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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Che ne sanno i poeti ?
 
Spesso i poeti hanno l’aria di chi sa certe cose, magari non molte ma importanti. Spesso i lettori si affidano a loro come a fari d’esperienza o astucci di pensieri preziosi. Ma davvero la poesia possiede un ruolo o un compito conoscitivo? Che cosa sanno i poeti del mondo che rappresentano e della vita?
Fate questa prova. Leggete una poesia e chiedetevi che cosa vi insegni. Avete imparato qualcosa dai suoi versi? Se no, è una poesia da buttare. Se sì, che conoscenza vi ha trasmesso? Chiedetevi che genere di teatro ha dischiuso. Non di rado si parla della poesia come forma di conoscenza, ma di rado c’è chiarezza su che cosa si intenda; quindi non è facile capire quando ci sia un accordo o disaccordo. Chiediamocelo apertamente allora.
In che senso la poesia potrebbe costituire una forma di conoscenza? In che senso potrebbe assolvere a un compito conoscitivo? Da quali poeti si può apprendere qualcosa? Alcuni incarnano più di altri un’istanza conoscitiva? Le risposte sono varie. Si va dalle istanze realiste per cui la poesia contribuisce alla conoscenza di un periodo storico, alle istanze umaniste secondo cui permette la conoscenza di certe verità “umane”, alle istanze metafisiche secondo cui permette una speciale conoscenza di tipo spirituale. Ma ovviamente la conoscenza di uno spaccato storico non possiede gli stessi caratteri della conoscenza dei sentimenti umani o della conoscenza trascendentale o ancora spirituale. Dunque va chiarito che la domanda va posta innanzitutto in termini critici. Se lo è, in che senso la poesia è una forma di conoscenza? Se no, perché non lo è o non può esserlo? E che cosa ci sarebbe di importante nel riconoscerlo?
Per rispondere a questa selva di interrogativi abbiamo raccolto contributi di filosofi, critici, poeti. Li abbiamo selezionati secondo la loro qualità, la ricchezza di contenuti e la pertinenza rispetto al tema proposto. Infine li abbiamo divisi in quattro sezioni.
Nella prima, di taglio filosofico, è compiuta un’analisi severa della domanda posta. Prima di saltare alle risposte, è bene accanirsi sulla domanda. Lorenzo Carlucci distingue due funzioni conoscitive della poesia; Chiara Guarda si chiede se poesia e conoscenza abbiano una relazione ontologica; Marcello Frixione distingue gli aspetti semantici e pragmatici di un testo poetico; Alessandra Palmigiano intende la poesia e la relativa conoscenza come acquisizione di abilità; Giovanni Tuzet distingue varie forme di conoscenza chiedendosi a quale di esse possa contribuire la poesia.
Nella seconda sezione, il discorso si apre ad una prospettiva storica e ad una riflessione non disgiunta dalla tradizione e dal contesto in cui siamo collocati. Giuliano Ladolfi si interroga sulla poesia nell’età globalizzata, nel suo legame con la storia e con le situazioni in cui operano autori e pubblico, in un’opera comune e in un dialogo continuo fra varie discipline; Alberto Casadei, compiuto un excursus storico, si chiede se la chiave della poesia come conoscenza stia nei motivi interni della sua genesi; Mauro Ferrari si concentra invece sulla poesia nell’epoca della simultaneità e intende la conoscenza poetica come capacità di visione; Andrea Ponso si interroga infine sulla moderna separazione della poesia dall’esperienza e riflette sul simbolo e il rito come luoghi di conoscenza.
Nella terza sezione prevale il profilo critico su autori determinati. Andrea Masetti rilegge Sereni alla luce del suo progetto di recensione e interpretazione della realtà; Gianfranco Lauretano dispiega l’apice paradossale della conoscenza in Caproni, quale conoscenza dell’inconoscibile; Salvatore Ritrovato risale a Dante e rileva la modernità di quella figura assetata di conoscenza che è Ulisse.
Nella quarta sezione parlano i poeti in prima persona, nell’agone delle rispettive poetiche ed esperienze, facendo valere le ragioni delle proprie scelte, difficoltà, insoddisfazioni o speranze. Davide Nota e Matteo Fantuzzi fanno appello alla poesia come conoscenza di uno spaccato storico o di vicende umane che abbiano un senso non solo per chi scrive; Massimo Sannelli nega radicalmente che la poesia possa costituire una forma significativa di conoscenza, asserendo che quasi tutta la conoscenza che viene dalla lettura di un nuovo poeta si riduce al nome del poeta; per Paolo Febbraro la conoscenza poetica è legata alla piacevolezza degli incontri fra parole, ma anche alle verità umane che essa conduce; per Tiziano Fratus è preziosa la conoscenza microscopica della vita che la poesia ci dischiude, laddove per Stefano Guglielmin la poesia conosce una vertigine e pensa l’infondato, mentre per Paolo Fichera è la conoscenza di un nodo, della vivente contraddizione ma anche di un’acqua organica; infine per Italo Testa è un’istanza di giustizia.
Che bilancio trarre? C’è chi alla domanda posta in principio risponde positivamente (ed è la maggioranza) e chi risponde negativamente (negando cioè che la poesia abbia un ruolo o un compito conoscitivo). C’è chi compie analisi e distingue, c’è chi assume la domanda in blocco. Ci sono idee più convincenti, altre meno. E ci sono temi ulteriori che sbocciano o fluiscono da quello proposto. Non vogliamo assumerci la responsabilità di ponderare questa detonazione gnoseologica, anche perché il discorso non si chiude qui. I materiali raccolti e di qualità eccedevano le pagine qui disponibili: i contributi pubblicati ora non sono che una parte del dibattito innescato su poesia e conoscenza e nei prossimi numeri di «Atelier» daremo spazio a quei contributi che già scalpitano e ad altri che eventualmente verranno.
Mi si lasci concludere con una nota: se i poeti sanno molto, è bene abbeverarsi alle loro fonti; se sanno poco e niente, è meglio saperlo che illudersi.
 
Giovanni Tuzet, Editoriale Atelier n°50.

Written by matteofantuzzi

29 giugno 2008 at 22:23

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Degustare Locale, 5° Festival di Poesia ed EnoGastronomia.
Castel San Pietro Terme (Bo), 28 Giugno 2008 dalle ore 20.30
Piazza Galileo Galilei (angolo Via Matteotti), Cortile ex – Asilo Nido.

Con: Silvia Avallone, Elisa Biagini, Alessandro De Francesco, Matteo Fantuzzi, Andrea Gibellini, Mario Santagostini, Andrea Temporelli. Dj Camera Mix.

La notte bianca delle case editrici. Con: Alessandro Ansuini, Stefano Bianchi, Caterina Camporesi, Alessandra Conte, Francesco Gabellini, Guido Monti, Alessandro Ramberti, Sergio Rotino, Giovanni Turra Zan, l’antologia “Leggere variazioni di rotta” (Cristina Annino, Alessandro Broggi, Fabrizio Bianchi, Chiara De Luca, Gabriela Fantato).

Le case editrici: Atelier – Borgomanero (No), Book – Castelmaggiore (Bo), Fara – Rimini, L’Arcolaio – Forlì, Raffaelli – Rimini, Smith & Laforgue – Bazzano (Bo), Voci della Luna – Sasso Marconi (Bo).

Written by matteofantuzzi

20 giugno 2008 at 19:52

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I giovani letterati e la morte della cultura.
Luigi-Alberto Sanchi
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Quel che vorrei sottolineare in questo intervento è l’illusione ottica di cui si cade vittime se si persiste a credere che – mettiamo – fare una rivista letteraria nell’Italia di oggi sia la stessa identica cosa che farla – poniamo – negli anni Sessanta. Cioè farla supponendo che ci sia lo stesso pubblico colto, lo stesso spazio di dibattito, la stessa ricezione. Non solo questo non si dà (e non soltanto per mere ragioni cronologiche, di svolgimento di quarant’anni di storia), ma io sostengo che oggi, nel nostro Paese, una rivista letteraria di tipo tradizionale sia improponibile, o addirittura controproducente.
Se ampliamo un poco il ragionamento, intravediamo il seguente schema: rivista giovanile e pubblicazioni per farsi conoscere, agganci con il mondo politico-universitario, dibattito rinnovato da nuove istanze, dunque un avvio di carriera “letteraria” o “culturale”, eventualmente coronata da pubblicazioni presso grandi editori e da una cattedra universitaria. Temo che tanti, troppi giovani letterati italiani credano in – o comunque presuppongano – questo schema che fino ad un certo momento (gli anni Ottanta?) ha pure funzionato, in una certa misura e a favore di determinate personalità.
Ma è uno schema astratto, per quanto ci permetta già di mettere a nudo la meschinità individualistica del progetto. Oggi il fardello comune di ogni giovane aspirante è la solitudine per chi vive in provincia, i gruppetti Berlinguer e le SSIS – o magari nel regno privilegiato della letteratura che vende, attraverso un romanzo indovinato. È un quadro che lascia poche speranze.
Si impone allora, credo, l’esigenza di un’ampia analisi di quanto è accaduto nel tessuto culturale ed universitario italiano, ovviamente allargandolo alle tendenze internazionali. Non è certo questo articoletto la sede adeguata per una disamina sistematica; vorrei però proporre alcune riflessioni in merito e delineare delle piste di approfondimento per tentare se non altro di capire come siamo caduti in questo vicolo cieco intellettuale e com’è strutturato.
Mi vengono in mente alcune polarità indicative: capitale vs provincia, cultura generale vs specializzazione, cultura vs politica. Alcuni dati concreti attinenti al proposito: chi abita in una piccola città oggi non riesce più ad uscirne facilmente per andare a stabilirsi in un grande centro produttore di cultura, poiché tali centri sono diventati carissimi ed esclusivi e perché non vi si trova più un lavoro decente. E c’è una grande chiusura sociale, un tremendo immobilismo. Peraltro, le grandi città produttrici di cultura nazionale tendono a ridursi a due: Roma e Milano. C’è dunque un impoverimento progressivo rispetto alle potenzialità di tutto il territorio italiano; chi è escluso dal “giro grosso” è condannato alla produzione locale e minore e, se è geniale, ha poche possibilità di emergere e di confrontarsi al livello che merita.
Il pubblico colto tende a diventare un pubblico di specialisti: i poeti/critici scrivono per i poeti/critici, gli artisti per gli artisti, gli economisti per gli economisti eccetera, e tutto il resto parrebbe vuoto eclettismo, o peggio dilettantismo di chi non sa usare il gergo degl’iniziati. Le pagine culturali dei quotidiani (ammesso che ci sia ancora chi se le vada a leggere) diventano sempre più lo spazio di un ristretto numero di collaboratori,
sempre gli stessi, che ci somministrano le loro ubbie intellettuali o, peggio, regolano i loro conflitti universitari, mentre l’attualità culturale si riduce troppo spesso a quella dello “star system” delle grandi mostre, dei grandi romanzieri, dei film di grido. Poco o nulla che dia voce a quel che veramente accade in Italia ed altrove. Infine, chi si appassiona di cultura non ama discorsi di analisi politica e guarda con sospetto chi li propone, mentre i responsabili politici ed i (pochissimi) militanti considerano il discorso “culturale” come un costoso orpello e non sanno distinguere tra le diverse proposte di tipo letterario ed artistico: vanno bene (o male) tutte, purché stiano nel loro recinto e non rompano le scatole, ché noi abbiamo cose serie a cui badare…
Tutto questo, se è vero, configura in Italia un assetto di sostanziale ristagno, di particolarismo e di rapporti di potere quasi feudale. Si potrà invocare la responsabilità dell’industria culturale, che è fuor di dubbio, ma è una causa generica che prescinde dalle scelte e dalle esistenze degli uomini e delle donne che dirigono o subiscono lo stato di cose presente. La mia proposta è in questo caso di ragionare intorno ad un’ipotesi interpretativa di medio periodo. La formulerei nel modo seguente: la classe dirigente politicoculturale emersa con la Resistenza – la parte migliore di quell’Italia postfascista uscita dalla guerra – è stata poco a poco neutralizzata e sedentarizzata all’interno di un ampio “sistema culturale” italiano, ben retribuito e valorizzato. Il patrimonio antifascista è diventato retorica e pretesto, mentre le operazioni universitarie, editoriali, artistiche o culturali in senso lato sono state sempre più asservite agl’interessi di una casta in formazione, quella che ancora oggi detiene le redini, oppure le concede per qualche tempo a scagnozzi fidati ed obbedienti. Gli antichi capi partigiani che hanno voluto fondare un’Italia nuova, moderna, aperta, hanno ceduto il posto a nuove leve con pochi scrupoli e ben decise ad amministrare una macchina alimentata dalla vasta domanda di cultura, di arte, di sapere che ha caratterizzato buona parte dell’Italia tra anni Cinquanta e Ottanta.
Dunque, da un lato intellettuali e specialisti da trasformare in piccoloborghesi gelosi dei propri interessi; dall’altro lato una popolazione desiderosa di migliorarsi, di emanciparsi attraverso l’università, il sapere e la cultura. Il sistema ha sostanzialmente tenuto fino agli anni del terrorismo e del riflusso. La macchina si è però gravemente inceppata con il mutare dell’assetto di Jalta: la famosa “caduta del muro”. Ora non c’è più interesse a convertire il blocco di individui che, direttamente od indirettamente, facevano capo al P.C.I. ed andavano indebolite sul piano ideologico. Non c’è più neppure il Partito. La macchina culturale anche gloriosa che si è potuta esprimere per trent’anni, o quaranta, viene poco a poco liquidata, smantellata. Restano alcuni boiardi universitari che pian piano stanno andando in pensione, mentre con l’ultima riforma l’Università è stata convertita al business, il quale si fonda sull’equazione “alto numero di studenti e di laureati – basso livello di salari e precarizzazione dei docentiricercatori”.
Resisteranno alcune sedi di prestigio, in grado di sfornare opere e progetti ambiziosi anche a livello mondiale, ma comunque asserviti, o alla competenza specialistica (senza coscienza critico-politica) o, peggio, allo star-system dell’evento culturale e dello spettacolo. Che sussiste perché c’è comunque una forte domanda nazional-popolare di “esperienza culturale” intesa come sostituto laico alla salvezza cristiana (e non incompatibile con essa…).
Che senso ha allora l’agire intellettuale in questo nuovo contesto? Basterà un’infarinatura filosofico-spirituale, estetizzante, il sogno di una vita “poetica” eletta, diversa, o anche sofferta, ma separata dal movimento del Paese? Cosa andremo a scrivere nelle nuove riviste? Si faranno le recensioni agli amici o si lanceranno strali contro i nemici della nostra concezione della cultura? Non avremo la netta impressione della “tempesta in un bicchier d’acqua”?
Io non ho risposte precostituite da fornire. Non so nemmeno se il quadro che ho fin qui tracciato sia esatto e veritiero. Forse le cose non stanno in modo così scoraggiante, apocalittico. Non so. Penso tuttavia che si debba conservare, nella condivisione dei nostri progetti, un forte spirito critico e politico, unico serio baluardo all’alienazione, e che si debba rivolgere l’acume critico e gli strumenti d’analisi politica innanzitutto contro la struttura culturale da cui siamo tutti usciti e che ci sta fornendo le prospettive per il futuro. Quelle prospettive sono illusorie e sono molto meno generose del sogno di chi, fra Settanta ed Ottanta, si è sganciato da quel sistema moribondo perché aspirava a creare una nuova società rivoluzionaria. Loro, forse, troppo ideologici e scientemente incolti; noi, però, sicuramente miopi seppur dotati di qualche base culturale…
Il punto che mi preme di esplicitare è quello di uscire dal sonno iperletterario e dalla critica delle idee e di ricominciare a guardarci attorno, a vedere la forma politica della nostra realtà, delle nostre vite. A capire che tale forma politica è consustanziale alla forma poetica, che forse già vediamo anche se in modo miope. Allora, che si faccia una rivista o un libro, che si crei un sito o si alimenti una polemica su internet, si potranno far avanzare le cose e si potrà (sogno?) creare un movimento di unione più larga, che non potrà non essere di contestazione e di resistenza umanistica. Perché l’Italia possa di nuovo esprimere, in strutture non più gerarchiche o feudali, il meglio di sé.
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Da La Gru n.5

Written by matteofantuzzi

14 giugno 2008 at 06:29

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[…] Ogni libro che si legge richiede, a volte in modo prepotente, una diversa modalità di lettura. La quale si tramuta in un diverso modo di affrontare criticamente il libro in questione, giungendo a far mutare di volta in volta l’architettura del commento, i procedimenti retorici, il vocabolario. Non stupisca dunque la differenza di accenti e modalità analitiche che si potrà registrare in queste pagine: una critica onesta, la quale deve giudicare ma anche agevolare la lettura, essere utile tanto al lettore quanto all’autore stesso, per sua natura deve essere mobile. Non servile ma certo disponibile, non di palato facile ma nemmeno integralista. Ogni metodo critico rigido fonda il suo successo su esclusioni (di quelle opere che “secondo la prospettiva critica adottata” non paiono utili al discorso: un trucco facile e fruttuoso per evitare confronti e messe in crisi del modello stesso nonché della conoscenza e sensibilità del critico) e va evitato, così come va evitata l’idea populista e disimpegnata della critica alla quale piace tutto, che deve parlare dei libri senza entrare troppo nel profondo, senza violare ciò che si definisce lo “spirito” del libro, la sua “poesia” (la quale, invece, se c’è non può essere scalfita da nessuna analisi, la quale invece se è buona la agevola, se è mal fatta non la sfiora).
Ciò che serve è piuttosto una critica che sappia accostarsi a libri di tutti i tipi segnalando con garbo le ingenuità e castigando con violenza i sotterfugi e le ruffianerie, che sappia leggere ogni testo sfruttando i metodi analitici di volta in volta più utili alla sua comprensione, e che sappia anche rendere non solo il giudizio ma anche la sensibilità e l’emozione del critico. Perché c’è un lato creativo nella critica, fondamentale e sottolineato da tutti i grandi di questa disciplina, oggi smarrito per due motivi: il primo è che mette in crisi gli affaristi della critica (non è affatto vero che carmina non dant panem: ne danno molto ad alcuni di quelli che la criticano), il secondo è che questa messa in gioco creativa ed emotiva è subito stata confusa con una visione estetica della critica, la quale è nel frattempo diventata prosa d’arte (bella o brutta) che ha un rapporto con l’opera di origine non dialettico ma parassitario.
[…] La critica che un critico “generoso” (generoso di letture abbondanti ed attente, non certo di penna) più frequentemente riceve è quella di essere di palato troppo spesso, di citare troppi autori invece di difenderne due o tre a vita, di dedicarsi al “sottobosco” degli pseudo-poeti (merita d’ufficio il prefisso “pseudo” chiunque non rientri nella propria ristretta famiglia di autori eccellenti, è ormai una regola); poi, sottovoce, al telefono, nell’angolo buio di una sala-convegni o nei bagni di una università, altre critiche si affastellano: il tale critico sarebbe un po’ fesso dal momento che rende conto delle sue omissioni, talvolta corregge suoi antichi giudizi, non è abbastanza perentorio e censorio. Tutto ciò si somma a una ben congegnata serie di misconcetti (il critico deve essere stitico, sussiegoso, scrivere poco ed in modo oracolare o almeno dogmatico…), a un’attoriale espressione di perpetua perplessità nei confronti del lavoro del prossimo e a una sistematica ignoranza dei presupposti del lavoro altrui. Ossia: non basta che un critico scriva un libro dicendo che è la prima parte di un lavoro: gli si criticherà la mancanza di esaustività; non basta che dica di aver scelto alcuni autori per rappresentare al meglio alcune tendenze: gli si farà presente la folla di assenze all’appello; non basta che si disperi a sottolineare come un lavoro critico debba essere in qualche modo “aperto” dal momento che in sé non vale poco senza la dinamicità del confronto: gli si criticherà la mollezza, la mancanza di polso; non basta dire persino ciò che è lampante, ossia che è inutile scrivere capitoletti su autori più che studiati (o vaste monografie spesso uguali tra loro) ed è necessario tentare di riequilibrare le cose non per rifondare il pianeta ma per dare la giusta luce ad autori a proprio parere più interessanti di quelli in voga o almeno interessati ed in ombra: si diventa uno Zorro della critica, ossia un fanatico; se enunci questioni di principio assolutamente basilari ci saranno orde di critici e autori, noti per averle infrante tutte, che le appellano “generiche e assodate da tempo”; scrivi che non vuoi assolutamente fissare un canone, e ti dicono “ma che razza di canone sarebbe quello che ci hai proposto?”. E non facciamo dell’ironia: esponiamo la realtà al ludibrio e alle lacrime che essa ci ispira, tale e quale si presenta a tutti noi. Esiste una corrente di pensiero secondo la quale un uomo che manchi di determinate virtù etiche non può essere un buon poeta; io non sono d’accordo, ma mi accorgo che questo vale invece, eccome, per i critici. E il tempo, mi dispiace cari amici, non fa giustizia, e non è affatto galantuomo: molte cose, dalle storie della letteratura alla storia dei popoli, lo dimostrano! L’importante è definire bene le proprie ipotesi di partenza, per il resto ci sarà sempre chi le ignora o accusa l’opera di attuarle: pazienza, non c’è peggior sordo di chi non capisce niente!
[…] Non si può discorrere o scrivere di poesia in modo ideologico o fideistico, occorre citare i poeti e i testi affidandosi alla pagina, tenendo sempre presente quali sono i fini e quali i mezzi, scassinando i versi, se necessario, fino a poter osservare il reale colore del loro sangue e valutarne finalmente la portata nutrizionale per la nostra sete di poesia e (ossia cioè) di verità, realtà, mondo. Al primo posto non ci sono mai le idee, i paradigmi o le norme: ci sono i poeti, i testi, la sincronia e la diacronia della lingua poetica. Noi tutti, critici ed amanti della letteratura, siamo posti di fronte a un’interrogazione continua e multidirezionale che indaga l’opera e chi la legge; ne deriva che ogni lettura è un esercizio della responsabilità critica che inizia con un atto di lettura e non con un’idea dogmatica di lettura. In caso contrario assomiglieremmo a chi compra uno specchio per vedere ancora una volta e da una nuova angolazione quanto, e su questo non ha dubbi, sia bello.
[…] Ciò che però possiamo sostenere con forza è il rifiuto di un’idea di critica come “collaborazione al testo”, ossia di critica esercitata da un critico che aderisce a un certo schieramento o orientamento e fa di tutto per promuoverlo, sviscerarlo, delucidare, collegare, sovente inventare strumentalizzando le opere. Questo modo di fare porta irrimediabilmente a boicottaggi, omissioni, falsificazioni allo scopo di far emergere la propria estetica. Il critico non deve avere una sua estetica, bensì un’idea di letteratura; un’estetica può essere esclusiva, elitaria, sorniona, imperialista, razzista, folle, ma un’idea di critica deve essere precisa, limpida ed elastica. Il critico vive nella poesia e per essa, ma non la fa (la nozione di critico-poeta non costituisce un’obiezione siccome il critico che è anche poeta quando fa il critico non deve fare il poeta, né l’esteta, anche se può arricchire la critica con alcune intuizioni che la sua sensibilità di autore può suggerirgli, purché questa procedura non diventi egocentrica e indirettamente autopromozionale). Il critico deve analizzare la poesia e veicolarla, non suscitarla con la lusinga di un’etichetta di voga. Ecco allora che la mia idea di “militanza” è quella di difesa di un’idea di letteratura e di scesa nell’agone pronto ad accogliere ciò che appare buono e ad infilzare le fiere, mentre rifiuta la nozione di militanza che alcuni (ssull’orma dei critici d’arte) identificano come creazione (spesso dal nulla).
E’ mia intenzione dimostrare – e questo è la chiave di tutto – che esiste un numero davvero notevole di poeti almeno (ma spesso non solo) equivalenti per valore, impatto emozionale e resa stilistica a quelli che escono presso i grandi editori o che addirittura già da anni sono considerati maestri e quasi mummificati faraoni (potentissimi ma pressoché immobili, e ogni cosa che fanno è sacra anche se non fanno niente). Più si approfondisce la poesia contemporanea più si percepisce uno spostamento grave, un grave errore di parallasse, un grave difetto elettronico in mirini altrimenti in sé acuti e penetranti. Non credo alla lotta di classe in letteratura: non sono gli editori a fare il valore (gli editori, più o meno illuminati, dopo tutto non da oggi per mestiere stampano e cercano di vendere, tutto qui) e dunque non bisogna lottare contro di essi per lottare contro la misinterpretazione della poesia: sta altrove il nocciolo della questione nella scuola, nei media… La questione è che chi esce presso un grande editore ha una visibilità infinitamente superiore ad altri poeti meritevoli e relegati presso seminascoste e talvolta pure onestissime sedi ed occorre lottare contro l’oblìo, proporre e cercare di imporre gli autori che si apprezzano. Questo non in alternativa alla grande editoria, ma in opposizione a quella che si ritiene una poesia falsa e per quanto possibile in una caparbia lotta contro le multiformi strategie di ostracismo. […]

Sandro Montalto

Written by matteofantuzzi

6 giugno 2008 at 12:39

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