UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for novembre 2006

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"Le tribù dei blog": convegno nazionale sulla scrittura in rete.

Venerdì 1 dicembre, a Foggia, organizzato da Books Brothers, ci sarà un convegno nazionale sui blog letterari: una discussione a più voci su questa nuova forma di espressione. Io non potrò essere presente, ma su invito di Giuseppe Cornacchia ho inviato questa riflessione che parla di un poco di cose, approfondisce la "storia" dei blog di poesia e continua il "de profundis" che avevo accennato alcune settimane fa. Se vorrete se ne può discutere anche qui. Su poEcast potete ascoltare la mia lettura del mio Il portiere di riserva. State bene.

Written by matteofantuzzi

26 novembre 2006 at 15:39

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Leonetti ricorda l’esperienza di "Officina" di Giampiero Marano
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Queste parole di Francesco Leonetti tratte da un’intervista a cura di Maria Grazia Torri uscita su "Kult" (n. 5) nel 2001 mi confortano nella convinzione che "espressionismo" e, perché no, "avanguardia" e "impegno", rappresentino temi cruciali su cui c’è ancora molto da riflettere, ovviamente nei termini più adeguati al contesto attuale. Dice Leonetti: – "Officina" è stata la prima, tra le riviste letterarie, a rompere con l’ermetismo, corrente della poesia del periodo fascista, connessa all’uso di simboli astratti ed ermetici, mentre, come sappiamo, in Europa e anche da noi c’erano già stati i movimenti delle grandi Avanguardie, tra gli anni dieci e gli anni trenta: futurismo, dadaismo, surrealismo, eccetera. E allora, si è trattato di rompere decisamente con questo tradizionalismo italiano, aulico e chiuso in se stesso. Poi, nell’immediato dopoguerra, nella letteratura e anche nel cinema, è sorto il movimento Neorealista, che veniva dalla grande "fame di realtà" di allora e che, perciò, immetteva, nel fiume in secca della produzione letteraria, problemi connessi con la vita, con l’attualità della guerra, del conflitto e della resistenza. Sappiamo che il Neorealismo è stato veramente importante nel cinema, con registi come Rossellini, De Sica, Visconti. Ma, in letteratura, non ha dato risultati altrettanto soddisfacenti, anche se abbiamo avuto scrittori come Fenoglio e Cassola. L’idea decisiva, allora, è stata di Pier Paolo Pasolini: bisognava rompere con l’ermetismo e rinnovare l’espressionismo della "Voce", rivista del primo Novecento. L‘espressionismo è un grande movimento anticlassico, comincia addirittura in Dante, lo ritroviamo nei grandi dialettali (Porta e Belli), negli Scapigliati e quindi nei Vociani: è in contrapposizione al purismo petrarchesco e noi, con "Officina", lo abbiamo ripreso, ne abbiamo dato un esito nuovo caricando la lingua colta di gerghi, termini tecnici, dialetti, asimmetrie… Noi abbiamo voluto approfondire questa situazione cambiandola, riesaminando i punti chiave della cultura tra Otto e Novecento in Italia. Per esempio, Pasolini ha cominciato con l’innovazione in Pascoli, perché anche Pascoli adopera delle parole da lui inventate, onomatopeiche, che sono i suoni degli uccelli e altri, e in più rompe la grammatica (ma c’era già stato, su questo, il famoso Manifesto di Marinetti, che proponeva di usare le "parole in libertà" e di sopprimere la punteggiatura, ecc…). Questa, così come te la dico, è l’idea di fondo. Alla fine, però, ha prevalso il punto di vista di Contini, grande storico e critico, e amico del maggiore critico d’arte italiano, Roberto Longhi. Gianfranco Contini scopriva, nel ’53, l’espressionismo, come già i tedeschi avevano fatto, nei secoli precedenti e lo riferiva a Dante in contrapposizione con Petrarca. Questa è stata la forza dell’inizio, che riuniva i critici e poeti più vivi, dopo il ’50. Ci si riuniva in varie città, e convegni, dal Nord finanche in Sicilia, con Sciascia e lì si faceva riferimento alla sua rivista, "Galleria". La rivista "Officina" usciva in pochi numeri, pagati dal critico e scrittore Roversi, che aveva una libreria antiquaria. La grande editoria, allora, non si faceva carico delle riviste. Le riviste d’avanguardia, come "Officina", operavano scelte rischiose, allora, scelte comuniste. Tuttavia, nel ’56, dopo che i sovietici hanno commesso atrocità inammissibili a Praga, non si poteva rimanere comunisti e acritici. Cominciava con "Officina" la critica verso il PCI istituzionale, contro l’elemento stalinista presente nel partito. Noi eravamo contro Togliatti, che era stato in polemica terribile con l’arte d’avanguardia e con Vittorini, famoso scrittore antifascista degli anni Cinquanta. Da parte nostra c’era una grande attenzione a Gramsci, al Gramsci delle Lettere dal Carcere, apparse nel 1947, che avevano suscitato un’intensa emozione ed erano state definite da Benedetto Croce "un libro degli italiani che appartiene anche a chi è di opposto partito politico". Così, commentavamo i suoi Quaderni dal carcere via via che uscivano. Sceglievamo un certo gramscismo, che ha orientato, in prima fase, il cambiamento socio-culturale dei nostri anni sessanta. Era una contraddizione, la nostra, insita nel PCI, e portata avanti da Secchia, unico dirigente operaio che sosteneva con noi intellettuali quelle ardue posizioni. Ci chiedevamo sempre e anche con una certa ironia: «riuscirà Secchia a far fuori Togliatti?» No, non ci riuscì mai. –
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da Dissidenze

Written by matteofantuzzi

18 novembre 2006 at 16:45

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Davide Brullo, Annali, Borgomanero (No), Atelier 2004
 
<< […] oggi queste mura su cui sono incisi i nomi dei morti sono i nostri annali / perché tutto questo sforzo per segnare la memoria ? […] >> (p.28). Di cosa parla Davide Brullo mentre ci descrive questo Medio Evo scuro, violento e disperato ? O meglio: Brullo ci parla proprio di questo ? Ci racconta una storia, magari di fantasia ? Perché leggendolo questo mondo in breve tempo diventa terribilmente nostro, terribilmente vicino a quello che noi viviamo quotidianamente, che ci aspetta varcata la porta di casa. C’è in questo libro tutta quella lotta, quella violenza e soprattutto quella guerra (e non uso a caso quello che è anche il titolo del libro di Franco Buffoni da poco nella collana Lo Specchio della Mondadori) che rende questa pubblicazione un impietoso affresco urbano, dove ad esempio gli slavi sono demoni che << […] s’accampano per le strade succhiando pigne di metallo / quelli stessi che assediarono le nostre mura quelle facce / strumenti delle tenebre scavalcano le rocce innalzate dai nostri genitori […] >> (p.13) e tante altre figure appaiono come accade girando i quartieri di una moderna metropoli. E come in una moderna metropoli toccata da una guerra è viva quella sensazione di panico, di paura, d’ansia, d’esigenza di trovare punti fermi, di trovare in qualche modo un controllo delle situazioni createsi: c’è (ed è la caratteristica principale della prima parte del libro) la volontà di combattere questo disordine di un popolo senza certezze, disorientato dagli eventi attraverso un ordine violento e dittatoriale, di combattere la paura con nuova paura, e assoggettare tramite essa. È una descrizione quella che fa Brullo di un certo modo di intendere la politica che sorprende per l’efficacia, perché crudo, diretto, senza filtri << […] “se un popolo non è ordinato è perché il suo comandante segue vie inferiori e se le leggi non sono chiare vuol dire che il comandante fa crescere il disordine” disse uno noi annuimmo / il Potatore da questa parte dell’emisfero schioccava la falce facendo saltare i rami delle siepi come scintille da un fuoco […] >> (p.14). Al centro (anche fisicamente) del libro sta il quinto capitolo “Cronache”, macro-sezione di una ventina di pagine: qui il ritratto della guerra si fa più ampio, totale, inizia e si conclude, ma si fa anche più evidente il riferimento all’attualità del libro di Brullo col termine “oggi” ripetuto come una litania ad imporre il ritmo del verso ed una modalità narrativa che se da un lato come già in precedenza riprende una certa letteratura che vuole descrivere il medioevo, dall’altra contiene un approccio molto vicino a quello che è il racconto degli eventi bellici nell’Antico Testamento. Se possibile però questo approccio del narrato nella propria totalità si fa ancora più crudo, ancora più diretto e al tempo stesso più efficace, va detto che Brullo giocando su questo equilibrio di codici e rimandi riesce al tempo stesso a non rendere la cronaca né pietosa né compiaciuta e in qualche modo nemmeno “pesante”, bensì essenziale allo svolgersi della vicenda << […] le vedove sono la memoria / i loro uomini torneranno a loro in forma di morti / annusandole senza più riconoscerle / <<analisi rigore studio di sé studio del nemico essere spietati richiede accortezza>> dicevano furono spazzati via uno per uno / solo le braccia che ancora possedevano la forza dei rami erano orientate nella caduta verso l’alto / da dietro uscivano i cani a perquisire i corpi abbattuti / che i morti vi perseguitino fino alla morte / gli uomini della provincia dovettero essere contati una seconda volta // […] >> (pp.33-34). La conclusione del libro è affidata agli ultimi quattro testi, dove la guerra va concludendosi, si contano i morti e si ragiona sulla morte ma soprattutto emerge il segno salvifico della speranza in un’ottica che rimanda al senso religioso della nuova nascita e della venuta di un salvatore. Brullo sceglie la luce per emergere dal buio della guerra e della disperazione, ma anche di un’esistenza condotta nel terrore e mediata attraverso nuovo terrore, ed è la nota che evolve anche il libro e fa comprendere quelle che sono state le prime cinquanta pagine dell’opera nel loro crudo narrato. È un libro degno di attenzione considerando la giovane età dell’autore (1979) perché prima di tutto fa vedere un segno personale e riconoscibile ma soprattutto dà l’idea della volontà di non accodarsi ai canoni oggi esistenti e magari più considerati. Brullo ha scelto una politica poetica con pochi compromessi, e lo si vede anche nel tipo di verso utilizzato, non tanto prosastico come una prima lettura potrebbe suggerire, piuttosto ancora una volta affine ad esempio ai Salmi, o al Cantico dei Cantici che l’autore studioso di ebraico antico dimostra di frequentare e maneggiare con sapienza. In attesa di nuove prove che confermino quanto di buono (e insisto, di riconoscibile, cosa assolutamente mai scontata per le nuove generazioni poetiche) ha dimostrato con questa pubblicazione, Brullo ha sottolineato quanto la mediazione della realtà odierna attraverso soluzioni stilistiche e di racconto differenti da una proposta “iper-realista” possa creare un dipinto ancora più efficace e addirittura più vero di quello che ogni giorno accade e ci accade creando un bel precedente per la poesia contemporanea.
 
Da Atelier n. 43

Written by matteofantuzzi

12 novembre 2006 at 18:11

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Blog di poesia: è tempo del de profundis ? 

Cercare di capire su un blog che parla di poesia se i blog di parlano di poesia hanno oggi piena necessità di essere rivisti e forse addirittura lasciati al loro destino non è una cosa che mi frulla nel cervello solo da oggi, per chi ha avuto modo di ascoltare la serata di Macerata quest’estate già diversi mesi fa si era tutti di quell’avviso. Rispetto ai giorni della nascita di quest’esperienza oggi diversi mezzi si sono potenziati: penso a youtube, penso alle linee telefoniche ad alta velocità, ma penso anche al satellite, al digitale e alle web radio. Oggi le possibilità si sono allargate ed è anche giusto che chi sta lavorando sulla diffusione della poesia anche attraverso mezzi non esclusivamente cartacei si ponga a ragionare in tal senso. Ognuno di noi ha una visione, un pensiero e anche delle capacità: allora prendiamoci un attimo di pausa per una riflessione molto semplice: il blog sta andando verso il suo naturale termine, parliamone: proposte ?

Written by matteofantuzzi

5 novembre 2006 at 09:34

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