UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Archive for agosto 2006

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Parco Poesia 2006 sarà a Riccione venerdì 1 e sabato 2 settembre con Alessandro Agostinelli, Stefano Arduini, Martino Baldi, Alberto Bertoni, Davide Brullo, Maria Grazia Calandrone, Paolo Campoccia, Simone Cattaneo, Ennio Cavalli, Tiziana Cera Rosco, Domenico Cipriano, Claudio Damiani, Azzurra D’Agostino,  Milo De Angelis, Matteo Di Meco, Valerio Fabbri,  Gabriela Fantato, Matteo Fantuzzi, Pietro Federico, Sabrina Foschini, Fabio Franzin, Gianni Fucci, Roberto Galaverni,  Massimo Gezzi, Andrea Gibellini, Valerio Grutt, Mariangela Gualtieri, Riccardo Ielmini, Federico Italiano, Giuliano Ladolfi, Gianfranco Lauretano, Isabella Leardini, Andrea Leone, Stefano Maldini, Matteo Marchesini, Stefano Massari, Marco Merlin, Alessandro Moscè, Fulvio Panzeri, Daniele Piccini, Umberto Piersanti, Theresia Prammer, Maria Pia Quintavalla, Massimo Raffaeli, Jacopo Ricciardi, Alessandro Rivali, Davide Rondoni, Massimo Sannelli, Francesca Serragnoli, Giancarlo Sissa, Luigi Socci, Mariarita Stefanini, Sarah Tardino, Gian Mario Villalta, Matteo Zattoni, Sergio Zavoli. Gli Autori della collana Parsifal, i poeti italiani underground, e molti altri. Tema di quest’anno “I libri non crescono sugli alberi”.
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Written by matteofantuzzi

27 agosto 2006 at 10:10

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Parlare a tutti, fare conoscere la Poesia di qualità.

Leggendole e rileggendole, andando a scavare, le critiche che pongono Giuseppe Conte sul CorSera e Umberto Eco su L’Espresso sulla qualità della Poesia sulla rete non sono poi così differenti rispetto a quelle che più o meno tutti muoviamo continuamente: chi fosse stato presente alla serata di Macerata dedicata ai blog di Poesia lo scorso luglio avrebbe ritrovato gli stessi macrotemi. Dimentichiamoci allora della “polemica” e andiamo al sodo: il primo punto è orientarsi nel “grande supermercato” della Poesia sulla rete, dove la quantità enorme di pubblicazioni che questo mezzo permette non è affiancata da una conseguente qualità. Vincenzo Della Mea ha proposto con PoECast una soluzione, ha cioè filtrato una serie di luoghi che (escluso me) cerca di lavorare con un certo criterio e una certa serietà. Qualcuno potrà proporre altri luoghi, nessuno lo vieta. Di certo focalizzando alcune realtà si arriva a rispondere proprio a quell’esigenza richiesta da Conte ed Eco, lecita: una riduzione critica della Poesia che in rete vale davvero la pena leggere, con una dignità cartacea.
Cartaceo che a livello di riviste sta negli ultimi anni soffrendo, con molte riviste di Poesia storiche che chiudono, o sono in quiete, o non riescono ad uscire per mille motivi e sostituite con frequenza (e mi attacco ancora una volta alla sociologia…) da antologie che spesso – la tesi non è certo nuova – troppo spesso somigliano più che altro a macroriviste: ma il ruolo della rivista non è marginale, non lo è mai stato. E allora diviene di fondamentale importanza quello che ad esempio sta facendo negli ultimi giorni Stefano Guglielmin sul suo blog, pubblicare cioè testi introvabili, saggi vecchi di decenni ma ancora terribilmente attuali, vivi, come l’articolo di Tondelli sui reading. La poesia vive costantemente nell’effetto Gattopardo, soprattutto le nuove generazioni venute alla ribalta in fretta devono avere ben chiaro che non hanno inventato nulla, che non sono portatrici di un nuovo verbo, ma che siedono su un terreno già lavorato da secoli di lavoro di tante altre persone. Ed è importante anche a livello storiografico tutto questo, per la piena coscienza del ‘900, e in buona sostanza l’appello è a chi ha vissuto la seconda metà del ‘900: fate conoscere le vostre “biblioteche” i saggi e i pezzi critici e le riviste della vostra formazione, fateci comprendere, e fatelo con un mezzo fruibile e accessibile come appunto è la rete, sperando che non debba accadere con costanza quanto accaduto a Biagio Cepollaro che ha pubblicato gli scritti di Adriano Spatola, e per quanto valga il mio parere andava solo ringraziato, certo non altro.
Concludo con il titolo “parlare a tutti”: suona strano, ma molte biblioteche in Italia non sanno quali libri acquistare, e spesso finiscono per optare per i titoli preferiti dal marketing. La rete non può colmare la necessità di Poesia, la carta ha un ruolo ancora enorme, la biblioteca è spazio fondamentale e irrinunciabile. Facciamo capire alle biblioteche che la Poesia esiste, facciamola conoscere a chi la frequenta, togliamo la polvere dallo scaffale della Poesia e aggiungiamo libri nuovi. Parliamo a tutti, a chiunque ci voglia ascoltare. Ma non parliamo di noi stessi. State bene.

Written by matteofantuzzi

22 agosto 2006 at 16:16

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«e finalmente ottobre» di Franca Mancinelli.

L’impressione preminente che lascia La felicità improvvisa (Jaca book, Milano, 2001), l’ultimo libro di poesia di Andrea Gibellini, è di una non permanenza; l’hic et nunc, un’estate tra le colline, la pianura emiliana e la sua città, è un non luogo e un non tempo, un altrove in cui si svolgono il tema e la metafora del viaggio. «Sono solo uno che viaggia / da un luogo ad altro luogo» conclude Gibellini nella poesia In treno; anche nei titoli è rintracciabile il tema del viaggio (Una strada, percorso suburbano, Per via Sebenico, Quando la macchina): è un nostos alla ricerca di sé e delle proprie radici costantemente contrastato e annullato da tendenze opposte, non definitivo; a volte è movimento reale, in auto o in treno, dai quali osserva sfilare le cose; altre volte non comporta alcun spostamento («e mi giro rigirandomi su me stesso»), nel segno di un malessere esistenziale o di una ricerca in apparenza inconcludente, di un vizio o di un modo proprio dell’esistenza. La realtà, colta in transito attraverso la memoria e uno sguardo veloce, diventa sogno, possibilità di un altro mondo che il più delle volte si identifica con l’immaginario infantile (Mucche, Sopra un campo da tennis, Quando la tua città è lontana). Ne risulta una percezione straniata, «sfocata» della vita («Sfocata in viaggio da lenti colli asolani»), un indebolimento dell’io che aderisce intimamente al paesaggio, ma filtrato, investito dal suo mondo interiore, dalla sua investigazione, sino ad invertire l’origine stessa della poesia: da un avvertimento-sentimento delle cose al loro tradurre in immagini e dare consistenza ad un materiale memoriale e psichico. Il sentimento di estraneità investe il poeta stesso e si vela di una leggera ironia («Ma io non sono nessuno e nulla di tutto ciò. / A volte non sono neanche me stesso», In treno); che può ricordare il Pessoa di Tabaccheria: «Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso volere d’essere niente. / A parte questo ho in me tutti i sogni del mondo». L’affioramento di una immaginazione e di una sensibilità infantile ha una funzione di fuga e di distacco omologa alla ricorrente presenza di animali, in un bestiario non troppo dissimile da quello montaliano (lo scoiattolo, il finto topo, gli uccelli…). Le presenze umane sono scarse e compaiono come semplici elementi del paesaggio («Il ragazzino di profilo che pesca»), sempre colte da una distanza («le vostre figure intraviste da lontano»), oppure acquistano una valenza esistenziale («due ragazze che cantano sorridenti»). In effetti, la relazione si risolve di preferenza con un altro se stesso sul quale il poeta riversa il proprio bisogno di affetto e di cure (Inespresso); oppure nel rivolgersi direttamente alle cose caricandole di significati simbolici, in una sorta di preghiera laica montaliana («Angosciosa estate […] lasciami andare»; «strada nera non portarmi»), ma è, anche, una evocazione-presenza femminile sempre affettuosa e fedele: stilizzata come in una scena di interno fiammingo (Caccia), unita alla speranza rassicurante della casa (Quando la macchina), intima interlocutrice (Exit fanciullo) e compagna di viaggio (Untitled). Nel rischio della dispersione dell’io, del tempo e delle cose intorno, ma non compiaciuta, in una sottesa indagine di pacificata identità, la contestualizzazione spazio temporale, i frequenti deittici divengono una necessità esistenziale, sono i punti fermi, pur nella loro non staticità, che consentono il viaggio e la ricerca di sé. La geografia di Gibellini oscilla tra la disabitata periferia cittadina, con le case in costruzione, e le colline lavorate: una campagna antiidillica e una città industriale, dove «l’azzurro del cielo come il mare è solo in sogno», miniaturizzata negli spazi di verde della città, anch’essi abbandonati e spogli e derivanti dalla riduzione della realtà al campo visivo del fanciullo («giardino-asilo desolato», «in questa sperduta […] aiuola», «asilo spesso disabitato»). Lo stato di solitudine e desolazione, che in alcune immagini fa pensare alla Waste Land di Eliot, è il corrispettivo della condizione esistenziale del poeta, esemplificata in modo emblematico nel rapporto contraddittorio con la propria città. La felicità improvvisa è una ricerca di un soddisfacente rapporto con le cose e con il mondo, che ha esiti o di rifiuto quasi adolescenziale («Non voglio e non vorrei essere la mia città»), o di forte impulso al rispecchiamento-identificazione, attraverso il sogno e la regressione («La mia città non è una città // vive tra il fiume e la campagna/ è sospesa […] e se lì scavi», La mia città) e un ungarettiano abbandono alle «acque del fiume limaccioso» (Piccola elegia per Roma lontana). La sua percezione della realtà, quasi esclusivamente visiva, ma non nitida, dai contorni confusi e spesso negata (si veda R. Galaverni, Ai margini del paese visibile: La felicità improvvisa di Andra Gibellini, «Graphie», anno IV, n 1, marzo 2002), è predisposta a cogliere la natura nel trascolorare del tempo, del giorno e dell’anno («Era mattino, subito giunse / nel freddo la sera»; «l’estate diventa autunno»), e della meteorologia, sottesa di inquiete pulsioni, attraversata dal vento, dominata dalla melma, dall’acqua. La preferenza per il divenire è anche nell’attenzione infantile per i rivolgimenti e le metamorfosi della materia, per il trambusto delle scavatrici di sabbia, dei camion, del «lungo tubo rosso»; funzione analoga di predominio e azione violenta sulla natura hanno il «tagliaerbe», il «giardiniere» e la «falciatrice elettrica», ma nella direzione opposta, dell’ordine e della pulizia (percorso suburbano, Guarda come allora le viti). Il periodo dell’anno che prevale e che succede all’inverno della precedente raccolta (Le ossa di Bering), non è la primavera ma l’estate: anche l’aria che si respira è da vacanza (il viaggio, l’osservazione degli altri che lavorano, la città deserta); una stagione connotata come «angosciosa» e «allucinata», vissuta con lo sguardo costantemente rivolto indietro alla propria infanzia o nell’attesa di ottobre e di una nuova stagione dell’esistenza. In questo stato di desolazione, psichica e fisica, di estraneità, di ambivalenza affettiva ai propri luoghi, Gibellini è continuamente sospeso ad avvertire probabili segni improvvisi e labili di felicità, ma con la coscienza che «ogni bene è lontano», che la felicità, anche se legata a piccole cose quotidiane («Questo posto non è tra i più belli / ma da qualche parte esiste una gioia nascosta»), non può essere mai vissuta con pienezza («La speranza è sempre stato il mio male»): come in Montale è «barlume che vacilla», da «non toccare» e, dopo averla intravista, immediatamente Gibellini torna l’osservatore straniero, prende razionalmente le distanze, («ma vorrei // scacciare quelle consolanti immagini di gabbie di ferro»), si convince di non vedere («i fiori che non vedo e vedrò più tardi»). È una possibilità che traspare in esili momenti epifanici, senza connotati metafisici: sono liriche visitazioni esistenziali legate a immagini e ricordi infantili, ma in presenza di una costante antitesi, come se il poeta fosse attratto da un impulso alla non permanenza che gli vieta la sosta e lo sospinge a riprendere il viaggio. I momenti a cui il poeta si concede con abbandono e che sembrano anticipare l’approdo desiderato, non sono di felicità improvvisa ma immagini di rifugio e tepore quasi famigliare, ipotizzate («Se guardi scendere la neve»), sperate (Quando la macchina sale), esortate a realizzarsi volgendo al futuro i predicati verbali (Caccia), o con ravvicinati e iterati esortativi (Situazione). Gli «abbagli» di felicità improvvisa sono della prima parte del libro (sezioni I-V, che possono complessivamente, anche in quanto solo numerate, leggersi sotto il titolo della raccolta); la seconda, molto più breve, intitolata, Ottobre, segna un superamento dell’atteggiamento psicologico del poeta e del suo approccio alle cose. Il tema è ancora il viaggio verso i luoghi dell’infanzia e le radici, ma il coraggio e la determinazione sono nuovi (anche nelle affermazioni perentorie: «Ho preso con me il mio cane», «ho voluto annullare / il ricordo di me»): c’è una ferma inquisitoria e volontà di conoscenza («Vedendo ciò che vedo mi soffermo»), senza i tentennamenti sul filo edonistico delle felicità improvvise («senza più abbandoni»). Il processo messo in atto in Ottobre (anch’esso contrastato se nell’ultima poesia afferma: «mi piacerebbe ora come allora») va dalla ferma decisione e dall’attesa, ancora legata al clima della prima parte, che si compia il prodigio dello svelamento (l’irrompere di un animale), all’intrapresa del viaggio, accompagnato dal suo istinto (il cane) e all’esortazione finale ad assumersi le proprie responsabilità (nel tono accorato e insistente di un padre verso il sé stesso rimasto «oltretempo accovacciato»). Nella quinta sequenza di Ottobre, in cui può condensarsi tutto il percorso de La Felicità improvvisa, il nostos approda al luogo d’elezione, alla sua origine spazio-temporale («Quando e dove nel buio del solaio») per compiere «un’altra / nascita perfetta e diseguale» al mondo delle relazioni e delle responsabilità. L’esclamazione «e finalmente ottobre» richiama «[E finalmente dopo gli spari]» di Caccia e la prospettiva di felicità matura. L’antitesi-processo, «felicità improvvisa» vs «e finalmente ottobre», sintetizza questo libro: da una non permanenza, da un viaggio tra fuga e ritorno, da una contrastata identificazione, all’approdo alla maturità, almeno come ferma consapevolezza e proposito. A chiusura della raccolta, l’unica poesia isolata, È solo il vento, conclude il percorso esistenziale verso l’accettazione del proprio tempo («Non so perché / fuggi via rubando la giovinezza»), e il suo recupero dalla plaquette del ’96, conferma la volontà ordinatrice di contro all’impulso alla non permanenza.

da Pelagos.

Written by matteofantuzzi

16 agosto 2006 at 08:51

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Un poco di ferie

UP è in ferie fino a ferragosto, giorno più, giorno meno, fate i bravi. State bene.

Written by matteofantuzzi

2 agosto 2006 at 20:26

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