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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Livia Candiani, Bevendo il te’ con i morti, Viennepierre Edizioni 2007.

Questo libro, uscito nel 2007, è un’opera poetica davvero preziosa, da non dimenticare, nella quale i versi sembrano scritti in un silenzio che è dono, sigillo di una voce solitaria e segreta, testimonianza di accoglienza e di ascolto. Qui la quotidianità dell’esistenza è tutt’uno con l’originalità di un dettato poetico che nasce da un atteggiamento interiore, da una sensibilità non comune nell’ascoltare l’inudibile e nel vedere l’invisibile, salvaguardandoli sempre nella loro essenza, nella loro alterità, che non è sogno o lontananza, ma prossimità e verità nascosta. Ecco dunque i morti accanto a noi, presenze delicate e discrete, che parlano una lingua che assomiglia al silenzio e custodisce la propria necessità. Ciò che colpisce in questi versi è il rispetto nei confronti dell’Altro che è qui, un albero, un uccello, un bambino, un morto, tutti portatori di un mistero da accogliere, una pena da condividere o un sogno da comprendere. Ed è proprio questa dimensione "altra" che diviene sempre rivelatrice di noi stessi, abbatte i nostri schemi mentali e ci apre ad una conoscenza ulteriore. Bevendo il tè con i morti nasce dal duplice atteggiamento di accogliere i morti ed essere accolti da loro. Da questa reciprocità hanno origine le poesie di Livia Candiani in uno scenario semplice e quotidiano, in cui i morti siedono sui fili della luce, oppure bussano alla finestra o vanno in cerca di fiori su campi ghiacciati.. Sono morti segnati dalla vita, ma diversi rispetto al passato, perché non più a loro "si addice la tristezza / ma al bugiardo / perdurare dei vivi". Sono morti "che senza indirizzo / ora passeggiano in cerca / dell’incompiuta musica umana", che passano "forti come nuvole" o che sanno essere gentili e parlare in solitudine, che conoscono la leggerezza e sono bianchi: il bianco dei morti è la loro parola silenziosa, la loro leggera terra, la loro casa senza casa, il loro respiro, ma è anche la stessa poesia che ci entra nel petto e ci dona la visione e la consapevolezza. Nelle poesie dedicate alla madre "eretica", l’attenzione è rivolta soprattutto al volo misterioso del trapasso e a ciò che resta e cambia per "cosiddetti vivi". La madre che è stata diventa madre "spina", "ghiacciolo", "fiamma", "sale", "goccia di sangue", "lenzuolo di neve", "urlo notturno di uccello ferito", "pane spezzato al buio", "aria spalancata" "fenditura della sera", "peso senza peso inumano", "menta" perché ora è anche altro e qualcosa di grande è successo. La morte trasforma non solo coloro che muoiono, ma anche coloro che provvisoriamente restano, e la pace della luce si rivela un cammino di conoscenza e di ascolto, nella consapevolezza che "sarà più facile morire adesso / attimo per attimo / fino alla luminosa soglia / che semina giardini / di casa intatta".

Mauro Germani, La Mosca di Milano, n. 18 – maggio 2008, pp.132-133

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Written by matteofantuzzi

5 dicembre 2009 at 13:59

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