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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Impegno di Sebastiano Aglieco

La poesia non c’entra nulla con l’impegno civile. Essa è già impegnata a costruire linguaggi e sensi. L’unico modo per intaccare il mondo è essere altri nel mondo; sfiorarlo, nutrendosene. Specchiarlo. Il problema è questo: non è la poesia che deve accorgersi del mondo, ma il contrario.Se il mondo non sa nutrirsi di una parola che lo specchia, esso è ancora il vecchio narciso che sa guardare solo se stesso e non si accorge dello sfondo. Alla poesia compete un atto di intensificazione della parola e dei sensi; non è la puttana che deve mostrarsi bella per conquistare il mondo.

Written by matteofantuzzi

30 gennaio 2006 at 20:59

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Massimo Barbaro

DORMENDO DAVANTI AL MONITOR. REALISMO DELL’UTOPIA, UTOPIA DEL REALE.

Tutte le attività umane che non comportano un consumo irragionevole di materiali non sostituibili o che non degradano in modo irreversibile l’ambiente potrebbero svilupparsi illimitatamente. In particolare, queste attività che molti considerano come le più desiderabili e le più soddisfacenti – educazione, arte, religione, ricerca fondamentale, attività sportive e relazioni umane – potrebbero diventare fiorenti. (John Stuart Mill, Principles of Political Economy)

Tra 577 anni si dovrà spostare di un giorno l’indicatore delle fasi lunari.O sposteremo la luna?Dove sarai? (Campagna pubblicitaria dell’orologio da polso Portoghese Perpetual Calendary Ref. 5021 – costo: $30.000, IWC Schaffausen, dicembre 2005)

 Certe precomprensioni, alcuni incroci di strade che, sempre apparentemente distanti, invece si approssimano, ci fanno già delineare una nuova utopia, o meglio, una utopia adatta ai nuovi tempi, che reclama urgente adesione, o quantomeno nuove ragioni per essere minoritari, per andare contro il mainstream, fedeli, anche involontariamente, ma pur sempre, alla promessa di guardare avanti. S. Benaissa1 ci riporta una sintesi delle idee contenute nell’ultimo libro di J.C. Besson-Girard, secondo il quale, «subordinando la parola all’oggetto, il senso all’interesse, sottomettendo l’esigenza della sensibilità agli imperativi della redditività, la crescita economica ha condotto l’umanità a rinunciare alla sua parte propriamente affettiva, vale a dire a disumanizzarsi»2. Besson-Girard è fedele al paradigma del confronto tra crescita economica e «decrescita armonica», e concordiamo con Benaissa sull’originalità di tale prospettiva nella critica della società contemporanea. Ma non si tratta solo di originalità, quanto, appunto, della capacità di individuare le rampe di interconnessione, i raccordi tra strade distanti, che sono tali solo se ci ostiniamo a respingere l’approccio ipertestuale, il modello a rete… Besson-Girard contrappone ai «mali» della crescita economica le «parole» che ispirano la decrescita armonica, esplorando l’idea che «soltanto la poesia possa restituire il desiderio di senso occultato dal culto dei beni» delle nostre società «enrichies». Si tratterebbe di ristabilire la dimensione poetica dell’esistenza umana, sostituendo agli scopi totalitari dell’opzione del mercato le prospettive emotive dell’opzione artistica, di spostare lo sguardo dall’economico verso l’estetico, per assicurare l’avvento di una civiltà fondata sulla decrescita. La prospettiva di Besson-Girard è attraente e adesiva. Ma una (pur marginale) frequentazione dei poeti ci lascia però qualche dubbio sulla loro effettiva capacità di sollevare il capo, chino non sulle loro carte o tastiere (il che andrebbe già bene…), bensì sulle beghe del presenzialismo, antologico o no; colli torti, «autoreferenzialità strutturalista», «spirito di consorteria»3
Un altro tipo di frequentazione, con la “tecnostruttura”, questa volta, ci porta a prevedere la facile obiezione, l’alibi di sempre: anche la decrescita è utopica? Teoria distante dal “sano” realismo? No; bastano, secondo S. Latouche, misure semplici, «dall’apparenza anodina»: internalizzare i costi di trasporto, rilocalizzare le attività economiche, ritornare all’agricoltura contadina, stimolare la “produzione” di beni relazionali, ridurre di un fattore 4 lo spreco energetico, penalizzare drasticamente le spese pubblicitarie, applicare una moratoria sull’innovazione tecnologica e riorientare la ricerca scientifica e tecnologica
4. Misure concrete, fattibili solo a volerlo, che porterebbero a un’«utopia conviviale», a una «decolonizzazione dell’immaginario», in grado di indurre comportamenti virtuosi che porterebbero a una soluzione ragionevole a problemi come i cambiamenti climatici, le emissioni di gas serra, l’inquinamento, il consumo di acqua e risorse non rinnovabili: la «democrazia ecologica locale», alternativa preferibile all’altra, già in via di elaborazione nelle stanze di società semi-segrete tipo Gruppo di Bilderberg: una forma di «democrazia autoritaria, ecofascismo o ecototalitarismo», nella quale le masse del Nord sarebbero pronte a mettersi nelle mani di demagoghi in cambio della loro libertà, al prezzo dell’acuirsi sottoscrivemmo anche noi, almeno per il coté preoccupazione. Forse Vacca non ha fatto in tempo a vedere il nuovo speciale n. 200, dicembre 2005, della rivista Poesia: ancora un’antologia, questa volta con criterio geograficolinguistico (37 italiani, 60 «angloamericani e di lingua inglese», 7 svizzeri…) dell’ingiustizia planetaria e, alla lunga, «liquidazione di una parte notevole della specie umana»5.
Capovolgendo la clessidra utopia-realismo, Latouche ritiene che un capitalismo ecocompatibile sia concepibile teoricamente, ma non sia «realistico in pratica». La visione non è nuova; in termini non marxiani, E. Severino aveva già individuato nello stesso capitalismo il processo che lavora radicalmente alla sua distruzione
6. Anche se dovesse ravvedersi e si convincesse della propria distruttività, il capitalismo, assumendo uno scopo (la salvaguardia della Terra) diverso da quello proprio (incrementare il profitto), nei fatti distruggerebbe se stesso. Alla fine, il capitalismo si metterà nelle mani del suo antico servo, la tecnica, ormai «suprema istanza etica del nostro tempo», virtus, ma non la virtù della grande tradizione occidentale e orientale, della religione, della morale, della politica, dell’umanesimo, ma virtus in quanto forza, potenza, violenza estrema – inaspettata (per l’Occidente) estrema follia7. Latouche non crede che il capitalismo si avvierà spontaneamente sulla via virtuosa dell’ecocapitalismo; viviamo il trionfo dell’«omnimarchandisation» del mondo; il capitalismo generalizzato non può non distruggere il pianeta così come ha distrutto tutto ciò che è collettivo, dal momento che le basi immaginarie della società di mercato poggiano sulla dismisura e sulla dominazione senza limite. Latouche propugna quindi un ritorno alla polis, al modello di «confederazione dei demoi», al localismo delle «repubbliche di quartiere». L’utopia si ritrae e si riaffaccia; un altro mondo, se non «possibile», deve pur sempre essere pensabile. Colpisce, nell’indicazione delle strade da percorrere, il ritorno al tradizionale, una riscoperta di ciò che abbiamo perso (ma lo abbiamo davvero avuto? – ed ecco che il voltarsi indietro diviene, ancora una volta, guardare avanti…), la ricerca di ciò che resta ancora vitale e trasmissibile ancora una volta. E ciò anche nelle critiche più esasperate, le più distanti possibili dalla tradizione, nelle quali il tradizionale è concepito come stratificazione: «in un’altra favola paranoica, immaginiamo che la tecnologia sia l’ultima erede di una saga di attori collettivi generati dalla storia come una bambola matryoshka: religione – teologia – filosofia – ideologia – scienza – tecnologia. Per dire che nelle tecnologie dell’informazione e dell’intelligenza si stratifica la storia del pensiero, anche se della saga ricordiamo solo l’ultimo episodio, ovvero la rete che incarna i sogni della generazione politica precedente»8. Da questa stratificazione anche il concetto di tecnica riceve una prospettiva diversa, e il concetto di macchina una sua ridefinizione. Posti di fronte alla «pervasività del tecnomanagement neoliberista», e dato che «l’intelligenza del movimento globale è pochissima cosa», occorre «sia inventare macchine virtuose rivoluzionarie radicali da collocare nei punti nodali del network, sia affrontare il general intellect che amministra le meta-macchine imperiali. E prima di cominciare, prendere coscienza della densità di “intelligenza” che si condensa in ogni merce organizzazione messaggio media, in ogni macchina della società postmoderna». Negli anni ’70 Deleuze e Guattari fecero uscire la macchina dalla fabbrica; si trattava di un «materialismo idraulico che parlava di macchine desideranti, rivoluzionarie, celibi, da guerra e non di rappresentazioni e ideologie». Starebbe ora a noi tirare fuori la macchina dalla rete e immaginare la generazione post-internet, inventare «macchine sociali che sappiano sfidare il capitale e funzionare come piani di autonomia e autopoiesi»; di qui l’invito a diventare la macchina («Don’t hate the machine, be the machine»), a trasformare la condivisione dei saperi e delle conoscenze, degli strumenti e degli spazi, in nuove «macchine produttive radicali rivoluzionarie». Il «match» moltitudini contro l’impero diventa quindi il «match» macchine radicali contro tecnomostri imperiali. Ma siamo combattuti: da un lato questa autopoiesi intesa come livello e spazio di autonomia ci tenta e ci riporta, ancora con Girard-Besson, a togliere il peso dell’oggetto dalle parole, a dare maggior peso alla parola – insieme al disgusto per il suo uso pubblicitario e comunicativo9. Dall’altro, non si vede cosa possa venir fuori dal «match», che, in questi termini, ha tutte le probabilità di divenire un «clash», ancora un altro. Autopoiesi e autonomia possono anche essere declinate come autosufficienza, essenzialità, semplicità, benessere relazionale, comunitarismo quasi monastico in cui bene comune e bene individuale trovano una loro radicale ridefinizione. Un altro uso della tecnica. Un’altra vita è possibile? Un’altra utopia? Un altro luogo. Nient’altro che un luogo altro. Saranno i poeti a trovare le parole per inventare (invenire) un altro modo di vivere? Gli esseri Secondo Perniola, L’estendersi dell’economia agli ambiti della conoscenza, dell’informazione, del sapere e della cultura implica una rivoluzione dei rapporti tra sapere e potere che scardina la separazione tra struttura materiale e sovrastruttura ideologica e apre ai ricercatori, ai pensatori creativi, agli artisti e in generale agli innovatori intellettuali e tecnici nuove possibilità di intervento e di affermazione nel mondo. Tuttavia, dall’età moderna in poi, mai come ora i cosiddetti knowledge workers corrono il rischio di essere asserviti e proletarizzati. Oggi le nuove conoscenze hanno un potenziale economico che non passa più attraverso l’ideologia; perciò, per evitare che esse acquistino grandezza autonoma, come miglior modo per appropriarsene, vengono soffocate nel «caos comunicativo» (pp. 19-20). «La via d’uscita è […] una specie di metaarguzia che non si limita a dislocare gli opposti all’interno di una comunicazione orizzontale concettuale, e oltrepassa i suoi confini, ponendosi in alternativa nei confronti della comunicazione, cioè di quel mondo che ha annullato la logica e la morale […]. Questa alternativa […] non può essere presentata in termini logici o morali, ma solo estetici» (p. 106). Perniola propone una nuova sintesi estetica che consiste nel «prendere sotto l’egida di un economia dei beni simbolici […] tutti gli habitus guidati da quel “disinteresse interessato” che nel corso dei secoli ha costituito l’aspetto essenziale dell’esperienza estetica, […] le arti, […], [le] attività scientifiche, professionali, burocratiche che implicano per definizione libertà e autonomia rispetto all’economia del profitto immediato e della negoziazione e che sono dirette verso la formazione di un capitale culturale e simbolico non riconducibile al capitale economico […]». «L’essenziale è cominciare a sottrarsi nelle piccole come nelle grandi cose a quel “pensiero unico” che pretende di appiattire sotto il suo rullo compressore dell’economia ristretta e quantitativa tutti gli aspetti dell’esistenza» (pp. 113-4) umani scopriranno di essere, da sempre, poeti, proprio come nella filosofia buddhista è detto che ogni essere o ente ha già in sé la natura di Buddha? I filosofi insegneranno ad essere poeti? Economisti-filosofi, forse, in grado di concepire un’antieconomia10, filosofi che non esitano a salire su un palco e mettersi a cantare, in grado di additare una «povertà razionale, non subita ma sapientemente voluta», l’inaridimento dei bisogni, lo «sbadiglio davanti a una colma vetrina», vie che si percorrono «come monaci erranti, con gli occhi che sorridono a Dio», un «francescanismo ‘scientifico’» nel quale «l’ironia rispetto alle cose prende il posto del desiderio convulso»11. Non solo rifiuto del pensiero unico e condivisione dei saperi, dunque, ma sua trasmutazione in compresenza di approcci e competenze; fine dello specialismo o, per dirla sempre con Severino, della «frammentarietà della conoscenza» (pur sempre una forma di divide et impera, vero tratto unitario del nostro tempo, in cui consiste l’«Apparato scientificotecnologico», «dimensione unitaria» – e totalizzante – «destinata a sottomettere a sé ogni altra dimensione della storia dell’Occidente»12). L’attenzione alle parole. E alla precisione del discorso, necessari a un «desiderio di relazione»; «ecco un luogo di resistenza: le parole»13. Ma alle parole – «le parole sono pietre» – occorre dare peso. E non solo il loro peso. Bisogna tirar fuori le parole dalla loro dimensione, dal loro spazio comunicativo. Come dice un maestro Zen contemporaneo, per comunicare, bastano le parole e le loro ulteriori combinazioni, tutte plausibili; tutto dipende dalla sintonia di coloro che intendono comunicare; nella sintonia può esserci coerenza, ma anche incoerenza. «Per chi resta sul piano delle indicazioni, delle istruzioni, nulla fa davvero problema, e non è affar suo vivere, non è più affar suo il nascere e il morire»14. Non possiamo restare, allora, solo sul piano delle indicazioni e della comunicazione, la parola deve farsi carico di contenere il silenzio. Deve essere affar nostro. La parola deve essere pretesto, grimaldello per un attraversamento di prospettiva. Rifiuto del pensiero unico e della conoscenza frammentaria possono essere viste da una posizione differente: se si lascia cadere la distinzione e l’identificazione di soggetto ed oggetto15, se ci si affranca dalla visione unilateralmente soggettiva o unilateralmente oggettiva (idealistica o materialistica) è forse possibile anche liberarsi del dilemma “sano” realismo contro utopia, approdare a una diversa visione del realismo, sperimentare che non siamo nel mondo della mente o nel mondo della materia, ma che viviamo «nel mondo reale, realmente, non solo intellettualmente, o percettivamente»16. Il punto chiave è la concezione dell’atto, non solo un concetto idealistico o una percezione sensoriale materialistica, ma «un fatto del tutto realistico proprio nel momento presente, […] un atto reale nel momento presente»17. Da questa posizione è possibile scorgere un’uscita dall’impasse realismo/utopia? Senza la zavorra dell’idealismo o del materialismo, senza posare il piede nella trappola dell’oggettività/soggettività, forse è possibile vedere la realtà diversamente, e non solo alla maniera dei poeti, per i quali – e giustamente – è reale solo il mondo della poesia, e irreale il mondo delle torri, dei potenti e delle stragi18. Se, anche a costo di restare muta, la parola entra nella vita, ecco il reale perdere il suo realismo, ecco l’utopia sotto un aspetto meno utopico, ecco svelati l’utopia del reale e il realismo dell’utopia. Ci sediamo in poltrona, e ci viene detto, finalmente: «Welcome to the desert of the real»19. Nel mondo irreale le torri crollano in inferni di fuoco, i potenti baluginano come folli comete, per poi attorcigliarsi in manette e catene, il fervore di una mattina qualunque può frantumarsi nel silenzio e nel carnaio di una strage ordinaria, l’esistenza si condensa nell’ambiguo laghetto dello schermo tv, che al fasullo regala lo statuto del vero, e declassa l’autentico a vana copia. La poesia, come dice Eugenio Montale, […] sta […]. La parola veritiera ha qualche chance di cogliere nel segno, di tranquillizzare e consolare, di redigere cronache definitive, insomma di scoprire alcune importanti verità […]. La poesia è una memoria stabile». “Editoriale”, Poesia, n. 200, cit., p. 5. Possiamo riconoscere che S. Zizek aveva ragione nel ritenere, con A. Badiou, che è stato il XX secolo, con la sua «passione per il reale», a sfociare nell’ossessione per la pura apparenza; che perseguendo il reale, il XX secolo non è riuscito a sottrarsi alla «furia (auto)distruttiva nella quale l’unico modo di tracciare la distinzione tra l’apparenza e il Reale è, precisamente, rappresentarlo in un falso spettacolo»; e che la «verità ultima dell’universo de-spiritualizzato e utilitaristico del capitalismo è la de-materializzazione della stessa vita reale, il suo travaso in uno spettacolo spettrale»20.
Non c’è niente di più realistico dell’utopia, quindi, e questa non è materia esclusiva di sociologi, filosofi, e “professionisti” della politica. È affar nostro. Spingendoci oltre, potremmo anche sbarazzarci del dilemma libertà/tradizione, che tanto peso ha sulla nostra percezione del (mito del) progresso. Ricorrendo ad un’altra competenza trasversale, quella della compositrice e musicista jazz Annette Peacock, potremmo anche vedere, in fondo, che «la libertà origina la tradizione, che è a sua volta l’impulso per altra libertà. Insieme creano la civiltà»
21; questo vale non solo per la musica, per la poesia e le arti. Se l’utopia è reale, se è affar nostro, se la cosa ci riguarda, «anche una cosa molto semplice, anche raccogliere una sola foglia fa più pulito immediatamente tutto l’universo»22. Il mondo delle cose (il mondo del reale?) ci chiama. Non dovremmo chiederci: “Che ora è?”, “Dove saremo domani?”, ma: “Dove siamo?”. Dove siamo? Ancora addormentati davanti al monitor, nonostante gli occhi sbarrati? Ancora indecisi tra la pillola blu e la pillola rossa, o incerti sul dosaggio del principio attivo blu con quello rosso, sulle infinite sfumature del viola? Ancora prima del guado, con la capra e il cavolo23 ancora da traghettare?

1 S. Benaissa, “Pétrole, nucléaire et… poésie”, le MondeDiplomatique, novembre 2005, p. 27,
http://www.mondediplomatique.fr/2005/11/benaissa/12909.

2 Jean Claude Besson-Girard, Decrescendo cantabile. Petit manuel pour une décroissance harmonique, Parangon, Paris, 2005.
3 Nicola Vacca, “Lettera aperta (affettuosa e preoccupata) a Nicola Crocetti”, Bollettino FuoriCasa.Poesia, n. 5, 2005.
4 S. Latouche, “Vers la décroissance. Écofascisme ou écodémocratie”, in Le Monde Diplomatique, novembre 2005, pp. 1, 26-27 ; http://www.monde-diplomatique.fr/2005/11/latouche/12900
5 S. Latouche, “Vers la décroissance », cit.. Sul Gruppo di Bilderberg si veda: http://en.wikipedia.org/wiki/Bilderberg_Group. Cfr. anche l’esilarante reportage dell’incontro italiano del 2004 in: http://italy.indymedia.org/news/2004/06/564845.php.
6 Si veda E. Severino, Il declino del capitalismo, Rizzoli, 1993.
7 E. Severino, Dall’Islam a Prometeo, Milano, Rizzoli, 2003, pp. 238-9; 246-8.
8 M. Pasquinelli, “Macchine radicali contro il tecnoimpero. Dall’utopia al network », in Rekombinant.org, e Multitudes 21, 2005; ora in http://www.eurozine.com/articles/2005-07-19-pasquinelli-it.html.
9 M. Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi, 2004. «La comunicazione è l’opposto della conoscenza, è nemica delle idee perché le è essenziale dissolvere tutti i contenuti. L’alternativa è un modo di fare basato su memoria e immaginazione, su in disinteresse interessato che non fugge il mondo ma lo muove».
10 «[N]on per economia è nata l’economia: questo insegnamento sta alle soglie dell’antieconomia che la prende in custodia»; M. Sgalambro, Del pensare breve, Adelphi, Milano, 1991, pp. 120-122.
11 Ivi.
12 E. Severino, Dall’Islam a Prometeo, cit., pp. 64-6.
13 J.C. Besson-Girard, Culture / Résistances / Territoires, intervento al II Festival cinematografico Résistances, Tarascon sur Ariège, 9 luglio 1998, http://www.cine-resistances.fr/98/fiche/texte_besson_girard.htm.
14 «Dai-ji è la grande questione. Come nei famosi versi: “Grande questione vita-morte, rapido tutto muta…”. Nascere-morire sono affar nostro. Anche se facciamo come se non lo fosse, nascere-morire è proprio affar nostro». F. Taiten Guareschi, “Foglie che cadono nella mente”, Zen Notiziario, Vol. 8 n. 3, autunno 2001, p. 1.
15 Senza «affermare la distinzione a scapito dell’identificazione – senza affermare l’identificazione a scapito della distinzione». Cfr. F. Taiten Guareschi, cit.. Si veda pure: D[gen Zenji, Sh>b>genz>, “Sangai-yuishin”; G. Nishijima e C. Cross (a cura di), Master D>gen’s Sh>b>genz>, London, Windbell, 1997, pp. 43-9.
16 Gudo Nishijima, Dogen Sangha Blog, "What is the Enlightenment”, 1 dicembre 2005, http://gudoblog-e.blogspot.com.
17 Gudo Nishijima, Dogen Sangha Blog, "Philosophy of act (Existentialism)”, 7 dicembre 2005, http://gudoblog-e.blogspot.com.
18 «Per noi – è ovvio – il mondo reale è quello della poesia […], tutto il resto sembra uno sfascio di ombre e vampate crudeli, indecifrabili.Nel mondo irreale le torri crollano in inferni di fuoco, i potenti baluginano come folli comete, per poi attorcigliarsi in manette e catene, il fervore di una mattina qualunque può frantumarsi nel silenzio e nel carnaio di una strage ordinaria, l’esistenza si condensa nell’ambiguo laghetto dello schermo tv, che al fasullo regala lo statuto del vero, e declassa l’autentico a vana copia. La poesia, come dice Eugenio Montale, […] sta […]. La parola veritiera ha qualche chance di cogliere nel segno, di tranquillizzare e consolare, di redigere cronache definitive, insomma di scoprire alcune importanti verità […]. La poesia è una memoria stabile». “Editoriale”, Poesia, n. 200, cit., p. 5.
19 A. e L. Wachowski, The Matrix, Warner Bros.,1999.
20S. Zizek, “Welcome to the desert of the real. Reflections on WTC, 10/7/01”, http://www.egs.edu/faculty/zizek/zizek-welcome-to-thedesert-of-the-real-1.html; ora in Welcome to the desert of the real!, Verso, 2002. Si veda pure: B. Somay, “Welcome to the desert of the Real, part II”, Eurozine, 12 dicembre 2005 (http://www.eurozine.com/articles/2005-10- 12-somay-en.html).
21 S. Merighi, “Intervista a A. Peacock”, Musica Jazz, n.1, gennaio 2006, p. 28.
22 F. Taiten Guareschi, cit..
23 G. Peano, Giochi di Aritmetica e problemi interessanti, 1924: «Problemi capziosi: […] 26. Problema del lupo, della capra e del cavolo. (Tartaglia, libro 16, N. 141). […]

Written by matteofantuzzi

26 gennaio 2006 at 08:41

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Il ruolo della solitudine diventa fortuna, che fu prima la diversità. N. scherza sulla voglia di scomparire. Ma io voglio. Anche su un orecchio sordo è stata costruita una via personale alla performance. E io voglio, che ora ne tremo. Tutti gli altri difetti sono stati trasferiti così, quasi imparadisiati e beati. Tutte le pratiche di resistenza mi sono ricordate, ogni giorno. La parola composizione, latina, si rigetta con rabbia: è finita. Dire posizione è più nobile; non dirne nulla è perfetto.

 Massimo Sannelli

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APPELLO DI SOLIDARIETÀ POETICA per la trasmissione radiofonica di Poesia L’ARCA DELLE PAROLE a cura di Isabella Panfido RADIO24 IL SOLE 24 ORE La trasmissione radiofonica L’ARCA DELLE PAROLE, condotta da Isabella Panfido, in onda su Radio24 Il sole 24 Ore ogni sabato alle ore 23,00, l’UNICA tra le  reti nazionali ad occuparsi esclusivamente di POESIA, è stata cancellata dal 9 gennaio u.s., dopo circa quattro anni di attività, dal direttore Giancarlo Santalmassi che l’ha rimossa dal nuovo palinsesto insieme ad altre trasmissioni a contenuto artistico-culturale. E proprio al Direttore è nostra intenzione inviare l’appello affinché possa riconsiderare la sua decisione e ripristinare la trasmissione che, condotta con professionalità e sensibilità da Isabella Panfido, ha rappresentato un appuntamento certo con le voci poetiche contemporanee assumendo un ruolo di informazione puntuale ed atteso con un seguito di ascolto elevato: numericamente, nonostante l’orario, e qualitativamente se riferito a tutti coloro che sanno cogliere la potenza comunicativa del verso volto all’universalità delle pulsioni emozionali nelle quali è riconoscibile, nelle innumerevoli sfaccettature, un’unica identità e genere di appartenenza: l’Uomo. Al fine di poter inoltrare il nostro appello supportato dalla testimonianza degli appassionati di poesia, vi chiediamo di inviarci una mail come segue: entro il 20 febbraio 2006 a: info@lietocolle.com oggetto: Ripristino L’ARCA DELLE PAROLE testo mail: Sono favorevole al ripristino della trasmissione L’ARCA DELLE PAROLE. Dati personali

Written by matteofantuzzi

19 gennaio 2006 at 10:01

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La critica è morta, viva la critica! di Giuliano Ladolfi

In mezzo ad una pressoché totale geremiade sullo stato della critica, da cui mi vedo attorniato sullo scorcio di questo 2005, mi sento di proclamare: «La critica è morta, viva la critica!». Sì, la critica del “Novecento” è morta e sta nascendo un’altra critica. La sua vitalità è testimoniata dai dibattiti, dagli articoli sui principali quotidiani, dalle inchieste, dal disagio che sta costringendo a ricercare soluzioni nuove.
È bene che si proclami la fine del formalismo, dello strutturalismo, dell’autonomia del significante, del testualismo; è bene decretare la legalità della sua «eutanasia», secondo una fortunata definizione di Mario Lavagetto. È bene che in un clima di «genocidio culturale» (Carla Benedetti, «L’Espresso», 7 gennaio 2005) si leggano alcune provocazioni come quella di D’Orrico che sul «Corriere della Sera» proclama Giorgio Faletti il più grande scrittore vivente o come quella di Sanguineti che invita gli studiosi ad occuparsi non solo del cabarettista-filosofo-scrittore, ma anche della bagarre sulla Lecciso.
È bene, ripeto, perché è giunto il tempo di dichiarare “la morte del re” e di inneggiare alla nuova elezione. Fin dalla fondazione di «Atelier» abbiamo denunciato l’inadeguatezza di alcuni imperanti metodi, che producevano la latitanza del giudizio argomentato, il languore del dibattito, che «invece di valutare assolve o blandisce, invece di smontare schernisce con arroganza o incensa svisceratamente; ed è sempre più raro incontrare saggi e recensioni che leggano il testo con libertà di giudizio», come sostiene Salvatore Ritrovato in un’acuta analisi della questione dal titolo La poesia nell’epoca del “genocidio culturale” (note in margine a un recente dibattito), pubblicata su «Pelagos» (n. 10, 2004).
Romano Luperini su «l’immaginazione» n. 215 del settembre 2005 confessa d’aver letto durante l’estate, invece di romanzi, opere di critica e cita tre testi Destini personali di Bodei (Milano, Feltrinelli), Eutanasia della critica di Lavagetto (Torino, Einaudi) e Sulla poesia moderna di Mazzoni (Bologna, Il Mulino). Qualcosa allora si sta muovendo. Lo deduciamo anche da altri segnali: dall’interesse suscitato dall’indagine promossa da «Atelier», come pure il n. 1-2004 della rivista «L’ospite ingrato» dal titolo La responsabilità della critica. Queste manifestazioni rappresentano soltanto la punta di un movimento che sta ormai entrando nella coscienza degli studiosi, che cercano «di trovare una via d’uscita […] attraverso la liquidazione di alcuni luoghi comuni, e prima di tutto attraverso l’abolizione definitiva di qualsiasi pretesa di “scientificità” della critica letteraria» (Mario Lavagetto).
Siamo di fronte ad una vera e propria immersione totale nella Postmodernità, non per accettarla, ma per superarla. Nessun ritorno nostalgico al passato potrà fornire la chiave per aprire la nuova porta. Occorre tracciare vie assolutamente nuove e soprattutto uscire da una condizione di “inferiorità psicologica” nei confronti della televisione o dell’industria culturale. Questi fenomeni esistono e non c’è acqua santa né psicofarmaco in grado di anestetizzare la sensibilità del critico, quando cerca il consenso della massa o l’arricchimento dei divi massmediatici.
Non c’è dubbio che la critica deve fare i conti con la realtà: i best seller fanno cassetta anche contro il parere degli studiosi, i quali hanno perso la funzione di orientamento posseduta fino agli Anni Settanta; il pubblico è incline a seguire le mode, le campagne pubblicitarie dei grandi gruppi editoriali o lo scrittore che compare sullo schermo piuttosto che argomentate e dotte valutazioni. Siamo di fronte spesso (non sempre) ad una vera e propria censura di mercato che impedisce ad autori considerati meritevoli di emergere. I maîtres-à-penser, coloro che, nonostante tutto, ancora “fanno opinione”, troppo sovente non si assumono la responsabilità di lavorare sulla contemporaneità, di non sponsorizzare le proprie case editrici, di essere imparziali, quando rilasciano interviste, quando giudicano nei premi letterari, quando scrivono sui giornali. Non basta la dichiarazione di intenti, occorrono i fatti.
Tuttavia, all’interno di questo caos di buoni propositi, di lamentele e di proposte, si rende necessario fare chiarezza: quale ruolo vuole o può assumersi l’intellettuale nella società attuale? Vuole ottenere i benefici della visibilità massmediatica come la Lecciso, come Mike Bongiorno, come la Fallaci? Sgarbi ha tracciato la strada; la cronaca rosa e l’isola dei famosi (ci sarà anche un’isola dei poeti, un’isola dei romanzieri, un’isola dei critici?) concedono notorietà, fama e denaro. Chi salirà all’onore dei rotocalchi potrà esigere compensi favolosi dagli amministratori locali, preoccupati di riempire le sale piuttosto che di sviluppare l’amore per la letteratura. Del resto, se in prima serata venisse trasmessa una rappresentazione dell’Edipo re e una partita di Champions league con squadra italiana, quale dei due spettacoli raggiungerebbe una maggiore audience?
Chi vuole il successo, rimanga pago del consenso del pubblico e dei conseguenti cospicui compensi; difficilmente, però, potrà lavorare in profondità. Chi, invece, mira ad un risultato duraturo, destinato a lasciare un segno nello svolgimento della letteratura, difficilmente potrà emergere in questo mondo dominato dal Processo del lunedì, da Affari tuoi, dai bilanci delle case editrici (principale se non unico criterio di pubblicazione), per cui tra le ipotetiche Memorie di Maradona e un’ipotetica Divina Commedia del Duemila nessun direttore editoriale esiterebbe a scegliere. È un dato di fatto e nessun appello alla coscienza, nessun discorso sul valore della poesia potrebbe indurre a mutare comportamento.
A mio parere, non si deve cadere nell’equivoco di mescolare gli àmbiti: i divi televisivi hanno diritto di cittadinanza nel settore dello spettacolo (oggi tutto è spettacolo; anche la poesia e la critica?) e, come tali, sono sottoposti a studi di carattere sociologico e comunicativo, ma, con buona pace di Sanguineti, la critica letteraria è ben altro: «interroga il linguaggio come se fosse pura funzione, insieme di meccanismi, grande gioco autonomo di segni; ma, nello stesso tempo, non può fare a meno di porre al linguaggio il problema della sua verità o delle sue menzogne, della sua trasparenza o della sua opacità, dunque del modo in cui ciò che esso è presente nelle parole attraverso cui lo rappresenta» (Foucault). Ora, una simile posizione non può che essere marginale nell’effimero mondo contemporaneo (effimero mondo, più che mondo dell’effimero), ma proprio da questa marginalità, da questa povertà trae la sua forza, la sua libertà di espressione, l’assenza da vincoli ideologici, economici o di interesse. Il suo lavoro è duraturo, quando pro-getta per la “storia ” della letteratura, non per la “cronaca”, dove si domina il successo immediato prodotto spesso dall’acquiescenza al gusto del pubblico, come avviene con gli spettacoli televisivi di prima serata. Come le trasmissioni di rai educational, dovrà attendere la notte fonda, quando solo gli appassionati sanno posporre sonno e stanchezza all’ansia del sapere (a parte che ora ci sono anche i videoregistratori). Il critico che guarda in profondità deve attendere il “tempo” del pubblico («Non mi comprendete, perché non è ancora giunto il vostro tempo» scriveva Bartolo Cattafi a proposito dello scarso successo della sua poesia). Il critico letterario non è un sociologo: questi descrive e cerca una spiegazione, l’altro esprime giudizi di valore sulla base di un pensiero estetico. Certo, i due campi non si separano con l’accetta, ma una precisa distinzione di àmbiti, di metodi e di obiettivi si impone.
Chi si propone di lavorare nella critica letteraria deve accettare la frammentazione postmoderna e ricercare nuovi centri e nuove periferie, deve lavorare sullo steineriano «primario» senza limitarsi a consultare gli scaffali delle grandi case editrici. La possibilità di un pensiero non condizionato si trova assai più spesso presso la piccola editoria, che ha il coraggio di puntare sulla qualità, sulle riviste, sui blog, in tutti quei “luoghi” dove l’espressione ricerca la coerenza con se stessa (non dico la verità), lo studio mai appagato di risultati e l’onestà di giudizio come stimolo e ricompensa.
Non si può servire a due padroni: al successo e alla storia letteraria. Una volta compiuta la scelta di campo, occorre adattarsi consapevolmente ai limiti e ai benefici. Non serve a nulla piangersi addosso, serve molto di più rimboccarsi le maniche e discutere preventivamente per giungere attraverso approssimazioni successive alla condivisione di idee e all’elaborazione di nuovi metodi, che possono anche essere molteplici e complementari.
Ma a questo punto siamo già “oltre” il Novecento e il nuovo re ha concentrato nelle sue mani un nuovo potere.

Written by matteofantuzzi

12 gennaio 2006 at 08:21

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Falsi miti ?

Ha suscitato qualche "rumore" il libro di Luca Nannipieri intitolato Mario Luzi, il maestro e i suoi dialoghi uscito per l’editore riminese Fara. La tesi del saggio è semplice, attraverso una serie di articoli e interviste viene portata avanti con passione la teoria che Luzi non sia stato un grande poeta (sebbene per lungo tempo candidato al Nobel), piuttosto un grande osservatore del ‘900, in grado di comprenderne i vizi e le virtù analizzandoli in maniera schietta, diretta, senza filtri. Come accaduto per questa pubblicazione qualche "rumore" ha fatto anche la classifica de Il domenicale che ha inserito nel peggio del 2005 Alda Merini, o meglio non Alda Merini in sé poetessa, bensì gli editori che le frullano intorno pronti come squali ad arraffare qualsiasi testo per darlo alle stampe, per sfruttare la sua immagine. Ora io ho qualche dubbio in tal senso avendo già qui parlato di quell’intervista su Rai 1 dove la Merini raccontava di avere dettato per telefono all’editore Frassinelli un suo libro, poesia per poesia, una volta sovvenutele alle mente… credo sia quanto di peggio si possa comunicare alle nuove generazioni… Comunque in questo clima digestivo a cavallo tra 2005 e 2006 la domanda che mi pongo è: nel primo caso quale sia (se c’è) il ruolo del poeta, il mio parere è altrettanto che Luzi non sia uno dei fondamentali del ‘900 italiano, anche se non certo un cesso, cioè se al poeta siano richiesti ruoli maggiori di quello della poesia, se debba avere ulteriori doti, dalla sintesi politica a quello che vi pare. Dall’altro mi chiedo se vi sia da parte dei lettori di poesia una sorta di necessità di riconoscersi nella figura autoriale, la quale per potersi dire sim-patica deve tras-correre le stesse sorti del lettore. Mi chiedo sempre se siano vere affermazioni del tipo "Alda Merini è una grande poetessa perchè ha sofferto tanto", se invece come sempre a fare la sostanza non sia la carta, non sia il testo. State bene.

Written by matteofantuzzi

5 gennaio 2006 at 09:20

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