UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for gennaio 2010

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Poesie che infiammano lo spirito

Il poeta deve saper dire come stanno le cose. Quando scrive un verso, non deve mai mentire al suo tempo interiore. Dalla naturalezza della parola nuda nasce il suo ragionamento sulla vita. Egli non può mai rinunciare a un linguaggio che affonda le sue radici nelle intuizioni del cuore.
Di questo genere di poeta abbiamo bisogno in questi tempi provvisori, poveri di amore e intelligenza. Poeti che cercano nel silenzio dell’anima la via giusta per comunicare con la complessità del reale. Sandro Angelucci è uno di questi. Un poeta che sa ascoltare se stesso, ha molto da dire e tutti dovremmo ascoltarlo. Verticalità (Book editore, pagine 80, euro, 12,50) è un intenso libro di lotta e di meditazione. Per Angelucci la poesia è un colloquio con la parola che si radica nelle esperienze della vita. C’è una forza propositiva che si ramifica nelle ferite dell’essere.<< La voce di un poeta/è quella del silenzio/ ma questo canto è lotta, / guerra che si combatte senza tregua/ fino alla resa/ finché non sgorghi il sangue >>. Nella calma interiore, la poesia è un atto rivoluzionario che abbatte i muri dell’incomprensione. Qui la sua immediatezza diventa lingua di tutti.
Angelucci è un poeta che sceglie il modo più semplice per mettersi in contatto con gli altri. Scrive con sincerità tutte le parole che riesce a pensare. Esiste per essere una sillaba, una parola, un verso. Scrivere per essere nell’epoca in cui le intuizioni del cuore sono minacciate da un negativismo antiemotivo che distrugge tutto, persino la forza del pensiero e della ragione.<< Sono colpevole/ di dire le cose come stanno/ di rifiutare la verità/di cui vorrebbero convincermi/ e soprattutto/ di scrivere e cantare la Bellezza >>.
Abbiamo bisogno di parole nuove per sperare in un tempo a misura d’uomo. Sandro Angelucci nella sua poesia contemplativa guarda al tempo interiore che scorre nel sottosuolo dell’esperienza quotidiana. Lo libera dagli abissi in cui è costretto dalle apparenze e dalle convenzioni. Indaga senza avere la presunzione di ottenere una risposta dall’imprevedibilità della vita.
Forse alcune domande che ogni giorno ci poniamo rimarranno senza risposte. Forse non capiremo mai il senso dell’attraversamento. Ma possiamo provare a chiederci perché il tutto per esistere ha bisogno del vuoto. Il poeta è in cammino e non ha nessuna intenzione di smettere di cercare, perché egli crede nell’anima, città interiore tutta da costruire: soltanto nella sua dimensione l’uomo può imparare finalmente a essere migliore. C’è in questi versi una forza meditativa che sceglie itinerari di trasparenza per sfidare le contraddizioni del visibile.
Nella poesia di Angelucci questa consapevolezza nasce dalle parole che abbiamo dentro. Il tempo interiore è l’illuminante rivelazione che soddisfa il nostro bisogno di verticalità. Ascoltare il silenzio vuol dire leggere le parole che esso nasconde. È questa la strada scomoda che l’uomo deve percorrere. Ci vogliono scosse per impedire che l’anima continui a sanguinare.
La poesia incendia. È un’incontenibile forza della natura che sconvolge. Le sue parole ribelli possono scatenare quella rivoluzione con cui gli esseri umani hanno paura di fare i conti.
Quella del cuore che invece il nostro poeta scrive con questi versi. Non abbiamo altre vie d’uscita se non la verità della poesia, per dare un senso al naufragio che assedia tutto in un disordine dove tutto è eternamente in bilico. La poesia è una straordinaria testimonianza per non lasciare nulla d’intentato nel dolore del tempo che travolge tutto.<<Nei bar, nelle strade, nei libri di storia/non si parla di lei/la mia ribellione non urla/ si chiama poesia>>.
Davanti al tutto che sembra cedere qualcosa a un relativismo nichilistico, il poeta avverte l’urgenza della Bellezza. Questa è la strada da percorrere per evitare la distruzione: coltivare il giardino interiore è la scommessa per capire il grigio dei giorni.
Quello che conta è arrampicarsi verso l’Assoluto, soprattutto quando tutto ti suggerisce che la salvezza è quotidiano pericolo. La verticalità è sinonimo di ascesa, di elevazione spirituale, ma anche un senso profondo nel quale scoprire l’autenticità delle cose.
Ci salveranno soltanto i poeti coraggiosi che rispondono soltanto ai loro versi e alla loro coscienza per esserci e essere soltanto. Angelucci è uno di loro. La sua poesia è un’investigazione essenziale che ci dice a cuore aperto: <<S’inizia a vivere/ quando non c’è più nulla da capire>>.

Nicola Vacca (articolo uscito mercoledì 13 gennaio su Linea quotidiano)

Written by matteofantuzzi

20 gennaio 2010 at 07:54

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Il workshop su Poesia e nuovi media. Call for contributors.

“C’era una volta nella Poesia on line”
una mappatura emozionale del contemporaneo.

Stiamo assistendo ad un profondo mutamento della diffusione della Poesia in rete, non possiamo non considerare conclusa l’evoluzione del mezzo blog che solo qualche anno fa è riuscito a riportare tante persone verso questa forma di letteratura. Oggi le sfide sono differenti, i mezzi utilizzabili sono differenti: di sicuro c’è la necessità che la Poesia si ridefinisca nel territorio urbano e nel maggior numero possibile di territori abbattendo gli steccati e le resistenze che troppe volte osserviamo. Ma se stiamo vivendo una crisi, questa è della Poesia o piuttosto dei poeti ? Cosa possiamo fare per portare a quante più persone possibili le migliori opere e i migliori autori contemporanei ? Vogliamo incontrarci, condividere le esperienze, lavorare per il bene della Poesia italiana come già in questi anni abbiamo fatto quotidianamente.

24 Aprile 2010. Ore 15/19. Verona – Centro Turistico Giovanile, Via S. Maria in Chiavica 7

tellusfolio.it
universopoesia.splinder.com

Written by matteofantuzzi

13 gennaio 2010 at 09:28

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Tempi, temi e variazioni, piccola “storia” della poesia di Benzoni.

Ferruccio Benzoni è stato uno degli ultimi poeti a considerare la scrittura in versi non come una pratica della vita o come un sintomo di elezione, ma come un atto necessario. Continuamente ci sorprende e ci meraviglia, verso dopo verso, la spontanea ingenuità con cui Benzoni antepone la poesia a se stesso, sparisce biograficamente nelle sue pieghe (che sono pieghe di parole perfette) e diviene tutt’uno con gli “strumenti” davvero fin troppo “umani” di una scrittura che non ebbe né il peso né l’acribia del mestiere. << ma solo poesie tu scrivi ? Chi sa / se poesia solo. Io scrivo. Se poi / parli, mi chiedi, allora vivo >>: nella significativa ouverture della sua opera (A un tu non ipotetico e caro) consegna alla raccolta La casa sul porto, pubblicata nel 1980 nel sessantaquattresimo dei <<Quaderni della Fenice>> nel quale Raboni presentò i tre poeti che più di altri avevano dato vita all’esperienza della rivista <<Sul porto>> (Benzoni, appunto, Stefano Simoncelli e Walter Valeri), in questo esordio, dicevo, si sconta già tutta intera la volontà acerba di Benzoni di sacrificare il se stesso vivente (se <<mi chiedi, allora io vivo>>) a favore di un se stesso scrivente (<<Io scrivo>>). Solo così, del resto, è stato per lui possibile, all’inizio, gettare sulla pagina parole che in altri contesti, per altri poeti, sarebbero risultate consunte e svuotate dal loro significato più puro, parole come <<cuore>> (<<sparirò nell’agro del mio cuore>>), <<sogno>>, il richiamo <<il mare (l’amore)>>, <<luce>>, <<anima>>… Solo così gli è stato possibile sorvolare, con gli occhi innocenti di un primo lettore, i territori già più volte esplorati della nostra storia poetica e innamorarsi di immagini ad effetto (i <<vetri / neri di sole>> di Intarsio di luce, in La casa, p.11), riproporre stilemi montaliani (<<Non so se i tuoi occhi o il lucore […] o il torbido dei fiori se a primavera >>, Ma sottovoce e dolce, in La casa, p.17), ungarettiani, pavesiani, senza farsi lo scrupolo di occultarli ma, anzi, lasciandoli respirare liberamente a libro aperto, complice lo stupore del lettore.
Fin dalle prime battute la Poesia di Benzoni si è presentata senza intermediari, così, semplicemente, refrattaria alle poetiche e agli elaboratori delle medesime, e si è presentata chiedendo di essere tutta presa o tutta rifiutata. Bisogna infatti seguirlo, Benzoni, anche quando si abbandona alle parole, alle immagini, e riesce a confezionare versi perfetti e assolutamente d’altri tempi, incredibili per un ragazzo quasi trentenne (Benzoni era nato nel 1949, La casa è del 1980) che vive una contemporaneità letteraria in cui si sono accavallate, con ottime ragioni, avanguardie, neo-avanguardie e le reazioni ad esse: <<di stagione in stagione ti sdai effimere e assoluta. / Il vento ti tormenta che di lune adombra il viso / ma il chiaro ti ridà un sorriso quasi di sole su / i terrazzi d’antiche viole >> (Poesia di figlio, in La casa, p. 13). Siamo ad un passo da Verlaine (Paysages tristes da cui Promenade sentimentale), siamo non distanti da Saba (rileggiamo ad esempio Perché infine riaffioro in La casa, p. 14: <<ciò che a altri è dovuto e a me è malinconia. / Riconosco – è mio – il dolore… >>), da Sbarbaro, maestro non minore di una generazione ancora attiva di poeti (a Sbarbaro Benzoni assomiglia, ad esempio, per la sorpresa, rapsodica, di non avvertirsi completamente inariditi: <<sento / a dirti questo, che ho cuore ancora, non sono inaridito >> – L’altalena al mare, La casa, p. 18 – e per il pianto spesso sfogato e confessato apertamente in non rari punti dell’opera).
Benzoni bisogna seguirlo soprattutto nelle sue ossessioni. Non solo nella sua perseveranza a declinare un vocabolario chiuso e sempre ripetuto, ma nelle sue fedeltà tematiche. Prima tra tutte, la ripetizione del lutto, il rinnovo del dolore. Si leggano in La casa sul porto, le straziate elegie per la madre che diventano forme distorte di auto-sopravvivenza, surrogati di un’esistenza che non basta a se stessa (fin troppo eloquenti i versi di Jeux de massacre: << Ah, io bevo e a mia madre so scippare / dal suo fodero d’abete un po’ di vita ancora / – miserabile calore […] Ma resto solo / e vivo, picchio la testa, come vedi scrivo: / fossero viole le voci, sarei di primavera!>>). La madre, la cui morte viene ricordata ogni volta dalla data (25 luglio 1967) e dal senhal amoroso e funereo del colore azzurro (il colore dell’abito con la quale viene sepolta), è una delle grandi ombre che accompagnano, con l’ansia di una madre premurosa ma anche di un figlio non rassegnato alla sua perdita, la poesia di Benzoni; l’altra grande ombra è quella di Vittorio Sereni. Con queste due <<presenze>>, con queste due <<date>>, Benzoni fa i conti continuamente e ad esse fa fermare innaturalmente il suo orologio, la sua <<storia>>: prima di queste date era possibile vivere, dopo è solo necessario, come dichiara una poesia dei primi anni Settanta, La casa rossa (<<Non c’è più la casa rossa e vivere è ormai necessario>>, La casa, p.22).
In La casa sul porto, però, accanto alla presenza invisibile della madre, si impone l’evidenza amorosa, nelle tre varianti dell’affetto familiare (numerosi gli omaggi alla zia <<scricciolo>> e <<solicello>> che costituisce, dopo il 1967, tutta la famiglia di Benzoni), dell’amore passionale (tema più centrale da Fedi in poi) e dell’amicizia, nel segno di un compagnonnage caloroso e silenzioso: l’amore è per Benzoni accensione di una vita comunque residuale, consolazione, coerenza quotidiana e appiglio salvifico. L’amore è l’altra faccia della dimensione poetica: da una parte la tensione ai disparus, dall’altra il tentativo di aderire ad una qualche forma di vita vera, alla positività.
Questi grandi filoni tematici accompagnano Benzoni lungo tutto il suo percorso. […]

Simona Morando, da Istmi 7-8, 2000.

Written by matteofantuzzi

2 gennaio 2010 at 00:34

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