UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for marzo 2013

Paolo Febbraro, La serietà della poesia, da Left 02.03.13

with 6 comments

Nostalgia di Pier Vincenzo Mengaldo: ecco il sentimento più forte che emerge dalla considerazione dell’attuale momento della poesia italiana. Da quando nel 1978 questo storico della lingua italiana e filologo poco più che quarantenne, già occupatosi di Boiardo e di Dante, licenziò per Mondadori la celebre antologia Poeti italiani del Novecento, nulla di simile si è più visto. Il volume superava le mille pagine, ne dedicava ben sessantacinque a un saggio introduttivo e il resto a una selezione delle poesie di cinquantuno autori, da Corrado Govoni a Franco Loi, ognuno preceduto da un saggio ad hoc, la cui lunghezza denotava già in sé preferenza. Le competenze affilate dello studioso e del critico stilistico erano affiancate, in Mengaldo, dalla capacità di leggere la poesia novecentesca nel contesto della Storia, senza avallare le ricostruzioni ideologiche e interessate delle avanguardie.

Quell’antologia stabiliva innanzitutto l’altezza alla quale condurre l’indagine, senza derogare in nulla alla cronaca, alla sua prossimità, all’impasto e intreccio di suggestioni e rapporti personali che costituisce l’attualità fagocitante in cui ognuno di noi vive. Così, anche il presente della nostra poesia andrebbe affrontato nel modo impegnativo che Mengaldo ha inaugurato. Una grande tradizione poetica, o meglio le diverse tradizioni che hanno innervato gli Ottocento anni della nostra letteratura, devono tornare a essere un viatico, ma anche una premessa necessaria, una possibilità ma anche un’ingiunzione di serietà e lavoro.

La prospettiva del presente, e la presa che ogni atto critico deve operare sull’attualità, non possono comportare un cedimento. La poesia ha una responsabilità enorme, perché rappresenta un’arte pur sempre inutile, non corteggiata dal mercato, eppure sottoposta ugualmente a una fortissima spinta massificatrice, a un livellamento verso il kitsch, verso la propria “riproducibilità tecnica”. L’aspetto grafico della poesia, così facilmente abbordabile con i suoi pronti “a capo”, la sillabazione e l’allusività, sembra avallare in anticipo l’imperizia artigianale con cui molti pensano di esprimersi. Ma il vero nemico non è tanto l’enorme quantità di volumetti stampati in proprio dai versificatori dilettanti, segno anche di una simpatia popolare per il genere poetico che non va aristocraticamente disprezzata, e che è spiegabile anche in termini antropologici. Il vero nemico è l’approssimazione con cui poeti anche affermati licenziano libri che incorrono proprio in quell’omologazione di cui sopra. Il rischio è proprio la perdita di altezza complessiva, l’abitudine alla poesia diffusa, la vittoria del cosiddetto “discorso poetico”, persino la sincerità di chi si confessa senza investire in un reale differenziale retorico, finzionale, inventivo, in una redditizia abilità compositiva e sintetica. In poche parole: a minacciare l’arte poetica non è tanto la sua pratica di massa, ma l’accettata corrività che da essa risale (si fa per dire) nella produzione di élite.

Uno degli indici più potenti per valutare la tenuta di un’opera poetica, allora, è quello della memorabilità. Proprio Mengaldo, nella premessa alla sezione antologica dedicata a Govoni (detto «simpaticissimo poeta»), riprendeva un celebre detto: «ciò non toglie che – salve le proporzioni – venga un po’ fatto di girare a lui ciò che di un altro poeta a tendenza fluviale, Éluard, pare abbia detto Mauriac: “Eccellente, ma chi ne ricorda un verso?”». Questa frase dovrebbe condizionare l’attività di chiunque volesse dirsi poeta. Consustanziale alla vera poesia, la memorabilità è insieme economia di mezzi, miracolo inconscio e intenzione, ritrovamento e cultura, sapienza oracolare e astuzia comunicativa. In poche parole, è arte, dura chiarezza, gioco sostanzioso, scansione esatta, rinuncia all’inessenziale.

Ma come si può parlare di memorabilità al tempo di internet? La rete mondiale non è solo la protesi della poesia che esisteva prima, ma un universo che ne fa qualcosa di differente. La facilità con cui si aggiorna un sito o se ne crea uno nuovo tende a cancellare per sovrapposizione. L’abbondanza crea quell’“effetto palinsesto” tipico delle età in cui la pergamena o la carta erano materiali preziosi: la sovraimpressione e il riuso. Oggi, buona parte della poesia inedita corre sul web, modificando non solo l’atto della lettura, ma alla lunga la poesia stessa. Eppure: non è questa un’ennesima crisi di trasformazione da prendere come stimolo a una maggiore selezione e incisività? Quando un poeta scrive è un ispirato, ma quando pubblica è un intellettuale. Dunque l’atto della pubblicazione è politico. Sapersi leggere, selezionare, addirittura centellinare in luoghi particolarmente adatti a sé; creare accordi simpatetici fra i propri versi e una temporalità discriminata e discreta: tutto ciò può contribuire a una buona politica della poesia.

Written by matteofantuzzi

8 marzo 2013 at 22:51