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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Giovani scrittori allo sbaraglio
(Atelier n. 59 – settembre 2010)

«Attraversare il male senza prendersi per un’incarnazione del bene»: questa frase di Tzvetan Todorov può essere certo una delle più efficaci bussole per indagare il rapporto nella contemporaneità fra letteratura e etica. Non esiste scrittura sensata che possa puntare ad incarnare il bene senza perdersi in pose dottrinarie, autoritarie, di dittatura morale. Ma esiste il bisogno di sondare la fragilità del bene in tutta la sua sconfinata, allarmante attualità. L’invito è ad attraversare, indagare, elaborare e cogliere nell’allarme fissante dello choc, in una lingua che è physise philia, connessa all’orrore che ci circonda, ciò che chiamiamo realtà, per riempire un concetto dandogli il respiro di anime, di vite e dei loro destini senza riparo.
Alessandro Baldacci, Controparole

I giovani non passano mai di moda. Lo sappiamo meglio di tutti noi Italiani, guidati in ogni settore da una classe dirigente decrepita, abile a rifarsi il trucco e persino sfacciatanel presentarsi più nuova del nuovo, come conferma negli indomiti appetiti adolescenziali che esibisce persino come un pregio. È la solita solfa sociologica: ci si rivolge ai giovani, perché tanto di mezzo non ci sono gli adulti (ah, la scomparsa dei padri…), ridotti anch’essi ad amici accondiscendenti, a complici capricciosi. Del resto, in poesia, quanti “giovani” poeti di quasi cinquant’anni sono sempre lì ad attendere di esordire, finalmente, dopo innumerevoli tentativi di nascita, plaquettesu plaquette, di quaderno in almanacco?
I giovani fanno comodo, dunque. E se in narrativa il giovanilismo è un fenomeno di vecchia data, pare tuttavia che negli ultimi anni si sia consolidato, se non sclerotizzato. Rispetto a qualche meteora o a qualche intruppamento che si presentavano da sé come estemporanee escursioni nel “nuovo”, bandiera sempre comoda da sventolare di tanto in tanto, quando suonava l’ora del restyling, oggi i giovani narratori sono legione. I motivi sono noti: economicamente la scommessa ormai conviene, del resto una fascetta eclatante non si nega a nessuno, e poi si evita la fatica di portare avanti, in quanto editori e critici o lettori, un dialogo con l’autore che cresce di libro in libro, screziandosi, complicandosi in sottili risvolti, addirittura rimettendo in gioco la posta intera: il tempo è quello che è e seguire lo sviluppo di una voce non è agevole. Perciò, alla faccia dei poeti sfigati, si viene facilmente proiettati nella classifiche al primo romanzo, con sollievo del pubblico, che può partire da zero — ma alla seconda o terza prova la regola sarà serializzare: riscrivere la medesima cosa giusto con qualche variazione, perché risulti, in mezzo alle caterve di proposte, riconoscibile, e la sorpresa dia un effetto già noto. L’importante è scrivere per i giovani (d’altronde i critici adulti e severi sono ingabbiati ai margini come specie in estinzione da esibire semmai per questioni di etichetta, all’occorrenza; quelli che contano, sono anche loro sulla cresta dell’onda: hai visto che concetti facili e ficcanti vanno snocciolando?), ovvero predisporre libri che siano bibite fresche, frizzanti, piene di zuccheri e di coloranti che vanno giù leggereleggere. Se proprio si smania, poi, per qualcosa di maggiormente alcolico, c’è sempre la variante “cattiva” di questi scrittori, cantori di gioventù bruciate in mezzo a scenari derelitti: onore ai nuovi testimoni dell’orrore. Non si dovrebbe distribuire alcol a cuor leggero? Non importa, non c’è reato, perché in fondo in queste alchimie anche il tragico svapora, dentro una mimesi ingenua della realtà. È tutto un gioco, insomma.
Ed eccoci al nodo, ovvio e terribile: il rapporto tra il reale e la lingua di uno scrittore. Qui non si può fingere. La qualità di un’opera si misura in questa intercapedine, nelle modalità con cui un autore interfaccia il mondo e la voce con cui lo racconta — anche e soprattutto qualora mirasse a raggiungere la semplicità, la grazia, la leggerezza(e sul prossimo numero ci proponiamo di riaprire il tema tentando di far piazza pulita di qualche ingombrante stereotipo) che servono per testimoniare il male senza ipocrite coperture ideologiche, o anche il bene, ma senza semplificazioni consolanti. Non si perdona a uno scrittore di avere uno stile ingenuo, neanche in buona fede, perché qui mette alla prova tutta la sua credibilità etica. E uno stile consapevole ha sempre dietro di sé uno sfondo filosofico e persino politico, anche quando magari si fa “solo” letteratura. In una lingua ingenua, connivente con la rappresentazionedella realtà (che è ben altro rispetto al reale) istituita a vantaggio dei poteri che gestiscono lo spettacolo, anche la migliore intenzione, anche il tema importante, anche il riverbero discreto della letterarietà diventano espedienti narrativi, ripetizione oscena di un orrore devitalizzato. Senza scandalo, senza choc, non c’è scrittura, ma solo simulazione, mestiere, infingimento.
Ripetute queste banalità che ognuno già sapeva (ma tra il leggere e il capire c’è di mezzo il male), resta da riportare la notizia positiva: a seguire l’inchiesta che stiamo conducendo, si coglie in diversi giovani scrittori una maturità che non soffoca l’azzardo, una resistenza interna al sistema e una grandezza di intenzioni che puntano al sabotaggio. Non in tutti, è ovvio, e per tutti comunque la corrispondenza tra le dichiarazioni e gli esiti effettivi resta da verificare, ma è appunto per favorire tali accertamenti che si compiono i primi approcci critici.
Ci pare, allora, che l’accostamento fra le nostre indagini sulla narrativa e l’analisi accurata del percorso di un poeta sia una formula particolarmente provocante. Una volta tanto, ad avvantaggiarsi potrebbero essere addirittura proprio loro, i giovani scrittori di ogni età, che nella scandalosa lingua di un poeta, nel suo superconsapevole e nello stesso tempo naturale rapporto con il mondo, potrebbero trovare la ragione per cui egli ha saputo meritarsi un manipolo di lettori esiguo fin che vuoi, ma di una qualità e di una fedeltà che certi narratori possono solo sognarsi.
Ma dove si misura lo choc della scrittura, in mezzo a tanti precisi documentatori di scandali? Non sul pubblico, lesto ad applaudire e piangere per l’abile attore, ma sull’autore stesso e sul corpo piagato della sua opera, e su quei pochi lettori fedeli e di qualità che la custodiscono.

Postilla per chi può intenderla

Non creda il lettore più accorto di queste pagine, soprattutto se ha avuto modo di seguire la vicenda “generazionale” di Atelier negli anni addietro o, peggio ancora, se ne è stato toccato, direttamente o indirettamente, che la presenza in questo numero della rivista di un racconto di Riccardo Ielmini sul suo ultimo incontro con Simone Cattaneo sia, come si suol dire, un dovuto omaggio all’amico e poeta, a un anno dalla tragica scomparsa. Qui le date sono sospette ed equivoche ed è importante, perciò, smontare qualche facile pensiero, e pulire bene le parole dal loro senso usurato.
La perdita di Simone, in un’età e in un frangente particolare per tanti autori e interlocutori di Atelier, è di per sé altamente emblematica, soprattutto per come è avvenuta e per certi nessi che legano davvero strettamente la sua voce poetica e i suoi nodi umani a tanti coetanei che sono passati da queste parti. Ciascuno elaborerà la perdita come vorrà o come ne sarà capace. Tuttavia, l’inquietante concomitanza tra la morte di Simone e — il lettore di cui sopra capirà bene a cui stiamo alludendo, ripassandosi magari le dichiarazioni in apertura del numero scorso — la fine dell’opera comune non deve avallare l’elaborazione di un esile mito, di una piccola leggenda consolante ad uso collettivo. Vanno maneggiati con estrema cautela i fili sottili che legano la sua tragedia personale con le aspettative, le delusioni, i possibili risarcimenti o sostegni che avrebbero dovuto garantire un “lavorare insieme per scoprire, attraverso il confronto, la propria ineluttabile differenza, in modo che essa si tramuti in un’offerta e non si cristallizzi in una ferita soffocante e insanabile, nell’ottica beninteso di un’idea alta della scrittura, che nulla ha da spartire con le sirene di una supposta carriera letteraria, magari anche ingenuamente conniventi con un’idea svilita della letteratura oggi dominante” (questo, non altro, voleva essere l’opera comune). Nessuno si permetta di credere che “con la morte di Simone qualcosa si sia spezzato”; sarebbe peraltro un pensiero ipocrita che liquida in modo sommario delle responsabilità nient’affatto generiche, ma personali — specie per chi se le è sentite indicare, dopo il proprio nome, al momento dell’appello. Simone non deve diventare un nostalgico oggetto di commemorazione, relativo a un passato da mitizzare, né, tanto peggio, un rimpianto. Simone è una voce del nostro presente ancora tutta da scoprire, perciò gli prestiamo e gli presteremo ascolto (non appena possibile, per esempio, con un numero monografico della rivista), e auspichiamo che anche gli altri lettori, quelli che finora non hanno colto bene le allusioni a storie che non hanno seguito nemmeno a distanza e di cui nulla sanno, volgano lo sguardo verso un poeta che non è faccenda di una generazione o uno scrittore la cui voce ha valore solo in relazione a quella di coloro che ne hanno seguito da vicino la sorte, ma un patrimonio di tutti, al di là di qualsiasi ricorrenza. Ben vengano, dunque, editori interessati, come nel caso di chi si appresta, a quanto ci risulta, a pubblicarne l’ultima raccolta. Ben vengano anche altre iniziative, di qualsiasi natura. Purché non siano solo “dovute commemorazioni”. Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo davvero e di stargli vicino sentirà che il compito che ora gli compete è quello di fare silenzio e di non tentare sconti. La sua voce perentoria pretende udienza, subito. Ed è rivolta a tutti. Attorno a Simone non vogliamo, perciò, alcun coro che si autocommiseri, bello di lacrime: non ne farà certamente parte chi, come il sottoscritto, crede all’opposto che con la sua morte qualcosa, in noi, si sia congiunto per sempre.
Cucito con punto metallico, senza pietà.

Written by matteofantuzzi

27 ottobre 2010 at 18:51

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Poesia a Bologna: un aggiornamento di gruppi, attività, festival di Guido Mattia Gallerani
da Farepoesia – Rivista di Poesia e Arte Sociale, numero 3, 2010.
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Un poeta non è chi pensa di scrivere poesia / ma chi sa leggere, rileggere, correggere – Roberto Roversi
Lascia un segno / non andrà perduto – Gilberto Centi
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C’erano una volta a Bologna Roberto Roversi e Gilberto Centi…
Dovremmo tutti esordire con queste parole per raccontare cosa sia stata la poesia di Bologna, e forse questo tono da favola non è così fuoriposto quando ci si pone il compito, invece, d’incominciare a descrivere la situazione d’oggi.
Sulle ceneri ancora incandescenti dell’immediato Dopoguerra, delle esperienze di Officina, del verri e dei personaggi che ne hanno fatto la storia (Roversi, Leonetti, Scalia, Pasolini, Anceschi, ecc…), una grande stagione d’attivismo poetico – ormai possiamo dirlo – s’era avviata, trovando il suo innesco più esplosivo al centro degli anni ’70, nella stagione lunga delle proteste. Il miglior contributo che rende conto delle alterne vicende dell’attività di gruppi e riviste di poesia a Bologna copre appunto il periodo che va dal 1980 al più vicino 2005, ad opera dell’attentissimo operato catalogatore di Sergio Rotino [1]. Questo testo ha soprattutto il merito di mostrare la centralità di quei due protagonisti in tutto il periodo. La sua tesi, scontata quanto dimenticata, tanto da dover essere ribadita con un lungo saggio critico, è che l’ampio ventaglio di tutti i fogli e gruppi usciti in quegli anni fossero in qualche modo connessi a Roversi [2]. Dobbiamo però aggiungervi, non secondariamente ma di portata inevitabilmente più limitata, l’indefesso operato di Gilberto Centi, di cui, invece, il volume sulla poesia a Bologna curato da Giancarlo Sissa [3] dimostra per esempio il valore determinante, grazie ai suoi due censimenti,[4] a rendere più coscienti del loro fare poesia i poeti della città, in primo luogo, e del fatto conseguente che nei grigi anni ’90 la poesia a Bologna resisteva ancora.
Scomparso Centi, diradato per motivi anagrafici l’impegno di Roversi, quali sono le proposte che sono arrivate dal 2005 ad oggi riguardo la poesia a Bologna? Inevitabilmente, a causa dello spazio, ci accontentiamo qui di fare alcuni accenni: basti per ora preparare, insomma, una cartografia incompleta e certo stilizzata.
Siccome si parla di Bologna, non può mancare l’Università che ospita con pochi altri organismi in Europa un Centro universitario specifico sulla poesia, il Centro di Poesia contemporanea dell’Università di Bologna. Bisogna tuttavia sottolineare che il Centro, partito con i migliori propositi e con poeti e intellettuali che ne hanno presieduto la fondazione (Ezio Raimondi, Andrea Gibellini, Davide Rondoni, ecc…), ha poi deciso di concentrare la sua azione in alcuni iniziative temporalmente ristrette, limitando fortemente il potenziale della sua divulgazione poetica sulla città. D’altro canto, negli ultimi anni ha preferito indirizzarsi soprattutto verso il suo pubblico “primario”, quello costituito dagli studenti, nell’approntamento di un Laboratorio poetico condotto da docenti, poeti e artisti e divenuto luogo di lodevole vitalità, e fucina, tra l’altro, di una rivista on-line, Arrjba Abajo. Sempre in ambito universitario, non si può non sottolineare l’azione dei professori Alberto Bertoni, Niva Lorenzini e Stefano Colangelo nel raccogliere e promuovere giovani attorno alla poesia, anche grazie all’organizzazione di letture ed eventi a carattere più o meno ufficiale, come il programma RicercaBo.
Nel campo dei festival poetici (forma divulgativa cresciuta a dismisura in tutta Italia) non manchiamo di segnalare il festival di contaminazione tra parola poetica, musica e teatro Suoni, giunto nel 2010 alla sua terza edizione, e affidato alle cure dell’Associazione dry_art e del suo direttore artistico, il poeta, attore e cantautore Massimiliano Martines. Di uguale vocazione fortemente divulgativa è l’offerta culturale dell’Associazione Via dei Poeti, diretta dal poeta e performer Lupo Angel, interessata alla divulgazione delle forme orali di trasmissione pubblica della poesia. Tra queste figura, in primis, lo slam poetry, gara di lettura fra poeti in cui il pubblico presente fa da giuria: una tipologia che ha mostrato godere di una certa fortuna a Bologna. Non foss’altro perché, nonostante l’altisonante nome a stelle e strisce, l’originale ha i suoi natali nel Medioevo universitario e bolognese col nomen di Certamen, da dove infatti il Centro di Poesia è ripartito con analoghe iniziative.
Le risorse, insomma, non sembrano mancare, e almeno testimoniano ancora una volontà il più delle volte genuina, unita a un amore sincero per la poesia: condizioni entrambe che permettono di far ben sperare per la divulgazione futura della poesia in città. Proprio in questo, a fianco degli operatori culturali citati, forse val la pena segnalare anche l’esistenza di una folta schiera di critici che possono fare da traino e da intermediari tra poeti e pubblico. A Bologna, le capacità di alcuni di essi, tra cui per esempio le doti di conferenziere qualificato e conosciuto come Roberto Galaverni, dovrebbero essere forse utilizzate più incisivamente.
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[1] Sergio Rotino, Gruppi, riviste e fogli di poesia a Bologna dal 1980 al 2005. Per una mappatura cronologica in Atlante dei movimenti culturali dell’Emilia-Romagna 1968-2007, a cura di P. Pieri e C. Cretella, Clueb, Bologna 2007, pp. 149-183
[2] «Come si può intuire Roversi è stato, a partire dall’esperienza del “Cerchio di gesso”, il motore di molte iniziative (formazione di gruppi di scrittori, pubblicazione di riviste, fogli e collane di libri), che hanno a che fare con la poesia e con la politica, con la possibilità di collegare strettamente il fare poesia e il fare politica con la realtà e il quotidiano», ivi, p. 151
[3] Poesia a Bologna, a c. di G. Sissa, Gallo et Calzati, Bologna 2004
[4] Bologna e i suoi poeti. Antologia del Censimento della Poesia, a c. di C. Castelli e G. Centi, Mongolfiera, Bologna 1991. Voci di poesia. Rassegna di poeti contemporanei a Bologna, a c. di G. Centi, Pendragon, Bologna 1997. Per capire cosa abbia significato Centi per Bologna e per i poeti della città si legga almeno il ricordo di Stefano Massari, sei quattro quattro otto cinquecentotrentuno in Poesia a Bologna, op. cit., pp. 87-119

Written by matteofantuzzi

14 ottobre 2010 at 23:34

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