UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for febbraio 2007

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su Andrea Gibellini di Marco Bini

Nato nel 1965 a Sassuolo (MO), Andrea Gibellini esordisce “editorialmente” nel 1993 con un breve libretto, dal titolo di Le ossa di Bering (Nuova Compagnia Editrice, Forlì). In queste prove poetiche, la voce di Gibellini si muove già riconoscibile, a tratti come frenando, a tratti più sicura, nella direzione tracciata dalle letture di due grandi maestri di poesia, che egli stesso annovera fra i propri ispiratori, Montale e Bertolucci, ma anche Sereni. Il percorso che si snoda attraverso le liriche di questo primo libretto nasce sotto il segno dell’inverno e dei suoi rigori; un paesaggio ed un’atmosfera che ritraggono da vicino l’autore e il suo sentire. Un io poetico come ibernato, legato ad un battito cardiaco flebile, ma in vero mai del tutto assente. Così, le impressioni paesaggistiche che dominano il libro escono in forma impersonale, quasi come oggettivazioni di un pensiero ancora troppo timido per scoprirsi e dispiegarsi (dirsi) pienamente. Nell’atmosfera generale delle Ossa si avverte una sorta di desiderio di scomparsa di sé all’interno degli ambienti e fra i versi dei componimenti. “Ghiaccio e non altro se ghiaccio disteso, / il biancore della marea e il vento, sua meraviglia feroce. / – Che tutto, ora, si annienti, apertamente”. La fatica del dare una misura all’esperienza che suscita il sentire poetico sfocia in aperto spaesamento di fronte al muro della realtà, nel quale l’io-lirico cerca un pertugio, una fessura attraverso la quale spiare gli oggetti della propria osservazione.
Certamente, Gibellini compie in questo senso l’onesta operazione, di chi salpa alla ricerca della propria voce aggrappandosi alle spalle dei propri maestri, controllando la tendenza narrativo-prosastica che irrompe direttamente da dentro il testo ad allargarne i confini di respiro in uno slancio emotivo comunque contenuto sotto l’egida della stagione invernale. In questo senso, mi sembra pertinente affermare che le
Ossa siano una sorta di diario di formazione poetica, la cronaca della ricerca di una lingua personale. È giungendo alla fine del libro, con l’ultimo testo dal significativo titolo di “Canto” che nelle cose, finalmente, viene riconosciuta una certa vita, una ragione primaria del proprio canto, una subitanea «gioia che fiorisce dal sangue». È dunque ora di mettere da parte «l’impassibilità, la vera sofferenza» in favore di una certa felicità del calarsi nel mondo e del dirne senza schermi dietro i quali ripararsi. Così, addirittura, il poeta giunge a chiamarsi per nome, come invocandosi per intraprendere un cammino rinnovato («E chi sei tu, Andrea, gatto nascosto / fra l’erba alta»). Una poesia, quella di Gibellini, che sembra proiettarsi da questo momento verso una vita del presente, del qui e adesso.
Nel libro successivo,
La felicità improvvisa (Jaca Book, Milano, 2001) la poesia di Gibellini si muove alla ricerca di risposte alle domande che si pone sin dal libro precedente. E lo fa percorrendo ambienti fatti di urbanità disordinata e desolata, nella confusione di un’osservazione fatta di scorci e impressioni di paesaggio pregne di ricerca esistenziale. Nella fine della stagione dei rigori, nasce un atteggiamento poetico diverso, che muta i propri orizzonti discorsivi, in una ricerca di sé e della propria voce che si fa in questo libro motivo urgente della scrittura e del modo di porsi: “non riconosco la stagione / ma non è, credimi, / inverno – / l’anima di una disfatta stagione / sembra un calmo mattino estivo -”. Se nelle Ossa la prevalenza era di un atteggiamento lirico impersonale (quasi un paradosso!) «come scontando e insieme rispettando l’impedimento dell’inverno»15, nella Felicità il canto è intonato da subito in prima persona, in un quadro in cui la presenza umana è ridotta al lumicino. Non che nelle liriche di Gibellini non si avvicendino personaggi di diverso tipo, ma sono perlopiù elementi di un paesaggio da osservare nel suo complesso, dunque nulla che esca davvero come figura compiuta e protagonista. Dunque, più Gainsborough che Delacroix, più appartenenza ad un contesto naturale ed urbano in quanto elemento della composizione, che ritratto in primo piano. Ed è nella compenetrazione degli elementi (paesaggio urbano e natura, città-cemento ed elemento umano) che l’io lirico mostra i segni del proprio spaesamento; è come se nelle cose ci fossero degli sgretolamenti interni, che vengono avvertiti come da un sensibilissimo sismografo, che fatica a darne misura e definizione. Non a caso, nelle poesie della Felicità ricorrono spesso formule che alludono ad una incapacità di dire, di definire o di osservare compiutamente le cose, nella loro globalità: «che io non vedo», «che non ho visto», «che non so» e altre in questi termini. Il merito della pronuncia di Gibellini, in questi frangenti, è di rimanere attaccata a sé stessa, elevata ed elegante, sempre intellegibile, senza concedere nulla alla tentazione della frammentarietà e dell’afasia, sempre procedendo per successive prese di coscienza. In questo, si vede una voce che sta maturando nella propria sicurezza, una voglia di “dire” con la propria pronuncia le cose del mondo, una «gioia della propria voce», come suggerito da Galaverni, che riscatta in qualche modo le comprensibili difficoltà di focalizzare una propria identità di poeta, ben sintetizzate in uno dei pezzi più interessanti della raccolta, In treno: «Per loro potrei essere chiunque. / […] / Ma io non sono nessuno e nulla di tutto ciò. / A volte non sono neanche me stesso. / Sono solo uno che viaggia / da un luogo ad altro luogo». Tuttavia, nulla è dato, in nessun momento, per scontato. Alla fine del libro, cambiano sia la stagione che, assieme a quella atmosferica, la temperatura della sua scrittura. In sei strofe di sfogo e vocazione al rinnovamento della propria poesia, si succedono immagini autunnali cariche di colori come mai prima. L’io si trova davanti ad un bivio espressivo, ad una nuova svolta, ad un nuovo sussulto della sua percezione. Ma su quell’albero su quella casa non sei mai salito / vorresti ripararti e fuggire alzandoti dalle cose / […] / E non scappare / raccogli le tue cose dal giardino-asilo desolato / […] / raccogli le tue cose e non scappare”. Bringing it all back home, ‘riportarsi tutto a casa’, come recitava il titolo di un famoso disco di Bob Dylan, ed è questo l’imperativo morale che pare imporsi Gibellini; fare tesoro del proprio percorso di acquisizione di una voce propria, personale e capire che la propria poesia necessita di stare hic et nunc per continuare ad essere canto sincero e ottimista verso sé stesso e la propria identità. E forse, qui si è delineato un possibile percorso per la poesia di Gibellini, una poesia che brucia al fuoco delle proprie domande e dei problemi che si pone, senza consumarsi mai nella stanca ripetizione di sé stessa, che sente di dover percorrere, perché «ogni cosa al presente non implode», ma può implodere o anche esplodere nello sperimentarsi voce sempre possibile, evitando gli adagi su posizioni già acquisite.

Written by matteofantuzzi

23 febbraio 2007 at 21:06

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“Blog e nuovi media nella diffusione della poesia italiana contemporanea. Idee e sviluppi futuri”

Workshop & Poesia

Data evento: 28 Aprile 2007 dalle 14.30 alle 23
Locations: Albergo Alla Rocca, Rocca dei Bentivoglio
Curatori: Alessandro Ansuini, Matteo Fantuzzi
E-mail: internetpoesia@yahoo.it
Patrocinio: Pro Loco, Comune di Bazzano, Albergo Alla Rocca

Nell’epoca della diffusione di internet, dove gli scambi e la condivisione delle informazioni si è fatta sempre più veloce ed eterogenea, la poesia si è ritagliata un suo spazio proprio dove vivere un nuova respiro. E così, dalla nascita dei blog poetici fino agli aggregatori – sorta di contenitori di più blog affini per tematiche – fino alle audioletture e alla nascita di collettivi sempre più agguerriti, il poeta del nuovo millennio si trova a districarsi in una realtà virtuale che si va sempre più espandendo ma che, vista la vastità della scelta e della proposta, rischia di essere dispersiva, e di perdere la funzione aggregante su cui questi nuovi fermenti sono sorti. La possibilità di creare in rete un proprio spazio, di diffondere poesie tramite video, radio, file musicali, la condivisione di documenti introvabili in cartaceo, la possibilità di organizzare eventi in una maniera e diffondere le notizie che fino a qualche anno fa era impensabile: su questo scenario ci siamo sentiti di organizzare un meeting aperto a tutti, poeti, organizzatori d’eventi, università, riviste, editori, gestori di blog, al fine di mettere in contatto concretamente le moltissime realtà che in questo inizio di millennio hanno lavorato per far emergere la poesia dalla nicchia nella quale era stata reclusa, nella speranza di trovare sinergie sempre più strette, e di consolidare quanto di buono l’avvento di internet ha fatto per la poesia.

COME PARTECIPARE

Per partecipare basta inviare una mail in cui si conferma la propria presenza, magari specificando il ramo in cui si opera. (es. università, gestore di blog, poeta, giornalista, etc.) a questo indirizzo: poesiainternet@yahoo.it

La sala per il workshop può ospitare fino a 120 persone, e così anche il castello dove, alle 21, si terrà la lettura.

DOVE PERNOTTARE

Di seguito una serie di indirizzi dove poter pernottare a Bazzano.

L’Hotel Alla Rocca, dove si terrà il workshop, ha preparato per i partecipanti un pacchetto con prezzi molto convenienti. Camera singola con prima colazione euro 40. Camera doppia con prima colazione euro 60. (http://www.allarocca.com)

Esitono altre due strutture ricettive a Bazzano, che sono l’Hotel Sirena (http://www.albergosirena.com) e l’Hotel La Suite (http://www.lasuite.it)

COME ARRIVARE

Con la metropolitana di superficie

Potete usufruire di questo servizio disponibile dalla Stazione Centrale FFSS di Bologna, binario 7 piazzale Ovest, che vi condurra’ direttamente, in circa 45 minuti, a Bazzano.

Con l’auto

Provenendo da Bologna Centro Citta’

Seguite le indicazioni per la Tangenziale e quindi imboccatela in direzione "Casalecchio-A1 Firenze". Uscite alla rampa n°1 che e’ contrassegnata dal cartello "CASALECCHIO – BAZZANO – VIGNOLA – MARANELLO (SS 569)". Proseguite sulla SS569 fino ad arrivare a Bazzano, dopo aver passato Crespellano.

Entrando in Bazzano, passate il primo semaforo (quello della zona industriale e commerciale) e dopo il secondo semaforo prendete la prima strada possibile a sinistra. Proseguite per circa 100 metri e Vi troverete di fronte all’hotel.

Provenendo dall’autostrada A1 (Milano-Firenze-Roma):

1) Arrivando da Sud: prendete l’uscita "Bologna Casalecchio di Reno".

Dopo il casello autostradale, proseguite sulla tangenziale per circa 100 metri ed imboccate la seconda uscita contrassegnata dal cartello "BAZZANO – VIGNOLA – MARANELLO (SS 569)".

Proseguite sulla SS569 fino ad arrivare a Bazzano, dopo aver passato Crespellano.

Entrando in Bazzano, passate il primo semaforo (quello della zona industriale e commerciale) e dopo il secondo semaforo prendete la prima strada possibile a sinistra. Proseguite per circa 100 metri e Vi troverete di fronte all’ Hotel.

2) Arrivando da Nord: prendete l’uscita "Modena Sud".

Dopo il casello girate a sinistra e proseguite dritto per alcuni chilometri. Al primo semaforo girate a sinistra e proseguite sempre diritto attraverso Spilamberto fino a che non vi trovate allo "Stop". Girate a destra e proseguite diritto per alcuni chilometri. Dopo il passaggio a livello, girate a sinistra e poi subito a destra. Ora proseguite sulla strada fino a trovare l’ Hotel sulla destra.

Provenendo dall’autostrada A14 o A13

Arrivando in autostrada in prossimita’ di Bologna, proseguite seguendo le indicazioni per la A1 direzione Firenze, qundi uscite a "Bologna Casalecchio di Reno".

Dopo il casello autostradale, proseguite sulla tangenziale per circa 100 metri ed imboccate la seconda uscita contrassegnata dal cartello "BAZZANO – VIGNOLA – MARANELLO (SS 569)".

Proseguite sulla SS569 fino ad arrivare a Bazzano, dopo aver passato Crespellano.

Entrando in Bazzano, passate il primo semaforo (quello della zona industriale e commerciale) e dopo il secondo semaforo prendete la prima strada possibile a sinistra. Proseguite per circa 100 metri e Vi troverete di fronte all’Hotel.

Programma

Albergo alla Rocca

Via Matteotti, 76

40053 Bazzano (Bologna)

tel: 051 83 12 17

web: http://www.allarocca.com

Ore 14.30 – Apertura workshop

*

Rocca dei Bentivoglio

Via Contessa Matilde, 10

40053 Bazzano (Bologna)

Ore 21 – Lettura poetica

Written by matteofantuzzi

17 febbraio 2007 at 07:49

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Giovanna Sicari, Epoca immobile, Jaca Book, Milano 2004, di Lorenzo Chiuchiù.

Nella poesia di Giovanna Sicari l’amore è duro, la tenerezza non arrendevole, il grido potente nella disperazione. Pubblicato poco prima della scomparsa della poetessa, Epoca immobile riesce dove poche opere riescono: i versi mettono a nudo un cuore. L’estremità dell’intenzione di Baudelaire è realizzata attraverso una musica che è urto e carezza. Innervata dalla violenza e dalla benedizione, la poesia della Sicari si sovrappone alla malattia, all’amore e alla morte. "Trova il nuovo grande come bara / l’amore folle che guarisce, affonda in una morte / che non ricorda". La voce è inconciliata quando raggiunge una pace temporanea, è inquieta quando sogna un futuro immobile perché troppo ben conosciuto. "Solo una scia d’amore vorrei cantare / quando non sono né donna / né carne, né volo, né acqua / quando non sono quella // e il nulla pietrifica in una condizione / d’inferno: sconforto di tutti i giorni / dove tutto e niente sono / la cosa cieca della cosa viva". Nulla pietrificato, sfinge infernale che annienta l’identità ma che non per questo cessa d’essere vita. Essere la cosa cieca della cosa viva significa forse aver perso tutto tranne il qui e ora che chiede di "potersi arrendere, […] gentili / nel vertice di quelle cose che si fanno senso, fortuna, salute". L’estrema tensione a volte si rifugia in una tenerezza che somiglia al coraggio: "Amore del rifugio e dell’acqua / soltanto sei un’anima, un uccello / una pianta, un filo di morte, / una vita". Coraggio di restare nudi anche di fronte alla propria morte, non maledicendo cioè la vita: la maledizione sarebbe un travestimento per ingannarsi, per convincersi della vanità dell’esistenza. Ma qui Giovanna Sicari non arretra, "perché mi offrirò intera senza tagli / perché il cielo c’è e mantiene". Ricorda Alioscia Karamazov: "Ora il fratello Alioscia dice – non pentitevi / mai del bene che fate […] Fratello Alioscia è per te l’ultima chance / buonasorte da non mancare". La chance riposa nella dolcezza di uno sguardo che non è né quello della logica euclidea di Ivan Karamazov, né quello della passione assassina di Dmitrij, ma che li cum-prehnde, rendendoli preghiera. La chance, l’ultima, non ritratta il bene fatto, non consegna la vita alla punizione sterminatrice della morte. Non si ritratta il bene fatto, anche se è debole o forse proprio perché lo è. La logica della morte, il suo ghiaccio necessario e la passione che esige vita diventano nella Sicari decreto: che "venga la gioia con fulmini e alluvioni. – / Questo è tutto".

da Semicerchio XXX-XXXI, ed. Le lettere, Firenze 2004.

Written by matteofantuzzi

9 febbraio 2007 at 15:23

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Puro e folle di Marco Merlin

Come ben sappiamo, le grandi case editrici hanno congelato la poesia: non pubblicano più poeti giovani, mentre qualche decennio fa era persino possibile esordire in una collana a diffusione nazionale. Siamo fermi alla “generazione del sessantotto”, quella che, magari in contrasto con l’Accademia, ha occupato gli spazi mediatici al tempo del “boom” della poesia. La generazione dei quarantenni è rimasta in una zona limbica, sospesa qualche volta per effettiva mancanza di “voce”, talvolta sacrificata dalla “stretta editoriale” di cui parla Giovanardi nell’introduzione ai Poeti italiani del secondo Novecento, dove, non a caso, non si prendono nemmeno in considerazione i poeti che non hanno pubblicato presso un editore di livello nazionale. Ovvero: in tempi di omertà della critica, quando non si ha la forza e il coraggio di indagare in territori impervi, di frontiera, la classifica delle vendite o la ragion di mercato s’impongono sul campo come effettivo criterio di valore.
Si sono fatte molte considerazioni in merito: la poesia non vende, la poesia è morta, nemmeno i poeti leggono i poeti… e così via. Ma queste sono stupidaggini da provinciali, che nascondono un’imperdonabile ignoranza oppure una precisa volontà politica (sia pure di politica culturale). Da quanto tempo il mercato si è specializzato nel creare richieste? Da decenni siamo piegati dal bombardamento mediatico a soddisfare bisogni indotti, a farci consumatori di prodotti che non hanno alcun valore intrinseco. La narrativa italiana è un colossale esempio in cui non mi addentro.
All’ombra di questo movimento globale, le resistenze locali (le tradizioni) non hanno saputo opporre valide alternative, non hanno saputo smontare il sistema. Per cui non c’è angolo del paese da cui non si alza la voce di protesta di una parrocchia di poeti trascurati da questa mafia colossale e invisibile. Le riviste sono il campo privilegiato di questo coro di proteste: spesso anche nelle pagine più intelligenti si annida il vizio della contrapposizione, l’acredine di chi invidia il proprio nemico ed è frustrato perché non riesce a ottenere un potere alternativo.
I più spietati hanno colto l’occasione per il grande business: fare soldi con la poesia. Chiedere a chi vuole pubblicare i danari per la stampa del libro e per un lavoro, inesistente, di editing, di critica, di promozione. Speculando sulle illusioni e sulle ingenuità altrui democraticamente equiparando, magari con minimi aggiustamenti economici, operai, casalinghe, notai ed avvocati. Vanity Press.
La poesia si appiattisce sui propri surrogati, gli scrittori più sensibili si irretiscono e snobbano il sistema negli atteggiamenti e nello stile, restando beatamente insediati al suo interno, mentre il malessere generale che cerca sfogo nella scrittura poetica (in quanto intimamente terapeutica) viene alimentato dagli sciacalli, dai ruffiani, dai gestori di case (editrici) chiuse, cioè apertissime a tutti.
E il circolo vizioso si serra: ecco che ci si lamenta che troppi scrivono e che nessuno legge, che l’Italia è un paese di dilettanti, e così via. Intanto qualcuno tira su una villa coi soldi dei suoi amici poeti, che magari sono gli stessi lettori dei suoi libri; qualcun altro si autoimbalsama nelle antologie che si impongono al mercato per inerzia, compiendo consapevolmente un atto di ingiustizia nel confronti della cultura reale del paese, del lavoro semisommerso e profondo che la poesia continua a tessere, qualche poeta ex-frustrato fa l’occhietto ai cantanti e si esibisce in piazza; qualche critico sale alla ribalta dicendo che la poesia è morta, oppure firmando centinaia di prefazioni all’anno cavalcando l’onda e girando anche lui l’Italia, parrocchia per parrocchia, pagato e riverito. I critici che capiscono, stanno zitti, perché il lavoro da fare sarebbe eccessivo, e forse ormai gli strumenti adatti non ci sono più.
Ma, finalmente, ecco che sale alla ribalta una generazione di giovani che va costruendo spazi alternativi, che rovescia l’esilio (editoriale e sociale) dei fratelli maggiori in una sana e irriverente libertà, magari sfruttando l’ansia di invecchiamento dei padri che si accorgono che per essere grandi poeti bisogna aver appestato il futuro coi propri figli. Furbi come colombe, passeggiano nelle scuole di poesia che prendono piede sui giornali, tornano a dialogare e a inquietare le accademie, si sforzano di fare poesia sull’equilibrio delicatissimo tra la lingua del proprio tempo (il palcoscenico dei canzonettari) e la lingua di sempre (la tradizione che insegna a tradire, che ha nei propri geni la tensione al futuro), occhieggiano su diverse e assai differenti (per impostazioni e “spirito”) antologie.
Il lavoro di questa generazione, in verità, è cominciato da molti anni. Chi scrive, per esempio, ha dato vita alla rivista «Atelier» nell’indifferenza generale, mettendo per anni pagina su pagina, edificando articolo dopo articolo un discorso sulla poesia che parte dalla sovraesposta presa di coscienza della situazione attuale.
Ora, lo sbocco naturale (fisiologico) che si cerca di promuovere è semplice e devastante: pubblicare, gratuitamente, poeti ritenuti davvero meritevoli, sulla base di un pensiero critico ampio e non improvvisato. Poeti giovani o meno giovani, non importa, ma possibilmente e preferibilmente inediti e sconosciuti (o rimossi) dalla critica. Squalificando verso su verso il lavoro degli editori avvoltoi, scommettendo sul valore alla pari con le grandi case editrici, senza complessi di inferiorità. Così oggi qualcuno può dire: “No, io non pago per pubblicare”. Oppure: “Vedremo, tra venti o quarant’anni, che cosa si leggerà ancora”. Ed altri: “Non scrivo per l’Editore, scrivo con la schiena dritta, consapevole della responsabilità di quello che faccio, e basta”.
Quanti poeti viziati nella loro opera fin dall’origine da un’ansia di riconoscimento, da un desiderio di carriera o da una frustrazione insensata, devono sentirsi affascinati da questa terribile e ingenua leggerezza che incombe? Quanti direttori di Grandi Collane si sentiranno chiamati a rendere conto delle loro scelte, dei loro piani, di fronte al potere sovversivo della semplicità, dell’autonomia, della libertà, e forse persino della debolezza della poesia che riprende a ossigenarsi in questi nuovi spazi del poetico?
Come nella barzelletta: tutte le formiche, scrollate dall’elefante che calpesta il loro formicaio, gridano all’unica che è rimasta in groppa alla bestia: “Strozzalo!”.
Ma le dighe crollano, se filtra anche una sola goccia d’acqua.
Parsifal è il nome di colui che penetra la valle, che feconda la terra sterile, ‘puro e folle’. Colui, si badi di bene, che non pretende affatto di essere il più bravo; anzi, egli è fiero della propria ignoranza. Ma è proprio la sua semplicità a renderlo degno di un destino di purezza assassina.
La sfida che si lancia è questa: fate, vi prego, molto meglio di noi. Se ci riuscirete, ci consolerà il merito di avervi insegnato la strada.
Noi che siamo pronti, se affascinati, a dare tutto per nulla, come solo i pazzi fanno. Mandateci il manoscritto giusto, e ve lo dimostreremo.

da Hebenon, VII, 9-10 . 2a serie ora in Marco Merlin, Nodi di Hartmann, edizioni Atelier – 2006

Written by matteofantuzzi

3 febbraio 2007 at 13:38

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