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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for gennaio 2012

“La generazione entrante” su Avvenire: brutti, capaci e urgenti (e senza generazione).

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La generazione di poeti nati negli anni 80.
Da Avvenire, 14.01.12

E’ una nuova “generazione in ombra”, secondo Matteo Fantuzzi, prefattore di “La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta” (Giuliano Ladolfi editore, pagine 170, euro 12) quella che va da Carabba a Zattoni, da Mancinelli a Tardino, e poco prima di Leardini, Brullo, Marchesini, ma già in grado di proporre opere mature, pur con una poetica ancora da perfezionare. Ma la poesia, dai classici in poi, non va nella direzione delle “magnifiche sorti progressive” anche se si possono leggere i lirici greci con la simile sensazione di splendore che a volte produce la giovinezza. Però, come negli Anni Settanta, secondo i critici viene a mancare il lavoro sulla parola, per l’urgenza di comunicare “figure, immagini, espressioni, dialoghi vicini al linguaggio comune”: proprio mentre ritorna una “poesia sociale”, per di più con l’ingombro “di uno splendido Novecento”.

Written by matteofantuzzi

28 gennaio 2012 at 14:04

Se il poeta fa il precario.

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Non mi si venga a dire che negli ultimi tempi la questione sociale non vada di moda anche in poesia. O meglio va di moda un poco dappertutto nella fase culturale (anche perché disoccupati, cassintegrati, pignorati ecc. non sono certo frutto di fantasia) ma il dubbio è che alla fine questo processo reale si consideri come una sorta di cliché, un poco come gli yuppies negli anni Ottanta, buono più che altro per fare discorsi borghesi, elitari. Allora il poeta, quintessenza dello sfigato sociopatico non può che a pieno titolo rientrare in questa categoria, in questa semplificazione della società contemporanea che è sbagliata a priori nelle proprie punte di eccellenza: facciamo l’esempio di Fabio Franzin che non analizza tanto la mancanza di lavoro con la propria opera poetica quanto piuttosto la condizione generale del Nordest italiano con le difficoltà anche di convivenza tra gli stranieri e una popolazione con forte radicamento territoriale ma anche con uno sguardo complessivo sulla persona, sull’uomo come la poesia sempre deve fare. E con un linguaggio piano, comprensivile, mai cervellotico (nonostante Franzin scriva in dialetto e sia probabilmente il nostro maggiore poeta italiano in lingua dialettale): assurda diventa a mio avviso la volontà di alcuni di rendere una poesia votata al sociale attraverso un linguaggio e una costruzione del verso macchinosi, artificiosi e alla fine incomprensibili dagli stessi fruitori che non possono essere la solita nicchia di pochi sfigati che a loro volta vorrebbero impossessarsi del ruolo di poeti elitari quanto piuttosto ancora una volta la gente, il pubblico, i fruitori, la società stessa che deve e che può riavvicinarsi finalmente alla poesia, una poesia che “scenda dal pero”, che non guardi come per troppo tempo è stato il proprio ombelico, una poesia che racconti piuttosto che continuare il proprio assurdo monologo. Una poesia per tutti, finalmente per tutti. State bene.

Written by matteofantuzzi

20 gennaio 2012 at 10:55

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