UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Fare poesia nell’epoca dei troll. Quattro poeti italiani.

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Probabilmente non dovrebbe essere considerato il giusto punto di partenza, ma quando si ha a che fare con la nuova poesia italiana rimane difficile non considerare tutta l’attenzione anche fuori luogo, tutto l’accanimento nei confronti delle ultime generazioni, quasi che la questione anagrafica potesse in qualche modo essere sufficiente alla determinazione di una cifra poetica complessiva. Questo in Italia è accaduto con fin troppa ricorrenza nel primo decennio degli anni Duemila creando essenzialmente una tensione che ha impedito una completa percezione e che forse oggi si è ulteriormente sclerotizzata nel momento in cui l’esplosione dei nuovi mezzi di comunicazione ha reso, se possibile, ancora meno governabile la percezione di quello che sta accadendo e aumentato lo stato di “conflitto”, ha creato un’esplosione di fenomeni, come quella dei troll più vicina al racconto di un reality che all’approccio ad una forma letteraria. Si assiste così, soprattutto in rete, ad un aumento della tensione tra i commentatori che toglie la possibilità di ragionamenti sostanziali attorno a quanto succede nell’immediato, si veda ad esempio quanto accaduto tra Carlo Carabba e Vincenzo Ostuni sulle colonne domenicali del Corriere della Sera (partita da un ragionamento sulla “popolarità” del premio Nobel Wislawa Szymborska e come spesso in Italia accade sulle questioni del pubblico e della fruizione, decisamente deficitaria) e a cui sono seguiti una serie di sanguinosi articoli, si veda ad esempio quello di Francesco Terzago su Absolute Poetry, si veda molto del sottobosco di Facebook che sta diventando la cassa di risonanza dei mal di pancia e delle frustrazioni del nostro sistema letterario sia per chi è già al suo interno sia per chi dello stesso vorrebbe con tutta la sua forza farne parte.
Anche per questo motivo preferisco non inserire nel titolo di questo lavoro la questione anagrafica, anche se credo bene che leggendo le note finali si capisca quale sia il materiale d’analisi, ma vorrei per una volta avere la presunzione di fare leggere questi poeti non tanto con l’immagine generazionale quanto piuttosto con l’idea sostanziale che sta dietro alla loro poesia, perché alla fine se non si rimane nell’idea di mappatura (e anche io in questo senso ho certamente delle “colpe” almeno per quanto riguarda la generazione dei nati negli anni Ottanta) viene un poco a perdersi l’idea stessa del fare poesia, come se davvero si potessero esaurire le patrie lettere poetiche in una o due esperienze: neo-lombardi e post-avanguardisti per intenderci, amici di Giovanni Raboni e sodali di Edoardo Sanguineti. In realtà il panorama è complicato e non solo per i fattori esterni, le esperienze che sembrano oggi prevalere vanno nella direzione di un’identità di scrittura che permette di riconoscere molti dei protagonisti di questo ultimo tratto letterario rispetto a quanto solo pochi anni fa accadeva e permetteva di ragionare esclusivamente attorno a un “pensiero dominante” per utilizzare il titolo dell’antologia firmata da Franco Loi e Davide Rondoni, un’identità che diventa un tutt’uno tra l’autore e la propria poetica e ne condiziona l’opera, facendola incentrare sull’io scrivente togliendo magari spazio percentuale al lavoro formale per andarsi a concentrare piuttosto sull’aspetto sostanziale.
La linea che forse viene a mancare (anche per l’ispessimento di quella orizzontale) è quella verticale, l’accusa è spesso mossa dai detrattori degli ultimi autori emergenti, ma a mio avviso chi oggi si sta imponendo non tende ad escludere la maestosità del Novecento poetico italiano quanto piuttosto cerca di non manifestarla, di renderla propria senza per questo imporla all’evidenza. Questi e altri nuovi poeti siano impregnati del nostro recente passato è facile da sottolineare e si vede con altrettanta semplicità permeando i testi qui presentati per raccontare linee e tendenze di quello che sta accadendo e cercare di dare un piccolo contributo a quell’idea tipicamente italiana (e dell’Italia letteraria) di costante lamentela, di costante disfattismo che ribadisco ricorda piuttosto una finta rissa da programma televisivo del secondo pomeriggio piuttosto che un sostanziale e auspicato atto di analisi.
Per il resto, e tornando ai testi, forse l’aspetto più interessante da raccontare è quello dei “falsi miti” in un’ottica che dovrebbe tendere a considerare la poesia alla luce del contesto europeo (e il St. Andrews Jorunal è ovviamente una sede d’eccellenza in questo discorso) piuttosto che nelle continue e minori beghe interne nazionali: andrebbe ad esempio subito notata la funzione del corpo, che da almeno trent’anni e con nuovo vigore ultimamente (si vedano le recensioni come quella di Andrea Cortellessa su Il Manifesto apparse a seguito dell’uscita dell’antologia “Nuovi poeti italiani 6” curata da Giovanna Rosadini per l’editore Einaudi) accompagnano soprattutto la poesia scritta da donne. In maniera volontaria non uso il termine “poetesse” che in qualche modo mi pare inadeguato, anche qui rappresentato da Isabella Leardini e Giulia Rusconi ma con una modalità che non è ancora una volta quella rappresentativa quanto piuttosto esemplificativa, la stessa modalità con cui Lidia Riviello utilizza gli episodi per caratterizzare varie sfaccettature della società e anche il suo imbarbarimento. Il corpo e persino l’amore (trattato sotto varie accezioni, arrivando fino ai limiti della perversione) sono funzionali al dettato poetico che mira alla natura umana come da sempre accade nella letteratura e che forse solo negli ultimi anni in Italia è stato condizionato da un’idea troppo privata e intima del fare poesia.
In Massimo Gezzi, probabilmente il più strutturato anche per quanto riguarda la lirica, l’io ritorna ad essere un “noi comune”, un porto nel quale attraccare e ritrovarsi. Gezzi è a suo modo l’esempio di come ci si possa ritrovare in una scrittura e in un sentire proprio a tutti, si riesca ad utilizzare il libro poetico come uno specchio nel quale rivedere se stessi, e se questo pare banale fuori dai confini italiani ora si può dire come una grande riconquista, come qualcosa che per troppo tempo non si è fatto e che ha allontanato tante persone dalla poesia facendone traballare la possibilità “antropologica” e portando alle grosse contraddizioni a cui assistiamo in un mercato che, nonostante la crisi, è ancora troppo grande e al tempo stesso troppo mediocre (le fiere della piccola e media editoria che in Italia pullulano si rivelano troppo spesso veicolo di micro-commercio piuttosto che ricerca di eccellenze editoriali, con danno di tutti). Si osserva in questo autore, e vale in qualche modo anche per Lidia Riviello un lavoro sulla memoria personale ed episodica che diventa memoria collettiva, un recupero che se per l’autrice romana è più dichiarato e presuppone un passaggio inverso, di comprensione degli eventi per arrivare a ragionare su se stessa, in Gezzi porta ad una condivisione che è oggi un tratto significativo dell’ultima nostra poesia. Ma in fondo questo accade per quanto riguarda Leardini e Rusconi, cambiano le dinamiche, le materie d’analisi, non cambia piuttosto il substrato che sta dietro a questi lavori. I sentimenti di cui parla Isabella Leardini sono fortemente condizionati dal mondo cinico nel quale si sviluppano, non potrebbero probabilmente vivere in un altro contesto diverso da quello contemporaneo e questa ricerca spasmodica di affetto e comprensione, questo desiderio umano così imponente dipende ancora una volta da esigenze che sono proprie di questi tempi. Altrettanto vale per Giulia Rusconi, le figure paterne di cui tratta sono qualcosa che emerge dalla nostra storia quotidiana, dalle difficoltà di rapporti tipiche di questi tempi e che raggiungono con facilità malattia e dolore di cui sono piene le cronache dei quotidiani e che bene questa scrittrice riesce a rendere riconsegnandoci un’idea di “normalità” che trasmette la stessa inquietudine che invece rimane dopo la lettura del sentimento “straordinario” richiesto con veemenza dalla Leardini.
Dinamiche e percorsi tutti inquadrati verso il dialogo quelli proposti (in particolare Lidia Riviello che in questo senso recupera quanto di meglio scaturito dalla lezione delle avanguardie e in particolare da Elio Pagliarani). Non è un caso che 3 degli autori presentati vengano da lavori di forte diffusione della poesia e in generale della letteratura, che la problematica della permeazione della poesia e della sua captazione rimangono una necessità forte che in qualche modo condiziona anche l’approccio della meno “navigata” Giulia Rusconi, in tutti questi autori l’idea di rivolgersi a un’identità più ampia rispetto alla normale platea a cui si è abituata la poesia italiana diventa un tutt’uno con le opere da cui sembra difficile potersi staccare. In fondo la centralità del testo sembra potere avere ancora un significato che va al di là anche delle infinite polemiche e serve prima di tutto a comprendere, a capire che le possibilità che l’attuale poesia può esprimere è alta, vanno in qualche modo asciugati i contesti, si deve ritornare alla lettura che è quello che ovunque accade ma meno in Italia dove la polemica sembra ingigantire ed annacquare, ma se si torna alla parola, se si torna al testo tutto riprende quel giusto equilibrio che permette alla poesia di essere tale.

(a cura di) Matteo Fantuzzi; Mosaici, St.Andrews University, Dicembre 2012. Con testi di Massimo Gezzi, Isabella Leardini, Lidia Riviello, Giulia Rusconi.

http://www.mosaici.org.uk/?items=fare-poesia-nellepoca-dei-troll-quattro-poeti-italiani-emergenti

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Written by matteofantuzzi

26 gennaio 2013 a 23:30

Una Risposta

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  1. Questo testo non vi sembra una sfilza di luoghi comuni sotto specie di dotta e discreta disquisizione, che vorrebbe risolvere chi sa che problemi e tuttavia non ne sfiora nessuno di quelli veri e sostanziali? Per un solo esempio, si prenda la solita storia dell’universalità dell’arte, qui riproposta come problema fondamentale, mentre sbiadisce tragicamente a fronte del riassetto interiore che l’arte, per esser tale, deve operare nel fruitore: «utilizzare il libro poetico come uno specchio nel quale rivedere se stessi», onde uno si ravvia il ciuffo e se ne va lieve lieve a bisbocce. E meno male che aggiunge «se questo pare banale», segno che anche a lui è balenato il sospetto. Ma poi lo annega in una sorta di biascico incomprensibile («anche se fuori dai confini italiani ora si può dire come una grande riconquista»): che cosa fuori dei confini italiani? Il libro come uno specchio o la sua apparente banalità o la grande riconquista?
    Altro esempio: «un’identità che diventa un tutt’uno tra l’autore e la propria poetica e ne condiziona l’opera, facendola incentrare sull’io scrivente togliendo magari spazio percentuale al lavoro formale per andarsi a concentrare piuttosto sull’aspetto sostanziale.». Questa citazione, sia chiaro, non è una estrapolazione illecita, anche perché qui basta risalire un po’ su per ricontestualizzarla. Ora, a parte il fatto che non si capisce in che senso l’autore diventi un tutt’uno con la propria opera, c’è la solita tragica scissione tra forma e contenuto, mentre già da tempo ormai s’è appurato che in arte l’una non può essere senza l’altro e che l’altro s’identifica interamente con l’una. Pure ammettendo per un momento tale distinzione, subito viene a mente il Tasso che, rifacendo la “Liberata” come “Riconquistata”, intendeva solo trasferire il “contenuto” della prima in un’altra forma, salvo poi accorgersi di avere fatto, non la stessa opera con una forma diversa, ma un’opera completamente altra e diversa dalla prima. Ché – bisogna sempre ribadirlo – non si tratta qui di forma e contenuto, ma di dispositivi tecnematici che han dell’una e dell’altra cosa che s’intende con “forma” e “contenuto”, e mutando l’uno o l’altra, vien mutato intero il dispositivo tecnematico, il quale sortisce effetti diversi, rispetto al primo, entro chi legge o guarda o ascolta. E poi quel titolo! Con i “troll”, che non han punto a che fare col discorso poi seguito! E serve solo a mostrar chiaro che, secondo lui, tutti quelli che dicono cose diverse dalle sue, anche se son ben fondate e meditate e giovano a far chiaro togliendo errori talvolta gravi e fuorvianti, sono dei “troll”. Parola questa che, a me pare infine, non corrisponde a nulla di concreto, ma nasce da una malattia diffusissima in questi tempi, che io chiamo – e dite voi quanto appropriatamente – “Britannice sculettandi libido”.
    Domenico Alvino

    nico1934

    19 giugno 2013 at 06:05


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