UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for maggio 2007

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Castel San Pietro Terme (Bologna) – 30 Giugno 2007 dalle ore 21.00
Giardino della Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, Via Matteotti 79

CIBO – FESTA DELLA POESIA
La Poesia (sola) nutre
.

con: Fabiano Alborghetti, Maurizio Brusa, Dome Bulfaro, Maria Grazia Calandrone, Gianfranco Fabbri, Matteo Fantuzzi, Isabella Leardini, Stefano Massari, Francesca Matteoni, Anila Resuli, Massimo Sannelli, Giacomo Trinci e la nuova scena bolognese e modenese (Massimiliano Aravecchia, Marco Bini, Salvatore Della Capa, Erika Frigieri, Guido Mattia Gallerani, Valerio Grutt, Samuele Lambertini, Sara Obici, Rossella Renzi, Sarah Tardino).

Conclusasi l’esperienza di “Degustare Locale” Castel San Pietro Terme ritorna a parlare di Poesia: nelle serate storicamente dedicate al teatro di strada si è voluto creare un contenitore per nutrire con la sola parola chiunque abbia voglia di avvicinarsi al dialogo che la Poesia è in grado di rendere possibile grazie agli autori che quotidianamente su questo mezzo lavorano. Questo nuovo festival vuole essere sopra ogni cosa una vera e propria “festa” che sia in grado di dare “pari opportunità” alle voci che si avvicenderanno, proponendo attenzione alle tematiche di impegno e sostenendo esperienze che lavorino fuori da logiche accentratrici, ma che cerchino in primis dialogo con i possibili fruitori di quella fragile cosa che è la Poesia.

In collaborazione con: Comune di Castel San Pietro Terme, Assessorato alla Cultura; Pro Loco di Castel San Pietro Terme; Associazione Culturale Pneuma, Divisione Bassa Padana; Osservatorio Nazionale del Miele; Fondazione Cassa di Risparmio di Imola; Veronesi Immobiliare; FaNeP, Ospedale Sant’Orsola, Bologna.

Per info: Ufficio Informazione ed Accoglienza Turistica, P.zza XX Settembre 14, Castel San Pietro Terme – iat@castelsanpietroterme.it; tel. e fax 051 6942090.

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Written by matteofantuzzi

26 maggio 2007 at 15:54

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Massimo Barbaro su Valerio Magrelli

I problemi che ogni tanto splinder si porta dietro si sprecano ad esempio è qualche settimana che cerco di capire come postare questo lavoro di Massimo Barbaro dedicato a Valerio Magrelli. In effetti in rete c’è già e allora passo a una pratica molto più semplice, a cui forse dovremmo mirare coi blog. Vi consiglio di leggere il lavoro di Massimo direttamente nel suo blog, cioè qui. State bene.

Written by matteofantuzzi

20 maggio 2007 at 19:12

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Gianni D’Elia: «Aiutiamo la politica con il fiore “inutile” della poesia» di Flavio Santi.

Gianni D’Elia incarna quel sogno umanistico, sempre più raro, del poeta che è anche, innanzitutto, una persona appassionata e leale. Lo raggiungo al telefono una dolce sera di metà agosto. Quella che segue è la riduzione, per ovvie ragioni redazionali, di una lunga chiacchierata che ci ha portati a varcare le soglie della mezzanotte.
Il mondo sembra non avere bisogno della poesia. La recente guerra in Libano lo conferma tragicamente…

Il mondo sembra aver bisogno di prosa in senso hegeliano, cioè dei realia, gli interessi, l’economia, il petrolio. Il giorno dell’inizio dei bombardamenti ho tradotto un frammento delle Georgiche di Virgilio, I 500-14, cercando di attualizzarlo, di attraversarlo, di farlo risuonare in una drammatica compresenza di tempi. Questo può fare un poeta in simili circostanze: non dimenticare. “Vorrete impedire almeno ai giovani / di soccorrere il secolo sconvolto, / voi che pensate solo ai trionfi vostri, / ovunque rovesciando sacro ed empio? / Perché per voi è sacro il sacrilegio / della guerra, e sacrilega la pace, / quante sono le guerre per il mondo, / quante sono le facce svergognate! / Così, slanciati al mondo i carri armati / si danno al nuovo spazio in un crescendo / coi carristi rapiti dai motori, / e non ascolta nessun freno il vento…”
A proposito di capacità d’intervento, per il trentennale della morte di Pasolini lei è stato tra i pochi a fare qualcosa di realmente efficace, pubblicando due libri sul poeta, L’eresia di Pasolini, sulla sua poetica, e Il petrolio delle stragi, ricostruzione documentata e persuasiva della sua morte…

Pasolini è la sineddoche, parlando di Pasolini parlo della storia mancata della sinistra, quel “possibile” della sinistra non realizzato. Fra le tante cose su cui Pasolini ci fa riflettere ce n’è una particolarmente attuale: la differenza tra sviluppo e progresso, che riprendeva dal Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Leopardi. Il progresso è quella condizione di passato-presente, anche in senso proustiano, che fa crescere una nazione. Ebbene noi siamo molto indietro: c’è sviluppo senza progresso. Io ho cercato di scrostare Pasolini un po’ dal mitema che l’ha incrostato e di far vedere che Petrolio è una lucidissima critica dell’economia politica, che così va letto e che per questo Pasolini è stato ucciso. Dietro le stragi c’è l’economia. Adesso i tempi sono maturi per chiedere a viva voce di togliere il segreto di Stato.
Mi pare che lei è tra i pochi ad avere conciliato l’apparentemente inconciliabile (o comunque difficilmente conciliabile): Fortini con Pasolini…

Questo me lo disse già il compianto Bernard Simeone nel ’95: in Francia Fortini e Pasolini sono visti convergenti, solo qua da noi appaiono così inconciliabili. Si tratta di una contraddizione vitale: Fortini è il Padre, incarna il senso del dovere, Pasolini è il Figlio, l’attitudine filiale e ribelle. Nelle Ceneri di Gramsci Pasolini parla di “mio paterno stato traditore”, dove traditore fa rima con calore… C’è bisogno di entrambi, virgilianamente il puer e l’adulto.
Ha vissuto in prima persona gli anni ’70, un periodo che non sembra ancora essere stato compreso e risolto in pieno e che continua a suscitare spaccature. Come giudica quegli anni?

Ero in Lotta Continua dal ’72. A Pesaro abbiamo fondato Radio Pesaro Centrale con un centinaio di persone: eravamo in contatto con Radio Alice ma la nostra era un’esperienza diciamo meno majakovskiana. Oggi bisogna avere il coraggio di dire che aveva ragione Pasolini, non sono d’accordo con Franco Berardi Bifo quando sul vostro giornale scrive “Avevamo ragione entrambi”. E no, noi avevamo torto! Eravamo chiusi in una sottocultura, in una specie di rigatteria del tardo, che non badava al sodo ma al pop. Il ’77 è teoricamente debole, non bastavano la Beat Generation e Majakovskij. Adesso che ci avviciniamo al trentennale ci vuole il coraggio dell’autocoscienza, abbiamo bisogno di capire. E Pasolini e Fortini ci saranno di grande aiuto.
Lei è tra i pochi disposti a “sporcarsi” pasolinianamente, a confrontarsi con il pubblico: un esempio è la sua collaborazione con il cantautore Claudio Lolli. Ce ne parli (e così ci dice anche la sua opinione sull’annosa questione canzone vs poesia)? 

La collaborazione risale al periodo della Pantera, fu Alberto Bertoni a invitarci a una serata a Modena. Da allora abbiamo fatto parecchi concerti, abbiamo realizzato un cd per l’Unità, “La via del mare”. La separazione tra musica e poesia era considerata funesta da Leopardi, e non dimentichiamo che inizialmente i Canti leopardiani erano intitolati Canzoni! A fare la differenza è la qualità dei testi. Claudio è un vero poeta, sa unire il popolare al colto, con giri sintattici e citazioni leopardiane, con grande sapienza metrica, l’uso ad esempio del settenario. Questa problematica mi interessa molto: il mio nuovo libro, in uscita a gennaio, si intitola Trovatori e sviluppa proprio l’idea di una poesia vicina all’orecchio. Dal poema narrativo sono passato a quello dialogico: è una sorta di convivio con persone che parlano, c’è molta storia d’Italia, si parla dei “partecipanti” a quel sogno comune di civiltà che non vogliamo finito. La poesia trobadorica è molto importante, andrebbe rivisitata e ripensata. La vera sfida è unire canto e racconto.

Lei è la dimostrazione che per fare poesia bisogna confrontarsi con la prosa (penso alla trilogia Gli anni giovani). Ci parla di questa esperienza?

Per me la poesia è il sentire prima del linguaggio, che poi ti porta al linguaggio: una scarica, il “melos”. L’intonazione è fondamentale, e poi il legame con lo spunto, sabianamente. La prosa è l’eversione; come scrisse Luzi: “la prosa per un poeta è la fiducia in un dono di violenza”. Dal ’94 ho iniziato a tenere una specie di libro segreto, uno “zibaldino” se vuole, L’ozio della Riviera, un faldone di oltre mille pagine, una perlustrazione delle mie ossessioni più indicibili, legate soprattutto all’eros e alla morte. È un libro che non ho intenzione di pubblicare, è volutamente impubblicabile, un’opera aperta, così mi sento libero, è un grido contro ogni possibile editing, una vera e propria purga secondo me. Il narratore vi riflette spesso, concludendo che i romanzi che escono oggi non possono che essere degli aborti, un insieme di tagli perpetrati dall’industria editoriale. Un “romanzo di poesia”, sulla strada aperta da Petrolio. Un lavoro postumo, lento e molto segreto.
D’Elia, lei è un poeta che si guarda intorno, si interroga su quello che ci accade. Come giudica il nostro Paese? 

C’è grande indignazione: […] Il trasformismo è il vizio dell’Italia: gente dal passato sospetto con nuove verginità, uomini di sinistra che passano a destra, uomini di destra che vanno a sinistra, solo per le proprie convenienze… da ragazzo avevo un sogno rivoluzionario, ma non bastava, adesso ho capito che per fare la rivoluzione ci vogliono la cultura e la poesia – nel ’77 non lo capimmo. Ho un grande amore per questo paese: l’Italia è bellissima, ha dei paesaggi da Paradiso terrestre, pensa a quella che io chiamo la “dorsale umanistica”, l’Appennino toscoemiliano, il versante adriatico. Adesso a questo Ulivo serve la Ginestra: al fiore “utile” della politica serve quello “inutile” della poesia, dell’arte. Solo così potremo rinascere.  

Liberazione, 7 settembre 2006

Written by matteofantuzzi

13 maggio 2007 at 17:20

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Su Fabio Franzin di Edoardo Zuccato.


In estrema sintesi, si potrebbe dire che nella tradizione letteraria veneta esistono due filoni principali, rappresentati dai due autori più originali e influenti di quella regione: Bembo e Goldoni. Al primo corrisponde un’idea di letteratura aristocratica e raffinata, chiusa nel gioco intellettuale di una lingua programmaticamente separata dal mondo circostante, al secondo una letteratura aperta al vissuto, sensibile alle realtà sociale, attenta al parlato. Da un lato una scrittura di testa, dall’altro una scrittura di bocca e di cuore. È cosa nota e indicativa che l’esempio di Bembo sia stato molto più seguito di quello Goldoni nella storia letteraria italiana, ben oltre il Settecento se intendiamo Bembo come semplice emblema del modo di concepire la poesia sopra enunciato. La figura più influente del Novecento veneto, cioè Andrea Zanzotto, è infatti portatore di una concezione intellettualistica della poesia, tanto raffinata quanto remota dal parlato e rivolta ad un circolo di adepti. Il fascino dello sperimentalismo e il modello di Zanzotto sono stati così forti da farsi sentire anche nella poesia in dialetto (ad esempio in autori come Calzavara e Cecchinel), cioè in un campo per sua natura refrattario all’intellettualismo e alla separazione dal vissuto comune.
Pur con la riservatezza che la lirica, come genere letterario, porta sempre con sé, si può collocare la poesia di Fabio Franzin nel filone “goldoniano”, minoritario nel Novecento veneto, piuttosto che in quello “bembesco”. Un buon esempio per illustrare il carattere della poesia di Franzin è offerto da Presèpio. Diaèto (Presepio. Dialetto), che già nel titolo è una dichiarazione di poetica. Il testo, come il titolo, è giocato su due piani che vengono continuamente accostati, pur in presenza di un punto fermo che ne sancisce la distanza. La lirica è infatti una lunga similitudine fra due passioni, quella del poeta per il dialetto e quella di sua madre per il presepe. È significativo che il dialetto e la sua poesia vengano paragonati al presepe, espressione di un’arte minore e antica, benché ormai assorbita dall’economia globalizzata (le statuette made in China “de l’Ipercòp”). Il poeta, dunque, si presenta come artigiano piuttosto che come artista, qui come in altri testi, ad esempio Destìn ambueànte, in cui il paragone è con il lavoro di venditore ambulante del padre. Ma l’autore è consapevole dell’elemento patetico e quasi ridicolo che, rispetto ai valori dominanti del mondo contemporaneo, sembra insito nella cura tanto del presepe che del dialetto: “Vàrdene, Mare: sen qua, mì e tì, tì co’e tó / statuéte, el mus.cio, mì co’e mé pòre paròe, / el diaèto; vàrdene: sen qua a provàr a tègner / fermo un mondo che scanpa via senpre pì / de prèssa, infagotàndoeo de sintimenti, / popoeàndoeo de erba e pastori, de storie / che ’e sa da fen, da mufa” (“Guardaci, mamma: siamo qui, io e te, tu con le tue / statuine, il muschio, io con le mie povere parole, / con il dialetto; guardaci: cerchiamo, strenuamente, di trattenere / a noi un mondo che si allontana a una velocità / impressionante, avvolgendolo di valori, di sentimenti, / popolandolo di erba e pastori, di storie / che odorano di fieno, di muffa”). Eppure la decisione di non cedere è ferma su entrambi i fronti: “Mare: ’ndarò in zherca / del tó mus.cio anca l’àno prossimo, te ’o prométe // continuarò a ’ndar in zherca de paròe / vèce, òni dì, pa’a mé poesia, ’l presèpio / e pa’ i nevodhéti che mé rivarà, anca a mì…” (“mamma: andrò a raccogliere / il tuo muschio anche il prossimo anno, te lo prometto // continuerò a raccogliere parole / vecchie, ogni giorno, per la mia poesia, per il presepe / e per i nipotini che arriveranno anche a me…”). Il pensiero è per i non nati, i discendenti a cui si vuole trasmettere l’oggetto di questa pietas, cioè presepe, dialetto e poesia.
Questo discorso, già in sé abbastanza complesso, si complica ulteriormente leggendo gli altri testi della sezione a cui appartiene Presèpio. Diaèto, cioè Dai paesi al presepio. Qui il tema del presepio viene applicato ad altri oggetti e situazioni, generando una moltiplicazione dei piani metaforici in cui storia personale, familiare e collettiva si intrecciano senza soluzione di continuità. Presepi sono per il poeta i vecchi paesi fatti di case scrostate che lui ama, quei borghi un tempo luoghi di miseria e oggi divenuti quasi estranei a causa dello sviluppo abnorme e disordinato degli ultimi decenni, paesi in cui si sentono poche voci oltre il ringhiare dei cani “grossi come orsi” dietro le cancellate chiuse delle villette, paesi insomma “senza pì vose e senza / siénzi, senza pase e senza poesia” (“senza più voce e senza / silenzi, senza pace e senza poesia” ― Paesi nostri e Me piase i paesi che i é riussìdhi).
Il confronto fra passato e presente riappare anche nei testi successivi, in cui l’autore, spostando l’attenzione sul vissuto personale, ricorda la preparazione del presepio nella sua infanzia. Allora pareva possibile fare miracoli, come recita un titolo tristemente ironico (Far miràcoi). Ad un bambino tutto sembrava facile: riparare una statuina zoppa mettendoci sotto dei sassi non era più difficile che regalare il braccio rotto di un bambolotto a un mutilato di guerra nella certezza che si sarebbe attaccato e sarebbe ricresciuto, o anche “’iutarlo parfìn a star in pie / ’sto mondo, ’justarlo ’ndo / che ’l se spachea; far miràcoi” (“aiutarlo perfino a sostenersi, / il mondo, aggiustarlo, / se si rompeva; compiere miracoli.”) L’ultima e inattesa svolta di questa girandola è Mus.cio. Fògo, in cui il presepe, da oleografico che potrebbe sembrare, si ribalta in una realtà drammatica e inquietante. Il poeta ricorda infatti che, molti anni prima, sua madre rimase gravemente ustionata per un incidente proprio mentre preparava il presepe, per il quale lui aveva raccolto il muschio. Nella sua memoria il muschio, che rimase lì a seccare per mesi, resta quindi associato all’atroce immagine della madre in fiamme che corre per casa come una sorta di “casèra”, un falò rituale della notte dell’Epifania, e all’immagine del presepe “mèdho fat su, e desmentegà, par mesi / sora ’a cardenzha; ’na assenza / che ’ncora ’a dura, che da ’lora / me ’à fat deventàr chea statuéta / (che ’a par squasi un soevatór de pesi), / quea co’ i brazhi alti, ’l pal, ’e sece // colme de ‘na aqua de plastica, ferma, dura” (“appena abbozzato, e dimenticato, per mesi / sopra la credenza; un’assenza / che ancora perdura, che, da allora, / mi ha fatto prendere le sembianze di quella statuina, / (quella che pare quasi un sollevatore di pesi), / con le braccia alte a sostenere il bastone, gli orci ai lati // colmi di un’acqua immobile, di plastica, dura.”) Se riproiettiamo tutto questo sul dialetto, la poesia, i paesi come scenario della vita collettiva, senza dimenticare il muschio del titolo del libro, credo ce ne sia d’avanzo per cogliere l’inquietante complessità di questa scrittura, che di primo acchito sembra così piana e poco problematica.
A questo riguardo è il caso di far rilevare l’ampiezza dello spettro della scrittura di Franzin, che si intuisce anche solo osservando con attenzione il susseguirsi delle sezioni di cui si compone il libro. Il movimento generale, infatti, è un allargamento progressivo della prospettiva, da fatti personali ad eventi collettivi, dalla poesia lirica amorosa a quella narrativa, dall’autoanalisi alle storie familiari e ai ritratti di personaggi. È curioso che proprio in dialetto si trovi questa varietà in un singolo autore con più frequenza di quanto non accada in italiano, in cui i poeti tendono quasi senza eccezione a “specializzarsi” in un genere, un modo, uno stile solo. Si vede che l’italiano non è ancora diventato del tutto una lingua viva, o non abbastanza, in ogni caso, per muoversi con più agilità sulla pagina.
Seguendo il progredire del libro, si diceva che la sezione di apertura è dedicata all’esperienza amorosa, vissuta sotto il segno dell’assenza secondo in canoni più consolidati della tradizione, dai provenzali a Petrarca ai simbolisti. La poesia è qui elaborazione del trauma di una perdita, che le parole, da quella perdita generate, cercano di colmare: “El to siénzhio / el fiorisse tee mé paròe” (“Il tuo silenzio / fiorisce nelle mie parole”, “El poema dee fòjie”). Il desiderio di annullare la distanza per recuperare un equilibrio perduto, che sfocia in un senso di nostalgia, riappare anche nelle sezioni successive del libro, in cui è applicato non più ad una donna, ma ai luoghi e al dialetto, entrambi trasformati e sfigurati dallo sviluppo economico degli ultimi decenni (non dimentichiamoci che siamo nel Nord-Est).
Che l’atteggiamento di fondo del poeta sia il medesimo in tutte le sezioni è dimostrato dall’analogia fra esseri umani e case che appare esplicitamente in testi come “L’é ’na caséta dae mé bande”, “A volte”, Rovinàzhi e soprattutto “Co ’na nùvoea ’a se para”: “Parché anca noàntri sen case, / ’bitàdhe da pensieri, amór, / maree de umór, ’bitùdhini, / e anca ’e case e ’à un cuòr, / e tii só cantóni, te chel fià / de mufa, o de ombrìa scumìnzhia / a crésser ’a crose de un doeór” (“Perché anche noi siamo case, / abitate da pensieri, amore, / maree di umore, abitudini, / e anche le case hanno un cuore, / e nei loro angoli, in quel po’ di muffa, o di ombra incomincia / ad affiorare la croce di un dolore.”) In questi testi, e in quelli dedicati al paesaggio, emerge la vena di poeta civile di Franzin, anche se il suo temperamento è elegiaco e sentimentale più che satirico (si veda ad esempio “Strisse de caivo”). Il senso del paesaggio è vivo in Franzin anche indipendentemente da considerazioni politiche: esiste per lui un “conforto del paseàjo”, un valore morale ed estetico del guardare fuori di sé con attenzione, lasciandosi catturare dalle cose per tornare poi a sé arricchiti da quanto il mondo ci ha donato: “mì, pièn de afèto, quasi / me tire in banda, co’ te ’scolte / discórer co ’na rama, co’ un ciuff / de erba, ’na fòjia, te ’asse ’ndar / pa’ un fià drento ’l secrèto ’vèrt / dee ròbe e po’ te ciame, / sotvose / parché te entre tea bròsa del prà / che colte soto ’e coste” (“io, pieno d’affetto, quasi mi tiro in disparte, quando ti ascolto / discorrere con un ramo, con un ciuffo / d’erba, una foglia quando ti lascio volare / per un po’ dentro il segreto aperto / delle cose e poi ti richiamo, sottovoce / affinché rientri nella brina del prato / che coltivo sotto il costato.” “El conforto del paseàjo”). Tuttavia, neppure il paesaggio può consolare il senso di perdita; anzi, il dissesto interiore fa sembrare il mondo esterno “sol deserto / al me vardàr” (“solo deserto / al mio sguardo”). L’ultimo testo di questa sezione prelude a quella successiva, introducendo la figura del padre rispetto al cui mondo il poeta avverte una frattura incolmabile per la differenza delle condizioni economiche; eppure si sente solidale, si sente vecchio anche lui perché affezionato a quel mondo per il tramite del dialetto. L’augurio è quindi quello di fuggire insieme “pì lontàn del doman / che né core drio, / via, via, scavàzhacanpi, / te l’erba alta, fin che ’l sol / el se indorménza, / fin che ’e paròe ’e sta svejie” (“più in là del domani / che ci è ormai alle calcagna, via, via, traverso i campi, / nell’erba alta, fino a quando il sole / si addormenta, / fino a quando la parole rimarranno sveglie.”)
In Storie e quaréti (de pianura), cioè Storie e ritratti (di pianura), il poeta accantona in parte l’io lirico e racconta di altre persone. Pur in presenza di bei testi lirici (come ad esempio El luzh. I braghi e Áe), il dettato diventa più disteso e l’andamento si fa narrativo. Come accade di frequente nella poesia dialettale, sono storie di gente di paese, fatte di solitudine, di emigrazione, di guerra e di reduci, la cui eco attraversa varie generazioni. Un ottimo esempio ne è “Me pòro nòno Carlo”, che descrive la fuga del nonno dell’autore dagli austriaci durante la Prima Guerra mondiale, poi quella del padre dai tedeschi durante la Seconda, per finire con il poeta, che si sente “niancóra bon, / dal poc lontàn che ’a porta / sta pòca vòja, a scanpàrghe / e tornàrmene casa, da mì” (“non ancora capace / (anche se non mi sembra di essermi perso poi così lontano) / a fuggire da questa mia zona scura / e tornarmi a casa, rientrare in me.”)
Nella lingua sono inscritte anche le vicende di emigrazione, come Franzin racconta in Letera da l’Ontario, risposta a una lettera “sgrammaticata” inviata da uno zio lontano. Quegli errori non sono errori, sono solo i segni della lingua che realmente quelle persone parlavano, cioè il veneto, in cui si rispecchia anche l’autore, “emigrato interno” di una nazione che ai dialetti non ha mai voluto riconoscere uno statuto. Ecco il motivo, in chiusura di volume, delle “àneme ambueànti” (“anime ambulanti”) in cui il poeta ritrova i suoi antenati, a partire dal padre e dalla madre, nei cui mestieri rinviene metaforicamente il suo modo di fare poesia, sia esso il lavoro del padre, per un periodo venditore ambulante, una “tradizhión” (“tradizione”) che il poeta vuole portare avanti, o le pulizie della madre, nel cui dialetto “puisìe” (poesie) e “puissìe” (pulizie) sono omofoni (“Còssa gh’in ciaparèto po’ a far puisìe?”, “Cosa ci guadagnerai, poi, a scrivere poesie?”). Far poesia “te ’sta nostra lengua da zhiigòti”, “in questa nostra lingua da passeri”, sembra quasi simile al lavoro in cui lei ha passato gran parte del suo tempo, a metter in ordine le case dei “siori” a Milano quarant’anni prima, oppure in casa propria o raccogliendo erbe nei prati; e chissà che una volta non le venga l’idea si sedersi su uno spigolo di una sedia a riposarsi, come per il poeta la poesia è un angolo di tempo per il riposo “squasi, dopo ’a fadiga / dea fabbrica, pa’a ciopa de pan” (“quasi, dopo la fatica / della fabbrica, per la michetta”). Oppure vale il paragone con i “contastorie” della poesia omonima, poeti girovaghi armati solo della “só ciàcoea” (“loro chiacchiera”), i quali, con un’espressione molto forte, sono “Forestièri dea storia” (“Stranieri della storia”), riassumendo nel proprio destino quello dei personaggi umili che popolano queste pagine, cioè di tutti quelli che la storia non la fanno ma la subiscono.

Written by matteofantuzzi

5 maggio 2007 at 15:11

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