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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for maggio 2006

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E non dimenticate che Venerdì c’è DEGUSTARE LOCALE !!!

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Bologna, 31 maggio 2006, ore 21.00
Aula Absidale di Santa Lucia, Via de’ Chiari 23 Premio Dams Festival 2006, quinta edizione "La libellula. Panegirico della libertà" di Amelia Rosselli; voce recitante: Rosaria Lo Russo; pianoforte: Andrea Allulli. Ingresso libero

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AMO BOLOGNA POESIA FESTIVAL” 5 e 6 giugno 2006 chiostro di Santa Cristina, piazzetta G. Morandi, angolo via Fondazza, Bologna lunedì 5 giugno 2006 “L’ITALIA SONO IO” ore 18.00   CERTAMEN, finale del concorso studentesco, con libere votazioni del pubblico ore 20.00   buffet  ore 20.30   letture di Tiziano Broggiato, Paolo Campoccia, Tiziano Fratus ore 21.30   Aurelio Picca legge “L’Italia è morta, l’Italia sono io” martedì 6 giugno 2006 “CONTRO LE GENERAZIONI” ore 18.00   Presentazione delle antologie poetiche “Subway – poesia italiana underground, Il Saggiatore e “Laboratorio di Parole – antologia” dei poeti del Circolo La Fattoria, Pendagron Ore 19.30   premiazione CERTAMEN Ore 20.00   buffet “DONNA, FRONTIERA” Ore 21.30   Letture di Ubah Cristina Ali Farah (Somalia), Iman El Sayed Ali Mersal (Egitto), Erika Reginato (Venezuela), Tiziana Cera Rosco (Italia), Mariarita Stefanini (Italia)  Music live I Corsari di Corso Buscaroli e proiezioni di video poesia Centro di poesia contemporanea dell’ Università di Bologna Via Belle Arti 42 40126 Bologna Tel 051 2094645 – 051.220666 Posta elettronica: poesia@alma.unibo.it

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domenica 4 giugno ritorna il festival di poesia Quotapoesia in Val di Sella (Borgo Valsugana, nei boschi del Trentino); quest’anno – alla quarta edizione – un numero "internazionale", con bei nomi, due poeti di Barcellona, Patrizia Valduga, Elisa Biagini e il concerto finale di Giovanni Lindo Ferretti. Trovi tutto su http://www.quotapoesia.it

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Circolo di Cultura Politica Fratelli Rosselli
Giovedì 8 – Venerdì 9 giugno 2006 Nel sessantanovesimo anniversario dell’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli CONVEGNO «Se / dalle tue labbra uscisse la verità» Amelia Rosselli a dieci anni dalla scomparsa Giovedì 8 giugno 2006 Ore 15.00 Saluti Prof.ssa Mariella Zoppi, Assessore alla Cultura della Regione Toscana Prof. Riccardo Pratesi, Presidente del Circolo di Cultura Politica Fratelli Rosselli Relazioni: Ore 15.30 Presiede Stefano Giovannuzzi Marina Calloni, Milano Bicocca – Le due Amelie Andrea Cortellessa, Roma La Sapienza – La figlia della guerra Niva Lorenzini, Bologna – Amelia Rosselli e lo sperimentalismo all’avvio degli anni Sessanta Lucia Re, UCLA, U.S.A. – Frammenti di un discorso amoroso Francesco Carbognin, Bologna – “Perché io non voli” (da “Variazioni belliche”): immagine di uno stile in formazione Tatiana Bisanti, Saarbrücken, Germania – “Rimava vocaboli tormentosi”: il livello metalinguistico e metapoetico nell’opera di Amelia Rosselli Ore 21.00 Valdo Spini commemorazione dei Fratelli Rosselli  Ore 21.30 La proiezione del documentario “AMELIA ROSSELLI…E L’ASSILLO È RIMA” Di Stella Savino e Rosaria Lo Russo Rosaria Lo Russo legge Amelia Rosselli (da Variazioni Belliche) Venerdì 9 giugno Ore 9.00 Deposizione di una corona di fiori alla tomba dei Fratelli Rosselli sacrario del Non Mollare del Cimitero di Trespiano Relazioni Ore 9.30 Presiede Adele Dei, Direttore del Dipartimento di Italianistica Università di Firenze Stefano Giovannuzzi, Torino – Il nodo della lingua: Amelia Rosselli e Pier Paolo Pisolini Emmanuela Tandello, Oxford, Inghilterra – La fanciulla e la morte: figure del tragico e del letterario nella poesia di Amelia Rosselli Paolo Cairoli, Rai – Spazio metrico e serialismo musicale. L’influenza dell’avanguardia post-weberniana sulle concezioni poetiche di Amelia Rosselli Stefano Colangelo, Bologna – Serie, campo e variazione. Il fenomeno sonoro nella scrittura di Amelia Rosselli Daniela La Penna, Reading – “Performance e testualità” nell’opera di Amelia Rosselli Raffaella Scarpa, Torino – Aspetti della lingua nella prosa di Amelia Rosselli Fabrizio Podda, Siena – La ripetizione del resistere

Via Alfani 101r 50122 Firenze

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Domenica 11 giugno, alle ore 11, presso la Sala Maggiore del Palazzo Comunale di Pistoia, avrà luogo la premiazione della trentanovesima edizione del Premio Nazionale di Poesia "Pietro Borgognoni", aggiudicatosi quest’anno da Luigi Nacci col testo Quanta bufera e che poca neve. Per l’occasione, nella giornata di sabato 10 giugno, alle ore 18, presso la libreria Lo Spazio di via dell’Ospizio, Martino Baldi, Christian Sinicco e Matteo Danieli presenteranno poema disumano di Luigi Nacci. A seguire, presso il Club Pirobutirro di via Buonfanti (zona Piazza del Duomo), ristoro alcolico e, alle 22, reading informale con la partecipazione di (lista provvisoria) Domenico Alferi,  Martino Baldi, Massimo Baldi, Roberto Bartoli, Piero Buscioni,  Matteo Danieli,  Stefano Massari, Luigi Nacci,  Furio Pillan,  Christian Sinicco.

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Da lunedì 29 maggio sarà in edicola il numero 34 di
Nuovi Argomenti (aprile-giugno 2006)con una sezione – "Articolo 1" – in cui Ferracuti, Bajani, Liguori, Santi, Susani, Saviano, Zambetta, Melone, Piperno, Pavolini, Trevi e Ventroni raccontano a modo loro il mondo del lavoro (racconti nati su iniziativa di "Rassegna Sindacale"). Nel numero, inoltre: un incontro con Kenzaburo Oe; un dialogo scritto da Valeria Parrella; poesie di Mark Strand, Amelia Rosselli, Alba Donati, Massimo Gezzi, Frank Bidart, Vincenzo Della Mea, Carlo Carabba, Gianni Clerici, Helena Janeczek ; saggi di Bartolomeo Di Monaco su Remo Teglia, di Raffaella D’Elia su Vollmann, di Giuliana Petrucci su Vincenzo Pardini, di Fabiriza Giuliani sulla bioetica, e di Leonardo Colombati su Ovidio. Nel suo diario, Enzo Siciliano scrive a proposito degli ultimi romanzi di Claudio Piersanti e Giuseppe Genna. SOMMARIO DIARIO di Enzo Siciliano CONVERSAZIONE di Massimo Rizzante con Kenzaburo Oe ARTICOLO 1 Angelo Ferracuti, Certi giorni sono più belli di altri giorniAndrea Bajani, All inclusive Elisabetta Liguori, Tastiere Flavio Santi, La raccomandazione Carola Susani, La semina Roberto Saviano, Il mestiere dei soldi Massimiliano Zambetta, Sabato, afterhour Andrea Melone, Gilberto Alessandro Piperno, Lettera aperta ai miei inquilini Lorenzo Pavolini, Il colpo Emanuele Trevi, Psicotici e precari a Paperopoli Roberto Canò, Primavera di diritti CANTIERE Mark Strand, Mare nero Amelia Rosselli, Tre poesie da Sleep/Sonno Gabriella Palli Baroni, Il pensiero "strutturato" di Amelia Rosselli Alba Donati, Firenze Massimo Gezzi, La stanza Frank Bidart, Stella polvere Vincenzo Della Mea, I sogni di guerra Bartolomeo Di Monaco, Remo Teglia, un narratore di fatti Giuliana Petrucci, Sull’ultima narrativa di Vincenzo Pardini Raffaella D’Elia, Vollmann, il quinto punto cardinale Carlo Carabba, Roma-Parigi-Roma Fabrizia Giuliani, Qualcosa è cambiato Helena Janeczek, Oltre le nebbie Gianni Clerici, Boldini Federica De Paolis, Via Oglio 10 Leonardo Colombati, Persistenza e impermanenza (Una lettura di Ovidio) Valerio Magrelli, La famiglia Poe Francesco Feola, Lotteria nucleare DIALOGHI Valeria Parrella, Una questione di attese

Written by matteofantuzzi

29 maggio 2006 at 21:30

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Poeta: sei stato nominato! #1 di Carla Benedetti

Espulsi dalla storia, dati per estinti, inutili, fuori tempo massimo: i poeti sono come organisti rinchiusi a suonare in uno sgabuzzino. Ma è proprio in fasi storiche come queste che può succedere che tutto improvvisamente si riapra e si reinventi, su terreni imprevisti.
1. Si sente dire spesso che la poesia è ormai un genere di nicchia. Che non ha il pubblico di lettori che può avere la narrativa. Che non riesce ad arrivare oltre a una cerchia ristretta di intenditori e di specialisti. Che non ha più un rapporto col mondo della vita. Che quindi questi non sono tempi buoni per la poesia. Si è persino arrivati a teorizzare la necessità del declino della poesia e delle sue possibilità nel mondo odierno (questa è ad esempio la tesi di fondo del libro di Guido Mazzoni Sulla poesia moderna, il Mulino, 2005). Come se non potesse esserci più una mutazione, un cambiamento, un azzeramento dei processi innescati dalla modernità. Come se non potesse esserci più la possibilità di nuovi inizi. Ma a volte, è proprio in fasi storiche come queste, in cui tutto è dato per perso, che può succedere che tutto improvvisamente si riapra, si reinventi, e su terreni imprevisti.
2. Le riflessioni teoriche sulla letteratura hanno sempre avuto degli effetti nel mondo dei fenomeni che esse descrivevano. Prendiamo ad esempio la definizione aristotelica della tragedia. Essa ha influenzato la produzione e la fruizione di tragedie per quasi due millenni. Ciò che la teoria ha elaborato nel corso dei secoli incide circolarmente sui processi della comunicazione letteraria. La vita della letteratura non consiste solo dei momenti della produzione e della fruizione, ma anche di quelli della teorizzazione e della valutazione. E se questo è vero sempre, lo è a maggior ragione per la letteratura moderna, data la condizione di maggiore riflessività che la caraterizza rispetto alle epoche premoderne. Ma in questa epoca la retroazione è diventata castrante. Quale influsso circolare hanno potuto avere sulla vita dell’espressione e del pensiero i verdetti epocali paralizzanti che negli ultimi decenni hanno dominato la vita culturale occidentale e soprattutto italiana?
Da ogni parte descrizioni e riflessioni che davano tutto per liquidato. Altro che la definizione aristotelica della tragedia! Altro che le teorie normative dei generi! Qui la normatività è diventata assoluta, e tutta al negativo. All’insegna del "non si può" o del "non si può più" e della sua inevitabilità storica.
Nella letteratura e nell’arte hanno preso forma idee come la fine del nuovo, la fine della sperimentazione sulla parola, la fine del mandato sociale, la morte dell’autore, la fine della possibilità di fare scommesse forti sulla scrittura e sull’espressione. La fine della possibilità che la parola artistica possa agire nel mondo.
Idee spesso rivestite di un’euforia di facciata, ma che nascondono a malapena il volto luttuoso di un’epoca che si ritiene condannata all’epigonalità, incapace di inventare, di creare. Un’epoca costretta a ripetere e a ricombinare indefinitamente l’enciclopedia delle possibilità già date dai moderni – e già tutte chiuse!
3. Ma è nel campo della poesia che queste descrizioni paralizzanti hanno raggiunto il culmine. Da tempo molti non solo constatatano, ma addirittura teorizzano il deperimento epocale e necessario della poesia.
Ho notato che chi parla di crisi della poesia può intendere, a seconda dei casi, due cose diverse.
C’è chi si limita a constatare la fine della cosa: non c’è più una grande letteratura, non c’è più una grande poesia, non ci sono più grandi personalità artistiche.
E c’è chi si spinge a teorizzare la fine delle condizioni di possibilità della cosa: sono venute meno le condizioni che rendono possibile una grande letteratura, una grande poesia; c’è stata la fine del mandato sociale ai poeti, non ci sono più i codici condivisi, si è verificata una condizione epocale tale che…
È evidente che nel primo caso si indica un fatto contingente, che viene constatato empiricamente ("Mi pare che oggi non ci siano più grandi opere, grandi scrittori"). Nel secondo invece quel fatto viene inscrito nell’ordine della necessità storica o sociale, e quindi ha tutt’altre implicazioni.  
Coloro che lamentano la fine della cosa, pur essendo pessimisti non chiudono la possibilità che qualcosa da qualche altra parte rinasca. Chi invece lamenta la fine delle condizioni di possibilità della cosa sostiene che anche se ci fossero delle grandi personalità artistiche non potrebbero più esprimersi, perché non ci sono più le condizioni. Come scrive Mazzoni: "La qualità degli scrittori non ha alcun peso in questo processo… Purtroppo le grandi trasformazioni storiche prescindono dal valore degli individui, che è sempre troppo piccolo per non risultare irrilevante".
Sebbene il secondo tipo di discorso sia molto più raffinato e filosoficamente agguerrito del primo, esso è anche il più repressivo. Qui si teorizza la chiusura totale e storicamente inevitabile delle possibilità. È certamente un discorso di tipo storicista, in quanto vede la storia sotto la lente della necessità. Ma nello stesso tempo è anche uno storicismo rovesciato e quindi ancor più paralizzante del vecchio. Il vecchio storicismo credeva nello sviluppo, in un realizzarsi progressivo dell’essenza umana. Questo nuovo storicismo invece, crollate le vecchie illusioni, crede ormai solo nella necessità del declino, e nell’impotenza degli individui rispetto alle mutazioni epocali considerate come necessarie e ineluttabili.
Questa distinzione tra due tipi di discorso sulla fine – fine della cosa (a), fine delle condizioni di possibilità della cosa (b) – è utile per capire i problemi in gioco nelle riflessioni sulla poesia contemporanea. Ma è anche vero che non sempre sono così distinguibili e separabili.
Chi sostiene (a) fa una constatazione empirica che come tale potrebbe anche essere empiricamente confutata additando semplicemente un "questo qui" ("Non è vero che c’è crisi della poesia! Ecco qui un grande poeta, ecco qui una grande opera"). Oppure fa una constatazione statistica: "la qualità media dei poeti attuali non è alta". Ma anche questa sarebbe un’affermazione debole. Quando mai le possibilità dell’arte della parola si sono misurate sul piano statistico? Che importa se ai tempi di Leopardi la qualità media dei poeti era scarsa! Mi basta un Leopardi! Del resto anche nei momenti particolarmente felici della poesia, o del romanzo, non è che i grandi fossero una massa. Tre o quattro bastano di solito per parlare di fioritura. Così anche per filosofi e pensatori. Perciò (a) è un’asserzione che lascia il tempo che trova. E infatti è difficile trovare qualcuno che sostenga semplicemente (a) senza implicare anche (b).
La maggioranza di coloro che parlano di crisi della poesia, si appoggiano, più o meno esplicitamente, all’idea che siano venute meno certe condizioni. Non constatano empiricamente la crisi, ma la deducono da altro – come se ci fosse un rapporto di necessità tra certe condizioni storiche e sociali e la crisi della letteratura. E in questo presupporre una necessità sta la fallacia del ragionamento. Una fallacia deterministica, inaccettabile, sia filosoficamente sia politicamente.
Perché mai in una società post-mediatica la letteratura dovrebbe avere un ruolo secondario? Potrebbe persino darsi il contrario, e cioè che proprio in una società obnubilata dalla televisione la scrittura ritrovi la forza del suo ruolo, e ancora più cruciale di quello che la modernità le ha affidato. Comunque sia, non c’è alcuna necessità sociale o storica né perché la letteratura abbia un ruolo minore né perché ne abbia uno maggiore.
Non c’è nulla di necessario nei processi storici. Tutto ciò che avviene, avviene in campi di conflitto, di scontro dinamico di forze, dove anche le idee, il sapere e le espressioni individuali agiscono come forze. E a me interessa, rispetto alla situazione odierna, descrivere questo conflitto. Lo storicismo, e soprattutto lo storicismo rovesciato, finisce invece per rimuovere il conflitto in atto, per negare l’esistenza di forze antagoniste, e quindi anche per reprimerle.
4. Viviamo in un’epoca che ha dato tutto per perso. Perciò tutto quello che potrà nascere di nuovo, sarà oggi clamorosamente imprevisto.
Non c’è del resto solo la poesia in gioco. C’è tutta l’estensione dell’arte della parola. Oggi tutte le zone di intensità della parola sono sotto attacco. Si è cercato in ogni modo di depotenziarle, di confinarle in zone non agenti, in un recinto sociale di puro estetismo o di puro intrattenimento. E a questo depotenziamento hanno dato un grosso contributo la riflessione critica e la teorizzazione tardomoderne.
Pian piano, anche attraverso una serie di ideologie ben camuffate, che hanno cominciato a circondare la letteratura, si è affermata l’idea che la scrittura sia ormai relegata in una zona inerte, che ha rinunciato ad avere effetti sul mondo. Pensiamo all’ironia postmoderna, e a quell’imperativo a non prendersi sul serio.
[…] in epoca postmoderna, si può dire che gli unici a prendere terribilmente sul serio la letteratura, e a credere ancora nella forza agente della parola poetica siano stati gli ayatollah. La loro condanna a morte era un tributo sinistro, ma pur sempre un tributo, alla forza delle idee nelle cose umane. La teoria e la riflessione critica tardonovecentesca hanno invece cominciato a dare per scontato che il poeta, il filosofo, lo scrittore non siano più una forza agente dentro alla società. Che non siano più, come Emmanuel Carnevali rimproverava nel 1919 ai poeti americani suoi amici, "capaci di essere parte combattente del mondo che li ha espulsi". A non credere più che l’espressione di un singolo possa dare un contributo di bellezza o di verità alla collettività. "Di tutte le attività umane l’unica utile è l’arte" – scriveva ancora Carnevali.
Se si guarda al panorama complessivo degli ultimi decenni ci si accorge facilmente di come ideologie inespresse, ma fortemente operanti, abbiano decretato l’inutilità dell’arte, della letteratura, della poesia, delle idee, della scrittura, del pensiero. Abbiano preteso di chiudere quel varco, stabilendo l’impossibilità che attraverso di esso potessero ancora passare delle forze diverse, contagi di idee, e tutto ciò che può influire sul corso del mondo e della storia.
5. Ho riscontrato, fra le strategie di difesa della poesia, una tendenza a contrapporla alla narrativa: i romanzieri sarebbero privilegiati, in questa fase storica, e i romanzi godrebbero di una situazione molto più favorevole. A me sembra, invece, che dappertutto ci sia un attacco alle zone di intensità della parola e alle sue possibilità: anche nel campo, solo apparentemente di maggior successo di pubblico, della narrativa. Anche qui c’è uno scontro. Anche qui si sta cercando di imporre un modello impoverito di narrazione, un’idea inerte di fiction, favorita anche da un colonialismo culturale agguerrito che esporta in tutto il mondo prodotti culturali impoveriti di un’unica cultura.
[…]
7. E allora mi è venuto da chiedermi, perché non parliamo di arte della parola piuttosto che di poesia, narrativa, teatro, letteratura ecc.
Immaginiamo uno strumento musicale potente, per esempio un organo. Questa è la parola, la lingua, la lingua italiana. E ora immaginiamo che di tutte le cose che lo strumento potrebbe fare ne vengano usate solo cinque o sei. Cioè che chi suona usi lo strumento molto al di sotto delle sue potenzialità. Non perché non lo sa fare, ma perché non può, nel contesto in cui si trova. Perché l’organo è stato piazzato in un luogo che non consente certe sonorità, in un ambiente piccolo invece che nelle navate di una cattedrale. Oppure semplicemente perché chi lo suona crede di non poterlo fare. Perché l’idea di musica che si è attestata in quel periodo esclude certe possibilità sonore e compositive. Così è successo all’arte della parola nel Novecento. Certe cose si è creduto di non poterle più fare. La tarda modernità ha prodotto tutta una serie di ideologie letterarie che impediscono a chi usa la parola di dispiegare al massimo tutte le sue potenzialità. Che hanno attribuito all’arte della parola (e perciò anche alla poesia) uno spazio ristretto. Molto più ristretto rispetto alle sue possibilità.

Da Il Primo Amore, rielaborazione [e riduzione, N.d.A] dell’intervento al convegno "Interpretare la poesia moderna" svoltosi a Pisa l’11 e 12 maggio, organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Pisa.

Written by matteofantuzzi

22 maggio 2006 at 21:42

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Venerdì 2 Giugno 2006, ore 21.00

Giardino Anusca via dei mille 35 e/f

Castel San Pietro Terme

 

Degustare Locale, 3a (e ultima) edizione

 

Un’occasione per assaggiare la poesia e l’eno-gastronomia dell’Emilia Romagna

partecipano: Pierluigi Bacchini, Giuseppe Bellosi, Maurizio Brusa, Caterina Camporesi, Gianfranco Fabbri, Matteo Fantuzzi, Gianfranco Lauretano, Fabrizio Lombardo, Stefano Massari, Giovanni Nadiani, Maria Pia Quintavalla, Salvatore Ritrovato, Francesca Serragnoli, Giancarlo Sissa, Annalisa Teodorani, Maria Luisa Vezzali, Matteo Zattoni

 

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Mi è piaciuto molto come Luigi Nacci ha affrontato la propria “Indagine sulla poesia triestina del Secondo Novecento” denominata “Trieste allo Specchio” e uscita per il Battello Stampatore di Trieste (18 euri). Si ripercorrono con questo scritto molte delle discussioni fatte qua in primis con lo stesso Luigi, la necessità di affrontare le indagini sulla poesia ANCHE da un punto di vista non antologico, ma sociologico e antropologico, di definire un territorio e la complessità territoriale guardando le influenze, i temi, il ricorrere dei tratti. È ovvio che i tanti autori presentati non sono tutti validissimissimissimi (Trieste non è in una condizione fortunata) e che un’analisi simile è fattibile per le cifre abitative di Trieste, ma per Milano potrebbe diventare una specie di elenco telefonico – guida Michelin. Fatto sta che il lavoro è davvero interessante (è sostanzialmente un questionario completato o meglio costruito sulle analisi di Nacci con anche un forte lavoro a livello bibliografico), e che mi auspicherei per altri territori (passatemi l’espressione) non in auge lavori simili, facilitati dalla rete che forse può fare divenire un lavoro simile anche di catalogazione meno complicato. Insomma lo segnalo volentieri e chapeau a Nacci che ha fatto in pratica quello di cui parlava da tempo a livello teorico.

Written by matteofantuzzi

15 maggio 2006 at 20:43

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ce lo eravamo già chiesti.


fuori dai nostri confini a qualcuno frega della nostra poesia ? me lo ero già chiesto di ritorno dalla Svezia, che sembra una bacheca di pubblicazioni di poesia italiana degli anni ’70 ma che poi apre un baratro, chiude con noi la comunicazione. me lo richiedo oggi che si va verso i mesi "caldi" della poesia. intanto cosa è accaduto ? qualche pubblicazione da gallimard in francia, gli inviti fatti da exit in canada o alla giornata mondiale della poesia in croazia, ma rimangono eventi episodici. perchè questo è il limite, rimaniamo in questa specie di conflitto perenne: guelfi contro ghibellini, neri contro rossi, sperimentali contro conservatori… insensibili a quello che ci sta attorno: riproviamo il giochino che si era sollevato tempo fa: escludendo armitage, ditemi a bruciapelo 5 poeti stranieri under 50… ditemi 5 loro pubblicazioni in italia… cosa sappiamo della generazione greca degli anni ’80 ? cosa conosciamo della poesia slovena, della poesia polacca, della poesia olandese ? quante riviste o università italiane se ne occupano ? siamo in grado di fare comprendere all’estero quello che stiamo facendo ? e perchè tante antologie sembrano non soddisfare "il sistema". solo perchè "il sistema è perverso" ? ci sono troppe variabili ?  ma soprattutto: passeremo l’estate a scannarci ?

 

Written by matteofantuzzi

8 maggio 2006 at 20:42

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Antonio Riccardi, Gli impianti del dovere e della guerra, Garzanti.

Gli impianti del dovere e della guerra raccontano la seconda parte del romanzo famigliare in versi che Antonio Riccardi (1962) ha inaugurato nove anni fa con Il profitto domestico. Rispetto all’opera di esordio sono cambiati i protagonisti, l’epoca e i luoghi: nel primo l’autore rievocava la storia dei propri antenati maschili vissuti fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento, ambientando molte poesie a Cattabiano, il paese dell’Appennino parmense dove i Riccardi posseggono delle terre; negli Impianti del dovere e della guerra si parla invece della città dove i genitori di Riccardi sono vissuti, Sesto San Giovanni. Gli impianti cui il titolo allude sono gli stabilimenti della Breda e della Falk. A unire le due opere, oltre a un’evidente continuità di temi e di forme, è la presenza di alcune storie che vengono raccontate di nuovo.
Negli ultimi vent’anni la letteratura italiana ha conosciuto molti tentativi di resuscitare il poema narrativo in versi (Bertolucci, Spaziani, Albinati, Ripa di Meana, Ottieni) ma l’opera di Riccardi non assomiglia agli esperimenti che la precedono, primo fra tutti La camera da letto di Bertolucci, che pure racconta un romanzo borghese di famiglia avvicinabile, almeno estrernamente, alla storia raccontata nel Profitto domestico. Se il lettore di una poesia che si annuncia come narrativa si aspetta di trovare una trama continua, una sintassi movimentata, una pronuncia poetica aperta alla contingenza dell’accadere, Riccardi contraddice sistematicamente queste attese. Il mattone di cui sono fatti i suoi edifici è infatti il frammento breve dall’andamento ellittico, costruito su una sintassi statica e su verbi all’indicativo presente o all’imperfetto: una tessera elementare che comunica azioni iterative, stati di cose, formule emblematiche, allegorie o sentenze, mentre di solito il lettore di un racconto in versi si aspetta di trovare azioni individuate, fatti puntuali, aneddoti. La riduzione delle frange accidentali ed emotive tocca ogni elemento dello stile, a cominciare dal lessico, povero di aggettivi e ricco di sostantivi appartenenti a due sfere semantiche opposte ma ugualmente prive di sfumature: da un lato, il campo dei termini tecnici (<<forni fusori elettrici altoforni / per colate di staffa, / macchine di formatura e altri forni / per la ricottura dei getti di fusione / preparano carlinghe e convogli / per il fronte di guerra>>); dall’altro il dominio dei grandi universali: <<dovere>>, <<sacrificio>>, <<verità>>, <<destino>>, <<onore>>, <<specie>>, <<natura>>. È come se la realtà venisse descritta senza aloni e riportata alla propria essenza.
I precedenti immediati di questo stile vanno cercati nella poesia di Giampiero Neri e nelle opere di Maurizio Cucchi fra Glenn e L’ultimo viaggio di Glenn, cioè in quegli autori che, negli ultimi trent’anni, hanno cercato di inventare una scrittura in versi priva di pathos lirico, di retorica psicologico-sentimentale e di figuralità espressivistica. Anche il modo di costruire il libro (sezioni di componimenti brevi articolate a formare una sorta di poemetto e disposte in modo da generare un andamento narrativo interno) avvicina Riccardi a questi poeti. Ma la pronuncia del nostro autore è ancora più asciutta: gli effetti ritmico-metrici risultano molto meno appariscenti; la dizione, priva di ironia, prende un tono severo. A una materia incandescente e carica di conflitti Riccardi sembra voler opporre una forma sorvegliatissima. Anche l’architettura del libro comunica il desiderio di controllare il caos delle vicende. Le sezioni seguono un ordine rigidamente chiastico: la prima corrisponde alla settima, la seconda alla sesta, la terza alla quinta. In quella centrale, dove si raccontano le vicende belliche del nonno dell’autore, troviamo anche l’io lirico e il padre, il primo come voce e il secondo come personaggio, quasi a sottolineare che siamo giunti al centro del libro, al punto in cui i primogeniti maschi, protagonisti delle poesie, idealmente si ritrovano.
Le numerose allusioni teologiche e sapienziali che costellano il libro suggeriscono che l’autore abbia previsto due livelli di lettura, uno superficiale e uno iniziatico. Restando attaccati al primo, potremmo tentare una prima interpretazione essoterica dell’opera partendo dal suo titolo, dove torna un termine che nel Profitto domestico ricorreva costantemente <<dovere>>. Nel primo libro, il <<dovere>>, insieme al <<profitto>> e all’<<utile>>, definitiva quell’ethos borghese della famiglia che era paesaggio morale e argomento della storia raccontata; nel secondo indica invece l’ethos della modernità industriale e, più estesamente, un ordine superegotico cui tutti gli uomini sembrano soggetti. Il campo semantico del dovere include infatti l’obbedienza delle élites borghesi alla legge del profitto, della continuità famigliare e, all’occorrenza, della guerra, ma anche la sottomissione delle masse operaie al lavoro durissimo che fabbricò le macchine della modernità e le armi di due guerre mondiali. Per quanto si deduce dal procede ellittico e allusivo dei frammenti che compongono il libro, il <<sacrificio>> (p. 12) degli operai non viene interpretato come una violenza patita da una classe subalterna (sebbene non manchino nella quinta sezione i riferimenti ai lavoratori <<comunisti per senso di giustizia>>, o allo sciopero del marzo 1943), ma come l’accettazione volontaria di una disciplina, magari legittimata da quella fiducia nel progresso che il sottotitolo della prima sezione evoca. L’etica del sacrificio accomuna dunque gli operai al nonno soldato, che in nome del dovere carica a cavallo le trincee nemiche, e al padre medico, che in nome del dovere si separa ogni domenica dalla famiglia e da Cattabiano per tornare al proprio lavoro di radiologo degli operai nella Stalingrado d’Italia. La morale di cui il libro parla in ogni sua pagina discende insomma da un imperativo senza connotazioni sociali e senza tempo, alla volontà di un Dio-padre che esige obbedienza, come si legge nella poesia che occupa il centro esatto del libro, In grazia di un luogo conosco.
Il profitto domestico
e Gli impianti del dovere e della guerra compongono un poema ambizioso che forse proseguirà ancora. Riccardi ha provato a far uscire la scrittura in versi dal recinto della lirica scrivendo un’opera che intreccia storia famigliare e storia collettiva, e scommettendo su un disegno rischioso e originale.

Guido Mazzoni, da Almanacco dello Specchio 2005. Ed. Mondadori.

Written by matteofantuzzi

1 maggio 2006 at 14:28

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