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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Da Poesia, solitudine e readings di Alessandro Polcri.
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Vedo che si è diffusa una febbre che stenta a passare. Non c’è angolo d’Italia che non abbia un po’ di luci e uno o più musicisti su un palco (posto in una piazza o in un angolo di un locale) invitati dagli organizzatori o dallo stesso poeta per creare uno spettacolo di intrattenimento intorno alla parola poetica (a volte addirittura accompagnato anche da degustazioni di vini o da altre amenità). La riflessione che deriva da tale osservazione è che la parola poetica, pronunciata da sola sul nudo palco o – ancora di più – letta in silenzio (e circondata da silenzio prima e dopo la lettura), è diventata troppo dura da digerire. In altre parole: la poesia ha ora bisogno di essere accompagnata dalla musica e/o da qualche evento collaterale che non la rendano noiosa. A mio modo di vedere, la parola ne viene fortemente sconfitta. È, infatti, evidente che da sola non ce la fa a farsi ascoltare e, appunto, come dicevo, aiutata da alcuni effetti speciali, deve per forza diventare intrattenimento (cosa che la poesia non potrà mai essere, se è poesia). Non vorrei però essere frainteso. Riconosco quanto musica e poesia siano fortemente legate e non sto dicendo che in sé è sbagliato leggere poesie all’interno di un evento più o meno musicale. Sto, invece, cercando di riflettere su quello che è un abuso e una spettacolarizzazione di tale formula. È evidente che la profondità della poesia fa paura e che, dunque, vada attenuata, di fatto realizzando l’esatto contrario di quanto giustamente Oscar Wilde affermava («Now art should never try to be popular. The public should try to make itself artistic») e, dunque, condannando la poesia a rimanere solo un’attività e un’arte del tutto marginale. Per esempio, in Italia non sarebbe possibile avere per una elezione politica un Inaugural poet. Invece Obama (e prima di lui altri tre presidenti) ha invitato al suo giuramento Elizabeth Alexander a leggere una poesia da lei composta per l’occasione. E, si badi bene, si tratta di una poetessa che è anche professoressa di ‘African American Studies and English Literature’ alla Yale University. La partecipazione di un poeta a un evento storico di quel livello ha di fatto ribadito, almeno in America, che il poeta ha ancora un mandato sociale ben preciso e riconosciuto. Al contrario, in Italia il poeta è un emarginato vero e proprio e non conta nulla: basta osservare di passata che non esistono cattedre universitarie di poesia e nessun poeta è invitato come poeta in residence nelle nostre Università dove addirittura il poeta professore è ancora ignorato come poeta (e, anzi, la sua presenza crea un certo imbarazzo) e dove, da secoli, non esistono più nemmeno i poeti laureati (una bella tradizione che ci siamo fatti fregare e che è ora ben radicata nel mondo anglosassone dove il Poet laureate è molto importante, mentre da noi, dopo Petrarca, non ha avuto una vera fortuna moderna). In Italia, al massimo i poeti, quando va bene, ricevono funerali di stato, come è accaduto a Alda Merini – diventata famosa solo grazie al Maurizio Costanzo Show e grazie alla spettacolarizzazione della sua difficile storia personale – o vengono nominati senatori a vita quando sono già ‘in odore mortis’,come accadde a Mario Luzi. Se, invece, i poeti ricevessero le attenzioni, le cure e il mandato sociale che ricevono altrove, forse avremmo anche un pubblico di lettori più maturi.
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l’articolo completo qua http://samgha.wordpress.com/2009/11/08/312/#more-312
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Written by matteofantuzzi

12 novembre 2009 at 14:55

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