UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for aprile 2007

with 28 comments

Bazzano, 28 Aprile: il workshop on-line.

Qui potete leggere gli interventi e seguire il workshop, qui resconto con foto di Vincenzo Della Mea. qui altro resoconto, di Fabrizio Venerandi, questo è completo, qui alcune foto, qui l’inizio del workshop su Youtube con l’intervento di Cangiano (il pirla che parla all’inizio sono chiaramente io) e presto ci sarà anche il resto (tranne alcuni per problemi tecnici…) e qui una directory di Youtube complessiva comprese alcune letture (tra cui la mia "Ode al Lexotan").  Il tutto seduti comodamente nella vostra cameretta (potenza dei nuovi media).

Written by matteofantuzzi

28 aprile 2007 at 07:29

Pubblicato su Uncategorized

with 18 comments

Giampiero Neri. Poeta lombardo scientifico ironista. Il problema dell’oggettività in poesia.

In quello specchio della personalità, e in parte di tutta la storia del pensiero occidentale, che costituisce la nostra più indelebile tradizione, la poesia ha dovuto affrontare il problema della sua oggettività e della sua legittimità quasi come reazione alla sua genesi espressiva: nel nostro immaginario, la poesia è pensata come un’estensione verbale dell’esperienza, di un nucleo individuale, che si fa da vissuto una forma di comunicazione. Già l’uso particolare della parola esprime l’intima condivisione con la sfera più profonda del pensiero dell’umanità, particella di complemento dello schema irraggiungibile (così è la nostra visione più popolare) di quel complesso di significato che chiamiamo Verità. Così la poesia è solo un segno che stenta ad aprirsi ad una pluralità di risultati interscambiabili tra i referenti.
Giampiero Neri a proposito della sua poesia ha recentemente detto: « io volevo mimetizzarmi, magari sprofondare anche, ma ho desiderato che il mio accusatore sprofondasse con me. » Breve frase che illumina su i due aspetti con cui ho considerato l’oggettività in poesia ed il suo significato: estromissione del lirismo come obiettivo di divulgazione del testo ed estensione dell’applicabilità di certe esperienze sotto forma di teorie che vogliono essere imparziali, in quanto indica anche il procedimento di funzionamento del reale, per la cui disvelata conoscenza l’interlocutore/lettore deve fare astrazione della parte più superficiale di se stesso. Ovviamente resta feconda l’esplorazione di quel momento altamente poetico in cui l’oggettivo tenta di passare all’assoluto, in quel luogo della parola che non è più discorso tra uomini sulla reversibilità di ciò che è stato compreso, ma diviene percorso d’ascesi a ciò che alcuni considerano l’unica realtà legittima del proprio lavoro, cioè l’inchiesta interiore intorno alle radici dell’essere. Quest’ultima non è oggettiva come è oggettiva un’evidenza inconfutabile, ma lo è in quanto senso di presenza dello spirituale oltre i caratteri, i pensieri, le emozioni e le azioni di ciascuno di noi, e a cui l’uomo tende come verità che non può essere messa in discussione dal suo compiersi.
Invece, ad uno stadio immediatamente precedente, ho cercato di capire come è possibile operare il passaggio tra oggettualità, cioè poetica dell’oggetto, ad oggettività nel significato qui inteso. È possibile pensare una permeabilità soddisfacente del confine tra “oggettualità” e “oggettività”? Per il punto di partenza mi rifaccio a quanto già enunciato da Anceschi nell’antologia Linea Lombarda (1952), dove si sottolineava la tendenza di alcuni poeti d’area lombarda ad impegnare il proprio sguardo esterno in una moralità di luoghi della vita quotidiana assolutamente indipendente dalle tensioni emotive del soggetto. Esso rimaneva correntemente a margine della scena. Credo dunque si possa condurre un filo tra i generi poetici della tradizione didascalico italiana, al loro impegno verso il didatticismo poetico, in auge fin dall’era classica, e le nuove commistioni di stili del Novecento. Giampiero Neri può essere, di rigore, posto alla medesima distanza da se stesso, conservando dall’esterno l’indole tendenzialmente moralista della tradizione pariniana e manzoniana. In mezzo abbiamo avuto quella che considero la grande frattura di questa continuità. Con il Decadentismo il Poema è vagliato all’attenzione del primato del Gusto e dell’Estetico (secondo le teorie di E.A. Poe trapiantate in Europa da Baudelaire). Per questa corrente, il Poema non è Verità.
Nel ‘900 invece, sulla scorta del culto del progresso, le scienza antropologiche riacquistano vigore anche in campo poetico. Se dagli scienziati però esse sono utilizzate per accrescere le potenzialità della vita e del profitto umano, molti poeti vi si avvicinano per confermare sull’intero campo naturale le teorie dell’esistenza che già avevano intuito e comprovato su se stessi. È il caso di poeti come Maeterlink o Guido Gozzano. Prestando ugualmente attenzione al mondo animale (è dei primi del secolo la grande letteratura naturalista) costruiscono sottili allegorie tra la società degli insetti e i regimi umani, tra l’istinto di questi e la nostra intelligenza (studi di partenza dal naturalista J.H. Fabre). Per tutti questi autori i nostri comportamenti ed azioni corrispondono a stessi schemi prefissati; essi cercavano di recuperare quel profondo sentimento della Natura spezzato dal sentimento dell’alienità dell’esistenza, nato a partire dal romantico. Giampiero Neri, che appartiene ad un periodo storico ed a un pensiero posteriore, condivide lo sforzo di applicare e di trovare teorie uguali per casi diversi, cercando quella chiave che apra ogni porta alla conoscenza come realtà osservata tale e quale, sorgente e non prodotto di ciò che viviamo; l’espressione del fatto, naturale o sociale, vicino ai canoni dell’analisi scientifica. È questa reversibilità da poesia dell’oggetto a strumento oggettivo, da ragguaglio morale a tentativo didattico, da osservazione didascalica a poesia “scientifica” e “naturalisitica” che permette un’originale commistione di stili e di generi dentro la poesia di Giampiero Neri.
La portata teorica con cui si innova queste considerazione è duplice: da un lato produce una frattura tra realtà ed apparenza, facendo della seconda la mascheratura della prima, per cui la sua osservazione e descrizione non si accontenta di quegli oggetti su cui gli autori passati erano esclusivamente concentrati, ma penetra nella legge in maniera immediatamente più radicale. I paralleli che costruisce sono molto meno fragili. La realtà un cumulo di congegni per ingannare il prossimo: così i sistemi di camuffamento degli animali, tra cui l’uomo con la sua importante variante: la parola. Per Neri, come per Saint Exupéry, le parole sono fonte di malintesi. Servono a sviare ed a nascondere le nostre vere intenzioni. A questo s’oppone ordinatamente la forza della ragione da un lato, lo spettro svelatore della scienza, e dall’altro la filosofia dell’ascolto silenzioso di matrice orientale, capace di risvegliare l’intuizione di un comune destino di tutte le cose. Questo grazie anche ad una pratica poetica che viene dall’exemplum latino, capace di proporre per brevi scorci ritmici esempi d’esistenze diverse dominate tutte dalla stessa esigenza di camuffarsi (vuoi dagli altri per difesa od attacco, vuoi da se stessi per recitare un ruolo nella vita). Dall’altro elabora un feconda teoria dell’eterno ritorno, di cui gli oggetti sono custodi nella memoria, non solo dall’unire dati diversi come fa la scienza, ma anche nel comprenderli alla luce del fatto di ripetersi ciclicamente. Se niente cambia il nostro intento trova una strada preferenziale. Già da una semplice descrizione possiamo imparare molto e predefinire un progetto d’azione per il futuro.
Per un ultimo contributo alla costituzione dell’oggettività poetica in Neri, posso citare il pensiero e la letteratura di matrice zen e buddista. Essa è accolta in una poesia scientifica credo come risposta al pericolo che pure le scienza del secolo precedente hanno corso. Tramite i vari principi d’interferenza e d’indeterminzaione (Heisenberger), di cui le scienze cosiddette umane già conoscevano la carica teorica, anche lo scienziato rischia d’annullare la validità dei suoi resoconti, perché studiando il fenomeno ne modifica contemporaneamente i codici e la sostanza. Emerge allora una poesia che tende a fare dell’ascolto e del silenzio la sua cifra più caratteristica (stati mentali che emergono dal testo per esempio con l’uso della sinestesia). Oppure alterando e distanziando all’inverso lo spazio circostante rispetto all’osservatore: Foucault aveva parlato di un procedimento simile nel teatro, che come luogo d’illusione vuole rappresentare il reale, ma inevitabilmente stravolgendo lo stesso reale come illusorio. Se qui ritorna ancora una volta il tema della maschera non è un caso: Giampiero Neri ha chiamato il libro che riunisce tutte le sue sillogi (esclusa l’ultima) Teatro naturale, che come l’occhio dell’entomologo d’inizio secolo cerca di penetrare i segreti d’inediti sistemi sociali, e di paragonare il loro inconscio industriarsi alle miserie ad alle grandiosità dei regimi umani.
Con il teatro c’entra anche l’ultimo discordo che vorrei aprire. Riguarda la portata tecnica e teorica di un artificio retorico e di pensiero come l’ironia. I suoi funzionamenti sono sempre molteplici, e lo sono anche in questa poesia. È un sistema di auto-controllo dalla pretesa totalizzante in cui finisce la scienza. Consente d’analizzare i paradossi del reale ribaltando i punti di vista (per esempio l’inseguitore può divenire l’inseguito). Scompone tra idealità e realtà con la riflessione (sempre che si voglia attribuire all’ironia le medesime categorie dell’umorismo pirandelliano, cosa che Pirandello dice esplicitamente di non poter fare), che in Giampiero Neri possono essere apparenza e realtà, con cui la riflessione scientifica anch’essa gioca. Infine rivela addirittura la stessa maschera dell’uomo, se il riso emerge per Bergson al franare dei nostri automatismi.
Mi fermerei su due di questi risultati nell’opera di Giampiero Neri. Come vediamo, la preferenza per i caratteri esteriori tende a formare dei tipi prefissati, dei personaggi, simile a quelli della commedie in teatro: una metodologia condivisa con la scienza, che cerca d’estrapolare da personaggi o da fenomeni una legge preventiva, spiegazione di cause ed effetti. La commedia appunto libera il suo potere normativo sulla orizzontalità della realtà, sulla molteplicità e sulle contraddizioni di vita e società. Proprio l’incontrario dell’individualità emesse dalla tragedia, un genere sicuramente più vicino al lirismo su questo punto. Sembra quasi allora che Giampiero Neri non trovi un corrispondente adeguato all’interno della natura umana, oltre quello che possiamo esprimere simulando con la poesia, riproducendo e riconoscendoci nei suoi comportamenti alienati perché automatici ed influenzati da schemi esterni a noi stessi. Dico simulando con la poesia perché anche il testo si deforma al sopraggiungere del tono ironico su quello scientifico-didattico. Se questo segue le norme della retorica classica, l’altro diventa un poemetto in prosa: la scrittura si distende come un racconto, materialmente sulla pagina, abolendo le pause del verso; si fa più malleabile ad accogliere ed a stabilire una continuità tra i paradossi e gli opposti che vi appaiono. È la stessa esistenza che infine sfugge all’infuori d’apposite griglie interpretative. Per questo dico che in questo caso l’ironia è il bisogno della scienza (intendibile nel senso più lato di conoscenza) di liberarsi da se stessa.
Ora, se si è compreso cosa significa la poesia per Giampiero Neri, e se ne abbiamo capito il senso didattico, possiamo affermare che la sua considerazione del rapporto che s’intrattiene col lettore o con gli interlocutori del passato non è una richiesta di sintonia di essi con il proprio pensiero, dei discepoli con il maestro del momento; ma è un approccio interrogativo d’entrambi su una comune esperienza condivisibile. In definitiva è cercando dove “una comune esperienza si fa strada” che tra la complessità dei rispettivi significati s’apre un canale di comunicazione, che tiene conto di più livelli del discorso non solamente binari, soprattutto se tra scrittore e lettore non basta una lingua in comune, ma serve anche il valore fermo di un’esperienza condivisibile per riconoscersi scambievolmente.

Guido Mattia Gallerani.

Written by matteofantuzzi

20 aprile 2007 at 19:58

Pubblicato su Uncategorized

with 28 comments

Sui poeti contemporaneissimi. Appunti per una lettura.

di Salvatore Ritrovato

Perché oggi la critica della letteratura contemporanea, in Italia si fa così… quando, badiamo, si sia veramente letto il libro di cui si vuol parlare. Ché, spesso, non si legge neppure. Il libro arriva alla redazione d’un giornale o d’una rivista; il primo redattore o collaboratore che vi capiti se lo prende e, prima ancora che cominci a leggerlo, sa se dovrà dirne bene o male. Qualche giornale che vada per la maggiore, qualche critico che pontifichi danno la parola d’ordine: e se l’autore è ben veduto da quel giornale ed è nelle grazie di quel criti-co, è lodato ad occhi chiusi; biasimato se mal veduto da quel giornale o se scomunicato da quel critico. Si racimolano allora qua e là a casaccio, nel volume quattro versi che non suonino bene, e si conclude: – Vedete? Tutto il libro è fatto così. Non val proprio la pena di parlarne. (Luigi Pirandello, rec. a A. Graf, Le rime della selva, «Nuova Antologia», 16 novembre 1906)

Di poeti “contemporaneissimi” parlava Giovanna Frene, qualche anno fa, in un intervento, “Prospezioni sui contemporaneissimi”, uscito sull’«Almanacco del ramo d’oro» (a. II, nn. 5/6, pp. 185-208), quasi a sottolineare il rischio di una lettura ferma alla superfi ciale piattaforma anagrafica. La formula, tuttavia, sul piano delle prospettive teoriche, non enuncia programmi di sorta, né vara progetti ambiziosi; testimonia piuttosto un desiderio di restare in sintonia con il proprio tempo e con chi intende evitare il purgatorio dei mausolei antologici, in cui giocano purtroppo un ruolo importante certi automatismi critici (e acritici). Se la contemporaneità rappresenta la dimensione storica di una poesia nel suo farsi, un canone dei contemporanei tenta invece l’accesso a una visione complessiva, a posteriori, che trasforma il giudizio parziale e relativo in un colossale nécessaire per i posteri. “Contemporaneissimi”, dunque, per non cedere alla seduzione del canone (cui comunque ognuno potrà dedicarsi pro domo sua), e soprattutto per non perdersi nel mondo delle “scommesse”. Già, scommettere sui poeti. O non è meglio scommettere su un’esperienza della poesia? Al contrario di chi pretende che il critico contemporaneo (cioè, dei contemporanei) anatomizzi e giudichi, io credo, con Steiner e altri (prima e dopo di lui), che sia importante «mediare» fra l’opera e il lettore. La critica contemporanea non nasce dalla strenua rivendicazione di un’atavica eccellenza della poesia-in-sé, ma dalla speranza che una ‘vera’ poesia consenta di resistere a ogni estremismo e sterminio ideologico della forma e, va da sé, alla vanità delle cronache. Non è che un alibi il contenzioso irrisolto della poesia del Novecento: la nostalgia del canone. Ogni mappa intorno alla poesia, ogni riflessione sulle sue risorse espressive, ormai affondano negli abissi di una marea rimontante e inarginabile di testi, dati, informazioni, chiacchiere, che stravolge la tradizione del canone: non più in forma di piramide, e forse neanche di “rizoma” nel quale è possibile osservare il geometrico dipanarsi dei singoli percorsi, bensì di cespuglio che ramifica liberamente in diverse direzioni, spingendo qua e là, a seconda delle circostanze. Tanto basti a rappresentare un “paesaggio orizzontale”. Un giorno resteranno pochi bei libri di poesia, cui altri si aggiungeranno, negli anni, dimenticati. Vale la pena, dunque, scommettere? Prima di scommettere occorre leggere. Leggere mettendo tra parentesi nome e cognome dell’autore, e aspettando che un buon verso si salvi dal diluvio, o sgorghi, nella stagione secca, ancora dalla fonte Bandusia come da un’opera comune (recitava un’antologia generazionale di qualche anno fa) che sovrasta l’individuo. Leggere, con la curiosità di apprendere quel che la poesia dei propri coetanei, anche la più diversa, può insegnare, e continua però a nascondere. Leggere, infine, soffermandosi su ogni verso, ed è la cosa più facile difficile del mondo, dal momento che non esiste più, da tempo, una poetica né una retorica della qualità-del-verso; semmai esiste un metodo capace di rintracciare empiricamente, con indizi minimi, talvolta provvisori, il brusio di un motore nuovo nella lingua. Un lusso che la poesia, in quanto è un genere esente da profitto – ed è una differenza sostanziale rispetto alla cugina canzone d’autore – può ancora permettersi di sognare. Non so, e non mi preoccupa di sapere, se la poesia come genere sia davvero avviato, per pauperismo o vagabondaggio, all’estinzione. Non vedo però come possa essere altrimenti. Tutto si estingue. Ci volesse anche qualche milione di anni. In attesa, possiamo fare delle osservazioni:

a) Dall’ideologia al dialogo.

A una poesia che legge il mondo in una prospettiva ideologica oggi è preferibile quella che si pone in prospettiva dialogica, ospitale, complessa, senza alcuna pretesa di comprendere e interpretare tutto. Sono cadute le grandi ideologie unificanti e totalizzanti, indeboliti i sistemi morali di ordine religioso, si affermano nuovi valori di riferimento universale: la diversità, la convivenza degli opposti, la contiguità degli incompatibili. Valori che sollevano conflitti, e pongono l’attenzione sulla necessità di decentrare il pensiero, non di privarlo di un centro. In che termini allora si può pensare di costruire una antologia-senza-canone? Può darsi che l’ideologia non sia più l’inferno grigio e plumbeo di qualche anno fa, ma un purgatorio di mediazioni responsabili fra pensieri e parole, parole e realtà. Molti poeti, soprattutto fra i più giovani, lo sanno e si mostrano come poliglotti in grado di scrivere poesie in diversi ‘stili’, non per un vezzo manierista, bensì per una attitudine a cogliere nell’Altro, lévinasianamente, frammenti di una polifonia sconnessa ma ancora necessaria. Di qui il rifi uto, a volte evidente nelle nuove generazioni, di prendere posizione, aderire a una “scuola”, scendere in trincea, considerando l’Altro come nemico, oggetto di interminabili spy stories. Di qui l’implosione del canone, espressione ilare di una burocrazia accademica, e l’esplosione, fra errori e presagi, epifanie e simulacri, del genere antologia, atlante immaginario di un prisma esistenziale mai vissuto.

b) Il “meridiano” della poesia.

Sono d’accordo con chi ritiene priva di senso

una valutazione generazionale della nuova poesia italiana in termini strettamente biologico-biografi ci (anno di nascita dell’autore, provenienza geografica, influssi delle varie scuole letterarie, ecc.) […] la teologia del progresso […] impone un tale sommovimento temporale e spaziale […] che una distanza cronologica di pochi anni può essere segnata da un clima culturale e sociale totalmente diverso da ogni antecedente lontano o viciniore

(C. Dentali e S. Salvi, in Il presente della poesia italiana, LietoColle, Faloppio 2006, p. 7).

Tutto può cambiare nel giro di pochi anni, e questo ci invita da un lato a rifl ettere sulla correlazione fra lingua e tempo, cioè sulla “contemporaneità” della poesia, dall’altro a rifuggire da dimensioni araldiche e decorative. Non conta la data di nascita, ma quella d’esordio; non conta quanto e dove uno ha scritto, ma che cosa ha scritto; non conta l’origine geografica territoriale della poesia (aggiungiamo con Celan), ma la forza di orientamento del suo meridiano, quella linea invisibile ma verissima che indica la direzione attraverso differenti territori. D’altronde, il tempo della poesia non è una linea retta, in progress, né un cerchio di eterni ritorni; insomma, non progredisce come una scienza sulla via del sapere (e quale sarebbe il suo sapere? forse “fi ngere di sapere tutto”, “saper fingere tutto”, come lo Ione di Platone?); ha un passo diverso, «molto più lento e più lungo – sostengono sempre Dentali e Salvi – che non coincide affatto con il ritmo veloce secondo il quale si evolvono il gusto, le mode, le tentazioni dell’ideologia letteraria». Il tempo della poesia somiglia a una spirale aperta, a un frattale complesso, a un groviglio di linee ora tangenti ora parallele ora sovrapposte, a una trama che si svolge e si riavvolge attorno alla storia, e di cui si tenta invano di intravedere il disegno finale. Nella poesia avviene, come in pochi altri linguaggi, la paradossale compresenza dei tempi, il loro vitale e spesso anacronistico sincronismo.

c) Lirica, elegia, nostalgia, canzoniere ecc.

Non è terminologia scimmiottante di un classicismo di ritorno, né plusvalenza lessicale di polemiche recenti. La letteratura è un linguaggio capace di resistere e di rinnovarsi nei gangli culturalmente più vitali della società, e la sua lingua ha da sempre a che fare con qualcosa di perduto (che apparirà solo pregiudizialmente ‘morto’) e insieme di vivo (che non significa banale conformismo al parlato quotidiano, quel parlato oggi malamente deflesso negli show televisivi che simulano struggenti congestioni sentimentali), con questioni variabili in rapporto alla disponibilità che, su fronti diversi, dimostrano i singoli scrittori, e in particolare i più giovani. Non si tratta di cedere alla seduzione di un ideale difensivo di bellezza, ma di non distogliere lo sguardo – fra pause, stacchi, silenzi, o nel pieno inferno della vita quotidiana – da un sogno residuale di bellezza che nel mondo sopravvive, oltre le dighe del nichilismo, e quindi di far tesoro del suo “disincan-to”.

d) La poesia dopo.

Una volta si diceva la poesia del secondo dopoguerra, la letteratura post-unitaria, la letteratura post-tridentina, e così via; vigeva l’abitudine a inquadrare la poesia “dopo” un evento storico. Oggi, evidentemente orfani di eventi storici di pari portata vissuti in prima persona, non resta che parlare dopo la poesia. Non è un “dopo” (ci ha avvertito un saggio di Roberto Galaverni) intransitivo, bensì rifl essivo. Vi si avverte l’esigenza di individuare un discrimine, anche se la storia non aiuta a localizzarlo, e di verifi care la data di pubblicazione dei libri più importanti per risalire ai sommovimenti più profondi della storia, sapendo che poi, sulla lunga distanza, le ragioni di continuità prevalgono sui fattori di discontinuità, a tal punto da cancellare la percezione stessa della frattura, se non sotto forma di ansiosa e ostinata dialettica. Eppure la poesia partecipa sempre alla storia, persino da quel suo margine di osservazione inessenziale e anacronistico (rispetto alla “canzone d’autore”), da quella lontananza siderale, da quella estraneità agli obiettivi immediati della prassi politica. Riesce la poesia a dirsi dopo il crollo del muro di Berlino o l’attentato alle Twin Towers? E dopo Auschwitz? Che cosa è cambiato dopo questi eventi, rimandati da una inesausta eco mediatica, anzi quotidianamente partecipati (come avrebbe detto Mac Luhan), fra uno spot e una gag, dal più ‘freddo’ dei media a nostra disposizione? Il dopo appare ancora più incerto, dal momento che rifl ette nel suo farsi “futuro” un passato incompiuto.

e) La moltitudine

Fare, a questo punto, dei nomi, degli esempi […] ci porterebbe lontano, in un campo di difficili distinzioni. È chiaro che ciascuno di noi ha in mente una sua essenziale antologia, in nome della quale, in fondo, sente di parlare e avanza le sue ipotesi, tira le sue conclusioni, ecc. Ma lasciamola riposare questa antologia; lasciamola crescere: stiamo a vedere se le strutture e il titolo che le daremmo adesso saranno confermati col tempo… (G. Raboni) Ed ecco ci troviamo davanti a una generazione nata dalle antologie! Dove l’antologia, voglio dire, ha fatto da inizio non da fi ne… E le generazioni precedenti? Chiedono giustizia. Occorre dire che il panorama della poesia italiana è più ricco di quel che tutte le antologie messe insieme riescono a rappresentare. Non sono pochi i nomi di cui proporrei una lettura più approfondita, e che appena riuscirò a sfiorare o a lambire, giungendo un giorno alla fine di un lungo periplo con le reti mezze vuote (o mezze piene), fra goffi transatlantici squadernati e scrittoi affollati da agili bragozzi. Quasi due secoli fa, nel 1845, Carlo Tenca, figura non comune di critico acuto e indipendente, si lamentava come fosse difficile discernere, «in mezzo al mare d’inezie e di futilità» del «commercio librario d’Italia», libri di qualità; e si chiedeva dove fossero i grandi scrittori [sic], concludendo: «Adesso non è più il tempo in cui un ingegno straordinario possa creare da solo una letteratura: questadeve uscire dal concetto comune della moltitudine». Intendeva, egli, una “moltitudine” di autori nuovi, giovani (e va da sé, non sapeva di Leopardi), che sapessero misurarsi con un pubblico vario di lettori e scendere nel vivo delle cose. Oggi che la moltitudine è diventata una folla (e non è escluso che esista almeno un altro Leopardi), comprendiamo quanto sia inevitabile affidarsi ad antologie, quaderni e crestomazie d’ogni tipo, e, nello stesso tempo, diffidare della esaustività del loro canone.

f) Perché.

 
Passare al vaglio una drammatica ma fiduciosa ansia di rivelazione e di comprensione della storia richiede uno stile asciutto, in cui il “vivo” è sentito come punto di arrivo e non di partenza, e la poesia non si esercita al cieco ossequio verso la Lingua, ma concepisce un rapporto eminentemente critico dell’atto linguistico. La restituzione del vero richiede, insomma, strumenti di volta in volta diversi e aperti a un generoso ma coerente sincretismo tecnico. Ciò non significa elusione di una poetica forte, utopica; anzi implica, da un lato, uno sguardo problematico, autocritico, pragmatico nei confronti di qualsivoglia conformismo poetico, e dall’altro un netto rifiuto verso o-gni “posa” vaticinante della sua deplorata estinzione. La quale ovviamente non avverrà, almeno in tempi brevi; voglio dire più brevi di quelli pronosticati alla sopravvivenza del nostro pianeta. In che modo la poesia riuscirà ancora a restituire della terra di cui si nutre l’immagine drammaticamente riflessa, attraversata, rovesciata? Quel che la vita consente di misurare e di accertare in termini di verità è la nostra natura umana, fatta senz’altro di parole, non la Parola. Senz’altro una parola può salvare pezzi o brandelli di natura, ma solo la natura riesce a salvare nuove, altre parole, evitando sia la sterile maniera di qualche modello tradizionalista, sia la vana oltranza delle utopie sperimentaliste. In ogni caso, occorre uscire dal vizioso circolo del gesto autoreferenziale, e, di fronte alla domanda di legittimità sociale e culturale della poesia, riportare l’attenzione sul costo inevitabile – nonostante la ‘moltitudine’ – del suo fattore elitario. Si può pensare, in tal senso, a una moralità del poeta, che, rifiutando di abdicare al proprio giudizio su di sé e sul mondo, introietta nell’esercizio del suo mestiere (o non-mestiere?), in un rinnovato rapporto di dialogo e confronto con la tradizione e con le ragioni della storia. Fra quei “perché” che molte poetiche eminentemente tecniche, fino al feticismo della forma, hanno rimosso; senza vagheggiamenti e vanità di questa vita, e purtroppo di altre.

Written by matteofantuzzi

14 aprile 2007 at 10:31

Pubblicato su Uncategorized