UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Il poeta necessario. Su “Vuoti” di Tony Harrison

Si parla spesso del tema “la poesia nel mondo”, o di come la poesia possa essere una cosa fra le cose del mondo, con una propria forza di intervento e reazione nel naufragare quotidiano degli eventi che scandiscono la convivenza (piuttosto difficile) degli uomini sullo stesso pianeta.
In ambito inglese – o, più ampiamente, di lingua inglese – Tony Harrison rappresenta da qualche decennio un modo di fare poesia che si pone questo problema come centrale, e lo affronta davvero a gamba tesa, come uno dei calciatori perdenti che il padre va a tifare allo stadio, assistendo a ogni sconfitta al compiersi di una sorta di metafora della propria esistenza di lavoratore diseredato del quale la società sembra poter fare a meno.
L’atteggiamento di Harrison non si è mai cristallizzato negli anni nella figura del poeta sentinella, pieno di rigore ideologico e morale, e mai ha rischiato l’arroccamento sordo su posizioni inamovibili o il vicolo cieco ideologico. Al contrario, Harrison è un poeta che ha vestito mille maschere, utilizzate come flessibilissimi strumenti per esplorare ogni angolo della realtà della quale si è imposto di parlare. Infatti, non è solo un prolifico autore di poesia, è anche uno scrittore che non si è negato incursioni nel teatro in versi, quasi travestendosi da poeta elisabettiano, e nel genere sconosciuto alle nostre latitudini del “film poem”, cioè di una lunga narrazione (rigorosamente in versi) registrata per la televisione con il commento (ma forse è qualcosa di più) di immagini montate per costruire un’opera complessa e coinvolgente, qualcosa che veleggia dalle parti del videoclip, tanto per intenderci. Di quest’ultimo modo di fare poesia, in Italia Einaudi ha dato conto nel 1996 con la pubblicazione di “v. e altre poesie”, a cura di Massimo Bacigalupo, volume nel quale è contenuto “v.”, “film poem” messo in onda dalla televisione inglese a metà degli anni Ottanta non senza polemiche per il linguaggio forte che lo caratterizza, riflessione sulla morte e la decadenza civile e sociale sullo sfondo del grande sciopero dei minatori.
Quest’anno, invece, sempre Einaudi ci offre un terzo volumetto-compendio della multiforme e instancabile attività di questo poeta, pubblicando “Vuoti”, a cura di Giovanni Greco.
Come i bravi poeti sanno fare, la prima impressione che si ricava è quella di un Harrison che si trasforma e muta con il passare degli anni, ma, quasi per paradosso, in fondo non si smentisce mai. La necessità di confronto con i grandi fatti del tempo si dispiega su tutti i componimenti contenuti nel libro, ma assume facce diverse, la luce che viene gettata sugli eventi e sulle cose parte da una moltitudine di punti di osservazione differenti, che si formalizzano in scelte stilistiche diversissime, ma sempre espressive e che dimostrano nella loro variegata presenza l’urgenza di questa parola poetica tutt’altro che arrendevole. Così, possiamo osservare Harrison travestirsi da satiro e, alla stregua di un Marziale trapiantato in Occidente ai nostri giorni, esibirsi in una serie di epigrammi caustici, cinici sui fatti della guerra in Iraq, utilizzando a regola d’arte il repertorio compositivo più tradizionale, dai pentametri alle rime («L’Airborne Usa non è lì per fare da scorta / ai bambini a scuola» nitrisce Condoleeza / «No, non a scuola» contro-nitrisco io / «ma alla camera mortuaria sì, nel freezer»). Oppure possiamo seguire come la sua personalissima rêverie dei giorni dell’infanzia sotto i bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale si leghi ai giorni dell’attentato nella metropolitana di Londra del 2005. Ma la Madeleine della situazione è una scheggia di granata usata come fermacarte.
L’accusa che il lettore più disattento può muovere a questa poesia è di strizzare l’occhio a un generico senso di frustrazione politica e civile, limitandosi a puntare il dito, ad essere accusatoria, infine di ritrovarsi a battere continuamente sul dente che duole per un gusto tutto partigiano della protesta a priori. Ma Harrison è perfettamente in grado di evitare quel vicolo cieco di cui dicevo prima. Da profondo conoscitore della cultura antica (è un ottimo grecista e latinista) e amante della tragedia greca, Harrison è fin troppo abituato a maneggiare temi e valori assoluti, senza tempo, antropologici quasi, per cadere in questa ingenuità.
Proprio nel componimento sui bombardamenti di Leeds, dal titolo “Shrapnel” (“Granata”), lo scampato pericolo per la popolazione dovuto a un ripensamento del pilota tedesco che scarica le bombe sul parco invece che sulle case, è l’occasione per mettere in bocca a un poliziotto che osserva la scena dei bambini alla ricerca di schegge di granate con cui giocare, in una parlata locale e molto espressiva, la parola “umano”. Non siamo molto lontani da un concetto di humanitas come una lunga tradizione, va da sé, umanistica lo ha tramandato fino ai nostri giorni. Umano è infatti anche il “cazzo di crauto” che decide di non infierire sulla popolazione inerme, pur essendo nemico addestrato a vedere solo nemici dalla cabina del suo aereo. Umano è tutto ciò che di misericordioso, caritatevole, pietoso (tutti questi termini da intendersi nell’etimologia latina che Harrison ha ben stampata in testa) l’uomo fa a sé stesso, facendolo all’altro, e si contrappone al disumano, la dimensione del bieco interesse e della crudeltà con cui il forte schiaccia il debole. Il fatto storico diventa più contingente e meno fine a sé stesso, sotto quest’ottica: se ieri il disumano era il pugno di ferro della Thatcher, oggi sono l’arroganza dell’impero americano e il terrorismo. Ma sempre di un ingranaggio stritolante, spietato (alla lettera, senza pietas) stiamo parlando.
La stessa pietas di Harrison che illumina allo stesso tempo i macro-mondi della politica e della storia quanto i micro-mondi del privato e della propria storia familiare. In particolare, nel corso degli anni, il padre è una figura che giganteggia nell’immaginario del poeta di Leeds, un uomo burbero e silenzioso, provato dall’esistenza e dalla durezza del lavoro, con il quale le distanze non si ricuciono (ricordo una vecchia e meravigliosa poesia, dal titolo Bookends – reggilibri – nel quale l’unica forma di confronto e dialogo tra il padre minatore e il figlio intellettuale è il silenzio ritroso tra i due, curvi sulla tavola, come due reggilibri), una vera cartina di tornasole della dimensione interiore della poesia di Harrison, che si affianca e si inserisce in quella pubblica.
Possiamo considerare il componimento che dà il titolo al libro, “Gaps” (“Vuoti”, per l’appunto), come una specie di manifesto delle qualità della poesia di Harrison, una vera summa di quanto abbiamo elencato fin ora. In una vecchia foto di famiglia, si sublimano in maniera profonda e suggestiva i vuoti lasciati dagli anni e le due dimensioni, privata e collettiva, risultano quanto mai interrelate, intrecciate, più che mai inscindibili e necessarie l’una all’altra. C’è il lato privatissimo degli affetti, esemplificati dal cappello siberiano del padre, che ora non c’è più (“Indossano cappelli di pelliccia che avevo portato da Leningrado / nei giorni della Guerra Fredda prima della caduta del Muro. // Quello di Papà, malgrado i compagni lo schernissero, era molto portato / […] / Mia figlia ha ora il suo cappello, e Papà è morto da tempo.”). L’oggetto-cappello sintetizza con la propria presenza durevole nel tempo una delle svolte storiche e collettive più traumatiche degli ultimi anni del Novecento, e allo stesso tempo è la garanzia dei legami fra gli uomini e della loro continuità nonostante le insidie del tempo. Non dimentichiamo che anche il poeta sta invecchiando (Harrison ha oggi 71 anni), e l’uomo pieno di pietas collettiva deve rivolgere un po’ dell’attenzione riservata al mondo e ai suoi guai verso sé stesso e tirare le somme di un cammino che ha già percorso molte tappe, ripensarsi come uomo, come figlio, come padre a sua volta di fronte al fluire degli anni. La quartina che chiude il componimento sancisce questo guardare indietro alla propria vita e ai propri affetti, travolti dal tempo e dagli eventi, come travolto dal tempo e dalla Storia è anche l’uomo che scrive, il poeta che registra tutto come un nastro sensibilissimo e, con la sola forza della parola e della propria attenta scrittura, è in grado di cogliere le rivelazioni e costruire le relazioni tra gli accadimenti del mondo: “Questa foto non è che una scena rubata di famiglia felice, / sole brillante di inverno newyorchese tra due docce di luce / che risplendono su loro e nel bel mezzo / le torri ancora inesplose del World Trade Center”. In questa chiusura è concentrata tutta la necessità della poesia di Tony Harrison, una poesia che nasce “calda”, anzi “bollente”, come le cose urgenti sanno essere e che con la sicurezza del proprio essere necessaria perché sincera colma i vuoti, per l’appunto, che il passare del tempo e l’immanenza delle ingiustizie e degli oltraggi all’humanitas lasciano come crateri sulla superficie della storia di tutti i giorni e di tutti gli uomini.
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Marco Bini
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Written by matteofantuzzi

31 maggio 2008 at 11:42

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Absolute Poetry
Cantieri Internazionali di Poesia
Monfalcone 2008

ABSOLUTE POETRY – Grande attesa per la terza edizione dei Cantieri Internazionali di Poesia (Monfalcone, 3 > 7 giugno 2008)

Da martedì 3 a sabato 7 giugno, a Monfalcone, il Festival Absolute Poetry apre nuovamente le porte dei suoi Cantieri Internazionali di Poesia. Direttore artistico e ideatore dell’iniziativa, giunta quest’anno alla sua terza edizione, è il poeta, scrittore e performer Lello Voce.
A caratterizzare, ancora una volta, le giornate del Festival è una nuova concezione della poesia, che si contamina con le altre forme di spettacolo e le nuove tecnologie e, al contempo, riscopre la sua originaria oralità. Quella di Absolute Poetry è un’arte fatta di parole, suoni, visioni, dalla fisicità prorompente, spettacolare e coinvolgente, protagonista di un calendario di eventi ricco ed articolato.

Il Festival, realizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Monfalcone con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia (Assessorato Istruzione, Cultura, Sport e Pace) e della Provincia di Gorizia, si affianca con grande energia alle celebrazioni per il Centenario del Cantiere Navale di Monfalcone, dedicando alcuni appuntamenti ai temi e alle suggestioni che questo Centenario determina.
Sul tema della “nave” si concentra The Big Boat Poetry Slam (venerdì 6 giugno), la gara internazionale di poesia che vede competere, sul palcoscenico del Teatro Comunale, dieci poeti: giudicati da una commissione estratta a sorte fra il pubblico, i performer si sfidano a colpi di versi dedicati alle navi. Ospite d’onore della serata è Marc Kelly Smith, il poeta statunitense inventore del poetry slam.
Ma nell’ambito delle celebrazioni per il Centenario del Cantiere si colloca anche la presentazione del film Lavoro liquido (martedì 3 giugno), del giovanissimo regista romano Michele Cinque, che riprende l’opera-poesia Makina di Luigi Cinque, dove importanti voci della poesia sonora, della musica jazz, della canzone e della letteratura (Aldo Nove, Raiz, il Balanescu Quartet, Nanni Balestrini…) si intrecciano sulle questioni dello sfruttamento e dell’alienazione.

Molti i poeti, fra i più significativi dello scenario nazionale e internazionale, che propongono i loro lavori: apre il Festival, come è ormai consuetudine, un artista della regione, il triestino Ugo Pierri (mercoledì 4 giugno), poeta, pittore ma anche operaio, che inaugura la manifestazione con i suoi ruvidi versi “dalla fabbrica”; alla sua poesia fa eco, nella stessa serata, quella di Antonella Bukovac, voce emergente del Friuli Venezia Giulia, e di Tomaž Šalamun, principale esponente della poesia slovena contemporanea; seguono, giovedì 5 giugno, solo per citare alcuni dei numerosi nomi in programma, Jolanda Insana, definita “uno dei più vividi talenti espressivi suscitati negli ultimi decenni dalla riluttanza a morire della nostra povera, martoriata, meravigliosa lingua italiana”, e l’affascinante Joumana Haddad, poetessa e performer libanese, eclettica scrittrice e importante personalità della cultura del suo paese.

Ed è ancora con gli esperimenti della parola che vive sul palcoscenico, che sgorga insieme alla musica e alle immagini per dar vita alle più inaspettate performance, che Absolute Poetry continua a stupire. Fra gli appuntamenti più attesi è Il Faber dei fabbri (mercoledì 4 giugno), un originale omaggio alla figura di Fabrizio De André realizzato anche grazie all’appoggio e alla collaborazione dell’omonima Fondazione, che ha concesso al Festival il patrocinio morale e che sarà presente a Monfalcone nella persona di Dori Ghezzi. Per l’occasione, nove poeti e performer del panorama italiano reinterpretano e rielaborano, ciascuno con il proprio dinamico linguaggio, i versi di altrettanti capolavori del grande cantautore genovese.

Non sempre ricordano. Concerto per Patrizia Vicinelli (giovedì 5 giugno) è invece un’opera-poesia prodotta da Absolute Poetry e presentata in prima assoluta al Festival. Dedicato a Patrizia Vicinelli, fra i nomi più importanti della poesia italiana degli anni ‘70 ed ’80, pioniera della poesia ad alta voce, lo spettacolo vanta le musiche di Paolo Fresu e il “contrappunto in versi” di Lello Voce; sul palcoscenico anche l’attrice Ilaria Drago, Dhafer Youssef, con i toni caldi della sua voce e dell’oud, Antonello Salis alla fisarmonica e i videofondali live di Giacomo Verde (che, come nelle passate edizioni, accompagna gran parte delle performance del Festival).

Stupefacente si preannuncia lo spettacolo Protomembrana di Marcel.lí Antúnez (venerdì 6 giugno), artista fondatore del gruppo catalano La Fura dels Baus, che assembla in uno scenario di folgorante potenza teatro e cibernetica.
Un finale esplosivo, spregiudicato e a tratti violento è affidato all’eccezionale Lydia Lunch, la trasgressiva poetessa statunitense, attrice, scrittrice e cantante – impossibile classificarla con un’unica “etichetta” – icona della rabbia femminile, del superamento dei tabù, della provocazione e della denuncia: un ineguagliabile mito internazionale della performance a chiudere, sabato 7 giugno, il Festival.

Fra le iniziative che si affiancano alle cinque serate al Teatro Comunale, molti sono gli incontri dedicati al territorio, che si sviluppano fra la Biblioteca Comunale e il Centro di Aggregazione Giovanile di Monfalcone: da un convegno sulle scritture contemporanee organizzato dall’Università degli Studi di Trieste, a vari incontri sulla poesia del Friuli Venezia Giulia (slovena, goriziana e “bisiaca”), fino all’analisi del rapporto fra poesia e musica (appuntamento che coinvolge, per la prima volta in sinergia con il Festival, anche la Casa della Musica di Trieste).

Il Festival sarà presentato al pubblico in due occasioni: venerdì 23 maggio, alle ore 17.00, presso la Stazione Centrale di Trieste (in collaborazione con Centostazioni), insieme al Festival Internazionale di Poesia di Genova; venerdì 30 maggio, alle ore 17.30, presso la Libreria Feltrinelli di Udine.

Ufficio Comunicazione Roberta Sodomaco / Clara Giangaspero
Tel. 0481 494 369 / absolutepoetry@comune.monfalcone.go.it / http://www.absolutepoetry.org

Written by matteofantuzzi

24 maggio 2008 at 16:19

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Il mestiere del poeta.

Chiariamoci subito: di poesia non si campa. Inoltre non lo si può scrivere sulla carta di identità alla voce “lavoro”, e sinceramente sconsiglierei di scriverlo anche tra le “precedenti esperienze” nel caso di colloqui, rischiereste oltre agli sguardi di pietà misti a compassione, di essere mandati via a pedate, bollati come instabili, pazzi, nonché perditempo, scansafatiche. Gente da evitare in buona sostanza.
Allora di che campa il poeta ? Quando sono stato invitato a scrivere questo articolo è perché parlavo proprio alla mia interlocutrice della recente tendenza delle patrie lettere poetiche ad uscire dall’insegnamento (universitario, superiore, elementare) per abbracciare professioni assolutamente diverse. È un poco quello stesso percorso che sta lentamente e faticosamente facendo uscire la poesia dalle accademie e dai luoghi deputati per tornare dopo qualche tempo a dialogare con la gente, e lasciando il ruolo istituzionale per lo più (e come logica sarebbe) alla critica. Di che campa quindi il giovane poeta ? Come si procura il cibo ?
È ad esempio sorprendente il numero di portieri d’albergo. Una professione inaspettata a cui tra parentesi si adattano molti di quei ragazzi usciti dalle università con laurea, magari dottorato e sicuramente un’ottima conoscenza delle lingue che non si piegano alla logica dei call-center la cui densità di presenza di giovani scrittori è a tratti disarmante.
Ma se lì è la forza della disperazione ad agire, in realtà molti autori decidono di intraprendere strade senza carriera, professioni semplici, per poi concentrarsi anima e corpo sulla poesia, permettersi di fare letture in giro per l’Italia o all’Estero, seguire i premi letterari ecc.
È l’esercito degli impiegati, che dopo l’ufficio alle 17.00 – 18.00 vanno nelle librerie per proporre letture, presentazioni. Nella sostanza è proprio quest’ultimo il loro mestiere, solo che non ci si campa, solo che non lo si può dire, che ci si deve quasi vergognare (ribadisco), solo che pare un hobby, anche se da molti è preso certo non come un hobby, ma in maniera seria. Serissima.
Un pragmatismo che si riflette anche nel testo poetico: un ritorno verso tematiche civili e impegnate dopo decenni nei quali ci si è guardati troppe volte solo addosso interrompendo una volta di più quel necessario dialogo coi fruitori (o i possibili fruitori) della poesia.
A un certo punto ben venga quindi non solo “così per dire” questo nuovo modo di intendere le cose, se questo potrà avvicinare ad ognuno di noi il genere letterario per il quale si viene forse a provare più odio, appesantito da metriche, commenti critici ecc. sezionato insomma fino a rendere la materia di partenza un magma irriconoscibile, una poltiglia che non conserva più il gusto dell’originale prodotto.
Ma se da una parte è stato compiuto un percorso, certo è a mio parere necessario che anche i lettori si riavvicinino a questo panorama, conoscano lo sconosciuto contemporaneo, i tanti autori locali bravissimi e riconosciuti a livello nazionale che si trovano in questo territorio e probabilmente prendono il caffè al nostro stesso bar o fanno la spesa al nostro stesso supermercato, che compiono insomma gli stessi piccoli e consueti gesti quotidiani assieme a noi.
Se verrà compiuto questo riavvicinamento forse si sarà realizzato molto, l’estinzione ad esempio in questo territorio di una forma di cultura che oggi ci vede protagonisti della scena internazionale, ma che difetta drammaticamente nella quotidianità dove diversi sono fermi a Montale o Pascoli, ma i più ahimè a Dante Alighieri.
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Ps. ho vinto con Kobarid il Camaiore Opera Prima – la notizia è sulle agenzie di stampa da qualche minuto. Quindi lo posso dire senza problemi. E sono molto felice ! (Grazie a tutti voi di tutto il sostegno)

Written by matteofantuzzi

17 maggio 2008 at 20:19

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L’Italia sepolta sotto la neve di Roberto Roversi

Uscito nel 1989 color paglierino ricorda nonostante il titolo la luce del sud, com’è il suo editore, ricorda spietatamente la luce (impazzita, direbbe Montale) dei girasoli. Titolo tra i più belli e veri degli ultimi vent’anni, in cui si dice tutto e dove il tutto rimane assorto per altrettanto ambiguità semantica, per troppa luce, per troppo significato. Noi siamo l’Italia sepolta sotto la neve. E’ un titolo manifesto, richiama una moltitudine di persone, è una distesa bianca che sommerge i corpi e le case di un paese che non vuole dire e che fa fatica a dire le strutture interiori che formano quella onnipresente ambiguità. Come le Descrizioni in atto questo libro di Roversi si costruisce come un lavoro in fieri, nella lunga esattezza di un poema diviso come se ogni luogo della poesia con la sua energia intensificata fosse sentinella di un dato momento ma anche lasciapassare per quello che viene dopo. La metafora della catena in versi forse sarebbe la più indicata per cogliere il lasciapassare della poesia, cioè di cosa passa da questa poesia agli altri. La radicalità della poesia di Roversi si esemplifica in una dimensione etica che si avvalora di un atteggiamento concreto di distanza da tutto ciò che può uniformare un dato reale di poesia. E’ si può dire una forma di protezione radicale della propria poesia e di una possibilità che viene data a la vuole incontrare senza infingimenti. Dunque ‘Il Girasole edizioni’ come scelta e selezione anche con un certo gusto della edizione fuori commercio da bancarella o pasolinianamente da Portico della Morte. C’è un estetismo che non deve sorprendere nella poesia di Roversi, la maniera del dire per pochi può essere socialmente descritta nel modo esclusivo etico della distanza da una certa industria editoriale marxianamente massificata ma può essere descrizione dentro la sua poesia di un gusto offerto a pochi o detto per pochi. Cioè di come la poesia o di un’altra equivalenza artistica debba essere tenuta in ascolto da quei pochi che le si fanno incontro e la affrontano. Eppure l’estetismo di Roversi è una linfa come dorata e incandescente che attraversa il modo di essere poeta, con una densità al suo interno orfica dove immagini dettati dalla memoria come fatti veri subiscono una sorta di rimescolamento e trascinamento del verso che si accentua nella cadenza connaturata del poemetto. Pasolini ricordato nel libro da Roversi quando lo chiamò e per esempre “monaco pazzo”, rilevava uno spostamento ulteriore e fecondo dalla prosa verso la poesia quando parlando di cinema (non a caso) in una lettera a Marco Bellocchio ricordava che il “in un recente libro di Roversi (siamo nel 1967), in cui il tessuto narrativo ogni tanto sfociava in pezzi di vera e propria poesia, cioè la prosa si trasformava in frammenti di versi”. La poesia di Roversi è una condizione in atto, e perciò vicinissima, è una poetica che si trasforma nella scrittura, come un ronzare d’api davanti ai nostri occhi, ma che in quell’istante che ci sembra sconosciuto e oscuro, enigmatico, agisce al suo interno per effetto di un verso-immagine uno svelamento che spiega il vero di ciò che siamo. E’ fatta questa scrittura di una moltitudine di ricordi. Persone, cose, eventi sono verso dopo verso la materia vitale della poesia di Roversi, il seme per la crescita di ogni cosa, di una crescita come a spirale con un suo automatismo interiore. L’impasto prima di tutto è lirico-evocativo che produce una spazialità dove gli eventi dell’essere sono trascorsi e come sorvegliati e risvegliati; c’è un sonno della storia che vive dentro alla poesia di Roversi, una figurale latenza, quasi forsennata. E’ un suono costante diremmo holderlianamente oracolare dove però non c’è nessuna mistica della storia ma una storia libera di essere detta così come è stata vissuta dal poeta. Ci sono in questa poesia degli elementi ritornanti che hanno per il poeta irrestibilmente a che fare con la memoria, ma ricordo in Roversi è meglio che memoria. C’è un passato che ritorna dentro al ghiaccio del presente, cinismo del presente, che poi facciamo coincidere come società e che internamente richiama una dialettica dove i rapporti di classe sono i rapporti equivalenti di produzione dentro al capitale. Il passato di Roversi è di forte precisione memoriale che lo identifica anche nel suo stile barocco affilato dalla razionalità tutta emiliana, per riprendere un suo verso. Qual è il passato di Roversi? Non è un eden, paradiso della memoria, ma qualcosa in liminare che ci respira, è un luogo egualitario che si scontra in maniera irriducibile con l’oggi, è una società contadina, preindustriale, in cui si definiscono alcuni valori che Roversi tiene molto: la socialità, la spontanietà, e la povertà di essere in quel dato momento storico tutti uguali. Ancora Pasolini? Si qui le strade s’incrociano in un pensiero similirare ma dagli esiti estetici differenti pure se non del tutto. L’identificazione con un passato che ritorna con caratteristiche antropologiche prettamente preindustriali, le borgate romane per Pasolini, la campagna emiliana per Roversi, la campagna vicino alla città (che è Bologna, che in questo libro subisce trasformazioni quasi mitiche, da contrappunto sensibile all’uomo baudlerianamente solo con se stesso che cammina) ma con due modi poetici diversi nell’accedere alla comunicazione lirica. Pasolini muta nell’arco degli anni una disponibilità stilistica in poesia, Roversi costeggia il poemetto pascoliano frammentandolo e discutendoci contro nell’invettiva come nel verso segnatamente lirico. Pascoli, e ci riferiamo in particolare ai Poemetti, per Roversi è un punto centrale che rimane esposto nella sua poesia, Pasolini da lì parte trasfigurandolo. Qui, ne L’Italia sepolta sotto la neve, siamo di fronte a tasselli in progress di un sole più grande esplosi da un unico poema. Caso unico in Italia assimilabile ma alla lontana forse a certe irridescenze di paesaggio volponiano ma Volponi possiede la natura del romanzo, Roversi è un poeta che si concede al romanzo. Roversi rispetto a Pasolini (e forse in questo primi episodi de L’Italia ci rafforza l’idea) ha un carattere -che si percuote nella definizione di uno stile- oltremodo dogmatico e idealista con connotati anarco-socialisti. Quando si parla di poema qualcuno potrebbe fare il nome di Attilio Bertolucci. Romanzo famigliare e poema tagliato dalla storia di Roversi sono distanti coma la luna e il sole. Ma fanno parte dello stesso sistema solare, quello della poesia. Il flusso poematico di Bertolucci sonda dentro a delle faglie liriche da un presupposto non lirico e che negli esiti migliori è di fatto lirico come la natura della poesia di Bertolucci. La natura invece roversiana qui è più esposta, qui è il suo viaggio d’inverno, qui nel poema in atto come lava che scorre verso il mare, Roversi si scontra con il suo essere nella storia dei giorni, investendo la poesia di esplosioni continue, dove l’assolutezza lirica diviene allora incerta e come sfigurata. La casa della storia è in fiamme. Anzi, è perpetuamente in fiamme. Roversi non viene meno nel suo flusso ad alcuni caratteri peculiari come l’invettiva che ha sempre radici morali, e come un suo estremismo, intendiamoci lucidissimo, che abbassa o toglie il livello di comunicazione quanto lo sovraccarica di senso. Le strade bianche di Roversi che attraversano la campagna sono nell’Italia sepolta sotto la neve uno dei tanti messaggi e indizi che vuole dirci. Uno dei valori, rispondendo ad una valenza etica del fare, della poesia è proprio quello di comunicare, segnalare condizioni di disagio, agendo per paradosso lirico, squarciando nell’intreccio una realtà assoluta, incontrovertibile. La neve tutto livella, rende irresponsabilmente tutto bianco. Roversi ne coglie tutto il fascino catartico, ma sotto di essa si raggomitolano storie, persone, paesaggi. Ora e oggi tutto va ribaltato e reso esplicito, con un groviglio di pensieri, di immagini non più rassegnate e sfocate: [[[ La cadenza è quella delle pietre / il respiro della peste la peste può sopraggiungere. / E’ inevitabile dicono: / ciascuno corregge il destino / precitosamente e / come un albero divorato o un ramo scalzato / non senti invecchiare il cuore dentro te? / Ciò che dura lo affonda il passo dei viaggiatori senza / meta / quando escono dalla nebbia e trascinano i fiori. / Si, partendo dalle ciliegie / si può arrivare lontano come polvere ]]]
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Andrea Gibellini

Written by matteofantuzzi

10 maggio 2008 at 14:36

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Pierre Lepori , Qualunque sia il nome, Casagrande, Bellinzona, 2003 di Silvio Aman

Pierre Lepori, dopo la scelta di poesie apparse nel Settimo quaderno di poesia italiana (Milano, Marcos y Marcos, 2001, a cura di Franco Buffoni), ha pubblicato Qualunque sia il nome (Bellinzona, Casagrande, 2003, pref. di Fabio Pusterla) e Vento (Faloppio – Como, Lietocolle, 2004, pref. di Stefano Raimondi). Considerando il carattere dell’indagine poetico-analitica che l’autore avvia con se stesso e la propria vicenda, in rapporto alla famiglia e al mondo esterno, potremmo dare alla sua poesia l’appellativo di esistenziale (“Ma l’esistenza impedisce di esistere”), con una precisazione: egli reagisce alla vischiosità della sofferenza, con la quale molti paiono andare a nozze, per intraprendere, attraverso una complessa e meditata elaborazione, la lotta contro il male costituito innanzitutto dall’inganno e dai colpevoli silenzi. Il passo anabatico, l’apertura del “libro dei morti”, lo spingerà infatti a una sovversione intima e alla luce della parola piena, con una manovra che, prima di Freud, ricorda Nietzsche. Ecco perché, pur non rimovendo i caratteri specifici della poesia, egli apre una serrata e impietosa ricerca in cui si sente bene come scrivere non significhi sfogarsi, ma giungere, tramite l’atto di parola, alla scoperta di se stessi e al vero inizio del lavoro: “Non puoi negarlo: nato oggi, / tutto comincia con la richiesta di aprire, infine, / il libro dei morti[…]”. Come può accadere durante un’analisi, il poeta avvia una elaborazione che lo porterà ad abbandonare la posizione comoda di chi accusa e si lamenta, per scoprirsi come parte in gioco e procedere con moto ascendente verso Il senso della battaglia . Mossa politica, sulle lontane tracce di Leopardi, dal momento che il male non vuol più essere svelato in solitudine, bensì denunciato tramite il passaggio dall’io al noi, un noi che dà energia alla ribellione e permette di riposizionarsi in una nuova strategia poetica: “e un dolore privato è poca cosa. Solo, gridare dentro non è / gridare per tutti”. Il fatto che Pierre Lepori non civetti con la letteratura (le citazioni, nell’assumere un valore i ponti ermeneutici, credo rispondano a un desiderio di affratellante riconoscimento) e che il suo impegno sia diretto a scoprire il male mascherato (“Stranamente la pace ha conservato / l’occhio felino dell’odio. La voce dell’avvoltoio”), non lo obbliga a eliminare la bellezza e una già velata musicalità dal lavoro poetico, perché se l’esistenza può impedirci di esistere, la realtà non è rappresentata dall’univolto, bensì dal molteplice, con relativi effetti di adesione, contrasto e repulsione sull’animo di chi la vive. Il bene e il male provengono dallo stesso luogo, direbbe Giampiero Neri, e riuscire a individuarli dietro le maschere – calzate per ingannare, ma anche per timidezza – raggiungere insomma effetti di verità, contro le Verità di comodo, provoca quel senso di godimento, risalita e liberazione che in Pierre Lepori coincide con la scoperta della sua voce poetica.

da Il monte analogo, n.6 – novembre 2007.

Written by matteofantuzzi

1 maggio 2008 at 23:11

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