornografia, pura nostalgia di quel desiderio che fingi ancora di provare, mentre non fai altro che perfezionare tecniche compensative. Pensaci. E, continuando a pensarci, rileggi i tuoi versi, così bellini, così presentabili o così provocatori. Rileggi anche gli incoraggiamenti che ti hanno mandato, risenti le voci dei molti amici superflui che hai incontrato, annusa la traccia delle mani che si sono appoggiate sulla tua spalla per incitarti. E vergognati, e sentiti nauseato. Soltanto adesso potrai, forse, accogliere la sfida. Riprendi quindi il foglio, smentiscimi con un canto che non chieda giustificazioni. Zittisci tutto il frastuono esterno e interno alla coscienza. Ma non spedirmi niente, io comunque non ti leggerei più. Infila tutto in un cassetto segreto. Attento, questo è il momento più delicato, perché devi rinunciare ancora una volta alla presunzione. Dimentica il tuo capolavoro, per qualche anno, e ricomincia a vergognarti e a nausearti. Non parlarne con nessuno, perché altrimenti la tua disciplina è fasulla. Ci incontreremo ancora, tra qualche anno, forse. Molto più probabilmente, invece, questo non accadrà. Qualcuno di noi avrà cassetti rimasti felicemente vuoti, o li avrà riaperti e svuotati nel frattempo, sorridendo serenamente di sé. È quello che auguro da anni a me stesso e che auguro adesso anche a te, mio caro Poeta Giovane.

Atelier, n.51 – Autunno 2008.

Written by matteofantuzzi

22 ottobre 2008 at 21:12

Pubblicato su Uncategorized

with 6 comments

Italian Poetry Portfolio, Some Recent Italian Poems,
traduttori vari, a cura di Geoffrey Brock, con una nota di Gianluigi Simonetti, “Poetry”, dicembre 2007.

Undici poeti, alcuni morti – Raffaello Baldini e Franco Fortini – altri viventi – Alda Merini, Patrizia Cavalli, Milo De Angelis, Umberto Fiori, Antonella Anedda, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, Patrizia Valduga, Franco Buffoni – due poesie per ciascuno, o un testo di lunghezza equivalente, sono la scelta di poesia italiana contemporanea proposta dalla prestigiosa rivista americana “Poetry”. La traduzione è di Geoffrey Brock, che rivendica il criterio soggettivo, di gusto, di questa sua scelta, e anche se non c’è l’originale a fronte per un confronto preciso, sembra trattarsi di un’ottima traduzione, capace di rendere il fascino del testo poetico in inglese. La scelta è introdotta da una presentazione dello stesso traduttore intitolata Some Recent Italian Poems. Brock traccia un interessante confronto tra la poesia americana e quella italiana attuale, anzitutto da un punto di vista sociologico, molto americano nella sua praticità e concretezza, osservando come i poeti statunitensi siano in grado di mantenersi tenendo corsi di scrittura creativa, a differenza di quelli italiani, che per vivere insegnano o fanno altri lavori.
Brock esamina poi differenze più sostanziali, osservando che esse hanno profonde radici storiche. E le motiva innanzitutto con il fatto che i poeti italiani di oggi hanno alle spalle una tradizione di oltre sette secoli di grande poesia, che li grava di un peso quasi insostenibile. Mentre quelli americani, appartenendo a una nazione giovane e che comunque prende le distanze dagli antenati inglesi, si sentono molto meno condizionati dal passato, o, se non altro, meno in soggezione.
Ezra Pound, per esempio, avrà magari anche avvertito l’ombra incombente di Whitman, ma certo non fu mai colto dal dubbio di non essere abbastanza forte da reggere il confronto e passare oltre. Brock si addentra poi in un’analisi storica della recente poesia italiana, che purtroppo non ho spazio per riprendere qui, e traduce un saggio di Gianluigi Simonetti intitolato Italian Poetry Today: New Ways to Break the Line. Simonetti riporta l’osservazione di Berardinelli secondo cui in Italia “ciascun poeta oggi sembra stare ai margini seguendo una propria strada”. Simonetti nota anche una certa convergenza tra i poeti, soprattutto nell’andare oltre l’io lirico, e nella necessità – e qui cita Fabio Pusterla – di “inventare una voce, la possibilità di una voce, a partire dalla propria solitudine, dal proprio isolamento, dalla propria difficoltà. E anche dalla marginalità: sia da quella propria sia da quella della poesia e del linguaggio poetico”. In tal modo, conclude Simonetti, essi hanno dato inizio a un rapporto nuovo con il lettore e continuano, nonostante tutto, to break the line.

Donatella Bisutti, da Poesia n.231, Ottobre 2008.

Written by matteofantuzzi

15 ottobre 2008 at 18:42

Pubblicato su Uncategorized

with 2 comments

L’uomo al centro di Tiziano Fratus.

Cosa porta in dote la mia generazione? Intende apportare reali migliorie al mondo che la circonda e sta sullo sfondo? Oppure è semplice spettatrice dei cambiamenti che vengono decisi altrove? Sa porsi degli obiettivi o l’unico obiettivo comodo è seguire il consiglio dei genitori: sistèmati e pensa per te. Ogni forma di rivoluzione ha tradito sé stessa, sembra suggerire il panorama dell’informazione televisiva e giornalistica. La responsabilità non è mai stato il piatto forte della storia degli uomini in questa parte di mondo, sulle terre di questa penisola che non è mai stata abbastanza lontana ma nemmeno abbastanza vicina al cuore germanico dell’Europa – dell’Impero, qualunque forma esso assuma – e allo sguardo degli uomini del deserto, delle dune, della savana e della foresta.
Che rivoluzione è oggi dunque possibile? Quale parola usare se la stessa parola "rivoluzione" è arrugginita e non dà più da mangiare nemmeno per pochi istanti? Torino è sinonimo, nella storia, di Savoia e di unione dell’Italia. Il Marchese de Sade commentò l’evoluzione del potere di casa Savoia come «un miracolo della politica» (Justine, 1791). Torino ha vissute poche rivoluzioni, fra queste la ribellione del 1706 che liberò la città dal dominio francese, lo sforzo per l’Unità del futuro Regno, e la liberazione dei partigiani e del CLN nel 1945. E’ stata la città paesaggio della guerra del terrorismo rosso e nero degli anni Settanta e primi anni Ottanta, massacro delle idee, o per meglio dire del "tilt" che l’evoluzione del pensiero ha raggiunto in un momento storico spazzato via per sempre dall’assassinio di Aldo Moro. Per citare l’evento più clamoroso. Anche se non se ne parla, anche se non è "visibile" – termine ambiguo, lacerante – coloro che hanno armato la mano per abbattere un sistema oggi sono accanto ad ogni cittadino, la rivoluzione che avevano in mente è naufragata, un mondo di "fantasia al potere" con loro. O forse ha ragione Oliviero Toscani, che minimizza la portata dei protagonisti del Sessantotto, scindendo fra movimento operaio e movimento studentesco, sottolineando che gli anni sessanta non possono affatto essere ridotti al solo anno del Signore 1968, che chi ha cercato di portare "la fantasia al potere" non scendeva in piazza ma lo faceva col talento, col lavoro, con l’impegno, portando reale fantasia nel mondo, reale libertà di pensiero e di azione.
A Torino Poesia non movimentiamo le folle, non determiniamo i destini del mercato editoriale, lavoriamo quotidianamente per dare un contributo, per dare voce e fiato a poeti nuovi, a poeti attualmente vivi e attivi e scriventi in Torino e in Piemonte, a uomini e donne in carne e ossa. Non ci facciamo accecare dal richiamo delle sirene, dalla legge dei grandi numeri, tentiamo di restare fedeli al motto di San Benedetto, "ora et labora".

Written by matteofantuzzi

8 ottobre 2008 at 17:37

Pubblicato su Uncategorized