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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for ottobre 2006

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Nel marzo del 2005 si è svolto a Firenze un convegno fra i rappresentanti delle maggiori riviste di poesia attive in Italia. Ognuno di essi ha letto la propria relazione, risul­tando via via penetrante, onesto, bene informato, velleita­rio, fazioso o ecumenico. Fra interventi rilevanti, dignitosi o francamente folkloristici, si è presto materializzato il fantasma della "grande editoria", ovvero di quel Moloch che mostra di ignorare completamente 1’attività di propo­sta, approfondimento e selezione propria delle riviste. Mai come in questo momento, si è detto, fra editoria di grandi capitali e militanza critico-poetica c’è stato un solco così profondo di reciproca diffidenza: i grandi editori non "pe­scano" nelle riviste, e queste ultime non hanno la forza di imporre alcunché. Si è allora diffuso un comprensibile de­siderio di revanche: coordinare gli sforzi, trovare un mi­nimo comune denominatore, giungere a un accordo sui nomi da sostenere comunque. Forse anche passare dalle recensioni "a pioggia" a una più ampia e mirata attività sag­gistica, capace di individuare davvero, e non solo di regi­strare con indulgenza. Diminuire le pagine e precisarle. Dialogare di più. In realtà, tre elementi mi sono apparsi degni di nota. La sterilità della contrapposizione con la grande editoria. Il fatto che ormai parlare di poesia in un contesto di ampia partecipazione significa parlare ognuno di oggetti con­creti molto diversi fra loro. L’innegabile crisi mediatica sofferta dalla rivista cartacea di poesia, stretta fra 1’auto­sufficienza (in diversi casi a sua volta sterile) della gran­de distribuzione libraria e il processo grazie al quale l’im­menso formicolio della poesia e della critica in rete si va precisando in alcuni spazi strutturati di crescente appeti­bilità. Così che «Il Verri», «La Clessidra» o «La Mosca di Milano» sembrano schiacciate fra Mondadori, Einaudi e il sito web Nazione Indiana. Fra questi tre elementi, che mi sembrano innegabili, il secondo mi pare il più rilevante: chiamiamo poesia (da leg­gere, pubblicare, criticare, proporre) una serie di testi scrit­ti difficilmente riconoscibili come tali dalla gran parte de­gli altri operatori culturali del settore. In breve, siamo disa­bituati a riconoscere la poesia, scambiamo la sua pratica diffusa e recriminante per mi sconosciuta vivacità. Siamo stati avvelenati dall’ esplosione post-moderna, rappresen­tata vuoi dal Gruppo ’63 vuoi dal movimento dei poeti anni Settanta. Abbiamo perso il tatto, l’udito, il gusto. Non pole­mizziamo sulle poetiche o sulle opportunità stilistiche, ma leggiamo un po’ attoniti i poeti che gli "altri" ritengono di pubblicare e sostenere. Divisi,per scuole o aree geografi­che, non distinguiamo epigoni o autori locali dalle espe­rienze più complesse e autonome. Abbiamo un’idea gene­rosa della "comunità" allargata, quando invece la poesia ottima e quella buona rimangono un bene scarso. Nell’ epo­ca delle scuole di scrittura creativa, ci si deve per parados­so alfabetizzare nuovamente alla poesia. Ci si deve sbaraz­zare di questa verginità satura, stampando il poco e il ne­cessario, e soprattutto incontrandosi per leggere insieme i testi, per tornare a parlare insieme quella lingua che poi potrà dividerci nuovamente sulle prospettive e sui valori. O altrimenti, comprendere con chi non ce la sentiamo più di dialogare. Quanto poi alla contrapposizione con la grande edito­ria, credo sia un falso problema. Innanzitutto, perché fra militanza e grandi istituzioni culturali lo iato è sempre stato percepibile. E soprattutto perché oggi gli unici due grandi editori che pubblicano poesia contemporanea con continuità, Mondadori ed Einaudi, appaiono caratteriz­zati piuttosto in senso militante che istituzionale. È acca­duto, infatti, che siano giunti alle più importanti direzio­ni di collana i fautori di due "linee", o tradizioni, i quali sembrano personalmente interessati ad assolutizzarle come crisma di qualità, con le ricadute di visibilità che ognuno immagina. (È il verbo esatto: immagina. Infatti la visibilità occorre darla per scontata nel minor numero possibile di casi). Tuttavia, neanche una volta accertato tutto ciò, la lotta di Davide contro Golia è a mio parere appassionante, o di sufficiente livello. Il problema reale mi sembra essere come adire i criteri di selezione migliori, ed averne pub­blico riconoscimento. In questo senso, la media e piccola editoria hanno forse – proprio grazie alla marginalità finanziaria della poesia nel sistema editoriale – una fun­zione centrale. Scegliere attentamente il "proprio" edito­re di riferimento, prima ancora di esserne scelti, è la via maestra di coloro che non credono strettamente necessa­rio sottoporsi alle faticose trattative con i grandi produt­tori di titoli, e che nel contempo sanno aspettare. In ogni caso, la produzione pletorica – del tutto o in parte a spese dell’autore – di alcuni piccoli editori è, se va bene, un rumore di fondo, se va male un vero e proprio inquina­mento. Invece di leggere dattiloscritti, (non) leggiamo centinaia di libri. Cosicché, se oggi aprire un libro Mon­dadori, Einaudi, Garzanti o Guanda non può rassicurare in sé, tantomeno deve apparire vivace o vitale la poesia che riempie le decine di libretti stampati in continuazio­ne. Viceversa, puntare sulla superstite editoria di qualità (le vecchie e nuove Scheiwiller) e non avere ansie è segno di forza, e anche, credo ormai, di educazione estetica. Un buon rapporto col tempo e l’attitudine a lasciarsi selezio­nare: ecco le note di base di un narcisismo ben lontano dalle piccinerie egoiche, e anzi proiettato a un’afferma­zione di sé più profonda, revocabile e riconquistabile, in cui si viva senza il timore delle scadenze e addirittura ossessionati, invece, da quello degli scadimenti. È già venuto troppe volte, infatti, il tempo urlante di «Lacerba» e delle sue scapigliature. TI "Documento" di que­sto numero dell’Annuario è una selezione della fitta rasse­gna stampa suscitata dall’ormai celebre Festival Interna­zionale dei Poeti di Castelporziano, organizzato da Simo­ne Carella e Franco Cordelli: un jeu au massacre della crea­tività diffusa ai danni di una creazione autodenunciatasi nel punto stesso della sua incipiente evaporazione. Un blog in spiaggia, effettuale: un bagno non sociale, ma sociologi­co. Oggi è la rete elettronica il luogo in cui il rumore può accumularsi e sedimentarsi. È possibile che nelle sue ma­glie !’impeto non inerziale, ma appassionato, non si perda. Tutt’altro.

di Paolo Febbraro, da Annuario di Poesia 2006 ed. Castelvecchi.

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28 ottobre 2006 at 20:17

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La geometria dolente nei versi di Beppe Salvia di Rossano Astremo

C’è un solco profondo che separa l’esistenza irrequieta di Beppe Salvia dalla metodica e maniacale dedizione nella produzione di versi. È propria da questa antitesi netta che nasce l’opera di uno dei poeti più singolari del Novecento italiano, nato a Potenza nel 1954 e morta a Roma, giovanissimo, il 6 aprile del 1985. Oggi è possibile leggere tutti i suoi testi grazie alla pubblicazione di “Un solitario amore”, libro edito da Fandango, curato da Flavia Giacomazzi ed Emanuele Trevi, autore anche dell’introduzione al testo. Salvia è uno dei principali animatori della scena culturale romana degli anni Settanta e Ottanta, i suoi versi appaiono su riviste storiche di quegli anni, “Braci”, “Prato Pagano” e “Nuovi Argomenti”, i suoi tre libri di poesia, “Estate”, pubblicato con lo pseudonimo di Elisa Sansovino (Quaderni di Prato Pagano, Il Melograno-Abete Edizioni 1985), “Cuore (cieli celesti)” (Rotundo, 1988), “Elemosine Eleusine” (Edizioni della cometa, 1989), sono pubblicati tutti postumi. Da un lato, quindi, i suoi studi saltuari e rapidamente abbandonati, la mancanza di un lavoro stabile, i cambi di indirizzo e un’inquietudine spinta ai limiti del nomadismo, dall’altra, contrappunto ad una vita spiantata, la necessità di studiare e riportare alla luce le forme della tradizione lirica, attraverso una messa in scena non pedissequa, ma traslata, sottoposta a frammentazioni e torsioni manieristiche. Salvia non è un poeta di facile lettura. Scrive Trevi al riguardo: “è un tipo di enunciazione molto complesso, non arretra di fronte a nessuna arditezza sintattica, e fondamentalmente si basa su un conflitto tra le unità metriche (i versi) e le unità del pensiero (le frasi attraverso cui procede il discorso”. Da Petrarca a Leopardi (passando per Tasso), questa è la via maestra della lirica italiana di tono elevato”. O, ancora, lo stesso Salvia sul suo rapporta con la scrittura: “Io scrivo di notte, mi suggerisco che scrivere. Io vivo in quei fogli davanti. Mi piacciono bianchi, mi piacciono scritti. Mi piace se canta Lydia Lunch o Vittoria Spivey. Non sono ordinato. Le mie righe lo sono. Distinte le une dall’altre. Perché è peccato sciupare una notte per non dire il vero. Il mio mestiere l’ho appreso soltanto da me. Io distinguo due cose nel buio. Io penso, e posso, ordinatamente contraffare tutto ciò che mi circonda”. Ordine delle righe e dei versi, endecasillabi tortuosi, ricerca di armonie, di rime, assonanze, consonanze, enjambement, scontro frontale con la tradizione lirica italiana. Tutto questo è la poesia di Beppe Salvia. Accanto a questo armamentario formale, però, si accostano squarci di pensiero di assoluta profondità, versi epifanici dai quali traspare l’essenza contenutistica della sua poesia, l’indagine continua e conflittuale della sua presenza nel “mondo”. “Io soffro il dolore di vivere / una vita già sognata”, o “io dormo in un presepe / di fango e di lucerne, a quest’alba / nel gelo una lista d’ombra mi schiara / per mezzo e in me dimora”, o “non è che sogno nudo silenzioso, / io m’avvedo alla morte, è là la morte”, o ancora “io non so più mentire, / tra le mie morte cose vivere, / seguitar me m’abbandono, canto / e di mai veri ricordi l’impazzire / del mondo e le sue rime serrate, io, / sono quasi cieco attorno a me la notte, / vivo già morto e affanno a cose cieche che una cieca pencolante illumina, / la luce dal lucernaio azzurra, / il letto bianco”. I versi di Salvia sono pura geometria dolente, costruzioni architettoniche neoclassiche dalle fondamenta di zucchero filato: un minimo soffio ne determina il crollo. Fuor di metafora, ciò che rimane è la fragilità del poeta, la sua paura di non saper vivere, il suo ricorrente dialogare con la morte, il vortice opprimente che s’agita nello stomaco al pensiero della fine di tutto. Ciò che rimane è un pugno di versi, antidoto eterno alla sopraggiunta fina.

Written by matteofantuzzi

21 ottobre 2006 at 09:36

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L.Cannillo, G. Fantato (a cura di), La Biblioteca delle voci. Interviste a 25 poeti italiani, prefazione di M. Ferrari, Edizioni Joker 2006 € 19,00

Come sottolineano i curatori, in questo libro – che vede il contributo di A. Manstretta, S. Aman e R. Taioli e che contiene interviste fatte nel quinquennio 2000-2005 (alcune già edite ne “La Mosca di Milano”) – sono evidenti i diversi orientamenti ideologico-progettuali che attraversano la poesia italiana oggi: 1) la parola governata dalla “tensione tragica che segna la vita”; 2) l’abbandono “al dato reale, fisico e concreto”, accompagnata, non di rado, “da disincanto e ironia”; 3) l’“adesione alla forze arcaiche che animano la natura” e l’interrogazione sui modi in cui il mito abbia ancora forza generativa; 4) lo sperimentalismo linguistico di natura etico, che sottende una critica alla civiltà della tecnica e dei consumi.  Accanto a questo, e inevitabilmente vista la provenienza di molti dei poeti intervistati, emerge un ritratto multiforme di Milano; ecco allora il piacere di Cucchi di camminare nelle sue aree più trafficate, e quello di Oldani, che sceglie la Milano invernale, della nebbia e del freddo, o il racconto di De Angelis, amante dei quartieri industriali dismessi: “Milano appartiene alla razza delle città distrutte… E’ una città di naufragi e di naufraghi”. Per Majorino, traffico e corpi in movimento sono la sostanza della sua poesia, mentre Roboni rilevò, prima di lasciarci, la radice illuministica della città, pur nel declino odierno, evidente anche sotto il profilo editoriale: si è passati, affermò, dal “vecchio patriarca” Mondatori alla gestione manageriale e senza passione di oggi. Rossi ha invece nostalgia per la Milano di un tempo e forse anche la Spaziani, che la visse, fra gli anni cinquanta e sessanta, come un’“oasi, una sorta di gioia piena di scoperte”, fra Sinisgalli, Quasimodo e, naturalmente, Montale. Leggendo le interviste si ricavano scorci esistenziali e di poetica degni di attenzione, ne sottolineo qualcuno: Antonella Anedda, alla domanda: quale lingua usare oggi?, risponde citando E. Bishop, là dove la poetessa americana racconta una realtà di sofferenza e di miseria, mantenendo “un equilibrio perfetto tra emozione e sguardo”. Inoltre ribadisce la natura terrestre del suo scrivere, geograficamente connotato (“vengo da una società molto patriarcale: sardo-corsa”) e perciò proteso alla ricerca dell’altrove. Interessanti le sue osservazioni sulla scrittura saggistica, mossa tra Mandel’stam e Maria Zambrano. Franco Buffoni dichiara di voler difendere l’espressività di una lingua, non la purezza, la ricchezza lessicale, non l’asetticità, e approfondisce l’importanza della percezione in una poesia, come la sua, che cerca la trama, il racconto in versi. Citando Anceschi, ribadisce che la poetica non è mero esercizio formale, bensì la somma di “norme operative, sistemi tecnici, moralità e ideali”. Giuseppe Conte premette: “io non sono un esteta, sono uno che ha riflettuto sulla tragicità dell’essere”; per questo, egli rileva l’obbligo di coerenza fra vita e scrittura, che ha da rispondere agli uomini. Ma la poesia, dice, è qualcosa di più che l’effetto di un progetto: essa è profezia. Sorprendentemente, esce un Conte più affezionato a Sbarbaro e Montale che a D’Annunzio, un Conte che rivendica l’appartenenza alla linea ligure (ma non cita Caproni). Maurizio Cucchi sottolinea il proprio interesse per una “poesia delle situazioni lirico-narrative” che traduca l’esperienza, dando con ciò grande peso al realismo della narrazione, alla “parola del parlato”, alla “prosa anche frammentata e franta”. Si leggano poi le considerazioni sul “dissipare”. Milo De Angelis infonde un grande lirismo all’intervista, ma non si esime da affermazioni perentorie sulla poetica: “È proprio nella frattura, nello spaccare il conosciuto che sta il fare poetico”; poesia è cercare un “telos di esattezza, di potente chiarezza”; “La poesia vive del tragico” ossia nella necessità della scelta improrogabile; “Scrivere è essere orientati verso qualcosa che ti chiama” e alla quale “devi dire ‘eccomi!”. Particolarmente interessanti le parti relative a Biografia sommaria e a Tema dell’addio. Luciano Erba approfondisce il rapporto fra chiarezza e oscurità, con la convinzione –d’origine simbolista – che “la non trasparenza, l’opacità, sia portatrice di senso”. Racconta poi il proprio debito con Sereni. Umberto Fiori centra la propria esperienza poetica nell’“imparare a stare di fronte alle cose”, per poi trovare una parola che parli a tutti, che diventi lingua qualunque (secondo un modello che egli non cita – ideologico, non linguistico – che fu di Gertrude Stein in The Making of Americans). Jolanda Insana sottolinea l’importanza di essere nati sullo Stretto, tra Scilla e Cariddi, luogo di scontro, di correnti in lotta fra loro, come la sua lingua poetica. Nell’intervista emerge tutta la selvatichezza meravigliosamente tenera della Insana. Franco Loi approfondisce la relazione fra poesia, suono e la forza vitalizzante di quest’ultimo nella coscienza. Valerio Magrelli fa subito emergere la propria passione per la filosofia, vissuta nel singolare connubio Heidegger e Wittgenstein. Da qui, egli sviluppa una riflessione che tocca il rapporto fra poetica e singolo testo, evidenziando l’importanza che hanno avuto gli oggetti nel suo percorso poetico: elementi della percezione, in principio, per poi diventare, sempre più, oggetti storici: da Ponge a Brecht, sintetizza. Chiude una nota sulla specificità della forma, in poesia: “A me interessa sapere in cosa si declina ‘l’esser-ci’: in settenari o in novenari?” Giancarlo Majorino ricorda la suggestione che la forma–poema esercita sui poeti della sua generazione (Pagliarani e Roversi, per esempio), per parlarci, poi, di un suo antico e ambizioso progetto, lontano dall’idea poundiana di poema quale sommatoria di frammenti, che sarà ”composto da nove libri, in versi, ma con qualche inserto prosastico” (Prossimamente, Mondatori 2004, ne è prologo e anticipazione). L’intervista si conclude con commenti entusiastici su “la Casa della Poesia” milanese e sui progetti ad essa legati. Roberto Mussapi, come Majorino, sottolinea l’importanza di recuperare il poema, la cui struttura complessa dà spazio al poeta-testimone, nel quale cronaca e visione s’incontrano, come in Coleridge e, sotto certi aspetti, in Dante. Particolarmente curiosi sono i retroscena che hanno permesso la composizione di Antartide, poema, appunto, visionario e, insieme, cronachistico. Giampiero Neri ci fa partecipi degli anni della sua formazione, ricca di incontri decisivi. Guido Oldani mette subito in luce la sua particolare miscela poetica, rispettosa della neoavanguardia, ma anche debitrice nei confronti di Rebora e di Pavese, che rinforzano la sua voglia di leggibilità e di comunicazione. Elio Pagliarani ragiona sull’io lirico e sul suo superamento ne La ragazza Carla e ne La Ballata di Rudi. Le differenze fra i due poemetti, dice, sono legate alla perdita degli entusiasmi postbellici e ad una maggiore sfiducia nel futuro. Da leggere anche le sue osservazioni sulla genealogia merciologica di Lezioni di Fisica e Fecaloro. Elio Pecora ripercorre gli anni settanta a Roma, tra la Morante e Bellezza, Moravia e la Rosselli. Amico di Penna, egli non può non sottolineare quanto sia importante accettare la vita nel suo darsi. Una vita aspra, che vuole la “sprezzatura” quale soluzione inquieta del verso. Giancarlo Pontiggia evidenzia un’impostazione heideggeriana (data dall’uso di termini come “celare”, “custodire”, “ascoltare”, “rammemorare”), anche se la ricerca di una parola che tendi “all’assoluto”, mi pare metta in crisi l’assunto. Ad ogni modo, nell’intervista si chiarisce la necessità del mito nella poetica dell’autore: come la forma, in poesia, delimita la spazio sacro del canto, così il mito diventa metafora di ciò che non è “semplice presenza”, e quindi dell’essere stesso nel suo es gibt. Fabio Posterla, dopo una premessa sulla relatività del punto di vista conseguente alla crisi del concetto identitario, mette in luce l’importanza di Bonnefoy e Jacottet per la propria poesia. A proposito dello stile, Posterla prende a modello l’artigiano, che sa modulare scabrosità e levigatezza. La stessa cosa, dice, deve fare il poeta con la materia linguistica. Maria Pia Quintavalla ci spiega la radice femminile del proprio versificare, definendo il “pensiero della nascita” quale forma originaria del pensiero al femminile (cita, fra le altre, H. Arendt, L. Irigaray, e S. Weil). Un importante tema attraversa l’intervista: la necessità di un dialogo fra generazioni. Giovanni Raboni ci racconta la difficile giovinezza e la funzione della preghiera in lui, cattolico non praticante, e approfondisce le ragioni della sua scelta, temporanea, del verso chiuso quale forma particolare di “travestimento”. Torna spesso, nell’intervista, il motivo del travestimento, della messa in scena; confessa il poeta: l’obiettivo, per tutta la mia vita artistica, è stato proprio tentare di togliere questo filtro (questione che torna, sia pure in modi differenti, anche nella Valduga). Tiziano Rossi ci chiarisce il nodo centrale della sua poetica: “lavorare sul banale senza distruggerlo”, e confessa la sua passione per i fumetti. Giovanna Sicari, intervistata quando già la malattia l’aveva invasa, ci parla dell’ estasi, di quello stare gioioso fuori da sé, sia esso preghiera o erotismo; ci racconta di un “abbraccio cosmico”, che è “una dimensione pre-cristiana”, un “originario amore” già da sempre perduto e che ci tiene in esilio, ma che la poesia avvicina, tra sacralità e seduzione. Maria Luisa Spaziani si sofferma sulla poesia d’amore e su alcune dimenticate figure femminili della poesia italiana; fra tutte, la più sorprendente è Nella Nobili, operaia a Bologna, poetessa di un unico libro, poi barbona a Parigi e suicida. Patrizia Valduga ci racconta i propri autori preferiti (Pascoli, Manzoni, Rebora, ma, più di tutti, Gioachino Belli) e si sofferma a considerare la “citazione” come nascondimento di sé, in particolare in Medicamenta. Cesare Viviani, osservando come sia cambiata la sua scrittura negli anni, riconosce, specie nelle poesie degli anni settanta, l’uso della lingua come mascheramento, atto pudico che mette in scena il movimento in seguito alla paura dell’immobilità. Da leggere le note autobiografiche e la doppia visione di Dio (entrambe presenti ne L’opera lasciata sola): da fratello e consigliere ad entità “indicibile e inavvicinabile”, sino al Dio-flusso, che crea e distrugge, de La forma della vita. Naturalmente ogni intervista è molto più ricca di spunti. L’unico rilievo negativo che mi sento di fare a questo volume sta nella non perfetta cura editoriale delle bozze, che non ha filtrato almeno undici refusi facilmente individuabili.

Stefano Guglielmin

Written by matteofantuzzi

15 ottobre 2006 at 10:27

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Luciano Ligabue, Lettere d’amore nel frigo. Einaudi. Quando lo "struzzo" nasconde la testa nella sabbia.

Alcune piccole riflessioni sull’uscita dell’opera prima di poesia del nostro rocker nazionale Luciano Ligabue, che ancora non sono riuscito a procurarmi, ma che sono sostanzialmente un pretesto per parlare d’altro: il Liga è del 1960, non farebbe parte insomma di quella generazione indicata da Raboni anche nell’ultimo La poesia che si fa. Cronaca e storia del Novecento poetico italiano (1959-2004) curata da Andrea Cortellessa come cardine della poesia del secondo ‘900 e che si chiude con De Angelis. Sarebbe un escluso dalle major come la quasi totalità dei poeti italiani nati dopo quella soglia, major che sempre meno insistono sulla poesia, sempre meno scommettono, sempre meno credono… e non parlo solo dei tanto di moda giovanissimi poeti, ma di chi è la base di tanti giovani poeti, parlo di quegli autori che spesso pubblicano per micronime e coraggiose case editrici che si tassano (così come gli autori) per uscire con opere fondamentali che si meriterebbero ben altri e ampi spazi dopo avere costruito attraverso le riviste l’ossatura della prossima poesia italiana contemporanea: sono le "generazioni in ombra" dei 40/50enni che avrebbero tutto il diritto almeno di una fioca lampadina. E ricordando che Einaudi è quasi rimasta sola con la sua "Bianca" a crederci, con autori come Gianni D’Elia, Ivano Ferrari, Andrea Temporelli ed Elisa Biagini, insomma ricordando che lo struzzo non passa il tempo certo con la testa nella sabbia, auguro al libro di Luciano Ligabue (che non è in Bianca Einaudi, sottolineo) le migliori sorti editoriali, a patto che lo struzzo re-investa tutti i guadagni (che certo ci saranno) dell’opera per sostenere non la giovane poesia (che sa tanto di Opera Pia….) ma la poesia concreta, la poesia matura che stanno esprimendo e hanno espresso tanti autori della generazione di mezzo che null’altro si meritano se non una decente distribuzione tra gli scaffali delle librerie italiane, come in fondo accade in qualsiasi altro paese civile… State bene.

Written by matteofantuzzi

10 ottobre 2006 at 07:18

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Una nuova generazione di pubblico o di poesia ? di Guido Mattia Gallerani

Pochi giorni addietro si è concluso felicemente, anche per quest’anno, il PoesiaFestival di Terre di Castelli. Alla seconda edizione, ha potuto godere di decine di migliaia di partecipanti. Una folla di amanti o interessati alla poesia, di néofiti o già protagonisti dall’interno del difficile panorama della poesia contemporanea. È indubbio che tale sia un successo, com’è indubbio già da tempo che c’è un’attenzione crescente, pubblica e privata, verso quel che riguarda la scrittura in versi: numerosi festival in diverse zone dell’Italia hanno riscosso un uguale profitto, ed anche all’estero la domanda di poesia non si discosta da questa curiosa tendenza. Altrettanto inevitabile è la necessità di riflettere su questi risultati, affinché tanto i poeti quanto gli ascoltatori e lettori possano sfruttare al meglio questa felice convergenza d’interessi. Ed è quanto abbiamo fatto nel momento di progettare questa serata, che si pone sicuramente nella scia degli eventi di questi giorni, ma tenta anche di allargare il dibattito verso linguaggi differenti che abbiamo incontrato con sorpresa lungo le tappe di questo festival provinciale. Così una prima scelta è stata quella di creare un momento d’ascolto anche a Modena, in un centro importante della direttrice emiliana, tale che i nostri più vicini cittadini possano anch’essi entrare a contatto diretto con la divulgazione e la partecipazione poetica; non perché si debba ridurre ad un unico insieme le pratiche di lettura che dapprima hanno spaziato lungo tutti i nostri comuni della Provincia, ma per contribuire a prolungare questo PoesiaFestival al di là dei luoghi e tempi ufficiali, nel destino che è comune a tutte le iniziative di accordato successo. Soprattutto perché crediamo che vi sia una richiesta diffusa e sincera, anche se silenziosa, da parte della cittadinanza modenese e che probabilmente non tarderà a venire fuori. Con questa serata, l’oggetto del nostro ascolto sarà una serie scelta di giovani poeti italiani provenienti dal Nord Italia, cioè senza alcuna pretesa esaustiva ed arbitraria di fare della parte locale un tutto. Di giovani poeti ne abbiamo avuto in questi giorni già un assaggio con il concorso Under29 e una lettura pomeridiana in Provincia, e già allora s’era discusso insieme al presentatore Giancarlo Sissa del rapporto tra poeti e pubblico. Avevamo evidenziato come fino a non poco tempo fa c’era ancora un’ostilità crescente verso la lettura pubblica delle opere, e che la ragion d’essere del testo poneva in primo luogo sulla lettura individuale e silenziosa. Nelle opere di poeti ormai non più giovani la voce, se aveva uno spazio, non era quello pubblico. Oggi invece possiamo affermare con ragionevole certezza che i termini si sono invertiti. Un giovane poeta adesso fa precedere sempre una sua pubblicazione da una performance vocale, e questo non avviene solo per quelle opere che si formano in una attenta ricerca sulle possibilità vocali della lingua e della pronuncia. Non possiamo stabilire con sicurezza se sia stato un rinnovato bisogno del pubblico, affetto da una perdurante latitanza pubblica della poesia, a reclamare ai poeti queste rinnovate pratiche di lettura, oppure che davvero una nuova stagione di poesia abbia affascinato nuovi ascoltatori e lettori. Resta comunque il fatto che, oggi, il linguaggio poetico di certe generazioni, a partire da uno spartiacque che si profila sempre più tra i poeti nati negli anni ’70, fa sé stesso strumento e veicolo condivisibile col pubblico. Può sembrare un’affermazione ovvia, ma ormai sappiamo che in altre date le cose non furono così: il linguaggio tendeva ad essere sempre più un tema da analizzare, un contenuto da squadrare nella sua funzionalità. Oggi invece, semplificando, il linguaggio non è il termine della questione a cui ci si deve riferire con una poesia, ma è ciò che permette il movimento della parola poetica verso un’espressione dell’attualità e dell’analisi dell’autore. Ma quali sono allora quegli argomenti che hanno interessato e interessano un pubblico a cui i poeti non furono mai abituati? Alcuni avevano promosso ragioni di stile: una fortunata antologia portava il titolo “La svolta narrativa della poesia italiana”; altri invece hanno riflettuto sugli avvenimenti e sugli episodi messi sulla carta dagli autori. Si profilava sempre più una condivisione parallela tra poeti e pubblico su vicende storiche ed esistenziali, in una sorta di comune partecipazione ai destini individuali di ciascuno. In breve nacque quell’etichetta che ancora oggi fa rabbrividire taluni critici: “ poesia civile “! Cioè una poesia che avesse come principio fondatore una comunità non solo linguistica, ma anche manifestatamente storica e sociale, nella tradizione passata e nel presente contemporaneo. Non perché sia necessario richiamare continuamente certi avvenimenti, ma perché il contesto e le situazioni in cui i poeti e il pubblico si muovono sono finalmente le stesse. E questo non ha evitato un inclinare della parola poetica verso forme più prosastiche e narrative. Queste ragioni dimostrano anche come possano essere comprese le gravi mancanze di poesia nel mondo della distribuzione editoriale. Chi ha provato ad acquistare in libreria un libro di un poeta vivente, anche famoso, conosce le difficoltà. Da qui il proliferare di altri canali, su Internet, e di nuove forme di performance, come i famigerati slam poetry da oltreoceano. Per quanto riguarda il primo, vi sono anche operazioni di promozione personale attraverso la creazione di blog amatoriali, per dare spazio alla propria poesia in una cornice di autodiffusione. Ma questo tentativo ha già abortito e fallito da più parti. Piuttosto sono nati blog di discussione poetica su temi e su poesie di giovani autori, che superano le barriere di spazi fisici e di tempi prestabiliti per dialogare, cioè senza vincoli prestabiliti. Questo è un altro dei motivi della diffusione della poesia e di chi ne scrive, e anche di un notevole incremento della qualità di tali opere, frutto del confronto e dello scambio comune, in una originale propedeutica per imparare ed insegnare a chi volesse fare poesia. In questa serata noi ci limiteremo alle letture, ma è opportuno sapere che i cosiddetti slam sono gare poetiche, spesso avvincenti, in cui i poeti si rimettono al giudizio di una giuria composta dal pubblico. Ma è difficile non intravedere su questi palchi poetici un residuo di una concezione teatrale della poesia, mediata ancora una volta dalla recitazione del testo e dal primato di un discorso proiettato specificatamente sull’abilità a far risuonare il linguaggio. Lo scopo invece di letture come questa è portare su un piano diretto, senza mediazioni agonistiche, il rapporto pubblico e poesia, senza che debba intervenire un giudizio di valore che riporti a due lati opposti gli autori e gli ascoltatori, in una forma che li veda partecipanti e giudici, nello spirito che si possa continuare a pensare il poeta come parte del pubblico, e il pubblico come oggetto legittimo della poesia.

Written by matteofantuzzi

2 ottobre 2006 at 17:58

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