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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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ieri sera degustare locale 2005.

i ringraziamenti sono doverosi, a tutti. avevamo previsto 150 posti a sedere. qualche buona decina è rimasta in piedi. il tutto è durato 3 ore (dicansi 3) passate in un silenzio e un’attenzione clamorosa in primis per noi. a mezzanotte s’era ancora lì tutti. gente tra il pubblico è venuta da rimini, da reggio emilia; sono venuti anche diversi poeti e cari amici sebbene non fossero tra i "lettori" (e scusate se lo sottolineo ma certo anche questo non è scontato). i poeti sono stati gentilissimi, umili, semplici, niente primedonne sebbene il livello. il pubblico davvero da stadio. su rentocchini applausi a scena aperta manco fosse pavarotti sul "nessun dorma". roba che riavvicina alla poesia. non abbiamo sentito alla fine un commento negativo da nessuna parte si guardasse la manifestazione (tranne il caldo, ma per quello avevamo poco da fare). e solito dopo-reading fino alle 3 di mattina da brave parrucchiere con diversi cari amici. io posso solo ringraziarvi nuovamente, tutti e di cuore. come ho chiosato ieri sera: è stato un momento in cui s’è fatta SOLO poesia. e non è poco. vi assicuro non è poco, e per me il migliore dei regali.

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Written by matteofantuzzi

29 giugno 2005 at 14:36

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Piccolo intervento sull’obitorio della poesia contemporanea e della “giovine critica” di Sandro Montalto

1.
Il motivo per cui credo che certe domande enormi (“vi è un ruolo che ancora spetta all’artista? come si estrinseca?” oppure “quale interazione fra lo stesso e i fruitori dell’opera?”; etc.) siano persino pericolose, oggi, è che esse da una parte sono assolutamente fondamentali, dall’altra si prestano purtroppo alla più recente ed efficace strategia dell’opportunismo: la sovraesposizione che cela l’omertà e l’oblio. Per fare un esempio: se improvvisamente nessun editore pubblicasse un certo autore, sparisse dalle antologie scolastiche e non, molti, credo, avrebbero uno scossone e si ribellerebbero o comunque si chiederebbero il motivo, andrebbero a ricercare edizioni clandestine e leggerebbero davvero quell’autore. La strategia oggi è l’opposto. Consideriamo (ma è un esempio davvero a caso) Palazzeschi: invece di cancellarlo ce lo presentano in tutte le salse, dalla scuola primaria all’università, dalle riviste ai convegni, come esempio, monstrum, direi quasi freak, giungendo a sprecare aggettivi come “coraggioso” citando La fontana malata e cose del genere. Perché questo, mi chiedo? E mi rispondo: perché non si dica che di Palazzeschi non si parla, per creare quella saturazione che la TV e i giornali ci hanno insegnato e quindi ottenere, tramite Palazzeschi stesso, un’omertà nei confronti del Palazzeschi vero, ossia quello dei raccontini, degli apologhi satiricissimi, feroci, limpidi, taglienti. Ma voglio essere ancora più semplice: chi legge oggi, legge davvero, cioè ama e metabolizza, ad esempio Il codice di Perelà? Quasi nessuno, nemmeno, curiosamente, quelli che dicono di tenere L’Idiota sul comodino (spero sia un suggerimento che non andrà subito perso). Ma è davvero il primo esempio che mi viene in mente: potrei pensare a Papini, ad esempio, dicendo quasi altrettanto a caso.
Molti usano esibire una smodata fiducia nel tempo o nella giustizia divina e asseriscono che “il tempo farà giustizia”, quello pseudo-artista oggi tanto in voga si perderà ed inevitabilmente i grandi che oggi nessuno considera emergeranno. Un’asserzione del genere, che non sia detta oziosamente, deve basarsi necessariamente (prendiamo il caso della letteratura) sull’opera degli studiosi e sul meccanismo delle antologie: ossia quanto più perfettamente la contraddice! Se ci si basa sulle antologie il valore di un autore sembra essere calcolabile un tanto a riga; se ci si basa sulla critica giornalistica il sensazionalismo è l’unico metro; se ci si basa sul severo studio letterario si nota subito che esso in gran parte è costituito da frustrate e frustranti interminabili autopsìe di scartafacci, versioni, manoscritti, traduzioni sempre dedicate ai soliti nomi. C’è poi da dire che uno sguardo anche veloce all’oggi non può permettere una tesi come quella da cui siamo partiti: i posteri siamo noi, allora, in questo caso, questa società che dimentica e rende irreperibile in libreria un libro che abbia anche solo due o tre anni (i librai lo chiamano “stravecchio” ma non si sognerebbero di brindare con esso!). Questa è una società postera (non: postuma!), che non possiede più i requisiti sociologici necessari alla coltivazione di un grande scrittore, e che a maggior ragione non sa e non saprà scoprire ciò che è già avvenuto. Ancora una volta la portata culturale delle discussioni o anche delle risse per un libro è sostituita dalla tenace corte obliosa dell’omertà (pochi hanno il coraggio di sostenerlo: è invece una delle tesi di Matteo Marchesini in Invettiva, ovvero Critica della critica, in: Poesia 2000, Castelvecchi 2001, pp. 77 – 90).

2.
Questo discorso si ricollega all’altro corno della questione (ed uso il termine non a caso: penso a Salvador Dalì e al suo illuminante I cornuti della vecchia arte moderna, che in certi tratti sarebbe utile anche per la nostra discussione). Il corno è quello del narcisismo. È collegato per molti motivi: soprattutto predicano bene ma razzolano male, questi pretini, questi (riprendendo un termine rilanciato da Sanguineti) “chierici organici” sempre pronti a rilevare con precisione quasi chimica ogni (a loro dire) impurità nelle opere altrui ma ben lungi dal darci prove che esemplifichino efficacemente ciò che vorrebbero dagli altri (questo in quanto si ritengono autori: ricordo di aver letto con sollievo, anni fa, Carlo Bo il quale in un’intervista diceva di non aver mai avuto il desiderio di fare lo scrittore o il poeta perché ognuno deve comprendere la propria vocazione, altrimenti si tratterebbe di compiacere un narcisismo malato e di mancare di rispetto verso la letteratura stessa). E non ci si dica che il loro giudizio critico è opinabile quanto il fatto che le loro opere siano opinabili: se si crede nella democrazia (che in letteratura, pare, con tutti i suoi limiti funziona comunque meglio che nella vita politica) basterebbe un piccolo passo, basterebbe che tutti coloro i quali si scambiano lettere e telefonate a bassa voce criticando aspramente questi chierici tirassero fuori gli attributi e lo dicessero pubblicamente. Serve insomma un figura di critico, come dice Fortini, «diverso dallo specialista, […] colui che discorre sui rapporti reali fra gli uomini, la società e la storia loro, a proposito e in occasione della metafora di quei rapporti, che le opere letterarie sono», una concezione, certo, che diviene sempre più fantasmatica dal momento che «presuppone una società, un minimo di accordo con un ambiente […]. Abbiamo invece intorno a noi la società: ossia il risultato passivo della disgregazione d’ogni particolarità. Una “società civile”, ossia “di fatto”» (Franco Fortini, Prefazione alla prima edizione (1965) di Verifica dei poteri, in: Saggi ed epigrammi, Mondadori, Milano 2003, p. 373). Davvero difficile dire meglio.
È questa vigliaccheria a testimoniare in modo inequivocabile sia la nostra enorme distanza dai movimenti letterari fioriti fino agli anni Sessanta sia il nostro scarso, epidermico e troppo spesso patologico amore per la letteratura, amore che si risolve in fugaci scopate mal fatte, con l’orologio in mano. L’amore del lettore vero, poi, non deve certo essere superiore a quello del vero critico. Scrive Cristina Campo che «Il critico è un’eco, certo. Ma non è forse appunto anche la voce della montagna, della natura, alla quale la voce del poeta è diretta? Non sta il critico difronte al suo poeta come il poeta difronte ai richiami del proprio cuore? Per questo, al momento di parlarne, egli deve averlo già interamente subìto: restituirlo non come semplice specchio ma come un’eco appunto: carica e intrisa di tutto quel cammino percorso, nella natura, dall’una e dall’altra voce» (Parco dei cervi, ora in: Gli imperdonabili).
Ecco che le letture potrebbero moltiplicarsi. Possiamo pensare a Belle lettere e contributi delle tecniche di Gadda, Plausi e botte di Boine, molti scritti di Tozzi tra i quali Lo specchio della critica o Critica costruttiva… Molti decenni fa Tozzi stesso scriveva: «In Italia i critici, quasi tutti, sono giovani invecchiati prima del tempo; bozzacchioni delusi e invidiosi; zitelloni arrembati che mangiano cartaccia e la strizzano per cavarsene una gocciola di broda che non hanno. Chi non ha potuto diventare uno scrittore, il più delle volte si da alla critica; e trova il giornale dove biascica la sua pagnotta» (Lo specchio della critica, in: Realtà di ieri e di oggi). Non sembra un ritratto della poesia di oggi, e soprattutto – siccome è più grave, sarebbe ora di mettercelo nella testa! – della critica di oggi, anche la “giovane critica”, o forse sarebbe meglio “giovine”? Berardinelli in Il critico senza mestiere ricordava come poesia e critica sono state “suicidate” dagli accademici e dai critici di professione. Potranno forse essere salvate, allora, dal lettore anarchico definito da Enzensberger, e dai critici senza mestiere che non concedono nulla né all’ipertecnicismo né alla chiacchiera giornalistica: il critico nuovo deve sintonizzarsi col lettore nuovo, combattuto tra armamenti psicoanalitici, semiotici etc. e le sirene dell’edonismo, del misticismo e via dicendo, rigettando con forza le metodologie cosiddette innovative, ossia tutte quelle che ci riportano all’inizio del nostro discorso: la chiacchiera, la saturazione, la sovraesposizione, e anche – occorre dirlo e prendersi le proprie responsabilità – quella forma di populismo che non ha rovinato solo la nostra università.

3.
Quello che serve è un vero amore verso i libri da parte del critico, amore vero e maturo, responsabile, condito anche di odio se necessario, come ho ampiamente discusso nell’introduzione al mio volume di critica Compendio di eresia (Joker, Novi Ligure 2004; spero i miei lettori non ritengano triviale l’autocitazione: dopo aver lavorato seriamente e disinteressatamente non citare mai i propri lavori potrebbe essere sinonimo di masochismo) è un totale rinnovamento umano e civile della letteratura, come auspicato e dettagliatamente esposto dal punto di vista sia creativo che critico e filosofico in lavori fondamentali quali Nullismo e letteratura (Interlinea, Novara 1998) e Principi di fenomenognomica (Guerini e Associati, Milano 2003) di Roberto Bertoldo (dei quali parlo anche io stesso nel mio Compendio, e riparlerò in un futuro, più ampio e combattivo volume di saggi critici).
Come scrisse Walter Binni in un utile “manuale” di critica (Poesia, critica e storia letteraria (1963), ora ripubblicato con altri saggi in un volume eponimo da Le Lettere, Firenze 1993, da cui citiamo) il critico deve avere una prospettiva storica, saper cogliere la storicità e la connessione interna e storica tra poesia e problemi letterari e non letterari, ma nondimeno non deve valutare un autore sulla base della sua rispondenza ai criteri estetici della sua epoca; ossia, per giudicare un autore occorre conoscere bene il sistema in cui vive e quello a cui si dedica, ma né l’uno né l’altro sono sufficienti a costruire un giudizio esauriente e credibile. Gran parte della critica, ci salta agli occhi, tende a fare il contrario, aggiungiamo allora, condannando un autore che non risponde alle istanze che secondo il critico sono le uniche e imprescindibili del momento (ma si è mai vista una cosa simile?), ossia ciò che nella logica seicentesca si chiamava “argomento ad homine”, tanto in voga anche nella teologia spicciola. Ne deriva che studiare a fondo un poeta che comunque non si ritiene propriamente grande è tanto importante e lecito quanto richiamare velocemente, seppur con precisione, l’esperienza di un poeta di valore e già ben noto, essendo la missione del critico quella di esaminare una situazione, non compilare una lista di sì e no, fondare una setta, difendere una parrocchia, assolutizzare pochi nomi. Non c’è storia letteraria che non approfondisca criticamente alcuni nomi come non c’è saggio critico o monografia che non sia anche in parte storia letteraria. Innanzitutto, occorre diffidare delle poetiche come valori assoluti e piedistalli solidi: tornando a Binni leggiamo: «Potremo, per necessità espositiva, raccogliere magari la poetica come capitolo introduttivo di uno studio critico, ma in realtà dovremo tener conto, in tutta la nostra ricostruzione, del vivo ricambio di poetica e poesia, della loro radicale collaborazione, in quanto la poetica non è solo quella programmatica ed esplicita di dichiarazioni e riflessioni dell’artista, ma è la coscienza attiva della sua personalità poetica, è sempre in atto nel farsi della sua poesia» (Idem, p. 21; per una precisazione del termine “poetica” secondo Binni possiamo leggere nello stesso volume il saggio Alle origini di un metodo critico). Che poi sia dovere del critico tentare una sistemazione di un certo periodo storico è pacifico, però non deve tentarlo prima di aver passato in rassegna la complessità dell’esistente, essersi depurato da ideologie rigide: da qui la diffidenza verso ogni critico che si dedichi esclusivamente alla fondazione di un piccolo canone, allo studio di un campo ristrettissimo, a un’idea di letteratura impermeabile alle altre forme dell’esistere (e si osservi come là dove la critica astorica avalla palesemente, seppur non esplicitamente, un tipo di poesia fortemente individualista, astorica pure essa e acritica, anche la storia della critica è ignorata, siccome riporterebbe alla ribalta posizioni inderogabili, riflessioni mai passate di moda ma solo obliate, domande reali). Dice Binni che «L’indipendenza profonda del critico (non il suo isolamento astorico e falsamente aristocratico) è motivo fondamentale della sua missione e nessuna solidarietà di partito, di chiesa, di gruppo, di tendenza, può mai giustificare la sua tolleranza di fronte a fatti artistici non validi e non affermabili in una prospettiva di “durata”, di storia» (Ibidem, pp. 83 – 84). Dopo queste dichiarazioni Binni parla della necessità per il critico della contemporaneità di «storicizzare anche il presente, ad accertarne i valori e le linee ricche e vive di futuro»; qui sta la discriminante: i critici che storicizzano il presente (i quali devono tra l’altro essere un filtro, a tratti addirittura un argine; ciò vale per tutte le discipline, ad esempio la letteratura comparata che ancora troppo raramente sta contribuendo ad indagare il contemporaneo) troppo spesso lo fanno scegliendo chi ripercorre abilmente il passato o chi ben si mette in luce nel presente e non chi conterà nel futuro e quindi in qualche modo occorre sostenere subito, sul quale occorre pur scommettere un poco, se si presume che la critica serva a qualcosa. Scrive Daniela Marcheschi: «Ogni autore dovrebbe essere un interprete della tradizione (delle tradizioni) e della realtà che dovrebbe rifabbricare in forma nuova»; aggiungendo però: «Questa – nella letteratura e altrove – è solo l’ora del coraggio, di affrontare il rischio della ricerca e della scelta del nuovo, abbandonando quel fatalismo superstizioso che fa presto a sfociare nella pigrizia intellettuale, nell’ignoranza e nella malafede» (Oltre gli anni Ottanta, in: Le regioni della poesia, a cura di Roberto Deidier, Marcos Y Marcos, Milano 1996, pp. 25 – 32). E scrive, la Marcheschi, in ipoteticissimo dialogo con Binni circa la solitudine del critico: «L’intellettuale [conclusa l’epoca dei critici “collettivisti”] è sempre più solo, specie se ha preziosa la libertà di giudizio, se vuole porsi a testa alta di fronte al proprio tempo; tuttavia è suo dovere-diritto allestire un progetto culturale e, in specie, critico o letterario individuale (parametri annessi), comunicabile agli altri».

4.
Non si può discorrere o scrivere di poesia in modo ideologico o fideistico, occorre citare i poeti e i testi affidandosi alla pagina tenendo sempre presenti quali sono i fini e quali i mezzi, smembrando e violentando gli autori, se necessario, fino a poter osservare il reale colore del loro sangue e valutarne finalmente la portata nutrizionale per la nostra sete di poesia e (ossia cioè) di verità, realtà, mondo. Al primo posto non ci sono mai le idee, i paradigmi o le norme: ci sono i poeti, i testi, la sincronia e la diacronia della lingua poetica. Noi tutti, critici ed amanti della letteratura, siamo posti di fronte a un’interrogazione continua e multidirezionale che indaga l’opera e chi la legge; ne deriva che ogni lettura è un esercizio della responsabilità critica che inizia con un atto di lettura e non con un’idea dogmatica di lettura. In caso contrario assomiglieremmo a chi compra uno specchio per vedere ancora una volta e da una nuova angolazione quanto, e su questo non ha dubbi, egli sia bello. La schiera dei benpensanti della letteratura, per i quali la letteratura è una routine, produzione di oggetti letterari sempre uguali tra loro, dotati di una calibratissima coesistenza di tracce da un passato non rivissuto e false pulsioni (in realtà mal fatte concessioni quasi pontificali) alla ricerca sulla lingua, di acre dilettantismo filosofico ed etico (quanto abusato gergo – e nulla più – in molta poesia di oggi, quali zoppi inseguimenti di mete etiche e filosofiche niente affatto chiare!), il tutto secondo intramontabili ricette. In realtà la poesia non viene da sé, non è il prodotto di un meccanismo naturale bensì il frutto di un percorso caparbiamente intrapreso e di cui non si può programmare la fine.
Una domanda, semplice, che sarebbe utile porsi è: “a cosa serve la critica?”. Non possiamo far altro che ricordare le varie definizioni che nei secoli si sono rincorse: tentativo di razionalizzare un campo in sé non razionale (la poesia) (!), istituzione che garantisce il giudizio, entità che affianca la letteratura e le è necessaria siccome non è in grado da sola di esplicitare tutte le proprie tensioni… Ciò che però possiamo sostenere con forza è il rifiuto di un’idea di critica come “collaborazione al testo”, ossia di critica esercitata da un critico che aderisce a un certo schieramento o orientamento e fa di tutto per promuoverlo, sviscerarlo, delucidare, collegare, sovente inventare… questo modo di fare porta irrimediabilmente a boicottaggi, omissioni, falsificazioni etc. allo scopo di far emergere la “propria” estetica. Il critico non deve avere una sua estetica, bensì un’idea di letteratura; un’estetica può essere esclusiva, elitaria, sorniona, imperialista, razzista, folle, ma un’idea di critica deve essere precisa, limpida e se serve inflessibile (ovviamente al di qua del fanatismo). Il critico vive nella poesia e per essa, ma non la fa. La nozione di critico-poeta non costituisce un’obiezione siccome il critico che è anche poeta quando fa il critico non deve fare il poeta, né l’esteta, anche se può arricchire la critica con alcune intuizioni che la sua sensibilità di autore può suggerirgli – pensiamo al correlativo-oggettivo usato da Eliot per leggere Amleto, per non fare che un noto esempio, o addirittura a Pound revisore dei testi poetici di Eliot – purché questa procedura non diventi egocentrica e indirettamente autopromozionale. Il critico deve analizzare la poesia e veicolarla, non suscitarla con la lusinga di un’etichetta di voga. Ecco allora che la mia idea di “militanza” è quella di difesa di un’idea di letteratura e di scesa nell’agone pronta ad accogliere ciò che appare buono e ad infilzare le fiere, mentre rifiuta la nozione di militanza che alcuni (specialmente critici d’arte) identificano come creazione (spesso dal nulla), difesa ed epidemico allargamento a nuove leve e vecchie glorie di una “scuola” o una tendenza che vorrebbero subito eleggere a unica e perfetta.
La mia idea resta che occorra diffidare il più possibile di ogni catalogazione o periodicizzazione (si è tentato di tutto: generazioni, aree geografiche, pesino politiche o sessuali…) che voglia consegnare a neostoricismi vari una materia in divenire violento, e che occorra invece continuare ad esaminare caso per caso, per quanto difficile, rischioso e corrosivo questo possa essere. È chiaro che occorrono alcune solide basi a cui ancorarsi, per non risultare vacui flaneur, tuttavia ritengo sufficienti i principi dettati dall’etica, a cui affiancare una ferma decisione sull’importanza della forma e sulla necessità e i confini dell’innovazione, sulla distinzione tra “nuovo” e “strano”; e su nozioni quali “libro di poesia” (e non semplice raccolta di poesie), gravitazione attorno a un tema, chiarezza ed ancoraggio al senso, rifiuto della poetica (che pure il critico deve indagare, sia essa esplicita o implicita) in sostituzione della poesia. Qualsiasi altra distinzione mi pare superflua e dannosa, mi sembra (è una sensazione, ma anche una constatazione che nasce dall’osservazione degli altri critici) che ogni buona intenzione di militanza nel senso di difesa di una certa idea di poesia (o arte, etc.) si trasformi ben presto in un tentativo di violenta censura, in un triste escamotage per ridurre notevolmente i libri da studiare (e a volte da leggere), in una giustificazione teorica debolissima per legittimare la formazione di gruppi di potere e trovare il modo di stancarsi meno.
La critica di oggi non fa che parlare di “eredi” laddove dovrebbe parlare di “epigoni”, pasteggia a cliché, fa combaciare l’orma di autori mediocri che sguazzano nella vasta e precisa ombra di grandi antecedenti e giustificano una certa aria di pochezza con una pretesa adesione allo “spirito di questo tempo” (minimalismo, nichilismo e altre belle parole con cui riempirsi la bocca) che essi contribuiscono a perpetuare. Altro che “Gita a Chiasso” di arbasiniana memoria: qui servirebbe raccomandare una gita sul proprio pianerottolo, nel proprio giardino, oltre il proprio naso. L’inverno perenne, insomma, è ciò che abitiamo perché perenne è la mediocrità di chi distribuisce favori e critiche e non lesina omertà, tuttavia se ci si sforza di uscire di casa anche negli inverni più rigidi non mancano splendide giornate.

da L’Ulisse n°4

Written by matteofantuzzi

24 giugno 2005 at 19:44

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Un dubbio.

Troppo spesso nel Sud-Italia non manca solo il lavoro ecc. ma anche la possibilità di fare poesia. Me ne sono accorto la prima volta alcuni anni fa quando una rivista mi chiese espressamente qualche nome nuovo che vivesse al Sud. Dopo lunga ricerca e scartati i nomi "conosciuti": Fusco, Cipriano, Di Spigno, Di Prima ecc. non era rimasto molto (e abbandonai a malincuore il progetto, s’era rivelato più facile parlare di nuova poesia venezuelana o slovena, piuttosto ad esempio di quella calabrese). La tendenza anche qui era quella ad emigrare, verso Roma o verso Milano. E figuriamoci (me lo ribadiva Filippo Davoli solo poco tempo fa) a cercarne uno che viva in Sardegna. E insomma pare il solito discorso: chi ha le industrie ha il commercio, chi ha il commercio ha lo "sviluppo", ma chi ha lo "sviluppo" (sviluppo è una brutta parola presa a prestito dalla politica, e con il solo significato politico sottolineo – intendo infrastrutture ecc. – , me ne scuserete) ha pure per assurdo (mica tanto) l’editoria e di conseguenza la poesia, sebbene due ottime case editrici ad esempio stiano in Puglia: Manni e Besa. Per non dimenticare Pironti. Sebbene vi siano festival e territori vigili e certo non si stia con le mani in mano. Ma la valigia di cartone è sempre pronta. E come sempre c’è chi parte avvantaggiato e chi lo è assai meno. Cambia tutto per non cambiare niente.


*

Erminia Passannanti ha riportato due mie poesie sul suo blog linkato a sinistra. La ringrazio e ve lo segnalo.

Written by matteofantuzzi

20 giugno 2005 at 06:55

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Una testimonianza critica al di sopra delle parti di Davide Argnani
 

Per secoli l’Italia è rimasta divisa in mille staterelli linguistici diversi, come sottolinea Tullio De Mauro in L’Italia delle Italie e come hanno scritto tanti altri studiosi; e la Romagna non ha fatto eccezioni. Anzi, i romagnoli, nonostante siano noti quali eretici, sanguigni mangiapreti, rivoluzionari o anarchici libertari e grandi sognatori spesso in guerra tra loro, sono sempre stati, in buona parte e forse lo sono ancora, divisi tra campanilismi, mammismi e sentimentalismi vari; e ciò ovviamente si è riflettuto in qualche modo nella loro cultura, nella loro arte e nella loro letteratura conferendo ad esse una impronta fortemente terragna.
A cambiare un po’ le cose, fra Ottocento e Novecento, ci provò Olindo Guerrini con le sue provocazioni veriste. Poi, nei primi decenni del secolo scorso, pochi altri (Nettore Neri, Lino Guerra, Giuseppe Valentini), pur scrivendo in dialetto, furono in grado di confrontarsi con i poeti in lingua, esprimendo il proprio sentimento creativo più vicino alla vita reale dell’uomo che ai semplici e nostalgici miti dell’esistenza, mentre Aldo Spallicci, e i suoi "piadaioli", scelsero la mitologia vernacolare di una natura benigna, con l’impegno e il merito tuttavia di aver saputo mantenere vivo il dialetto in quel periodo in cui molteplici cambiamenti politici, sociali e culturali sovvertirono sostanzialmente in pochi decenni le radici della Romagna.
Ma è con gli "scarabocchi" (I scarabócc) di Tonino Guerra, scritti fra il 1944 e il 1945 nei campi di concentramento nazisti (per "imbrogliare" la dura vita), che si verifica il grande cambiamento della poesia dialettale romagnola. Sarà poi il convegno del 1973 a Santarcangelo, voluto da Rina Macrelli e dedicato a Tonino Guerra, con la partecipazione di Tullio De Mauro e Gianfranco Contini, a consacrare la nuova stagione dialettale romagnola, come quello di Forlì del 1985 (organizzato dal Centro Culturale "Nuovo Ruolo" e dall’Istituto Antonio Gramsci, con la partecipazione di G. Maria Accorsi, Franco Brevini, Giuseppe Bellosi, Renzo Cremante, Gianni D’Elia, Eugenio De Signoribus, Maurizio Pallante) si incaricherà, proprio quando il dialetto scadeva d’uso e diventava oggetto di ricerca e strumento di scrittura, di scoprirne le sinergie, attraverso l’opera dei suoi fautori più significativi come Tolmino Baldassari, Raffaello Baldini, Giorgio Balestra, Walter Galli, Gianni Fucci, Sante Pedrelli, Nino Pedretti, Giuliana Rocchi, Nevio Spadoni, Giovanni Nadiani, Giuseppe Bellosi, Gianfranco Miro Gori.
Una ulteriore certificazione della evoluzione della poesia dialettale romagnola ci viene ora da un lavoro di indagine critica e di testimonianza storico-letteraria super partes, che documenta l’importanza e la validità del nuovo uso del dialetto; un lavoro, ricco e complesso, che scava a fondo nei testi della poesia romagnola degli ultimi cinquant’anni, e tanto attendibile in quanto dovuto non ad uno studioso romagnolo, ma abruzzese come Pietro Civitareale: una "voce critica" dunque neutrale, non implicata cioè nei pruriti del localismo più spicciolo e retrivo.
Pietro Civitareale, abruzzese trapiantato da anni in Toscana, a Firenze, poeta dialettale egli stesso, studioso dei dialetti d’Italia e critico militante, raccoglie infatti nel presente volume un lavoro quasi ventennale dedicato allo studio della poesia in romagnolo del secondo Novecento. Le "annotazioni critiche" in esso contenute dimostrano come egli, pur appartenendo ad un’altra etnia linguistica, abbia saputo interpretare, approfondire, scoprire e penetrare i tic, le convenzioni, le tradizioni, i contenuti semantici, le vibrazioni e gli accordi significativi del suono, nell’innesto con la realtà mutante delle cose e della suggestione della parola di un mondo solido e pregnante, ma assai diverso dal suo, come quello appunto romagnolo.
Con Poeti in romagnolo del secondo Novecento, inoltre, Pietro Civitareale riesce anche a contraddire l’idea oziosa di chi vorrebbe ancora relegare il dialetto a semplice uso romantico di un folclore ormai scomparso da tempo. In questo volume, attraverso una lettura diacronica dell’esperienza poetica in romagnolo di questi ultimi decenni, egli dà la misura dei mutamenti sociali e culturali verificatisi, nella riaffermazione tuttavia dei valori originari di un linguaggio che non può essere tradito, a dimostrazione che ciò che conta nella vita degli uomini, all’inizio di un nuovo millennio e contro ogni forma di globalizzazione del nulla, è il segno indelebile delle proprie radici, la cadenza immutabile dei ritmi e dei suoni della propria parola ricomposta nella parabola evolutiva del tempo che muta vita, tradizioni, usi e costumi. Ed è forse per questo che il volume si legge senza noia, come un romanzo di storia e di vita quotidiana.

Written by matteofantuzzi

15 giugno 2005 at 08:02

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l’altra cosa.

su Giovani e Forti, la rubrichetta della mia Home Page http://fantuzzi.cjb.net una frase che spero faccia riflettere dall’ultimo saggio di Romano Luperini sulla fine del postmoderno. L’allegra immagine che sostituisce le opere di Aleksandra Mir è ovviamente la mia. State bene.

Written by matteofantuzzi

11 giugno 2005 at 09:01

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martedì 28 giugno dalle ore 20.30 a castel san pietro terme

"degustare locale": la poesia e l’eno-gastronomia dell’emilia romagna con:

pierluigi bacchini, maurizio brusa, gianfranco fabbri, matteo fantuzzi, gianfranco lauretano, fabrizio lombardo, giovanni nadiani, adriano napoli, emilio rentocchini, salvatore ritrovato, francesca serragnoli, domenico settevendemie, elio tavilla, annalisa teodorani, giovanni tuzet, matteo zattoni.

tutte le info su http://degustarelocale.cjb.net

Written by matteofantuzzi

7 giugno 2005 at 18:26

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Il masochismo del poeta di Luisa Pianzola
 
Il 18, 19 e 21 maggio scorsi nella metropolitana di Milano si è svolta una serie di letture poetiche nell’ambito della mostra Galleria in Galleria, installazioni d’arte contemporanea in dieci stazioni con opere di Michelangelo Pistoletto, Mimmo Paladino, Enzo Cucchi, Joseph Kosuth, Jan Fabre e altri.
L’idea di Norman Brain, che non è un signore amante dell’arte ma il nome del laboratorio creativo del Gruppo Norman, promotore della mostra, è stata quella di abbinare alla funzione destabilizzante delle opere d’arte collocate in un contesto anomalo (la metropolitana, appunto), quella altrettanto destabilizzante della parola poetica. Nel catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale, ho letto che scopo ulteriore di tutto ciò è stato dare dignità di luogo a un non-luogo per eccellenza, questa rete impersonale di connessioni rapide dove di solito si cammina a testa bassa, dritti (o un po’ curvi) verso la meta, non distratti dal paesaggio (che infatti non c’è), con il solo desiderio di raggiungere il più presto possibile la fermata desiderata e riemergere alla luce della città.
L’idea, in effetti, mi è sembrata buona. Io amo, come molti in fondo, le metropolitane. Ricordo il senso di impotenza, la prima volta a Parigi, nel non riuscire a dare un senso al reticolo colorato che si aggrovigliava subdolo sulla mappa. Poi ho imparato. Ho girellato con destrezza nelle metropolitane non solo di Parigi, ma di Londra, di New York. E da allora penso che non si “possegga” veramente una città se non se ne frequenta con naturalezza, e ripetutamente, la metropolitana.
Al reading poetico Parole di Passaggio, in quanto autrice di un libretto di poesia edito da Lietocolle – partner di Norman Brain nell’organizzazione dell’evento – ho partecipato anch’io.
Quando mi è stato proposto, d’istinto ho accettato, un po’ perché avevo visto cose simili all’estero e mi erano piaciute, un po’ perché amo da sempre l’arte contemporanea e un po’ perché mi è parso sacrosanto portare il riverbero di parole “fuori luogo”, come sono le parole poetiche, in un contesto urbano teso, amorfo e riluttante alla riflessione come la metropolitana, piuttosto che nell’atmosfera asfittica di una sala di lettura. Senso di sfida. Esperimento da laboratorio. Chissà. Ha detto bene Giampiero Neri durante la lettura della seconda giornata, alla stazione di Porta Venezia, immerso nella luce rosa dell’opera al neon del gruppo SUPER! (Patrick Tuttofuoco/Massimiliano Nuvoli/Riccardo Previdi). Parlava di fine della sacralità della poesia, della necessità di portarla in spazi impoetici, e si vedeva che per lui era anche un po’ faticoso stare lì, in mezzo a un sacco di rumori, con un’acustica terribile e, a pochi metri, i ragazzi di Porta Venezia che piroettavano a terra sulla schiena a ritmo di break dance.
Ecco, la fine della sacralità del verso mi è sembrata una cosa vera, ma non era ancora abbastanza. È stato Aldo Nove, l’ultimo giorno di lettura, un sabato pomeriggio, in un punto di Palestro strategico per l’afflusso di persone verso i treni, a completare la riflessione che andavo maturando sul perché di questo reading.
Nove  diceva, con voce intermittente, che i poeti hanno perso se stessi, il senso del proprio esistere, e allora parlano di sé, cercano conferme, oppure si infliggono punizioni, per esempio sottoponendosi a esercizi faticosi come leggere nel frastuono di una ferrovia sotterranea. C’era, certo, dell’ironia in quello che diceva. Ma in fondo non si discostava dalla realtà. Il poeta “sente” la morte della poesia (non che per questo non abbia più senso scrivere) e portare la propria nel contesto ostile di uno spazio dove ogni segno-suono-parola ha una necessarietà che schiaccia, corrode, annienta, è assolutamente in sintonia con questa negazione. Nove ha detto più o meno queste cose dopo essere stato sommerso, nella lettura di qualche verso, dal fragore di un treno che partiva e di un annuncio tecnico all’altoparlante.
Sono sicura che godesse, in quel momento. E che non fosse l’attenzione del gruppetto di spettatori incuriositi, che cercava, ma la disattenzione e il passare oltre dei ragazzi vita bassa scarpe firmate che buttavano lì un’occhiata distratta e tiravano dritto.
Almeno, questo cercavo io, quando ho letto i miei versi.
Con un senso di sconfitta e inutilità, dentro, che mi esaltava.  

Written by matteofantuzzi

1 giugno 2005 at 23:57

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