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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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La generazione che ci seppellirà.

Il senso di quello che potete leggere anche qui http://www.absolutepoetry.org/Contro-i-ciofani-poeti viene da una serata a Castel San Pietro Terme dove assieme a Luigi Nacci e a Christian Sinicco si ragionava di ricambio generazionale. Ecco il ricambio, e la generazione. Non siamo ancora usciti da tutte le questioni inerenti i cosiddetti Settanta, non siamo ancora nemmeno seriamente riusciti a ricucire quegli strappi che negli anni Ottanta o Novanta hanno ricacciato nel limbo intere generazioni di poeti e critici che oggi faticosamente cercano di ragionare sfruttando luoghi e spazi fino a poco tempo fa anche solo inimmaginabili, senza internet, senza i blog, senza facebook. Insomma senza le consuetudini che oggi permettono molto, ma certamente non tutto.
Il senso di tutto questo è ribadire che chi fa parte di questa buttata di “aria fresca” è vecchio e stanco e sarebbe ora che venisse rimpiazzato, sarebbe ora che potesse tornare a mangiarsi il semolino nella propria cucina, con la copertina sotto i piedi e i gatti sulle ginocchia: abdicare, lasciare spazio, farsi da parte. Sì ma per chi ? E’ questo probabilmente il problema, ogni colpo porta con sé inevitabilmente un contraccolpo ma dopo anni feroci sembra essere tornata la dinamica del “compitino”, quel postare le poesie una per una fino ad affogarsi nei “che bello”, “mi piace” che le nuove piattaforme certamente dispensano senza parsimonia e che giustificano la ricerca ossessiva del libro, dell’opera cartacea con grande gioia per le pessime case editrici a pagamento e senza nessuno scrupolo che in un lungo e in largo nel nostro paese stanno facendo danni stimolando un modo onanistico di intendere la letteratura. Quello che mi chiedo e capisco da quello che scrive Nacci, da quello che dicono Sinicco o Isabella Leardini, per dirne un’altra poeticamente lontana dai primi due è di non essere solo in questa analisi, nell’idea che alla fine non contino le amicizie o le pacche sulle spalle, non conti nemmeno la singola poesiola scritta col lapis, frutto di una concezione tardo Ottocentesca, di una macchietta alla quale troppe volte ci siamo dovuti abituare proprio perché è mancato il dialogo. E il dialogo passa dalle parole, dalle aperture e non dalle chiusure nelle quali se fai parte di un circolo di eletti conti e se al contrario non ne fai parte conti meno di zero: queste dinamiche fanno parte dei reality show dove un giorno fai il commesso al supermercato (con tutto il rispetto), il giorno dopo sei su tutti i giornali e il terzo giorno torni a fare il commesso del supermercato, per quanto magari tu abbia delle capacità che vengono comunque consumate in una logica di marketing estremo che prende anche i prodotti di nicchia ma che nel caso della poesia italiana contemporanea produce esclusivamente uno sterile solipsismo.
Cari giovani che magari vi state chiedendo perché cacchio avete preso lettere all’università o che amate leggere, o scrivere, o raccontare la poesia: fate. Insisto fate perché nessuno vi regalerà nulla, e se volete fare ricordate che farete fatica, vi scontrerete con un mondo letterario dove tutti vorranno spararvi alla schiena al minimo successo salvo poi fare i vostri amiconi nel caso di un tornaconto, avrete a che fare con problemi economici, famigliari, forse anche di salute, viaggerete costantemente, farete notti in bianco per una cosa che se vi va di culo leggeranno mille persone. Oppure fate anche meglio, fate qualcosa che vi ha preceduto non è riuscito a fare, innovate: nella comunicazione, nel linguaggio, nel verso, nel modo, nella captazione. Usate strumenti che vi ha preceduto non è in grado di utilizzare. Ma fate qualcosa, vi prego. Perché di continuare a leggere poco e male di voi mi sono (ci siamo) sinceramente rotto il cazzo. Tirate fuori le palle. State bene.

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Written by matteofantuzzi

16 settembre 2010 at 14:38

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Pelagos su Internet
Dialogo tra Alessandro Moscè e Umberto Piersanti

Moscè: Ho l’impressione che la poesia da salvaguardare sia sempre di più quella che coglie il reale nella sua concretezza, che dia risposte o che offra interrogazioni sui temi assoluti dell’esistenza umana. Non per esprimere un giudizio di valore e una presa di posizione inflessibili, ma per ritornare a quella “poesia onesta”, per dirla con Saba, che esprima un’“ansia di senso”. Eppure oggi i contrasti ideologici, le dispute e le frizioni, le scuole di pensiero abbondano e continuano a creare più dissipazione che altro.

Piersanti: Viviamo una fase dove ci siamo liberati delle ossessioni del passato, della dittatura delle avanguardie. La poesia, oggi, ha due indirizzi di ricerca, due possibilità. Nonostante questo trionfano in modo quasi assoluto due soli indirizzi di ricerca. Da un lato uno sperimentalismo totalizzante, dall’altro una poesia prosaica e quotidiana, anti-lirica, di derivazione lombarda. Viene accolta anche una terza linea che sviluppa una tendenza mitopoietica (Conte, De Angelis, Mussapi). Chiariamo subito che viviamo in un’epoca in cui nessuno ha il bastone del comando in mano, anche se è rimasta viva una certa polemica contro la dimensione lirica, che pure ha avuto una grande tradizione. Non si tratta di avallare la ripetizione pedissequa di una scrittura ottocentesca, ma i sentimenti, le emozioni e le vicende sono elementi da difendere, nella poesia, anche contro il rischio di un esasperato lirismo o liricismo. Certo, la nozione di canto non può avere regole fisse, ma un tremore d’aria rimane un tremore d’aria, e può essere cantato con un ritmo franto. Aveva ragione Giorgio Caproni: la poesia non è musicale, è musica. Rimangono ancora alcuni pregiudizi di fondo, alcune parole che la critica italiana ha messo al bando e che voglio sfatare: idillio, nostalgia, elegia, che sono vere e proprie categorie, archetipi dello scrivere. Facciamo un esempio: l’elegia può significare il ritorno in un luogo dove si è stati bene nell’infanzia. Se torno da solo e quel luogo l’ho attraversato al fianco di una persona amata durante l’infanzia, la nostalgia e la tenerezza prendono il sopravvento. Non perché l’infanzia di ieri sia migliore di quella di oggi, ma perché quella che ricordo è stata la mia infanzia.

Moscè: “Pelagos” si è imposto all’attenzione di un certo pubblico come rivista cartacea. Ora si trasforma in una rivista online. Ci sono dei punti fermi, dei presupposti che hanno contraddistinto per anni questo periodico. E sono convinzioni che ritornano, considerate imprescindibili anche adesso. Spieghiamo in quale poesia si crede, pur senza chiudersi a riccio.

Piersanti: Una poesia con più strade e non solo circoscritta nel sociale. Impegno e rivoluzione linguistica spesso si sono sposate, e di questi tempi tutto è ridotto a consumo, lo scambio ha soppiantato l’uso. Lukács riconobbe ben poco a Hörldelin rispetto ai romanzieri, ritenendo la poesia eccessivamente individualista e decadente. Secondo Lukács il soggetto in grado di afferrare e penetrare quella totalità che costituisce il reale, era la classe sociale. L’arte doveva spiegare il tipico, i personaggi devono essere ben determinati e non solo rappresentare un determinato ceto e una determinata classe, ma anche in un qualche modo incarnare e prefigurare i mutamenti della storia. Julien Sorel, ad esempio, non è solo il rappresentante di una piccola borghesia che il mondo napoleonico aveva portato alla ribalta, ma incarna gli aspetti di un borghese futuro e diverso che solo gli anni seguenti avrebbero pienamente rivelato. Il tutto senza perdere le caratteristiche specifiche di un personaggio concreto e determinato che non viene mai ridotto ad una mera esemplarità sociale. Il marxismo non amava la poesia perché la poesia è al di sopra della storia, attraversa la storia con gli archetipi, appunto. Se Saffo vedeva l’amica andare a nozze tremava e balbettava: se qualcuno oggi vedesse la sua fidanzata amoreggiare con un altro, proverebbe più o meno le stesse sensazioni della poetessa greca. L’amore, la paura della morte, la perdita della giovinezza hanno una consistenza antropologica, non storica. Stiamo parlando di un’individualità universale. Quello di Paolo e Francesca è un dramma che potrebbe essere vissuto anche ai nostri giorni.

Moscè: Ti offro uno spunto di riflessione dal quale vorrei una disamina da sociologo della letteratura. La poesia non è un prodotto di mercato, sembrerebbe di poter dire neppure provocatoriamente. Qualcuno considera questa marginalità come un punto di forza. Non sono d’accordo. Comprendere e valutare la poesia, appassionarsi ad essa vuol dire anche, soprattutto leggerla. C’è da recuperare un potenziale pubblico della poesia, diventato una razza in estinzione. Emily Dickinson scrisse che “non esiste un vascello veloce come un libro di poesia per portarci in terre lontane”. Come crederci ancora, nel 2010?

Piersanti: Il dramma editoriale della poesia è che oggi due milioni e mezzo di persone hanno pubblicato testi almeno in un foglio parrocchiale, ma la lettura è pressoché inconsistente. Se va bene un libro di poesia vende 1.500 copie, non di più. Non sono per le masse populiste, ma penso che un pubblico da archeologia assira sia un male. Come penso che le poesie contro Berlusconi siano più un manifesto di propaganda che altro. E lo dice uno tutt’altro che berlusconiano. C’è senz’altro l’esigenza di allargare il pubblico. Credere in una poesia legata alla vita, alla forma senza cedere ai formalismi, essere attenti ad un presente che non sia cronaca, magari anche alla poesia civile intesa però in senso alto. Ossi di seppia di Eugenio Montale aveva un unico personaggio, Esterina, ed era per lo più un libro di eucalipti, agavi e formiche rosse. Eppure si sentono moltissimo gli anni Venti. Sosteneva Michael Hamburger che una poesia può parlare anche delle striature di un tulipano, ma se è vera poesia parlerà del mondo. […]

Da Pelagos, nella nuova versione on-line.

Written by matteofantuzzi

9 settembre 2010 at 15:26

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