UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for agosto 2012

Lasciate in pace i morti. Per Simone Cattaneo.

with 4 comments

Simone Cattaneo, Peace & Love, Il ponte del sale, Rovigo 2012.

.

Simone Cattaneo aveva fretta, fretta in un mondo come quello della poesia dove per grandissima parte del tempo si rimane isolati, fuori da tutto, in attesa di una consacrazione che quasi mai arriva e che anche quando arriva raggiunge talmente poche persone che quasi perde di significato. Eppure per molti in poesia è necessario arrivare. E Simone aveva fretta, ho tenuto alcune sue mail in cui mi chiedeva, mi ricordava degli articoli che dovevo scrivere, a lui dedicati. Non ne aveva grande bisogno perché era bravo, molti lo sapevano, anche se non veniva da un lavoro di quelli per bene, anche se si spaccava le mani per campare, anche se non aveva il fisico del poeta: né mingherlino né storto, un mediomassimo piuttosto, un carpentiere della poesia (nemmeno artigiano), uno di quelli che tagliano la pietra grezza, che non lavorano sulla perfezione, sulla bellezza fine a se stessa quanto piuttosto ragionano sull’incompiuto, come accade sempre a livello umano e principalmente in poesia. Rileggere oggi l’opera di Simone Cattaneo grazie al lavoro fatto da Il ponte del sale significa comprendere a pieno uno dei principali fautori di quella generazione controversa e fondamentale che potremmo definire dei cosiddetti Settanta (che non è la mia, ho sempre considerato Cattaneo, come Andrea Temporelli, Massimo Gezzi o Andrea Ponso dei fratelli maggiori rispetto a me che in qualche modo ho diversamente inteso tematiche e modalità della poesia che ritrovo invece in altri a me coetanei) ma con uno sguardo, quello della “discesa all’inferno” della nostra società che in qualche modo lo proietta in una posizione ulteriore perché spiega quello che sta accadendo anche a livello letterario, fa capire che la percezione stessa del nostro immediato attraverso la poesia passa da un ribaltamento fondamentale del piano delle opere con un io mirato non tanto più alla propria visione ombelicale quanto piuttosto alla descrizione fredda, cruda, spietata dell’attorno.

Anche il susseguirsi delle opere va in questa direzione, più indulgente nel “Nome e soprannome” del 2001, episodio di insieme nel già apocalittico “Made in Italy” del 2008 e infine tragico nei testi incompiuti di Peace & Love dove in qualche modo saltano tutti gli schemi della tenuta umana e rimane solo l’ipotesi disarmante della mancanza di pietà di una società che soprattutto nel sistema metropolitano (fatto anche di hinterland e di industrie) finisce per consumare in primis chi scrive e non lasciare solo quel “pugno nello stomaco” che spesso viene attribuito a questo autore quanto piuttosto la sensazione che non ci sia finzione neanche nei passaggi più crudi, non ci sia altro che realtà. E che la realtà a un certo punto si paghi col prezzo più caro di tutti.

Written by matteofantuzzi

15 agosto 2012 at 23:06

Pubblicato su Uncategorized

Tagged with , , , ,

Costruire per la poesia una casa abitata.

with 5 comments

Riprendo questo post di Pietro Pisano apparso ieri su FB:

“Quella poesia (parlo di certa poesia che non vuole più essere poesia) che tenta di utilizzare, algidamente, la lingua della comunicazione quotidiana e dei consumi di massa, con tutti i suoi banali stereotipi e luoghi comuni, per denudarla e rivelarne, in una esibita e mera ripetizione, l’inautenticità, a me sembra, il più delle volte come una operazione poco utile e in buona parte fallita. Se infatti ci soffermiamo a pensare sulla marginalità che ha la letteratura e ancor di più la poesia nella nostra società, allora mi chiedo, com’è possibile lo smaschermento, se non vi è un vero e proprio pubblico che possa leggere tutto questo? E inoltre, non rischia questa poesia, in un certo senso, di esibire una verità fin troppo evidente e palese, presentandosi paradossalmente come il prodotto perfetto di quella società dei consumi che vuole combattere? Molto più interessante ed efficace invece mi sembra il tentativo di creare un linguaggio ibrido, sempre però all’interno dello scarto del linguaggio poetico rispetto a quello della comunicazione.”

perché mi ha fatto parecchio riflettere su qualcosa che a mio avviso sta avvenendo e che probabilmente fa parte anche di una volontà di staccarsi da quello che a un certo punto sta diventando realtà dopo molti anni di battaglie. Il senso secondo me su cui si può riflettere è comprendere se nell’idea stessa di poesia si debba rinunciare alla necessità che questa sia abitata dalle persone, proprio come una cosa. Se fossimo architetti credo che la mia idea di casa potrebbe dirsi funzionale, tale da potere essere frequentata e abitata da quante più persone possibili, ma non un casermone di quelli che sorgono nelle periferie delle metropoli, piuttosto un enorme quartiere con molti alberi e servizi utili alla società, asili e tutto il resto. Magari qualche altro architetto potrebbe contestare che le case sono semplici, quasi geometriche, eppure per potere essere abitate in larga misura, per convincere le persone ad abitarle credo che si debba mirare all’essenza, o in buona conclusione alla sostanza. Dall’altra parte emerge un gruppo di architetti (e teorici dell’architettura) che è ben felice di dimostrare come questa materia portata anche all’eccesso ma consapevole delle proprie dinamiche produce vette avanguardistiche importanti, magari quasi impossibili da abitare se non da un piccolo gruppo in grado di apprezzare i design più estremi, parte di quel mondo, di un’intellighenzia che si bea di essere qualcosa di difficile approdo, di difficile captazione. Per come la vedo io le cose se la propria poesia non regge, non viene abitata, non sta su proprio come una casa dalle fondamenta sostanziali traballanti non ha molto senso spingere all’estremo la forma, lavorare solo su di essa, criticare il pubblico perché non riconosce un modo di intendere un’opera. Diverso il discorso di creare un’attenzione formale su delle precise basi sostanziali, e qui forse sta il nodo, la vera spinta per il futuro della poesia. Ma crearsi alibi questo no, bisogna tirarsi su le maniche e darsi da fare, creare fondamenta stabili e rendere ogni poesia abitabile.

Written by matteofantuzzi

3 agosto 2012 at 09:34

Pubblicato su Uncategorized

Tagged with , , , ,