UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for giugno 2007

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Festa della Poesia a Castel San Pietro Terme

30 Giugno, ore 21.00, Via Matteotti 79 – Castel San Pietro Terme. Giardino della Galleria d’Arte Contemporanea. Vi aspetto (e vi racconterò).

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Written by matteofantuzzi

30 giugno 2007 at 09:09

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L’importanza di chiamarsi Zanzotto.
 
Esce in questi giorni un numero speciale della rivista “L’immaginazione” dedicato a uno dei pilastri del Novecento che ha compiuto 85 anni, Andrea Zanzotto. La domanda forse è semplicemente “perché ?”. Non esistono probabilmente oggi veri “figli” di Zanzotto, come non ci sono tra parentesi di altre colonne come Ernesto Calzavara, o Edoardo Cacciatore. Non leggiamo insomma Zanzotto come si può leggere Luzi o i primi lombardi che hanno avuto grande presa sulle dinamiche delle nuove generazioni. Eppure è di Zanzotto una lunga serie di innovazioni e di soluzioni che non possiamo by-passare come fosse nulla. Zanzotto non è insomma solo un buon ufficio stampa come a volte si sente dire. “IX ecloghe”, “La beltà”, “Fosfeni”, “Idioma” sono libri che non possiamo omettere per comprendere l’attuale fare poesia. Cari auguri insomma, e il migliore regalo che possiamo farci ovviamente è leggerlo. State bene.

L’Immaginazione n.230 (a.XXII, maggio 2007) Testi – Andrea Zanzotto, I miei 85 anni – A.Z., L’Aria di Dolle – Samuela Simion, Su L’Aria di Dolle – Intervista ad Andrea Zanzotto, su poesia, scrittura, società, a cura di Francesco Carbognin – Stefano Agosti, Per Andrea Zanzotto – Claudio Ambrosini, Della Madre fredda – Gianfranco Bettin, Che sarà della neve, che sarà di noi?-  Michele Bordin, Coro di morti nello studio di Andrea Zanzotto – Marzio Breda, Un lievito morale – Manlio Brusatin, I colori ti salvano – Massimo Cacciari, Per Zanzotto – Roberto Calabretto, Poesia tra cinema e musica – Donatella Capaldi, Poesia in forma di osteria – Luciano Cecchinel, Il mio rapporto con lui – Vincenzo Consolo, La Marca Trevigiana di Zanzotto – Rino Cortiana, Bivio d’acque – Lina De Conti, Turoldo e Zanzotto: un incontro possibile? – Luciano De Giusti, Il cinema negli occhi di Zanzotto, spettatore critico – Philippe Di Meo, Il «megatempo» – Giorgio Dobrilla, Per Andrea – Giosetta Fioroni, Ritratto con dedica – Andrea Cortellessa, Parassiti amorosi. Zanzotto 1 Parise 1 Fioroni – Goffredo Fofi, Per Zanzotto – Margot Galante Garrone, Domani forse pile – Andrea Zanzotto, Elleboro: o che mai? – Matteo Giancotti, Nuove frontiere della poesia: «Elleboro: o che mai?» – Pietro Gibellini, Filò e dintorni – Guglielma Giuliodori, Il Montello: quel “mio allora futuro” – Maria Antonietta Grignani, Zanzotto critico – Niva Lorenzini, Laudatio – Costanza Lunardi, Botanica e sconfinamento – Clelia Martignoni, Il magico segno della sovrimpressione – Tina Matarrese, «Impulsi sotterranei, fonici, ritmici…» – Marisa Michieli Zanzotto, Andrea e le Grafiche Bernardi; Andrea Zanzotto e Euromobilarte – Walter Pedullà, Gratitudine – Maria Pia Quintavalla, Su Andrea Zanzotto – Maria Elisabetta Romano, Un sortilegio, per me – Giuliano Scabia, Introduzione a un ritratto di Andrea Zanzotto – Silvana Tamiozzo Goldmann, Il fertilissimo stupore e la corrente di energia: le prose Sull’Altopiano – Patrizia Valduga, A Zanzotto – Gian Mario Villalta, Amore e ironia – Antonio Zannini, Una città e una libreria.

Written by matteofantuzzi

24 giugno 2007 at 11:17

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Il libro migliore di Salvatore Toma di Rossano Astremo

Sono passati vent’anni dalla morte di Salvatore Toma, poeta pugliese (di Maglie, paese della provincia di Lecce) morto tragicamente all’età di 36 anni nel 1987. Toma ha ottenuta una discreta celebrità postuma, grazie all’interessamento di Maria Corti, che curò il Canzionere della morte, una sorta di best of, pubblicato da Einaudi nel 1999. Molti dei testi più validi presenti nella raccolta curata dalla Corti appartengono ad un volume, “Ancora un anno”, uscito una prima volta nel 1981, edito da Capone, ed ora ripubblicato dallo stesso editore, in occasione del ventennale della morte del poeta. Presenti in questo volume gli elementi topici della poetica di Toma, l’esaltazione della natura, contro le immani catastrofi dell’umanità, la continua lotta tra reale e sogno e il dialogo ossessivo tra vita e morte, dove quest’ultima non rappresenta la naturale conclusione della vita, ma la sua esaltazione, “una sorta di energia reattiva che fa coagulare e filtrare la vita nell’alambicco dell’esistenza”, come scritto da Donato Valli nell’introduzione al testo: “a creare progettare ed approvare / la propria morte ci vuol coraggio! / ci vuole il tempo / che a voi fa paura. / Farsi fuori è un modo di vivere / finalmente a modo proprio / a modo vero”. Toma, in vita, non ebbe rapporti semplici con l’editoria che contava. Tutte le sue raccolte, infatti, sono state pubblicate da piccoli editori. Scrive Maurizio Nocera, nella pagina di presentazione di questa nuova edizione di “Ancora un anno”: “La silloge “Ancora un anno” fu per Toma uno dei suoi libri dal percorso più difficile. Non si trovava modo di farlo pubblicare. […] Toma è stato un poeta discontinuo. Alternava poesie di grande valore immaginifico, pure perle liriche, a testi poco efficaci. […] Ciò che è vero è che Maria Corti dovette far passare per suicida per riuscire a pubblicarlo postumo da Einaudi. Venne, invece, stroncato da una cirrosi epatica. Ecco alcuni versi che possono sintetizzare il rapporto autentico ed ossessivo di Toma con la morte: “Anche da morto / io sarò un ribelle / uno strano tipo / giacché non c’è altro modo / oltre la morte / di curare i rimorsi i dispiaceri / la noia dei soprusi / le bruttezze le violenze / i capogiri della vita. / Mi sentirò bene anche da morto / e puro e semplice e ribelle ".

Written by matteofantuzzi

16 giugno 2007 at 10:37

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VENATURE a cura di Andrea Ponso

Parlare di Aldo Vianello costringe ad un errore, un errore vivificante e terribile: non disgiungere la biografia dall’opera. La sua vicenda di poeta “povero in canna”, con la seconda elementare, ci porta fuori dalle strette misurazioni e quadrature testuali. Anche il luogo comune del poeta illetterato e maledetto ci spinge a sbagliare, a non essere criticamente corretti. Ma è una boccata d’aria che fa girare la testa per chi è stretto nelle maglie calde e forzate dell’analisi rigorosa. Ai suoi testi si possono perdonare persino alcune ingenuità (ma teniamo anche conto delle date in cui sono apparsi), ma non per questo mito, casomai per il suo contrario: per una grazia che sgorga con timidezza e forza, che non urla e non recrimina una condizione che certamente lo permetterebbe. Un candore scandaloso che esplode sotto gli occhi incartapecoriti, sotto mani abituate ai più caldi comforts da salotto, un’asprezza (proprio della dolcezza) che punge la gola e la lingua. E una pietà del tutto sincera per chi alla poesia non può che guardare rimanendo seduto.

Insomma, uscendo da questo errore ci si sente un po’ più vivi.

Conversazione con Aldo Vianello, di Danni Antonello (a cura di Valentina Aleo)

D: Si ritorna all’osteria della rivetta, dal caro Franco che ci offre del buon vino; ti ho conosciuto qui sei sette anni fa. Era il mio primo anno a Venezia, assieme a Mario Stefani dovevamo uscire con un po’ di barche a leggere lungo i canali. Poi ha piovuto e siamo rimasti dentro. La lettura si è fatta lo stesso, ricordo l’emozione, io bambino con i due grandi poeti di Venezia. Mario ci ha lasciato ormai da tre anni, dimmi cosa ricordi di lui, e dei vostri inizi in questa città. Avevate pubblicato il primo libro nei primi anni sessanta, editore Bino Rebellato di Cittadella, scopritore di talenti e amico di tutti i grandi veneti del secolo passato. Lo sai che è morto anche lui, pochi mesi fa, a più di novanta anni. Aldo, qualche ricordo, un aneddoto…

A: Rebellato era l’unico editore veneto che pubblicasse un poeta agli inizi. Alle “prime armi” di solito si inizia con testi brevi. Mi preoccupai di quanto mi avrebbe chiesto per pubblicare. Portai un quaderno con delle poesie, che al tempo, forse per modestia, definivo poesiole. Era il ’64. Lui arrivò in bici con un grosso berretto, “intabarà” come si dice da noi. Quindici giorni dopo mi diede la risposta tanto attesa, allora come oggi vivevo di illusioni. Lessi la sua lettera come fosse pane di lusso. Mi incoraggiava, diceva che dovevo essere essenziale, poco ermetico, che dovevo tagliare. Come un chirurgo io iniziai a tagliare i pezzi più pesanti. Lui rimase stupito della velocità con cui avevo ripulito il quaderno e decise di pubblicare: Timide passioni. Mi diede quattrocento copie, una volta vendute avrei dovuto dargli una certa cifra. Semplicemente questo.

A proposito di Stefani…la sua poesia era grande quanto il suo cuore. Un lirismo di derivazione illuministica, di contenuto. Gli piacevano i giovani, li amava. L’amicizia è così speciale e particolare che spesso è difficile nasca tra persone che fanno lo stesso mestiere o la stessa arte. Tra “colleghi”, spesso non prevale il lato degno di quanto scrivono. Ciò nonostante Mario ed io sembravamo amici per la pelle, forse invece lo eravamo solo quando il bicchiere era colmo.

D: Quando qualcuno mi dice “maledetto” mi viene sempre da maledirgli la sorella. Questa fama tu te la porti dietro da sempre, e credo te la porterai in tomba…

A: Essere definito maledetto…hanno fatto bene. Effettivamente, per scrivere poesia bisogna esserlo, bisogna essere pieni di spirito non santo, per toccare il fondo di ogni acredine. Il titolo di maledetto credo sia pertinente. E non mi dispiace, anzi. Per essere poeta bisogna essere maledetto. Perché ciò allontana dai linguaggi “all’acqua di rose”, i maledetti vanno subito al sodo.

D: Hai avuto mentori illustri, Diego Valeri, Palazzeschi, persino Ezra Pound ti ha dedicato uno scritto. Sin da subito sei stato definito “un caso letterario”.

A: A creare il cosiddetto “caso letterario” fu il Gazzettino. Dopo la pubblicazione di Timide passioni, Giuseppe Longo, romanziere e al tempo direttore del Gazzettino, in seguito all’interesse di Palazzeschi e Valeri aprì sul suo giornale una campagna rivolta a tutti gli artisti per aiutarmi ad uscire dallo stato di assoluta povertà in cui mi trovavo, e in cui ancora mi trovo. I pittori più noti mi regalarono i loro quadri, con i quali si fece poi una mostra alla galleria Santo Stefano da Uccia Zamberlan. All’inaugurazione c’erano tutte le autorità, e ovviamente gli artisti, Virgilio Guidi, Felice Carena, Neno Mori…Il ricavato fu notevole e mi permise di continuare a pubblicare.

D: Dopo Rebellato, l’editore Pan di Milano. Che esperienza fu uscire da Venezia, per te così indissolubilmente legato a quest’unico territorio?

A: Giuseppe Longo era direttore anche di una rivista e pubblicava libri a Milano. La Pan editrice, appunto. Mi sembrava di andare in un altro mondo…da una zona depressa come Pellestrina, trovarmi in Svizzera…mi sentivo come un privilegiato, come uno dei ricchi che abitano lassù.

D: Sei nato a Pellestrina, in una famiglia di pescatori, in quel lembo di terra in mezzo alla laguna da cui tutti cercano di fuggire. La tua vera fuga è stata la poesia, tuo solo passaporto… come nacque la volontà di esser poeta in quegli anni lontani della tua infanzia?

A: Tex Willer è stato il mio primo maestro. Sono passato da lì alle grinfie teologiche di un Agostino che tuttora amo. Pur non avendo studiato apprezzo la scuola dell’obbligo che allora non c’era. Non ricordo di essere mai stato promosso in seconda elementare, ho dovuto subito aiutare il papà, facendo il cosiddetto “cane da burchio”, quella imbarcazione tipica che trasportava materiale edile lungo la riviera del Brenta fino a Chioggia.

D: Il vino, Aldo, miglior compagno, ed inguaribile traditore…

A: Il mio grande amico e nemico “mi” fu il vino. Vinsi la solitudine grazie all’affetto e alla fedeltà del Dio Bacco, allora, da fanciullo, nonostante fossi cristiano la mia fede nel vino era superiore a quella nel catechismo. Ora bevo acqua, da venti giorni ormai, perché le crisi epatiche mi sono state finalmente di lezione. Mi sono accorto di essere un saggio smettendo di abbandonarmi al vizio. Ah ah…Vino, sempre rosso, dai dodici anni in poi.

D: L’amore?

A: Ho avuto una donna che ha avuto un figlio dal maledetto in questione. Una figlia che è stata poi adottata, per fortuna in tenerissima età, così non si è accorta di avere dei matti per genitori, io e quella donna, che penso sia morta perché non mi scrive da due anni, mentre prima mi scriveva sempre, magari mezze cartoline incomprensibili.

D: Ogni tre quattro anni tu esci con un libricino di testi. Prose, ma soprattutto poesie. Per le edizioni Supernova è in stampa l’ultimo figliastro. Di cosa si tratta?

A: Sono stato consigliato da una psichiatra di buttar fuori tutta la parte negativa. In un linguaggio più o meno freddo, calcolato, magari da poetastro quale io penso umilmente di essere. Sarete delusi, perché me la prendo con tutti: la società, la religione, il loro buonismo che rammollisce il lato maschile e anche quello femminile dell’uomo.

D: “Il mare alle ginocchia”, uno dei tuoi libri più belli, scritto in prosa. Quando lo lessi la prima volta mi ripromisi di volerlo vedere ristampato quel libricino di poche pagine. Com’eri e cosa pensavi della poesia nel periodo in cui lo scrissi?

A: Fu il mio primo tentativo in prosa. Non avendo la capacità di esprimermi alla maniera dei classici, che hanno un numero di vocaboli molto ampio, ecco che non ho potuto far altro che esprimermi come un analfabeta, uno che gioca d’azzardo con le parole più semplici. Mi meravigliai d’esser riuscito a scrivere delle frasi accettabili, prive di fronzoli. Non potevo pretendere di scrivere come un professionista. Ho scritto poesie e prose soprattutto per vincere il difetto di pronuncia, ciò che non riuscivo a dire a voce cercavo di metterlo nel foglio. Da questo tentativo di scrivere in prosa mi venne voglia di dire tutto quello che l’animo mi dettava dal silenzio più profondo. Infatti ho continuato a scrivere in forma autobiografica, per quel difetto che mi ha sempre assillato: la balbuzie. La scrittura mi è stata utile per giocare con le parole, visto che non giocavo con i cosiddetti amici d’infanzia, che rifuggivano un bambino che doveva sbattere il tacco destro e stringere il pugno sinistro per dire ciao.

D: Venezia negli anni sessanta e settanta era una calamita per tutti i grandi pittori e poeti, oggi la stanno trasformando in un brutto museo per i turisti della domenica. Parlami della tua città, di allora, e di come la vedi adesso.

A: Quand’ero in barca col papà mi sembrava che la città di Venezia fosse la città di neve, come in una favola, avevo tredici, quattordici anni. Col tempo mi sono reso conto che la vita è ben diversa. Al tempio di Gerusalemme Cristo “prese a frustate” i mercanti, ecco, Venezia è in preda alle bocche d’oro dei commercianti.

D: “Io perseguo umilmente il mio semplice pane, e nonostante tutto, sono libero, non scendo a compromessi e non m’importa di pagare lo scotto di questa mia libertà morale e materiale”. Questa frase è tratta dal tuo secondo volume in prosa, “Le mani piene di vento”, racconto autobiografico uscito a Milano nel ’73. Allora il tuo pensiero era questo; ed oggi, dove vai, “dove può andare uno che ha le mani piene di vento?”

A: Non essere schiavizzato dalle convenzioni…ho un ripensamento: la libertà mi ha fatto pensare di uscire dall’ambito familiare, dal rispetto dovuto ai sacri lari della famiglia, mi ha reso una sorta di figliol prodigo che si è nutrito di peccati e pensieri che mi hanno portato a diventare pesante come un budda ben lontano dall’illuminazione.

D: Ultimo desiderio del condannato a morte?

A: C’è qualcosa, magari lo stato di ricoverato, che mi accomuna con Dino Campana. Mi piacerebbe, come lui, aver scritto un libro solo.

Fu già tempo di cantare Per il fanciullo “sempre in volo”, / che seguì l’ombra di una ruota / più dura della pietra, / fu già tempo di cantare / la fatica, / il senso degli umani silenzi. // Nelle notti di ghiaccio / Caddero cieli / Sul remo del padre.

Sono tornato Mare, filare di scogli in rovina, terra solitaria, / piccole case gremite in fila, lungo lo specchio / della splendida laguna. / Verde dei piccoli campi, reti, alghe asciutte e vele / Nei lontani canti, uomini gai / Che da superbi marinai v’innamorate d’ogni luna, / donne che a guizzi ricamate con fili di seta / intrecciati nei legni ben lavorati nel pallone di paglia, / sono tornato a un sorriso del ricordo del primo verde incanto.

Richiamo Nelle chiese c’è poca gente, / mentre il vino corre nei cervelli /a far cupa la voce. / Fermati canto, / fa del tuo cuore una preghiera soltanto.

Mi sento perduto Sono fra urli bestemmie / E sputi del padre e figli. / Dopo la sua voce squillante / D’amore la madre si torce e dispera. / Qui mi sono circondato di versi. /

Da oggi non avrò mai / I secondi sogni ad occhi aperti: / non è più forte l’ardita età / da illudersi dalle prose amanti / ad altro destino, quando / il dolore ha colmato l’incanto. / Mi sento nella grigia / Solitudine della madre lontana / Sciupata come la morte.

(da Timide passioni, Rebellato, 1964)

Written by matteofantuzzi

9 giugno 2007 at 18:39

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Sandro, Aldo, Alda e la Poesia nel pensiero comune.

In ordine sparso: Sandro Bondi ospitato dai programmi comici in veste di scrittore di poesie, sbeffegiato in sostanza per avere mostrato una propria pulsione per la cosa e per la scrittura poetica (chiaramente la Poesia è in questo caso uno strumento usato dai suoi detrattori per parlare d’altro, per prendere di mira altro, cioè l’On. Bondi, lontano da me come idea politica – questo è ben noto – ma nemmeno proprietario, in un’ottica di interesse specifico di questi spazi, a mio parere dei basilari strumenti per la costruzione di un testo poetico, un "poeta della domenica" insomma come tanti dei famosi due milioni di presunti poeti italici), la pubblicità dell’8 per mille dove il Poeta veneziano Aldo, persona raffigurata come problematica a livello socio-relazionale viene ancora una volta comunicata ("inquadrata", direbbero gli specialisti)  mediante lo strumento della propensione poetica, un Aldo smaccatamente vicino alla nostra Alda (Merini) sempre più iper-esposta come figura, come simbolo di artista, e non come poetessa, al più come persona problematica, che ha frequentato certi luoghi tornati in auge con la canzone vincitrice di Sanremo. Infine un ricordo personale: l’Andrea Rivera che dal palco del Primo Maggio disse quella serie di robe in diretta tv che suscitarono una serie di casini io me lo ricordo a Pesaro lo scorso anno alla Festa dell’Unità intervistare Claudio Lolli e Gianni D’Elia che presentavano il loro CD (che vi consiglio caldamente): una fila di domande pessime alle quali D’Elia rispose con cortesia e Lolli proprio per niente. E me lo ricordo Rivera in disparte dopo quell’intervista, mentre Lolli cantava e D’Elia leggeva e centinaia di persone stavano lì in silenzio ad ascoltare, dicevo mi ricordo Rivera con lo sguardo nel vuoto che forse capiva di avere combinato una cazzata…
E allora, tutto questo cappello per che cosa ? Per dire che tutto questo lavoro sulla Poesia non serve se non siamo in grado di ritornare alla Poesia, perchè nell’immagine comune ancora il poeta è Sandro, è Aldo… allora quello che dobbiamo fare è fare parlare la Poesia, portarla avanti, fare uscire i libri, fare uscire le recensioni (e non solo quelle degli amici degli amici !) criticare laddove riteniamo di dovere criticare, dobbiamo dare voce alla Poesia, non ai poeti. In questo senso: credo che Marietti stia facendo un ottimo lavoro, ho letto "Gli allarmi delle stelle" di Valentino Fossati, appena uscito, e in un momento dove troppe case editrici hanno strozzato le uscite di Poesia quella collana sta facendo cose che vanno segnalate, perchè si potranno portare avanti idee diverse, ma quello di Fossati è un libro che vi consiglio caldamente di leggere come gli altri usciti per quella collana, che c’è ed esiste, e propone, contrariamente ad altre che non ci sono e si comportano come se fossero l’unica soluzione possibile per le patrie lettere. Si faccia, si agisca, si sia militanti e non accomodanti. E si vada in mezzo alla gente. Solo così  si potrà evitare che si pensi ci siano solo Sandro e Alda a fare Poesia oggi in Italia, che non è vero. State bene.

Written by matteofantuzzi

2 giugno 2007 at 15:23

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