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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for luglio 2005

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Di poesia e di cose che succedono di Michele Obit.

Bene. La cosa è questa, anche se mi tocca annebbiarla un po’, per ovvi motivi. Mi telefona una certa signora, che mi dà la notizia: sei stato scelto in una rosa di persone per rappresentare la regione (scusate la rima) a un importante appuntamento culturale, se ti va leggerai le tue poesie qui e qui, assieme a X e Y. Dico che va bene, dico sempre che va bene, se posso. Mi sento un minimo inorgoglito, ma non più di tanto. Qualche ora dopo mi chiama un amico che è uno degli altri poeti scelti, diciamo Y, e mi dice: guarda che non è come te l’ha raccontata, hanno scelto gli altri, che guarda caso ruotano tutti o quasi attorno ad una casa editrice, e sono tutti, o quasi, di una certa area geografica, e poi messo dentro te perché sei sloveno, e a loro fa comodo. Insomma, i meriti poetici, se ci sono, non centrerebbero nulla. Oggi Y mi ha scritto per spiegarmi un po’ meglio la situazione. Esistono le lobby, sono sempre esistite. Esistono le lobby nel povero universo poetico, sono sempre esistite. Il che è semplicemente triste. Qualcosa faremo, qualcosa farò. Sto pensando a una poesia, da leggere là. E poi andarmene.

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Written by matteofantuzzi

27 luglio 2005 at 08:38

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La poesia italiana all’estero (e in particolare in Francia).

Sebbene su Poesia la Bisutti mensilmente ci parli di quanto concerne le patrie lettere poetiche all’estero, e a leggerla da lì non sembra poi le cose vadano tanto malaccio, un passaggio dell’intervento di Luigi Alberto Sanchi dal numero 1 de La Gru (in cui sto anch’io) mi fa da spunto per una brevissima riflessione. Oggetto: il caso francese. In Francia, come poi ovunque fuori dai confini, la poesia italiana non è nemmeno lontanamente considerata.
Vero che Po&sie n.109-110 è stata dedicata alla nuova poesia italiana, ma è vero anche che le riviste in Francia non le legge assolutamente nessuno (come già mi confermò l’interessato quando intervistai il direttore della libreria italiana di Parigi "Tour de Babel"). Gallimard ha fatto uscire quest’anno e solo dopo la loro morte due libri, uno di Raboni e uno di Luzi.
Luzi che fino a quel momento era stato portato oltralpe da  una piccola e combattiva casa editrice, e cioè Verdier. Nelle medesime condizioni è tuttora Zanzotto, semi-sconosciuto. In Francia sono davvero ancora assolutamente a Dante.
E tutto questo mentre numerosi poeti stranieri "giovani" poeticamente parlando tranquillamente circolano ovunque nel mondo. Simon Armitage vale meno di un De Angelis ? Ho i miei dubbi. La poesia slovena varca un poco ovunque i confini con i propri pezzi pregiati, come fossero dei prodotti tipici promossi nelle loro notevoli differenze stilistiche, concettuali ecc. qua la cosa sembra impossibile.
Le lotte, gli arroccamenti, le eterne battaglie, le polemicuzze sterili tutto non fa che alzare la polvere sulla poesia italiana contemporanea, rendendone illeggibile anche le prove migliori. Rendendo tutto estremamente fumoso. Peccato. State bene.

Written by matteofantuzzi

24 luglio 2005 at 07:59

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Davide Nota mi inoltra testualmente “un articolo di Gianni D’Elia apparso su l’Unità di qualche giorno fa: per organizzare per l’autunno del 2005 una serata nazionale di poesia e cultura contro la guerra, cioè contro la principale scusa del terrorismo. Si tratta ancora di un progetto, ma chi volesse eventualmente anticipare la propria disponibilità (come singolo poeta o come gruppo e/o associazione culturale) può farlo rispondendo al post sotto (poi passerò i nominativi a Davide che penserà a comunicarli agli organizzatori in previsione di un manifesto da pubblicare prossimamente sulle pagine de l’Unità). Siete pregati di inoltare e diffondere questo messaggio nei vostri spazi”.

Ci vuole un «Live 8» delle coscienze di Gianni D’Elia.

Ha ragione Padellaro: che confessino il fallimento bellico. Si piange di dolore e di rabbia, cari vivi e cari morti. Perché c’è tanta esitazione sui princìpi?
Perché, dopo la strage di Londra, non si dice forte e chiaro (espressione che usa spesso Fassino) che il rifiuto del terrorismo è strettamente legato al rifiuto della guerra? Per noi, di sinistra, è così? Perché non riesci a credere a Blair completamente, quando risponde ai terroristi che difenderà i nostri valori? Rispetto, cordoglio e strazio, sì. Ma poi? Perché pensi subito ai valori di borsa e al petrolio? perché, negli ultimi quindici anni, la guerra è diventata, per le democrazie occidentali, uno strumento di politica del dominio, che fa crescere il terrorismo? Perché l’area del petrolio è stata così tempestivamente accerchiata, lasciando marcire altrove tutti gli altri conflitti? Se facessero un attacco convenzionale, batteriologico o nucleare in Italia, che è in guerra laggiù in Iraq, dove si bombardano città e si uccidono civili come mosche, sempre con la scusa dei terroristi, che lì si sono moltiplicati proprio grazie alla guerra democratica (mai ossimoro fu più crudele), noi di sinistra pensiamo di avere fatto e di avere detto proprio tutto contro il terribile pericolo di morte e di fine della cultura, che questa situazione voluta dai potenti determina?
Il falso dualismo tra Occidente e Islam, ne è la prova: i popoli (cristiani o musulmani) sono per la pace. Con tutti i laici e i non credenti, in Italia e ovunque.
Non si identificano né in Bush, né in Bin Laden. Il pericolo di morte ci impone e ci dà diritto alla parola, per autodifesa. La fine della cultura è sotto gli occhi di tutti: la letteratura italiana, nella sera della strage, era fotografata al Premio Strega.

Va bene che sono finiti gli anni del movimento, ma che nessuno degli scrittori lì presenti sia insorto con una pagina o un verso dal vivo, per scuotere gli italiani dalla piccola logica del premiuzzo, e restituire alla poesia il suo ruolo militante e civile, la dice tutta sul ritardo di rivolta morale contro la guerra, che proprio la cultura dovrebbe politicamente perseguire. Dispiace per gli amici, ma la durezza è imposta. È ora di un Live 8 della poesia e di tutta l’arte italiana contro la guerra e contro il terrorismo.

Si deve chiedere il ritiro immediato del nostro contingente: per ragioni di principio, più volte richiamata di Oscar Luigi Scalfaro e da Pietro Ingrao: «Il ripudio della guerra» iscritto nella nostra Costituzione.
E si deve chiedere il ritiro, per ragioni politiche, cioè di calcolo e di intelligenza dei rapporti di forza esistenti, prendendo sul serio la minaccia dei terroristi verso l’Italia. La sinistra culturale, almeno quella, deve indicare alla sinistra politica l’opzione di Zapatero in Spagna, prima che avvenga il massacro qui da noi. Dobbiamo innanzi tutto salvare la vita e degli altri, cosa che oggi i governi e gli Stati non riescono a fare, e tanto meno questo governo di apprendisti privati sulla pelle dell’intera società italiana.
Senza il ripudio netto della guerra, il terrore non si può battere. Togliamo ai terroristi il terreno di coltura: la guerra. Disprezziamo la loro barbarie.
Torniamo in piazza a milioni.
Per la pace e il disarmo progressivo.

Written by matteofantuzzi

15 luglio 2005 at 07:04

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460,40 euro.

è questa la cifra raccolta con "degustare locale" 2005. andrà devoluta per metà ai progetti che vedono come membro attivo il comune di Castel San Pietro Terme per la costruzione di acquedotti nella regione congolese di Muzinzi, e per metà alla FaNeP, l’associazione che presso l’ospedale Sant’Orsola di Bologna segue e supporta il reparto di neuropsichiatria infantile occupandosi specialmente di epilessia, anoressia e bulimia. questo post sia ben chiaro, non serve a raccontare quanto siamo bravi ma a lanciare un appello. se organizzate letture, festival (pure slam, oggi son buono) di poesia, se lo fate come credo gratuitamente -già viene poca gente, figuriamoci se ci fosse pure un biglietto – mettete un piccolo punto raccolta fondi a offerta libera, sostenete quel che vi pare basta siate certi sia gente seria, ma fatelo. aggiungerete poesia alla poesia. e non è poco.

Written by matteofantuzzi

8 luglio 2005 at 17:49

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Della condizione postuma di Erminia Passannanti


Non discutiamo qui di “crisi della critica”, e nemmeno di “crisi della crisi”, vale a dire del declino del concetto di crisi, per cui nemmeno possiamo dirci in crisi, ma della morte dell’ufficio della critica come organismo vivente. Il quale a sua volta pretende di sancire la condizione postuma di chiunque si accinga a scrivere poesia dopo la sua morte. Dopo la morte del legislatore. L’istinto critico è postumo nel momento stesso in cui si formalizza in scrittura. È triste. Ma più triste è che la critica acquisisca una valenza postuma solo perché siamo nell’imminenza della morte dei suoi attuali teorici.
Sì, è triste, e anche avvilente, vedere che l’intellettuale prescrittivo e normativo, che ha decretato standard e si è eletto a profeta di orizzonti, non riuscendo a tenersi al passo dei tempi, che oggi precedono essenzialmente un mutare delle “tecniche” e non già dei contenuti o dei modelli di scrittura, invece che darsi per vinto, o aggiornarsi, sancisca postumo ogni tentativo di scrittura del Terzo Millennio,  a partire dall’incompatibilità di queste con le premesse del Secondo e con le proprie.

Invece qui non c’è alcun morto. Come dire: chi sta per morire decide che quelli che restano in vita, ovvero i giovani poeti, sono solo capaci di epitaffi? [Epitaffi in memoria del defunto critico!]

Accade sempre, a chi si prepara alla pensione, di vedere morte dappertutto, anche tra le giovani generazioni. Rappresentare nella condizione postuma la poesia dei giovani equivale a dire che la poesia attuale è postuma perché nasce con la morte dei suoi produttori. I quali sono immaginati morti per invidia, dal parte del critico prossimo alla tomba, della vivacità con cui la poesia si produce oltre e a prescindere da chi la critica.
Si dice postuma la poesia a causa della simulazione, o adozione della maschera tragica, da parte dei giovani poeti.

E se anche la dicessero postuma loro stessi, non credendo che la poesia muti nulla e abbia valore operativo, questo è un pensiero molto vivo.
Il critico dice postuma la rinuncia del giovane poeta ad esplicitare un mordente ideologico. Dice postuma la mostra che il giovane poeta da della sua rinuncia all’azione programmatica.
Ma non è da sempre questa la posa e la forza dialettica stessa della poesia lirica? Questo fingersi postuma? Lo diceva nel 1962 Fortini nella Poesia delle Rose.
Con poesia postuma oggi il critico prossimo alla tomba descrive l’intenzione del giovane poeta che scrive auto-celebrando la propria sconfitta, o fantasizzando la propria fama postuma, non potendo aspirare ad una fama in vita [se non a pagamento o nel mondo dell’Iperuranio]. Celebrando in sé la propria fama postuma il giovane poeta fa il versificatore in vita. Assume la posa manieristica di chi si iscrive in un cerchio degli eletti che hanno aristocraticamente fallito l’azione programmatica. Ma infatti non è vero, perché la riuscita della posa postuma è di per sé un grande successo.
Può questo pensiero della poesia come scrittura postuma consolare il critico della propria fine imminente? Questo non può consolare nessuno. Intanto, la condizione postuma dalla notte dei tempi descrive in modo più che circostanziale gli ambiti in cui si aggirano i giovani poeti: stanzette comode tradotte in catacombe.
La fine è sempre imminente. Accade regolarmente, a turno,  e colpisce tutti. Questo è il senso del succedersi delle generazioni e delle tradizioni. Che certi sentimenti siano inevitabili, e morte e vita si cerchino e neghino a vicenda, nessuno può negarlo. La morte invidia la vita, e la vita invoca la morte, per darsi un contegno. A qualcosa ancora serve il “common sense”.
A ben vedere, le salme non vanno sottovalutate nella loro forza progenitrice: nel mondo della scrittura il senso e la forma continuano a fiorire, anche sbocciando o germinando come larve dagli occhi cavi dei cadaveri della tradizione (“Rosselli , in Serie ospedaliera e Seamus Heaney, in North). Ma c’è bisogno ad ogni epoca di creare fratture, ordinare irrevocabilità, chiusure e rinascite. Altrimenti come si darebbe il “nuovo” e come si celebrerebbe il “vecchio”?
Tutt’altro che morta la poesia. E tutt’altro che desueto è in realtà  l’ufficio della critica, che sta germinando con nuovi codici tra i giovani, come ha da essere.
E che dire ai teorici del postumo che decretano finita la poesia e la iscrivono nel segno di un inedito declino? Postuma è per definizione la poesia stessa dal momento che segue la morte del sentimento vero che la ispira, essendone il museo, la maschera.
Postumo è tutto ciò che segue all’istinto che nasce e in sé si consuma, in un breve attimo. La vita stessa è una condizione postuma alla volontà procreatrice, allo stato puro, all’idea dell’essere che muore seduta stante.
Ciascuna creatura scritturale esige la morte del proprio padre e della propria madre, e con essi, di se stessa. La morte è compatibile con l’arte e con la vita. Lo diceva la Rosselli: “Morta ingaggio il traumatologico verso”.
Dunque, prepararsi bellamente alla fossa. Ti vengono incontro le ombre degli antenati, la mamma e il babbo vestiti di bianco, con aria di benvenuto e allo stesso tempo di apprensione.
Lo scenario ad alcuni può perfino apparire allettante, se si sia guadagnata una qualche reputazione.
 
[Oxford, 23 giugno 2005 ] da Erodiade.

Written by matteofantuzzi

1 luglio 2005 at 06:30

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