UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for dicembre 2008

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Le novità e gli auguri.

Ci vediamo dopo le feste con parecchie novità, intanto sono usciti i nuovi numeri delle 3 riviste di cui sono redattore, Atelier, clanDestino e infine ALI, la nuova impresa militante condotta da Gian Ruggero Manzoni e che raggiunge la tiratura (mirabolante) di 2200 copie/numero. Quando mi dicono che la Poesia non si legge io devo dire che faccio una certa fatica a concordare, credo che ci siano autori e gruppi in grado di entrare in ampi territori per i numeri che fino ad oggi sono stati "governati": certo l’impresa è quella di riuscire a "toccare" tutte le persone che possono essere prese dalla Poesia. E per questo serve buona carta, buone opere poetiche e buone riviste appunto. L’augurio insomma (in generale, dati i tempi) è quello di un buon lavoro. E in parte secondo me si sta facendo. Auguri. State bene.

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Written by matteofantuzzi

24 dicembre 2008 at 09:09

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Poesie e prose di Roberto Roversi

Il volume uscito da poco per Luca Sossella Editore, a cura mia e con una nota di Fabio Moliterni, propone – riuniti nella dizione di Tre poesie e alcune prose – quasi cinquant’anni di scrittura di Roberto Roversi, rendendo di nuovo disponibili sia Dopo Campoformio (nella versione uscita nel 1965 per Einaudi) sia Le descrizioni in atto (1969: ma con testi che arrivano agli anni Ottanta) sia poesie degli anni Settanta e Ottanta, compresi in quel Libro paradiso che l’autore pubblicò nel 1993 con Lacaita.
Sul fronte dei versi, la raccolta mette a disposizione del lettore quindi – già con queste “poesie”/opere – tre libri esauriti da tempo. E assume, è pensabile e augurabile, una ulteriore funzione di ponte verso la produzione più recente, ancora in corso (quella de L’Italia sepolta sotto la neve, per intenderci, poema in uscita su rivista e in edizioni a tiratura limitata).
Ma c’è anche un ‘fronte della prosa’.
Non distante dalla poesia è infatti la tessitura cristallina e insieme sempre inquieta e militante delle prose narrative e critiche di Roversi, che si ha nel volume attraverso due estratti dai romanzi Registrazione di eventi (1964) e I diecimila cavalli (1976).
E ancora. Una silloge di opere di un autore così rigoroso, riconoscibile e insieme molteplice anzi plurale, incisivo e decisivo nella letteratura dell’ultimo mezzo secolo, sarebbe stata incompleta senza una consistente presenza di saggi, in equilibrio tra teoria della poesia, polemica, e impegno frontale, anche politico, a cui si aggiungono ritratti e analisi di quegli autori che per Roversi sono stati interlocutori o riferimenti nodali: si possono dunque leggere pagine su Jahier, Rebora, Cesarano, Sereni, Vittorini, Giuseppe Guglielmi, Fortini, Hölderlin, … e Jim Morrison!
Roversi è stato il primo, alla fine degli anni ’60 e dopo pubblicazioni con i maggiori editori nazionali (Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Einaudi), a voler coraggiosamente lavorare in altra direzione, in modo appartato, ciclostilando le proprie Descrizioni in atto e distribuendole gratuitamente e liberamente a chi ne faceva richiesta, di fatto staccandosi così da ogni compromesso con macrostrutture distributive.
Poter leggere di nuovo i poemi, insieme alle prove successive, a fianco degli interventi critici che negli anni ha dedicato all’industria culturale, a temi politici tutt’ora centralissimi, al rapporto tra intellettuale e società (visto anche attraverso le riviste a cui ha dato vita, specie “Officina” e “Rendiconti”), è un’occasione per ricostruire una parte di storia sociale e culturale del secondo Novecento e di oggi, e per orientarsi inoltre sulla sensatezza come sui limiti delle previsioni di uno dei suoi primi sodali: Pasolini.

Roberto Roversi,
Tre poesie e alcune prose

a cura di Marco Giovenale
con una nota di Fabio Moliterni

Written by matteofantuzzi

17 dicembre 2008 at 15:08

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Dietro le tende lise di un paese a margine
sulla poesia di Stefano Simoncelli

Dio, quanto aventurosa
fue la mia disïanza!
Guido Cavalcanti, Rime

Nonostante il suo esordio in volume porti come sigillo la data 1989, Stefano Simoncelli non era estraneo fino a quel momento alla poesia. Era il 1973 – lui, ragazzo ventitreenne nativo di Cesenatico, abitante cosciente della provincia italiana – quando con altri tre poeti e amici (Giulio Agostini, Ferruccio Benzoni e Walter Valeri) fonda la rivista «Sul Porto». Una rivista che certo non era avulsa alle contestazioni studentesche, o più in genere, al clima politico che si respirava tra la fine dei Sessanta e gli anni Settanta del secolo scorso, se già negli intenti proponeva come tematiche cardinali letteratura e politica. Ma di quel clima, quei ragazzi, ne presentivano già l’odore marcio, fosse pure un presentimento – che con gli anni, però, diventerà lucidissima visione poetica –, che la politica stava affogando nel ristagno di se stessa. Quello che «Sul Porto» rifiutava, insomma, era una politica per la politica. Pur riconoscendosi di sinistra, ai giovani stava a cuore la poesia, poiché questa era ancora il luogo nel quale l’individuo poteva riconoscere la sua deriva e, al contempo, dove era ancora possibile cantare l’avventura di un sogno, la febbricitante scommessa d’un desiderio, la vibrazione della libertà. Si trova scritto nel primo fascicolo della rivista

[…] Saper recuperare quella grande fetta di noi che è amore, gioia, disperazione, vita e della quale siamo stati defraudati dalla logica del capitale, è un compito al quale siamo chiamati di giorno in giorno, per poter rinnovare quei rapporti umani che ci legano ai compagni, agli sfruttati, ai diseredati, ai dannati della terra… Se non sapessimo recuperare tutto ciò, se ci vergognassimo di soffrire, di piangere, di gioire, perderemmo il frutto prezioso di essere ora deboli e disperati, ma domani puliti e veri […]

Ciò che era chiaro fin da subito ai fondatori di «Sul Porto» era la volontà di non creare una “scuola” ma cercare un modo per “stare insieme”, per condividere le diversità di ognuno e di questo farne motivo d’esperienza, di vita e infine di canto, di poesia, di conoscenza quindi. Da parte sua, Simoncelli già in quegli anni delinea quella che sarà la sua matrice poetica, quella che porterà avanti con tenacia fino alla più recente raccolta Stazione remota [1]. Nel 1980, con una presentazione di Giovanni Raboni (il quale aveva partecipato attivamente alla rivista dando il suo contributo, e con lui figure tra le maggiori della poesia del secondo Novecento italiano quali, tra gli altri, Pasolini, Fortini e Bertolucci) esce per i Quaderni della Fenice [2] un fascicolo che raccoglie alcune delle poesie di tre poeti fondatori di «Sul Porto».
Sembra già il preannunciarsi di una materia densa dalle tinte ombratili quella a cui fa affidamento la poesia di Stefano Simoncelli

[…]
Forse più saggio sarebbe
comprare un biglietto senza ritorno per la mia
solitudine o sfigurare con una lima la linea
della vita che mi si spezza nella mano
[…]
(da La tua caviglia, in Via dei platani)

È certamente un’esperienza d’amore quella che Simoncelli vuole da sempre raccontare. Ma questo suo mettersi di fronte a una relazione (che sia quella con una donna, quella con la madre, o in ultimo quella col padre) è pure un inevitabile affrontare il peso di qualcosa che si è perduto e che si attende, sognando, di recuperare. Ma seppure i versi si muovano tutti per assenza è altrettanto vero che il desiderio d’amore fa vivere e vibrare la poesia in un malinconico presente nel quale il corpo dell’amata e il suo, sembrano agire nello spazio, appunto, di un sogno. Così qualche verso nella sua prima raccolta, Poesie d’avventura [3] «[…] dirti più tardi, piano, del mio paese desolato / del mio paese doloroso invaso dalle ombre / dalle larve che non mi danno tregua, mai.»
L’avventura a cui Simoncelli fa riferimento è proprio quella malinconica del cuore, di un sentimento che assedia il poeta in un perpetuo tempo perduto. Una delle sezioni del libro è chiamata indicativamente La rissa degli angeli (l’allusione sarà ripresa in un libro successivo per fissarsi come titolo dell’intera raccolta [4]). Simoncelli allude alla ribellione degli “angeli neri” nei confronti di Dio che caddero dal regno dei cieli per superbia

Principio del cader fu il maledetto
superbir di colui che tu vedesti
da tutti i pesi del mondo costretto. [5]

Simoncelli sembra però usare l’allusione alle scritture per descrivere la sua stessa condizione di dannato eterno, costretto da tutti i pesi del mondo – come Dante faceva dire a Beatrice guidandolo per il Paradiso – a vivere in una condizione malinconica. Se la bellezza si è posseduta, ora che Simoncelli l’ha perduta è costretto a riviverla in sogno, in un non-tempo quindi, che può soltanto ripetere l’attesa del desiderio che questa faccia ritorno alla sua esperienza generatrice – che esploda nuovamente dall’ombra in cui è andata a sottrarsi.
Già Raboni, nel presentare i tre poeti di «Sul Porto», aveva accennato alla passione che questi avevano per il poeta Esenin, osservando che il comune denominare fosse quel “teppismo” che nel poeta russo era deriva di una sognata e successivamente fallita rivoluzione (quella contadina del 1918), e che si manifesta, in special modo nella poesia di Simoncelli, in quella malinconia per qualcosa di perduto e di cui il poeta se ne fa carico. Quei versi di Poesie d’avventura (titolati E Nostra Patria) che recitano «[…] A volte è un brivido breve l’attesa / […] Certo sembra ieri / che avevamo giurato solennemente di non perderci / prima di addormentarci sfiniti accanto alle bandiere / […] Io non posso altro adesso / che prendervi idealmente per mano, condurvi / dove il vento m’afferra i capelli / pare voglia trascinarmi via… / Ah carissimi, carissimi!» ricordano bene la desolazione di Esenin, il suo lirico «Arrivederci» [6] che «senza strette di mano e parole» saluta un amico, quasi questo fosse il sogno condiviso di una rivoluzione perduta in cui «morire non è nuovo» così come non lo è il vivere. E Simoncelli, così come il russo, è da questa esperienza che strappa i versi alle stanze della morte, come liberando la perdita in un malinconico canto che ora immobilizza l’esistenza, quasi zittendola. Allora ciò che è “avventuroso” è l’esperienza della solitudine, quella profonda veglia che tiene aperti gli occhi nelle notti di tutti i nostri arrivederci.
Da questa condizione d’immobilità Stefano Simoncelli narra da sempre la vita dei suoi fantasmi. Ma i suoi non sono fantasmi evanescenti, non hanno il vapore liquido della nostra sciatta fantasia. Sono fantasmi in carne e ossa. Si muovono, ci toccano, fanno esperienza a scapito della nostra vita: sono il nostro destino («soltanto vorrei stringerti come una donna / toccarti con più dolcezza, darti nuova gioia.» recitano due versi della raccolta La rissa degli angeli)
Ecco, Simoncelli gioca con loro a fare “l’ala”. Voglio dire che è costretto dalla stessa malinconia a vivere in una posizione laterale, periferica da cui può guardare il centro senza sospetti, senza malizia, come innestando una forza centripeta che immobilizza i corpi per poi liberarli. Ma questa libertà che concede loro, a ben vedere, è fittizia; o meglio, la loro libertà è espressione del sé: il sé di Simoncelli, il suo farsi carne d’una condizione di inquieto desiderio del ritorno (ancora da La rissa degli angeli «Mi basta essere quello di spalle / con la giacca di panno gualcita […] / t’accompagno impettito / a chissà che festa d’addio»).

Ma cosa significa per Simoncelli “giocare all’ala”, come recita il titolo della sua seconda raccolta [7] ?
La metafora è presa in prestito dal calcio. Giocare all’ala, sulla fascia, e correre a tutto campo, scontrarsi con le cose e le persone, difendere e attaccare solo per coloro che stanno al centro, solo per coloro che desiderano dalla vita uno stato di eccedenza (il gol della vittoria), di vincita sul vissuto. Allora cos’è che dà il senso della vittoria se non i fantasmi, se non tutte le morti che vediamo materializzarsi lontano e dentro di noi? È dunque alla morte che Stefano Simoncelli affida la sua capacità di giudizio, il suo restarsene sempre un passo al di là dalla vita, nascosto sotto il guanciale d’un letto in una stanza squallida del Motel sull’autostrada.
Ma se affidassimo al ricordo la capacità di giudizio del poeta saremmo riduttivi. Perché Simoncelli i suoi morti li fa vivere e scontrare col presente, ne vede le movenze lente, la fisionomia, la capacità isterica del loro voler essere portati alla luce: vivi in una mai esaurita necessità, urgenza d’espressione.

Forse hai ragione ancora una volta.
È come dici tu: siamo al riparo
dagli inverni in questa casa
dove vola appena la polvere dei libri
e ogni cosa è in ordine
come hai sempre desiderato.
Allora perché, ti chiedo, perché
per tutta la notte e perfino nel sogno
sembrava che nella camera fosse entrata
la tormenta di neve che raccontava mia madre
rabbrividendo ancora per quelle bianche strade
assiderate, gli amici introvabili, gli stenti?
Perché un vento di tormenta mi gelava
tra le coperte poco prima dell’alba?
(Giocavo all’ala)

L’amante, la madre, gli amici, in questo sonetto libero e “imperfetto” è contenuta tutta l’esperienza poetica di Simoncelli, il suo posare lo sguardo sugli affetti perduti come costretto nella follia delle pareti di una stanza. Pare in Giocavo all’ala ritrovare alcune atmosfere care a Sandro Penna, quel suo guardare la vita appena un momento prima che la corruzione dell’uomo inevitabilmente si esprima. Eppure Simoncelli sembra spingersi oltre, come se la corruzione non fosse una rinuncia alla vita, un tradimento alla purezza primitiva dei propri sogni, ma una stanza che è ancora possibile strappare alla morte, lì dove i morti che ha attraversato parlano ancora della propria esperienza, della propria deriva, del proprio malinconico resistere ai tormenti che gelano le coperte dove ci si nasconde ancora, per non rischiare di disperdere neppure una di quelle voci che a tutt’oggi vengono nel bianco dell’aurora a baciare i versi di un canto lontano. C’è una poesia inedita, uscita in una plaquette di pochi esemplari, che bene esprime il punto di contatto tra la caducità del presente e la morte alla quale il poeta sembra guardare come qualcosa che appartiene a questa terra, alle sue relazioni, ai suoi gesti inutili e furtivi come portandoli al limite estremo nel quale il momento della crisi diventa strappo, voce appunto «Mi piacerebbe aspettarti / con l’impazienza di un tempo / accanto alla finestra guardando / la sera scendere tra le barche, / tentare il solitario di carte / che non ti veniva mai, preparare due ciotole di riso, / del tè cinese e indietreggiare / fino a raggiungere l’attimo / preciso in cui ho gridato / il tuo nome per casa / e mi hai risposto» [8].
E infatti sono vivi i fantasmi di Simoncelli, e ci commuove sentirli preoccupati ancora per ciò che hanno perduto, che si sono visti sfuggire sotto gli occhi. Eppure di loro rimane la densità di un’immagine – un’immagine che ha i colori sporchi consumati e tellurici del mondo –, l’essenzialità del loro saperli sempre appena prima del gesto ultimo di un addio. Simoncelli così sembra ogni volta farli parlare, spiarli sempre nel momento che precede il congedo, appena dopo il bacio, il sesso avvenuto nelle stanze dei nostri racconti brevi (come vivendo il malinteso di una sola notte d’amore e poi, in un gesto furtivo, pulire gli ultimi frammenti di sperma e di orme lasciati sulle lenzuola opache dell’arrivederci), la parola che chiede di essere scritta e poi subito cancellata, dissolta nell’abbaglio della vita «… Nella spettrale luce di servizio / una mano mi spinge all’uscita.» recitano due versi in Giocavo all’ala.
L’uscita non è quella dal libro – anche se sono gli ultimi endecasillabi della raccolta – ma una porta aperta ancora sulla vita, come dimettendosi da sé, accettando il proprio fallimento, per lasciare il posto ai suoi altri, come confondendosi con loro e in loro, a margine e a difesa di quei confini che definiscono ancora una volta il profilo di un’espressione viva nel corpo delle immagini, seppure queste richiamano a una visione che è disegno della fine («Quest’ombra che m’attraversa la faccia / quasi un’inguaribile ferita d’amore / quante volte in segreto hai tentato / di medicarla, anima mia, / con il sospetto dell’irreparabile? […]» Giocavo all’ala)
E questi fantasmi smascherati e colti in fallo – in alternanza la madre e l’amante scomparse ma mai perdute in sogno – ancora danno la voce al poeta come scontrandosi l’uno con l’altro, come in una rissa tra la vita, sempre furtiva periferica e dannata, e la morte, chiara e nuova visione nel canto di pochi versi: aritmia di un respiro, dissolto nel colore dei respiri del mondo.
È ancora più vero se si pensa a come negli anni la sua poesia abbia aderito a una radicalità di quella desolazione da cui era partito, da quella zona periferica che era la vita vissuta a Cesenatico. L’abbiamo detto, all’interno di Poesie d’avventura era già presente la sezione che darà il titolo alla raccolta del 2006, La rissa degli angeli. Nella prima sono molte le poesie che ritorneranno successivamente, ma vale la pena vedere almeno una delle varianti che col tempo Simoncelli ha apportato ai suoi versi.
Così una poesia contenuta nella prima raccolta

Adesso che va di moda la morte
e tanti tuoi coetanei se ne vanno
nel luogo freddo di un marciapiede
ti nascondi in me con voli d’uccelli
spaventati e spari dietro i campi
dove andiamo a cancellarci
nonostante il tuo ridere d’acqua
la mia camicia azzurra nel buio – mi senti?

subisce delle varianti in quella del 2006

Adesso che tanti (troppi!)
tuoi coetanei se ne vanno per sempre
nel luogo freddo degli hotels-Dieu
ti nascondi in me con occhi
spaventati nelle camere
dove andiamo a cancellarci
nonostante il tuo ridere d’acqua
la mia camicia azzurra nel buio – mi senti?

È interessante vedere che ciò che varia è essenzialmente il tempo. Meglio: ciò che il tempo nel suo scorrere inarrestabile ha consumato e portato al limite. Quei «coetanei» di partenza che da «tanti» si fanno «(troppi!)» mette il sigillo ad una storia che se era partita da un particolare momento storico (come potevano essere gli anni di piombo dove andava «di moda la morte») ora si estende a un più complesso accumulo d’esperienze. E pure quelli che erano i luoghi dove ci si nascondeva («i campi») o dove si andava a finire (i luoghi «freddi dei marciapiedi») bene davano la visione di una vita vissuta tutta in una particolare provincia. Ora, pare dirci Simoncelli, tutto il mondo è la visione straziante della desolazione, ogni luogo è una stanza tra le stanze periferiche della propria malinconia. Infatti, ciò che non varia, che resta intatta è l’immagine di una non-azione (l’implosione, il nascondimento, l’indietreggiare, il cancellarsi) che ha continuato nonostante tutto a ripetersi – l’azzurro di una camicia che spezza nelle mani la linea della vita.
E non a caso La rissa degli angeli segna la stagione della chiarezza, di un lucido responso del tempo nel quale il vissuto si parcellizza in pochi attimi, come aderendo totalmente a quella vivacità che fa scontrare il cuore degli amanti in un perpetuo cristallizzarsi degli eventi. È come se Simoncelli avesse passato una mano veloce sulla linea del destino, rimettendo a questo ciò che in ogni visione del giorno appare come qualcosa di già vissuto, seppure risultando, alla fine di tutto, sempre nuovo; così come sempre rinnovato è il dolore della perdita, che fa scalpitare le gambe dentro la trappola nella quale sono inchiodate.
Simoncelli poi, non segue la struttura petrarchesca (anche se con Petrarca condivide una stessa passione filologica, quella di saper riscrivere la stessa poesia, come se riscrivendola si potessero cogliere per intero tutte le sfumature del cuore, le sfumature che ne edificano quotidianamente la storia) che distingue i versi scritti “in vita” e quelli “in morte” della donna amata, ma sembra voglia far coincidere i due tempi di narrazione come consegnando alla morte la caducità del presente ([…] Ecco, / oggi che compio gli anni / e un altro decennio d’oscurità / e presagi è volato in un lampo / mi aiuta a immaginare […] / sarà così quando non sarò più al tuo fianco / ma uno spirito o demone divento per le strade / senza peso e questi battiti accelerati del cuore / mentre dico arrivando: “Perdona il ritardo, andiamo?” / non sapendo dove portarti, come calmare l’affanno.» La rissa degli angeli). Simoncelli sembra non conoscere addio, come era successo da un’esperienza simile alla sua – la scomparsa dell’amore di una vita – a Milo De Angelis, che ne aveva poi tratto una raccolta poetica nella quale la voce si va spezzando nei versi che «tornano nella loro grammatica» [9], come ad incastrarsi nelle leggi dei significati quando il corpo ormai lontano zittisce ogni cosa privando il canto di un ultimo saluto («Camminavi con la coscienza del sangue / e l’attimo strappato al suo giorno, / mia arciera, mia trafitta / che ogni notte ti accendi nel cielo / ora che il corpo si è fatto musica / delle sfere, voce consacrata, silenzio» Tema dell’addio). Ancora una volta sono gli «arrivederci» di Sergej Esenin a vigere invece sul poeta di Cesenatico, perché seppure furtive, le immagini permangono fissandosi nella durata di uno spazio che si è già percorso ma che sempre si rinnova in quella periferia dell’anima che ora coincide con la perifericità di tutti i morti – proprio loro, che sono perennemente in lite tra la sera nella quale stanziano e la luce che gli pare di rivedere attraverso l’io del poeta ([…] Aderisco / al tuo corpo, ne sento le vertebre / i tendini tesi, le ossa; m’arrendo / se è la mia sconfitta la tua gioia. » La rissa degli angeli). A non morire mai è infatti il desiderio – dico proprio il piacere che suscita l’assenza –, che tiene sospesa la possibilità di un ritorno definitivo, come rilanciando la ripetizione del suo motivo, del suo viaggio. Simoncelli si scopre infatti sempre nuovo nella ripetizione del moto di un ritorno che non può concludersi. E il suo viaggio coincide e si esprime, identificandosi, con quello dell’amata perduta. E proprio così risulta infatti la chiusa de La rissa degli angeli: un moto che non finisce, un saluto mai definitivo «Una volta o l’altra tornerai anche tu / […] mi raggiungerai / all’ultima fermata nella notte / inventando nuovi codici, intermittenze / e ti meraviglierai ci sia tanta distanza / tra le nostre facce che si guardano / tanta scelleratezza del tempo / tanti vuoti di memoria / […] se già qui mi sembra di parlare in viaggio / su un orbita dimenticata e senza ritorno». Se ora Simoncelli parla di distanza tra le due facce, è perché ha capito che è lo stesso desiderio che permette di distinguere le differenze – le diverse linee di un destino che è singolare e unico – nella sola conseguenza dell’espressione, e attraverso il quale l’io si manifesta nelle potenzialità di uno sguardo che è sempre una nuova, rinnovata avventura del cuore.

Se c’è davvero un valore rintracciabile nella poesia di Stefano Simoncelli allora, va scovato in quella lingua di luce che bagna la tela della vita lateralmente. Una luce che filtra di sbieco, quasi incerta se avvertire oppure no della sua presenza. L’abbiamo detto, la poesia di Simoncelli si muove sempre a margine, in quei giochi d’ala nei quali la rincorsa è sempre uno scontro con le cose, uno scontro che le fa vere, reali. Ed è la stessa perifericità che stava nei paesaggi desolati di Cesenatico, quelli di cui già aveva piena coscienza d’abitare dall’esperienza di «Sul Porto». Eppure pare proprio che da quello scontro i paesaggi si innervino in un affresco che è sempre famigliare, ma come se la stessa famigliarità fosse il trampolino di lancio per attraversare la linea d’ombra da cui è partito.
Stazione remota recita il titolo della sua ultima raccolta. Ma che la “stazione” non dia l’impressione di uno stazionamento. Quella luce laterale è la distanza grigio-azzurra di un sogno nel quale l’immagine si compie, si materializza.
Abbiamo detto dei versi dedicati alla madre, e quelli dedicati alla compagna. Entrambe erano figure scomparse, eppure le sentivamo vive, anzi, le riconoscevamo per strada, le vedevamo compiere i gesti quotidiani di tutti – e di tutti i giorni. In Stazione remota Simoncelli vuole farci credere che non si è staccato d’un millimetro da quelle situazioni a lui così consuete, seppure vissute in quelle periferie dell’anima in cui gli eventi di una vita sembravano incenerirsi nella distanza rapita dall’immagine di un lenzuolo gualcito nella stanza d’affitto.
Il poeta affronta qui una figura più complessa – quella del padre, a cui il libro è interamente dedicato – che lo mette in una condizione di timore e tremore maggiore. Simoncelli non interagisce più, non è più partecipe delle azioni che la figura ritratta compie nei suoi versi, pare addirittura che il suo respiro di pittore della realtà sia soffocato dal buio in cui è andato a sottrarsi: lo specchio davanti al quale il padre cerca vanamente una traccia di sé perduta «[…] l’ha giurato e rigiurato di essere stato rapito da forze provenienti da galassie sconosciute che per tre giorni e tre notti avevano eseguito interminabili esperimenti nel suo corpo, soprattutto negli occhi, e che era forse questa la ragione per cui vedeva la sua faccia riflessa sui vetri di bar e osterie fissarlo come fosse quella di un altro».
C’è qui un’identificazione che Simoncelli aveva già anticipato in un breve racconto contenuto in Poesie d’avventura dove aveva incontrato, al Café du Commerce, un uomo che gli ricorda quanto non si possa fuggire da quell’iniziale desiderio di ritorno

[…]
– Sono qui in cerca di mio figlio […]
– Ma è qui? Ne siete sicuro? – gli chiesi a bruciapelo.
– È qui – rispose l’uomo – ne sono sicuro. Cercava un posto come questo: un fiume, gente ospitale… Non voleva più vivere da noi. Non amava più il paese. Capite? […] Sì, era stanco della nostra gente, del mare e di me anche. Soprattutto di me, credo. […]
– Perché volete trovarlo? […]
– Per parlargli – disse guardandomi per la prima volta dritto negli occhi – per spiegargli e abbracciarlo prima che sia tardi. […] E voi perché siete qui? […]
– Oh, io […] Si sta bene qui. Mi sarebbe piaciuto fermarmi, affittare una camera. È un luogo adatto per ricominciare, tentare una storia completamente mia. Mi capite? Era forte la tentazione, ma devo tornare. C’è qualcuno che mi aspetta lontano di qui, qualcuno che devo abbracciare prima che sia tardi.
[…]

La poesia di Simoncelli ricorda certi quadri di Hopper. Il grigio-azzurro delle serate ventilate da una mano veloce di tramontana. Le insegne sbiadite dei bar di periferia, le strade desolate come morse da una patina introversa di silenzio. Poi, dietro, dentro le vetrine mezze appannate, il banco scarno e umido dell’osteria dove agli amici di una vita, il padre giustifica la sua malattia, la sua solitudine lacerata, immaginandola come il sogno di un altrove. Il poeta ritrae tutto come cogliendo la vita in un momento di riposo, di rilasciamento del corpo, quando i sensi si annidano nell’ombra, nella monotona malinconia della carne abbandonata al delirio costante del tempo.
Ecco, proprio lì – fuori dal bar, in strada, a un passo incerto al di là della vita – il desiderio di Simoncelli muove i suoi versi in una tensione di conoscenza per la sua figura – vuole riconoscere suo padre. Perché per cantare la marginalità del padre, ora Simoncelli rende esplicito il fatto di essere costretto a farsene carico, ad incarnarne l’intero destino. («Riesce appena a raggiungere, come il cardellino / che gli è fuggito dalla gabbia, il platano più / vicino al cancello / fingendo che sia proprio lì / dove vuole arrivare, lì / nel ventre stremato dell’ombra.»)
 
Se Simoncelli vuole raccontare una figura in un arrivo remoto alla stazione ultima, questa, allora, non è il principio di una partenza, ma un punto d’arrivo, il «ventre stremato dell’ombra». Per fare un ritratto del padre il poeta ne ripercorre intera la vita, come raccogliendola a sé, come cercando di cogliere il punto in cui l’io dell’osservatore sempre a margine, è andato a scontrarsi con un io altrettanto periferico e distante. Ma se si tratta di due periferie messe a nudo, queste sanno pure di non potersi confrontare – sanno di doversi guardare a distanza e che la distanza è la condizione necessaria per riconoscersi integri al mondo e a loro stessi. Padre e figlio vivono come due dita che si sfiorano appena, e osservandosi – ascoltandosi verrebbe da dire – finiscono per condividere un destino, creando una lingua viva, reale quindi, perché appartenente alla poesia – una lingua impossibile, allora, incomunicabile, perché in relazione assoluta con le cose e con la loro fedeltà d’espressione. Il tutto non è taciuto, anche quando parrebbe la voce strozzarsi in un richiamo che non ha eco «Avrei voglia di chiamarlo e indossare la sua giacca da camera lisa nelle maniche e sul bavero […]». Quel padre «orgoglioso» che «con estrema calma» «semplicemente aspetta», è una nota vibratile e remota come lo è l’attesa per un nuovo ritorno: quella di raccogliere l’ultimo respiro come la visione di un già vissuto attraversamento.

[1] Stefano Simoncelli, Stazione remota, Milano, Quaderni di Orfeo, gennaio 2008 (plaquette stampata in centocinquanta esemplari). 
[2]  Quaderni della Fenice, Sesto quaderno diviso in tre capitoli: I Giovanni Raboni, Linea d’ombra. (note su tre poeti); II Ferruccio Benzoni, La casa sul porto, Stefano Simoncelli, Via dei Platani, Walter Valeri, Canzone dell’amante infelice; III Materiale della rivista «Sul Porto» con uno scritto di Franco Fortini, Milano, Guanda, 1980. 
[3] Stefano Simoncelli, Poesie d’avventura, Roma, Gremese, 1989. (La raccolta di poesie faceva parte della collana “Gli Spilli” diretta da Enzo Siciliano). 
[4]  Stefano Simoncelli, La rissa degli angeli, Ancona, peQuod, 2006. 
[5] Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso XXIX, 55-57. 
[6] Sergej Esenin, Confessioni di un teppista, nella traduzione di Bruno Carnevali, Firenze –Antella, Passigli Editori, 1999. La poesia è la prima della raccolta che inizia con i versi «Arrivederci, amico mio, arrivederci». 
[7] Stefano Simoncelli, Giocavo all’ala, Ancona, peQuod, 2004. 
[8] Stefano Simoncelli, Le visite di nessuno, Milano, Il ragazzo innocuo, giugno 2008 (plaquette di sei poesie inedite e un’acquaforte dello stesso Simoncelli, stampata in cinquantacinque esemplari numerati e firmati). 
[9] Milo De Angelis, Tema dell’addio, Milano, Mondadori, 2005.

Andrea Caterini – Nuovi Argomenti 44 – ottobre/dicembre 2008.

Written by matteofantuzzi

10 dicembre 2008 at 09:27

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Fine del Postmoderno – Dopo il Novecento.

Due sono essenzialmente le linee fondamentali della giovane poesia contemporanea: il nozionismo e l’autodeterminazione. Il nozionismo, pompato da certi critici o presunti tali, è quello che rende la più parte delle nuove generazioni fedele in maniera cieca ad un’unica visione, spesso mediata da un’unica guida critica la quale in questo modo oltrepassa anche il lecito livello di auctoritas.
Al di là delle logiche considerazioni sull’opportunità di una coscienza personale che scaturisca da una seria e netta valutazione critica del contemporaneo, quanto di più preoccupante è il sempre maggiore consenso che ricevono determinati “maestri del pensiero” che tramite pagine su molto frequentati giornali/riviste o posizioni dominanti nelle accademie col falso raccontarsi del loro adoperarsi nell’ottica salvifica delle nuove generazioni si rivelano in realtà come i rincoglionitori della categoria, riuscendo in determinati casi (pur di abbassare drammaticamente il livello e rendere così il loro operato degno di nota) a definire poesia anche i testi delle canzonette di terz’ordine, avallando chi considera un Vasco Rossi o un Ligabue veri e propri grandi poeti: un poco come dire “io sono un grande chef perché un piatto di pasta al sugo bene o male sono in grado di cucinarlo”…
L’autodeterminazione è data invece dall’incredibile facilità con cui qualsiasi persona oggi può pubblicare i propri aborti: riviste o case editrici a pagamento, ma soprattutto siti internet specializzati. Per ognuna di queste categorie esistono persone serie in grado di selezionare una qualità che prevarichi le linee di pensiero qualsiasi esse siano. Nella realtà il panorama odierno è giustamente preoccupante. Pochi sembrano in grado di lavorare per produrre qualcosa di letterariamente valido, perché attraverso queste soluzioni effimere molti ragazzi si sentono gratificati dal vedere alle stampe i loro maldestri tentativi, e quindi certo non spronati a progredire come la logica suggerirebbe.
È necessario torni sacro il fondamentale ruolo delle riviste e dei critici, e chi in grado di lavorare per la causa della poesia necessariamente deve smettere soltanto di prodursi nell’attaccare i propri “avversari” per questioni di bandiera o peggio ancora di partito preso. Ogni critico, ogni rivista si senta nell’obbligo di rendere i più forti e i più seri possibili il proprio operato e le proprie teorie.
Se l’evoluzione della migliore giovane poesia può oggi intraprendere differenti strade nella comune via che reputo ottima della descrizione del quotidiano, se ancora stili differenti possono essere sviluppati per produrre una migliore fedeltà alla sostanza del detto tramite veicoli certo non nuovi (come può essere ad esempio il buon uso che si sta facendo oggi dell’ironia), ecco che tutto questo assume molto, molto meno senso per i motivi sopra esposti.
Come è stato nel secolo scorso, ribadisco, ancora una volta le riviste debbono assumersi il dovere di bloccare sul nascere l’autodeterminazione imperante, creare figure forti che facciano da traino a tutto il movimento (e che oggi mancano), e devono assolutamente tenere netta e salda una linea, un pensiero non dettato dal caso o dall’opportunità, ma frutto di un attento lavoro che nessuno può credere d’improvvisare. Solo a questo punto quando ognuno di noi sarà realmente in grado di sostenere un’idea, solo in quel mentre potremo cominciare a farci determinate domande.

Intervento per il convegno "Dopo il Novecento. Prospettive della Poesia Contemporanea" Riv. Atelier – Firenze 5/6 Dicembre 2003.

Written by matteofantuzzi

3 dicembre 2008 at 09:59

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