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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for settembre 2005

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Massimo Sannelli, Santa Cecilia e l’angelo, Atelier, Borgomanero 2005, pp.48. Di Stefano Guglielmin.

Leggere in chiave il libro di Sannelli, significa coglierne la tonalità in senso musicale; e pensare al mondo e alla parola come a qualcosa che si mette in scena, che mette sé alla ribalta da un oscuro già da sempre perduto. Ma è possibile anche attraversare l’opera scegliendone l’archetipo dominante; ecco allora il padre quale voce autorevole che orienta il ‹‹cucciolo›› (p.5), padre che addita i modi per armonizzarsi al reale (come l’angelo nel dipinto di Carlo Saraceni, che pare aiuti Santa Cecilia ad accordare il liuto), ma anche padre-tiranno, da assassinare: ‹‹l’èdito, re, significa reazione;/ il primato è dei libri›› (p.5), scrive l’autore in un distico che cripticamente intreccia una preoccupazione tutta interiore con quella, destinale, di Èdipo re (evocato per paronomasia), che reagisce a Tiresia, a Laio e alla verità della Pitia (anch’essa padre più che madre, autorità che esilia anziché rifugio), assecondando involontariamente un futuro già scritto. Ecco dunque ‹‹il primato›› del libro, di quanto insomma, per propria natura, cresce indipendente dal suo autore, come uno strumento che infine metta a lato il suo liutaio, o lo immerga in un reticolo in cui l’identità salti, si sfaldi, per ricomporsi nel diktat pàtrio dell’intreccio melodia-armonia. E infatti, ‹‹primo è il padre›› recita un verso che aduna a sé ‹‹coreuti e coro››, con esplicito riferimento ai parametri della tragedia greca quale ermeneutica del quotidiano, di ‹‹quello che esiste” (p.18) e fa penare. Eppure, come già annunciato, in Santa Cecilia e l’angelo, la vita è sogno e il mondo teatro, con rinvio limpido all’immaginario barocco (del quale, non a caso, il veneziano Saraceni fu ottimo testimone), quel barocco con le sue rose – dai Metafisici inglesi all’Adone mariniano – che in Sannelli sono l’equivalente del fior di loto nel più famoso degli OM buddisti, ossia luminosa bellezza radicata nell’oscurità fangosa: ecco allora ‹‹dalla/ mala-spina la bella rosa” (p.6), ‹‹… Dalla spina dura/ la maggiore delle rose›› (p.7) e, con variante metrica, ‹‹Dalla spina/ dura la maggiore/ delle rose… ›› (p.38).
Quest’ultimo esempio ci immette bruscamente nel laboratorio del poeta, là dove si cesella l’infinità del possibile in varianti che incantano, come appunto accade sia nella poesia barocca e sia qui, dove l’a-capo trasforma un aggettivo qualificativo, ‹‹dura››, in un verbo, quest’ultimo ad indicare temporalmente la sopravvivenza della bellezza (‹‹la maggiore delle rose”) nel tronco spinoso e robusto che la sostiene (la ‹‹spina››, pensata come spina dorsale che consente la felice durata del fiore). Il Barocco cui riferisce Massimo Sannelli, tuttavia, non ha nulla del pomposo ed effimero gioco di corte seicentesca, non è il luogo protetto in cui il genio dell’autore s’immortala attraverso lo stile, ma semmai con quest’ultimo egli lotta per non sprofondare, per non esserne annullato. La musica che ne esce contiene tutta la spigolosa fatica necessaria a fronteggiare tale evenienza, essendo appunto l’effetto sonoro della resistenza identitaria al suo dilaniamento, con tutto il rumore meccanico che ciò comporta, quasi a voler mettere l’artificio stilistico là dove natura vorrebbe altra fluidità: viene in mente lo scappamento degli orologi a molla, che blocca per un secondo lo scorrere del tempo universale, così scandendo la dimensione minuscola dei mortali, che da essa traggono l’ordine, sia pur precario, per sopravvivere. Appunto a questo, secondo Sannelli, serve ‹‹l’ingegno›› dei singoli: a migliorare l’abbraccio di tutti gli esseri umani (p.5 e p.28), così che la poesia, come scrive Giampiero Marano ne La parola infetta (NEM, 2003, p.134), incontri finalmente la comunità, senza temere ‹‹l’impura fisicità del contatto›› ed il fecondo fraintendimento inscritto in ciascuna finitezza.

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Written by matteofantuzzi

26 settembre 2005 at 06:44

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SULLA PIANURA – Corrado Govoni dentro al paesaggio di Giovanni Tuzet

3. La rappresentazione dell’assenza: generalità e sperimentazione

Per riassumere quanto detto. L’assenza di movimento e di eventi, l’inazione sembra caratterizzare le prime opere di Govoni. Un’immobilità silenziosa vi regna. Elementari sono le cose descritte ed elementari le strutture descrittive. La tecnica è quella dell’accumulo. L’accumulo ricorda, volendo vederci una metafora, la sedimentazione della pianura Suggestioni di questo tipo non saranno estranee al Montale di Dora Markus (vv. 6-10), in cui la pianura, nei pressi del mare, è descritta come una “bassura dove s’affondava / una primavera inerte, senza memoria.” Senza dimenticare certe atmosfere nebbiose in Marino Moretti, coevo di Govoni[1]. Se i punti di riferimento sono elementari, lo sono nella loro generalità. Non sfuggirà il carattere generale di molti elenchi govoniani. Un esempio del 1907, da Le cose che si fanno la domenica (pp. 115-116): “La biancheria distesa nel prato. / Il sole sulle soglie. / La tovaglia nuova nella tavola. / Gli specchi nelle camere. / I fiori nei bicchieri.” E così via senza specificazioni o riferimenti ad un particolare specchio, al sole di un certo giorno, a una certa tovaglia. In questa poetica, in termini linguistici, gli indicali hanno un ruolo marginale. (Per indicali, si intendono le espressioni come ‘qui’, ‘ora’, ‘questo’, le espressioni che rinviano a luoghi, tempi, oggetti determinati). Se c’è una ‘linea padana’ nella poesia italiana del 900, è fra Govoni e Bertolucci? Si direbbe di sì, ma qui non possiamo rispondere con la dovuta cura. Ci limitiamo ad osservare che un elemento di comparazione e di conseguente riflessione dovrebbe essere l’uso degli indicali, ossia dei riferimenti a precisi luoghi e tempi dei versi, che in Govoni pare alquanto marginale allorché in Bertolucci sembra avere un peso maggiore[2]. Pur mantenendo una poetica della generalità, almeno dal 1911 (Poesie elettriche) Govoni la coniuga ad una nuova sensibilità sperimentale, alimentata dalla frequentazione dei futuristi. Non indugia in una rappresentazione naturalistica del naturale: mette in gioco un intreccio fra naturale e artificiale. Le soluzioni che possono scaturirne sono: una rappresentazione artificiale del naturale e una rappresentazione naturale dell’artificiale. Ossia, una rappresentazione del naturale tramite elementi artificiali e una rappresentazione dell’artificiale tramite elementi naturali. Potremmo chiamare innovatrice la prima (rappresenta il vecchio con mezzi nuovi) e conservatrice la seconda (rappresenta il nuovo con mezzi vecchi). Il tentativo più interessante e ardito è il primo: rappresentare la natura attraverso elementi, immagini e metafore artificiali. Mentre Marinetti ed altri si concentrano sul secondo tentativo (le macchine come formidabili creature), Govoni è più sensibile al primo. Vengano ispezionati certi ‘calligrammi’ del Govoni futurista, come Autoritratto, Il palombaro e Campana di chiaro di luna, da Rarefazioni e Parole in libertà (1915). Nella terza di queste poesie, per fare un esempio, il bosco è un “teatro verde”, le lucciole sono “ballerine di fosforo” sul “palcoscenico d’un prato” e i fiori compongono un’orchestra. Il luogo dell’assenza è reinterpretato: i suoi tratti naturali crescono alla luce artificiale, crescono in significato e suggestione alla luce artificiale del creare e sperimentare. Bellezze artificiali competono a bellezze naturali e dove la sensibilità del poeta è più coinvolta non c’è fra esse disarmonia: si intrecciano e chiariscono le une le altre. (Per inciso, un’istanza emersa alcuni anni orsono, la cosiddetta Geopoetica, presenta forse il limite di cercare una rappresentazione pura del naturale, che saprebbe cancellare quanto la storia ha segnato e accumulato. Cioè – come si evince da certi scritti di Kenneth White, suo ispiratore – una rappresentazione naturalistica del naturale, che non avrebbe bisogno di percorrere le forme di intreccio fra naturale e artificiale. Così facendo, la geopoetica rischia di arrestarsi in una secca, alternativa alle secche dell’emotivismo soggettivista ma pur sempre tale: l’evocazione inconsistente di un’età dell’oro, di un cosmo pre-tecnico indenne da artificialità, in un falso e impalpabile esilio dal divenire del mondo[3].)


[1] In particolare La nebbia, ora in P. Gelli e G. Lagorio (a cura di), Poesia italiana. Il Novecento, vol. I, Garzanti, Milano, 1980, p. 87.

[2] Si può vedere L. Ferrara, I versi e le stagioni di Bertolucci, Atelier 7, 1997, pp. 48-50: “La poesia di Bertolucci appare immersa e bagnata in un tempo e uno spazio determinati, bisognosa di luoghi, di cose, di circostanze, come un fiore necessita di acqua e d’aria” (p. 48); cfr. anche L. Severi, Tempo e realtà nella poesia lirica di Attilio Bertolucci, Atelier 21, 2001, pp. 8-30.

[3] Cfr. ad esempio K. White, Scotia deserta e altre poesie scelte, a cura di M. Fazzini, Ed. del bradipo, Lugo, 1996. Si può vedere anche La géopoétique, Poésie 98, n. 74 (1998).

Written by matteofantuzzi

21 settembre 2005 at 22:43

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Su Parco Poesia di Luigi Nacci


Sono appena tornato da ParcoPoesia (dove tra l’altro ho avuto modo di conoscere in carne e ossa il buon Fantuzzi), esperienza che, come di solito i festival e le rassegne che durano più giorni e ospitano molte persone, mi ha lasciato molte sensazioni addosso. Restano gli incontri, su tutto – non quelli sul palco. Gli incontri da panchina restano, da bar, da stazione Editori umili e affabilissimi (vedi Ramberti), giovani preparati che hanno pazienza e non se la tirano (vedi Massari, che non ha letto), e poi altre persone che si presentano solo per nome e non per cognome, gente che non perde il tempo a commentare come era vestito Buffoni piuttosto che Piersanti o che fa la fila per genuflettersi di fronte a De Angelis (io il mio libriccino di fresca stampa l’ho dato sì a Milo, ma giusto 5 secondi, il tempo di metterglielo in mano e dire "arrivederci"). Ho conosciuto di persona un critico che stimo molto: Galaverni. L’ho trovato simpaticissimo, non snob, graziaddio. Con Piersanti si è parlato di Doplicher, ed è stato bello (abbiamo fatto anche una divertente indagine sociologica insieme…), credo anche per lui. Ho sentito leggere almeno una ventina di giovani. Non sono rimasto granché impressionato. Si stenta a dire, senza aprire gli occhi: "ah sì, questo è senza dubbio tizio, questo è caio, etc.". Molti si assomigliano, forse anche perchè si con-segnano agli stessi poeti “anziani”, che li modificano a propria immagine e somiglianza. Quasi nessuno lavora sulla maglia di suono e ritmo che sta sotto al testo. Tanta prosa, bella prosa anche. Ad esempio non mi sono piaciuti molto i ragazzi dell’ottavo quaderno italiano di Marcos y Marcos (tranne Massimo Gezzi che, sebbene faccia una poesia distante dalle mie corde, mi pare proprio bravo, capace di rimanere sempre in equilibrio, mai fuori dal seminato, con basi solide), meglio i ragazzi di Niebo (mi è piaciuta molto la Leardini: il suo canzoniere d’amore emoziona; e poi Mancarelli, perché l’ho trovato umilissimo). Tra gli altri che hanno letto mi è piaciuto un giovane di Siena, caldeggiato da Patrizia Cavalli (la mia memoria fa acqua da tutte le parti, non mi ricordo come si chiama! Mi pare che il suo cognome inizi per “z”. Qualcuno l’ha riconosciuto?). Ho reincontrato persone che non vedevo da un po’ di tempo (Brullo, Cattaneo, Gibellini), ho intervistato insieme a Christian (Sinicco) un po’ di persone (Piersanti, Galaverni, Sica, Rondoni, Massari… le interviste, le recensioni, e altre belle cosette si potranno vedere tra qualche mese su “Fucine Mute” – www.fucine.com – in un numero speciale dedicato alla poesia contemporanea), ho bevuto molta acqua a cuasa dell’afa e poco vino. Mi è dispiaciuto che sia saltato il dibattito sul rapporto tra media e poesia (secondo me bisognava farlo, soprattutto per rispetto di chi era venuto lì appositamente) e mi è dispiaciuto il modo in cui è stato interrotto il video-poema di Fratus (i primi 5 minuti non mi sono piaciuti molto ma volevo arrivare fino in fondo, e penso che anche la gente in sala volesse). Dal punto di vista organizzativo muovo solo una critica: inviterei meno persone oppure eliminerei alcuni momenti, in modo da non accavallare troppe cose. Non è gradevole la sensazione di avere poco tempo, di dover leggere in fretta, di non poter dibattere, confrontarsi, criticare e essere criticati (nella fretta c’è la paura di essere fraintesi). Ma questo è un problema tecnico e sono sicuro (spero) che in futuro si riparerà. Dall’altra parte Parco Poesia è un luogo in cui conoscersi, o rivedersi, stare un po’ insieme. Spesso capita che le chiacchierate scivolino su argomenti distanti dalla poesia, che si parli di come è appena trascorso l’anno passato, di come stanno i figli, del lavoro, e di una moltitudine di cose che poco hanno a che vedere con quanto sta accadeno sul palco. Ed è un bene, credo (ha ragione Piersanti quando dice “la mortadella viene prima della poesia”, solo che dopo averne mangiata a chili ogni tanto farebbe bene anche fare altro…). Dopo tutto siamo di carne e ossa ed è molto meglio parlare della donna che non hai più piuttosto che dell’editore che vorresti avere. Come ha detto giustamente Galaverni, la crisi c’è, ma solo negli autori in crisi. Bisogna circondarsi di amicizie buone, di poeti buoni, di maestri veri, così la crisi sparisce. È sempre una questione di punto d’osservazione. Mi sarebbe piaciuto avere il tempo di conoscere qualche altro poeta, ma a volte bisogna cogliere il momento propizio e se lo perdi passi, chissà se ricapiterà l’occasione. E poi altri ragazzi e ragazze che sono stato felice di conoscere: Pietro Federico, Maria Rita Stefanini, Maddalena Vicini, Theresia (la viennese, non ricordo il suo cognome), Maria Valente, Chiara Raggi, Roberta Bertozzi, Corrado Benigni). Insomma, torno da Riccione con qualche (futuro/a) amico/a in più, con stima accresciuta o diminuita verso alcuni poeti noti (tra tutti i nomi, sono felice della riconferma di Gibellini: è lontano dal mio stile ma continuo ad apprezzarlo, anche nelle ultime cose che ha scritto), e con la curiosità di vedere quali di questi rapporti continueranno nonostante le distanze e quali invece no. Torno anche con la consapevolezza della superiorità di Trieste (nel biliardino): la coppia Nacci-Sinicco ha stracciato e umiliato ripetutamente le tre coppie di italici centrali: Rondoni-Massari, Rondoni-Mancarelli, Massari-Mancarelli. È stato imbarazzante vedere l’incapacità di affondo e concretizzazione da parte di Rondoni (che tiene in mezzo, ma gli manca il guizzo) e la difesa colabrodo di Massari (che assorbe tutto, non filtra, chissà cosa ne uscirà fuori). La cartolina che conserverò: io, Sinicco e Massari al tavolino del bar, alle tre di notte, nel viale deserto di Riccione, a parlare di poesia, umanamente, con la sensazione di un’amicizia che sboccia. Tutto il resto (spettegolezzi, arrabbiature, manifesti gridati a squarciagola, pizze mediocri e scotte paste con le vongole, dvd che non partono) fa parte del circo, poco male. Ho sempre incoraggiato e stimato chi fa, chi organizza, chi si impegna per realizzare un progetto, nonostante gli errori e le inesperienze. Per cui dico alla Leardini di continuare, magari con degli aggiustamenti (soprattutto quello che dicevo prima: meno incontri, più tempo per leggere, per dibattere, per pensare). Io da canto mio farò lo stesso, qui a Trieste, insieme agli amici Ammutinati, come d’altronde si tenta di fare da anni.

Written by matteofantuzzi

14 settembre 2005 at 15:02

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Cricche poetiche di Erminia Passannanti.

Pare che un fitto nodo di rapporti unisca l’uno agli altri i poeti nella comunità in cui accade loro di muoversi. In quest’ambiente (vero e operativo, o fittizio e dunque inattuale) i segmenti comunicativi che si stabiliscono tra poeti focalizzano di necessita’l’attenzione su questioni inerenti alle modalità espressive di questa o quella personalità, o movimento, da una parte, e su presupposti ideologici dall’altra. Negli ambienti dissidenti, uno dei soggetti di discussione tra poeti concerne appunto le modalità normative, che si sottopongono a valutazione, contestano e che eventualmente si vogliono superate. Ma a volte si verifica un tentativo, da parte di un giovane poeta dissidente, di entrare in contatto con un poeta “main-stream” secondo l’ortodossia delle gerarchie vigenti.
Questo perché in ogni società degna di chiamarsi tale c’è bisogno di uccelli sui rami e di poeti, e dunque sia lo Stato sia il Capitale si procurano di chiamarseli alle armi con vari modi di adescamento. L’ha detto non troppi millenni fa Franco Fortini ne “Il poeta servo”. Infatti, verosimilmente, il poeta "main-stream" apparteneva all’avanguardia, ora divenuta vetusta cosa impiegatizia.
Questi movimenti regressivi da parte del giovane (che hanno senso rispetto al valore testimoniale dell’opera di chi l’ha preceduto) sono in genere giustificati più pragmaticamente dal desiderio, forse puerile, di farsi apprezzare e approvare dall’anziano, o sotto sotto promuovere e proteggere. Il poeta giovane dissidente contatta il vecchio "main-stream" come dalla cella di un carcere, da un rifugio tra i rami del brechtiano albero di ciliegie, del calviniano frutteto nobiliare nel giardino del nonno, o da un luogo di "ideale" confino.

Paradossalmente, dunque, spesso è il giovane poeta dissidente a cercare di creare un contatto (alle volte segreto, non esplicitato agli amici dissidenti), con il poeta vecchio, che infondo rispetta, e indirettamente con la comunità o con l’istituzione letteraria, che l’ha preceduto, e che apparentemente avversa.
Forse ella s’immagina in un futuro proiettato in una condizione che ora appartiene al vecchio. Penso allo sperimentale Ted Hughes prima di diventare Laureato, fotografato a un party belletristicamente con un flute di champagne accanto a TS Eliot, e Auden, all’Annual Party della Faber & Faber del cui gruppo di poeti main-stream era appena diventato parte. Penso al corvo Dylan Thomas che cedendo alle lusinghe finì coll’aprire il giallo ed orgoglioso becco e col fare cadere lo spicchio del suo gallesissimo formaggio nella vorace bocca della volpe capitalistica.
Apparentemente, dico, perché ogni avversione contiene in sé una qualche connessione, per una semplice dinamica degli opposti. Potrebbe trattarsi del bisogno psicologico di rifarsi, privatamente, ad un nucleo di significanza, che accetti e accolga in sé la nozione di un predecessore, autorità spesso persuasa a farsi partecipe della nuova poetica ribelle, ma attraverso epistolari e incontri esclusivi.
In ogni famiglia ci sono scontri. L’umano orgoglio del giovane poeta non si cheta dinanzi alla necessità di ottenere appoggio e solidarietà. E dunque ecco la tensione osservabile tra “mentor” e indomito discepolo. Il padre, o la madre non riesce a comprendere a pieno il ruolo eversivo rivendicato dal figlio. Ne è soggiogato e affascinato, terrorizzato e disilluso. Nemmeno comprende che i ruoli tramandati possano semplicemente perdere applicabilità, e non già valore. Il contrasto è quindi inevitabile. Il contrasto in sé indica cambiamenti necessari, e certamente profondi, all’interno della struttura. Al contempo, il poeta affermato, albero spettrale e rinsecchito, di sublime valore e bellezza, si rende amaramente conto del suo progressivo diventare celebrità obsoleta. E sacrifica, a questa condizione, la parte migliore della propria poetica.

Written by matteofantuzzi

8 settembre 2005 at 10:25

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Giampiero Neri in un’intervista a cura di Thomas Maria Croce sull’Ulisse n°4 afferma: "Il ruolo è implicito nell’attività artistica. Dal momento in cui uno pubblica un’opera, si fa leggere, ha un ruolo nel consorzio sociale. Noi leggiamo o guardiamo un’opera d’arte e riflettiamo sulle manifestazioni di ricerca espressiva: l’opera ci fa pensare, sollecita la parte più nobile dell’uomo. In questo è implicita la funzione sociale. Da qui a ritenere che ci possa essere una funzione sociale ufficiale ne passa. Sono contrario a qualsiasi forma di ufficialità, la quale toglierebbe la libertà, e potrebbe portare a un’arte di propaganda, come molto spesso è accaduto.
Mi vengono in mente quei contadini che falciano il grano col sorriso finto, allargato: questo tipo di arte è una beffa, una mistificazione.
Quei sorrisi sono inverosimili, sui volti dei contadini o degli operai in realtà si vedono i segni della stanchezza, della preoccupazione".
Nella prospettiva del poeta nato a Erba il ruolo esiste, è un dato di fatto, è una conseguenza del fare, ma attenzione a chi vuole sviluppare programmi ufficiali (e artificiali), non farebbe altro che snaturare la poesia. Con semplicità Giampiero Neri appoggia sul tavolo della poesia, e del nostro ammbiente letterario, un granello di epistemologia che, ricordato, potrebbe di certo insaporire il lavoro di molti redattori, critici e poeti.
Poichè distante appare questa semplicità dalle elucubrazioni degli addetti, sfiduciati mentre analizzano la società (troppo spesso discorsi incomprensibili alla massa, cioè noi, densi di note illeggibili) o noncuranti della realtà, privilegiando nessun ruolo con un giro di parole, in pratica disimpegnandosi.
E l’uomo, quello che fa, non è il poeta ? Ma come mai la comunicazione non arriva ? Come si può pensare che la poesia solleciti, faccia pensarem se il poeta non si misura con la realtà per restituirla all’uomo, come civiltà ? Non mi sembra che Yeats abbia avuto timore della corona inglese mentre scriveva "Pasqua 1916" in ricordo della corona irlandese.
Oggi pare invece non ci si ammazzi per le strade, non ci siano guerre, non ci siano cose da denunciare, aspetti della realtà tanto forti da colpirci ! Niente, neanche la morte, solo la disarmata lingua del nulla e la paura dei poeti di non essere riconosciuti, da cui poi derivano prese di posizione ridicole, come il meglio proporsi come amici a quelli delle grandi case editrici, offrirgli servigi, in modo tale da avere l’impressione di essere, un giorno, canonizzati, diventare come papi chiusi nei sepolcri della storia; o inventare mirabili apparati editoriali che assolvano i peccatori "poeti" in un  circuito elitario, finzione dell’amore dei poeti per la comunicazione tra di loro, senza accenni all’efficacia referenziale o alla rilevanza sociale dei testi proposti -tanto, sono tutti bravi, chi più, chi meno. –
Che bravi questi poeti così maturi nel motivare le scelte nelle giurie attraverso conbine, nei premi letterari; quante discussioni, quante proposte quanto dibattito culturale ! Che scienza !
I segni che scrutiamo nel cielo rimandano ad altro, a qualche temporale in arrivo; e così anche le parole degli addetti ai lavori fanno emergere un quadro, la debolezza delle prospettive in cui la poesia naviga: i poeti svuotati del loro impegno (o a causa di un tempo ferragostano andato a male o del leviatano dell’industria culturale) ci sguazzano dentro.
Questa è la realtà: rimedi per i poeti ? Come selezionare, promuovere, comunicare, oggi, la poesia ?

Christian Sinicco


Written by matteofantuzzi

3 settembre 2005 at 11:30

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