UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Oralità e scrittura nell’era dello Slam di Matteo Veronesi.

Spesso chi sostiene, con le sue ragioni e motivazioni, l’importanza del reading, della performance, della lettura, insomma dell’oralità, e la necessità che la poesia recuperi (magari in contesti di fruizione collettiva e corale, per quanto a volte un po’ caotica, come gli slam) il legame con la musica e con gli altri mezzi espressivi, si richiama all’epica e al teatro greci, o all’avventura fiorentina della Camerata dei Bardi: in ogni caso, ad esperienze che realizzarono, in vario modo, l’unità e la sinergia delle arti, e che contemplarono un altissimo grado di diretto coinvolgimento del pubblico, nella collettività e nella coralità dell’esecuzione, dell’evento, quasi del rito.
Ma può venire in mente, a questo proposito, un passo delle Rane di Aristofane (vv. 1323 sgg.) citato malinconicamente da Serra in Intorno al modo di leggere i Greci. Eschilo, impegnato nell’agone poetico con Euripide, chiede all’avversario, coinvolgendo indirettamente anche il pubblico: «Vedi questo piede?». Il riferimento era ad un presunto errore metrico del rivale, ad un inammissibile anapesto. Ciascuno degli spettatori, d’altro canto, come ancora Aristofane dice in un passaggio enigmatico, quasi a voler smentire in anticipo ogni vagamente neoromantico mito di un’oralità e di una collettività spontanee, naturali, “ingenue”, aveva «il suo libro», giungeva all’ascolto e alla visione dello spettacolo e della rappresentazione armato di una consapevolezza culturale che del resto non doveva fare difetto, pur se in un contesto di oralità pura, nemmeno al pubblico degli aedi e dei rapsodi (il cui canto o la cui recitazione nascevano, d’altra parte, da un paziente lavorio di intarsio intertestuale, da un sapiente intreccio di richiami ad una secolare tradizione preomerica, ed erano condotti katà kósmon, secondo un ordine ed una scansione coscienti e ponderati).
Serra rimpiangeva che la sensibilità e la percezione metriche e ritmiche moderne non fossero più in grado di afferrare senza fatica le peculiarità e le sfumature su cui ironizzava argutamente l’antico commediografo. Noi, diceva Serra, «non poniamo l’accento della nostra voce e l’enfasi del nostro spirito là dove essi la ponevano». Noi non leggiamo come loro, la nostra voce non è la loro voce.
Ecco, forse il nodo essenziale è proprio questo. Oggi il pubblico medio (a parere di alcuni per colpa della scuola, a mio avviso semplicemente per l’evoluzione o l’involuzione, naturali o condizionate che siano, dei mezzi e dei canali di comunicazione e della scala dei valori sociali e culturali) non ha più la competenza, la capacità e l’interesse necessari per poter recepire ed apprezzare la poesia, a maggior ragione se si tratti di una poesia densa e complessa (almeno nei suoi esiti più seri e più meditati) come quella contemporanea, e tanto più se attraverso una fruizione di necessità rapida, fluttuante, vaga, inevitabilmente epidermica e superficiale, com’è quella veicolata dall’oralità e dall’ascolto.
Il mio timore è che l’odierna moda dei festival e dei reading (motivata in certi casi da un sincero intento divulgativo, in altri, forse, da semplici finalità autopromozionali) porti ad una tendenziale metamorfosi del poeta in performer, in moderno menestrello, se non in cabarettista, e che sul valore e sulla sostanza dei testi finiscano per prevalere il modo di porsi di fronte al pubblico, la capacità di atteggiarsi a “personaggio”, se non, più banalmente, l’abbigliamento o l’aspetto fisico.
Non vorrei, in altre parole, che la poesia finisse (senza peraltro che la sua visibilità, la sua risonanza e il suo peso ne vengano accresciuti in modo significativo) per essere fagocitata e snaturata dalle logiche di quello stesso sistema mediatico – piatto, omologato, alienante, ossessivo, opprimente – a cui dovrebbe, per la sua natura di Casa dell’Essere, di Parola autentica, di «osso senza carne in gola al capitale» come diceva Raboni, cercare di opporsi. La poesia, proprio nel momento di una sua apparente ed illusoria libertà d’espressione, rischia forse – per citare il Debord della Società dello spettacolo – di essere fagocitata e risucchiata da quella «riduzione del vissuto a rappresentazione, a spettacolarità totalizzante», da quella degradazione a «non –essere» in cui consiste il «sembrare», sulle quali si fonda la società dello spettacolo, dell’apparenza, del vuoto, tipica del tardo capitalismo; di essere, in altre parole, neutralizzata ed assorbita da quella «diffusa artisticità banalizzante ed essenzialmente inautentica» che ha soppiantato l’arte, causandone la morte. L’unico modo in cui il poeta che appare in pubblico, che sale alla ribalta, che si mostra e si offre agli occhi ed agli applausi, può conservare la propria autonomia, la propria dignità, il proprio spessore culturale, è leggere avvertendo sempre la presenza trascendente, la superiore istanza di una Parola e di un Valore che superano la circostanza e la persona particolari, pur manifestandosi in esse e attraverso di esse; di una sorta di Voce metafisica, insomma, che supera e sublima la voce individuale, incarnata, nel momento stesso in cui in essa echeggia e si riverbera. Solo in questo modo l’alienazione – del resto inevitabile – del poeta che si mostra, che appare, che indossa la maschera, potrà essere alienazione mistica e non capitalistica, veicolo di significato e riverbero di luce, non stasi, cancrena e nullificazione di un valore e un’identità reificati. Il poeta che legge dovrà essere, per citare un’espressione della Patristica, sarkínos àsarkos, «di carne senza carne»: presente bensì con il suo corpo di marionetta, ma mosso e guidato dalla traccia e dal filo di un dire più alto, di un più puro Logos
Come ci ricorda fin dal titolo un importante saggio di Cesare Viviani – saggio tutto pervaso dalla stessa poetica che affiora, coerente e nitida, dall’Opera lasciata sola –, Il mondo non è uno spettacolo. Di là da ogni gazzarra mediatica, da ogni chiacchiera mondana, «resteranno le opere, dimore della polvere e dell’abbandono». Le parole del poeta, «anonime» nella misura in cui suonano universali e perenni, «sono i battiti dell’universo, che nessuno ascolta, dimenticati dall’uomo, troppo lontani per essere amati». «La poesia non può che essere letta sulla pagina. (…) Ogni tentativo di contaminare la poesia con altre prove artistiche (…) dà qualcosa che non ha niente a che vedere con la poesia», la quale è «il suo disegno puro, la lettera sulla pagina bianca».
Questa può apparire una visione chiusa, rinunciataria, nichilistica – o viceversa elitaria, sublime, disdegnosa. Si tratta in realtà, a ben vedere, della sola chiave di lettura che faccia i conti, francamente e senza illusioni, con la condizione di solitudine, di isolamento, di vuoto che la poesia patisce, e non può non patire, nella società contemporanea, e che si manifesta sul piano sociale e mediatico non meno che su quello essenziale, costitutivo, ontologico, sulla condizione del poeta in quanto tale, nel suo essere poeta. L’ombra, l’isolamento, l’anonimato della poesia e del poeta nella società dello spettacolo non fanno, in fondo, che mettere maggiormente in risalto quella condizione di aseità, di solitudine, di distanza dalle cose, di assiduo e profondo commercio con il nulla, il vuoto, l’assenza (si ricordi la «vita sterile, di sogno» lamentata da Gozzano), che è, forse, propria in essenza della parola poetica, e forse di ogni atto letterario o artistico davvero libero e puro – e dunque autonomo, gratuito, in fondo insensato, per quanto necessario e vitale.       
Consideriamo, per soffermarci su di un esempio particolarmente significativo, il lavoro di Rosaria Lo Russo (www.rosarialorusso.it), «poetrice ovver attressa», tipico esempio di poetessa-performer. Una poesia, la sua, tutta attraversata dalle tensioni e dagli spasmi di un Verbo, di un lógos spermatikòs, di una “ragione seminale” vivida, mobile, fecondante, che si fa carne e corpo (e dunque voce, parola, gesto, actio) e nel contempo tende al silenzio, all’ammutolimento, alla nullificazione nella tomba delle membra («morte è silenzio o memoria dei suoni?»).
Ma ho la sensazione che, alla lettura solitaria e silenziosa, certi suoi stridori e contrasti da cantabilità settecentesca alterata e straniata (che fanno pensare, in un contesto e in uno spirito avanguardistici, al Lucini dei Drami delle maschere), certi suoi insistiti bisticci e giochi di parole, che senza dubbio ne evidenzieranno le doti esecutive di attrice e di perfomer, non possano che suonare sgradevoli ad un orecchio poeticamente educato.
La «scrittura a voce alta», in certo modo, sconta e paga sulla pagina quella stessa efficacia che certo riveste sulla scena, calata ed incarnata nell’immediatezza e nell’intensità della promuncia, del movimento, del gesto. Proprio le caratteristiche, i tratti stilistici che certo esaltano l’abilità del performer
Noi non possiamo che rammaricarci, con il Mallarmé di Crisi di verso, che la parola poetica non sia in grado di riprodurre appieno i «coloriti» e le «andature» che «esistono nello strumento della voce». Ma io credo che la musicalità della poesia colta, della lirica d’arte, debba continuare a risiedere nella quieta purezza della pagina scritta, senza cercare l’appagamento e il riscontro, immediati e fugaci, della lettura e dell’esecuzione pubbliche.
La poesia alluderà al suono, al movimento, al gesto attraverso la materia verbale e stilistica che le è propria, senza cercare in essi un prolungamento, un complemento, un potenziamento. Il poeta, per citare McLuhan, deve guardarsi dal divenire un Narciso stregato dalle sue stesse appendici, stordito dai suoi stessi prolungamenti, dagli stessi effimeri ed illusori supporti che ne moltiplicano l’immagine e il messaggio.
La consapevolezza e la maturità del mondo classico non appartengono più all’oralità o all’immagine, reificate ed appiattite da un mercato e da una logica mediatica a cui la poesia non ha né può avere la forza di opporsi sul loro stesso terreno. Guardare al classico significa, oggi, recuperare la stabilità, la purezza, la certezza della scrittura.
Io credo, citando Nietzsche, che la poesia debba tendere in ogni epoca ad un «grande stile» che pacifichi e domi i contrasti e i conflitti (fra cui anche quello fra oralità e scrittura, fra parola e corporeità) pur serbando in sé, nella «profondità della superficie», l’impronta del loro movimento e la favilla del loro stridore.
Noi ora dobbiamo, credo, deporre le nostre parole nel silenzio e nell’ombra, con pazienza e con fede. E un giorno, forse, «il nostro libro troverà il suo lettore». rischiano di indebolire la poesia sul piano squisitamente letterario, sul versante dell’elaborazione testuale autonoma e pura.
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Written by matteofantuzzi

10 marzo 2007 a 18:45

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48 Risposte

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  1. grazie a matteo veronesi, questo testo integra e continua un discorso già impostato dallo stesso veronesi su absolute poetry, per onestà credo che mentre sull’analisi fatta si possa ragionare, nell’esemplificazione matteo veronesi becchi una cantonata micidiale: credo rosaria lo russo sia un’ottima poetessa che sta mandando avanti una strada indipendente e difficile, comunque con esiti importanti. e credo anche che un’esperienza così forte sia una caratteristica tale da renderla unica (e da non scimmiottare, ma questa è una questione per la quale non mi rivolgo certo alla lo russo, ma casomai a suoi eventuali “scopiazzatori”) e da preservare. ma come in tutte le cose qui se ne può discutere, e vi invito in tal senso. anche sul tema di partenza, chiaramente.

    matteofantuzzi

    10 marzo 2007 at 18:50

  2. Torino, Festival del Cioccolato, 11 marzo, ore 17,30, piazza Vittorio, Big Slam con Lello Voce, Rosaria Lo Russo, Sara Ventroni.

    PoesiaPresente, Teatro BINARIO 7
    Via Turati 8 (piazza Castello, stazione FS) MONZA. lunedì 12 marzo, ore 21.00
    Lello Voce, Silvia Monti, Paola Turroni

    Firenze, Teatro del Sale, 14 marzo, ore 21, Reading di “Il comunismo era un romanzo fantastico” di Marco Palladini (Edizioni Zona, 2006), con Marco Palladini, Massimo Verdastro, Francesca Della Monica e Rosaria Lo Russo

    matteofantuzzi

    10 marzo 2007 at 19:02

  3. un articolo interessante, io penso che un aspetto importante di una poesia sia la sua intrpretabilità, a livello sia di lettura, che semantico-interiore: l’appropriarsi dell’opera altrui rende ‘attiva’ questa forma d’arte e la performance, anche dell’autore stesso, dovrebbe esser vista come una possibile lettura non come ‘la lettura’; certo quando le regole erano più rigide (metro e musica) la libertà era più limitata e forse l’arte era ‘più collettiva’ (anche se spesso limitata ad un gruppo) e meno interiorizzata… tutte le strade possono essere buone insomma!
    ciao,
    alessandro

    alessandroghia

    11 marzo 2007 at 04:30

  4. Forse l’esempio fatto da Veronesi – la poesia di Rosaria Lo Russo – mi permette di suggerire che probabilmente trattasi di due modi di comporre diversi: da una parte c’è una poesia per la pagina, creata per l’ascolto solitario, dove le “evocazioni” sono fatte risuonare per attivare un certo tipo di percezione, e dall’altra c’è un componimento che nasce non per essere messo in voce (che farebbe presupporre la primarietà del testo), ma voce fin da subito, legato alle caratteristiche timbriche o ritmiche della vocalità del poeta e alle sue inclinazioni in materia di “dizione”. In questo secondo caso, di solito il poeta accompagna lo scritto con un CD o con altro supporto audio e il giudizio andrebbe articolato a partire da questa intenzionalità di partenza, essendo comunque la poesia performativa un’altra cosa da quella scritta per una lettura solitaria. La “sgradevolezza” di cui parla Veronesi quando legge un componimento della Lo Russo epurandolo del suo momento sonoro-vocale è credibile, ma è legata ad un errore di approccio, proprio perché quel componimento non è nato per quel tipo di lettura, ma, appunto, per l’ascolto. Se il fine della poesia è il lettore-ascoltatore, allora il microfono, l’effettistica ad esso collegata, l’uso di certi risuonatori vocali a scapito di altri, o – come nell’ultimo lavoro su CD della Lo Russo – il lavoro sulla stereofonia, etc., sono a tutti gli effetti elementi di sintassi e di metrica; nel giudizio non posso “dimenticarli”.

    Il caso della Lo Russo è comunque particolare, ben al di là della media del genere performativo. E non a caso l’esperienza di Rosaria è anche teatrale, dunque ben consapevole di ciò che l’arte della recitazione ha prodotto fin qui. Può – lo pongo come quesito – la poesia performativa evitare di prendere a riferimento quanto Leo de Berardinis o Carmelo Bene hanno detto-fatto su ciò (trattamento del significante, l’oralità che scompagina lo scritto, la poesia della voce, etc)? ma qui siamo su un altro piano di discorso … E siamo già in un ambito che è, a tutti gli effetti, teatro … Ma lo sbocco di ogni poesia orale non è sempre il teatro?

    PS: del discorso di Veronesi non condivido l’esistenza di questa “Voce metafisica” che “echeggia e si riverbera” nella voce individuale, a meno che, da inguaribile materialista, non si intenda il “riflesso” nella soggettività di ognuno di elementi naturali, sociali, culturali …

    Nevio Gambula

    anonimo

    11 marzo 2007 at 09:07

  5. A proposito di oralità, un OT (Luigi N.):

    CAFFE’ STORICO LETTERARIO GIUBBE ROSSE
    Piazza della Repubblica 13/R
    Firenze 16, 17 Marzo 2007

    Festival Internazionale di Poesia in Azione
    IX° Edizione
    A + VOCI

    Direttore Fiorenzo Smalzi
    Direttore Artistico Massimo Mori
    Coordinatore Tiziano Pecchioli

    La manifestazione avviene in concomitanza con la giornata mondiale della poesia dell’UNESCO e con la collaborazione del Sindacato Nazionale Scrittori

    ***

    LA POESIA PRATICABILE
    nella babilonia del quotidiano

    Venerdì 16 ore 17: VISAS e altre poesie di Vittorio Reta con una testimonianza registrata di Edoardo Sanguineti. Il poeta genovese Vittorio Reta è morto suicida all’età di trent’anni nel 1977 e si rivela una delle voci più importanti della poesia di quegli anni rimasta quasi inascoltata. Ora la ripropone il critico letterario Cecilia Bello nell’omonimo libro da lei curato.

    Venerdì 16 ore 21: prima serata performativa. Intervengono i poeti: Tommaso Lisa, Alessandro Raveggi, Adolfina De Stefani Luigi Nacci, Massimo Mori. Partecipazione straordinaria di Julien Blaine, tra i poeti francesi più importanti della scena internazionale contemporanea; poliartista fin dagli anni settanta, ha prodotto innumerevoli opere che vanno dalla poesia sonora a quella visiva, alla attività performativa ecc.

    Sabato 17 ore 18 (presso AREA N.O., via Panicale 24R), esposizione dei materiali del contenitore di poesia BAU, saranno presenti Antonino Bove ed altri Autori delle opere esposte.

    Sabato 17 ore 21: seconda serata performativa. Intervengono i poeti: Massimo Acciai, Lidia Riviello, Paolo Albani. Partecipazione straordinaria di Arrigo Lora Totino voce della poesia sonora italiana e personalità creativa di livello mondiale; dalla seconda metà del ‘900 la presenza scenica della sua figura segna profondamente le attività della poesia in azione.

    Mercatino della Poesia a cura di Liliana Ugolini. Il Mercatino sarà attivo in entrambi i giorni di venerdì e sabato dalle 11 alle 17. Nello spazio del mercatino in piazza della Repubblica si potranno tenere piccoli eventi con libero scambio di libri. Al mercatino collaborano e partecipano: Gianni Broi, Maria Pia Moschini, Cristina Landi, Osvaldo Nicoletti, Mariella Bettarini, Gabriella Maleti, Franco Manescalchi.

    anonimo

    11 marzo 2007 at 13:54

  6. nevio tu fai da sempre un ottimo lavoro sulla parola e quello che dici è condivisibile secondo me. credo anche io che il caso di rosaria lo russo sia particolare per la dignità che la carta, il testo, anche fuori dal contesto performativo (non parlo volutamente di oralità), purtroppo questo non si ripete sempre e a volte la carta presenta testi scadenti risollevati dall’effettuazione (ma chiaramente capita anche l’esatto opposto)
    l’importante è creare come credo intenda alessandro quella “comunicazione universale” in grado di arrivare a tutti, senza sminuire, senza svilire…
    3 rutti e 3 scoregge forse arriverebbero a tutti. ma di certo la lo russo non li propone, così come altri autori che anzi fortificano le proprie teorie e creano testi che sono vere e proprie esemplificazioni pratiche dei personali (e comuni) percorsi teorici.

    matteofantuzzi

    11 marzo 2007 at 15:04

  7. Mi ha colpito questo passaggio :”Il poeta che legge dovrà essere, per citare un’espressione della Patristica, sarkínos àsarkos, «di carne senza carne»: presente bensì con il suo corpo di marionetta, ma mosso e guidato dalla traccia e dal filo di un dire più alto, di un più puro Logos.”
    Ma perche’ bisogna avere per forza questa posizione sacrale, orfico-misterica della poesia? Perche’ prescindere dal fatto che Ariosto faceva i suoi ‘slam’ per Ippolito d’Este & Co? Perche’ non ammere che Dante, Omero , Virgilio ecc . erano letteralmente assoldati? La poesia non muore o si prosaicizza con uno slam ma si dissecca quando diviene accademico e conservatrice.. Un saluto a tutti ed a Matteo in particolare.

    lucapaci

    12 marzo 2007 at 11:37

  8. Il libro di poesie di Vittorio Reta da chi è editato?Quanto costa? Grazie!
    Un caro saluto
    Luca Ariano

    anonimo

    12 marzo 2007 at 14:48

  9. a me sembra che il saggio di Veronesi sia ben fondato e ben argomentato. Come ogni lavoro autorevole è soggetto, poi, al principio di falsificazione, conseguente però ad un’analisi altrettanto articolata, altrimenti si passa dalla linea della dialettica a quella dell’opinione (che genera un’opinione derivata eccetera, con deriva inevitabile)

    gugl

    anonimo

    12 marzo 2007 at 19:58

  10. concordo con Veronesi per quanto concerne l’esattezza, che agli antichi era data (dalle forme ‘chiuse’) e che ai performativi spesso non è data. e a tale esattezza i poeti ‘performativi’ (parola quanto mai vaga e indecifrabile) dovrebbero, per l’appunto, mirare, forse avendo maggiori competenze teatrali e, in particolare, vocali. per quanto mi riguarda credo di averle, e di essere sempre ‘in formazione’ quanto allo stato dell’arte. ringrazio quanti apprezzano e difendono i miei risultati, invitando Veronesi a conoscere meglio il mio lavoro, sicura che saprebbe, se non apprezzarlo, certo adeguatamente comprenderlo. non ritengo nvece, come lui e Viviani, che la poesia sia ‘per la pagina scritta’, essendo la poesia scritta per essere lette ‘a bassa voce’ un fenomeno poetico fra i tanti, e certamente non l’unico e certo non il più importante. ritengo che la poesia sia arte dell’oralità, anche Dante la pensava così, basti leggere il De Vulgari Eloquentia e il Convivio…

    anonimo

    12 marzo 2007 at 21:58

  11. ho dimenticato di firmare: Rosaria

    anonimo

    12 marzo 2007 at 21:59

  12. credo che presto scriverò qualcosa sulla problematica di risposte adeguate ad articoli di dignità critica all’interno di un blog, perchè come dice stefano alla fine si rischia che le cose si perdano in una sorta di “qualunquismo” e di “pressapochismo” se ad una argomentazione non riescono a seguire (ma questo è un limite dello strumento blog, non dei commentatori) risposte adeguate. su un argomento del genere si fa tranquillamente un numero monografico di una rivista…

    per brevità, qua lo scoglio non sta però nel considerare se la poesia è fatta o meno per la pagina scritta, perchè se da un lato io per primo (che sapete come la penso ecc. ecc.) non posso prescindere dalla parola scritta è anche difficile non considerare il ruolo dell’effettuazione in altri poeti che hanno preso un’altra strada, parallela quanto vi pare ma “altra”, le regole del gioco di quella poesia sono simili, in tante parti sovrapponibili, ma non identiche anche alla poesia a me più vicina.
    credo sarebbe salutare per tutti cominiciare a creare anche una divisione delle identità. se no si continua a giocare a calcio con la palla ovale.

    l’accenno alle tematiche e alle modalità blog devo dire che adesso è una cosina che mi solletica molto… ricordo anche che molti lettori di UP sono alle prime armi, e io per primo non voglio schienarli (se loro non vogliono, nel caso ne sarei felicissimi). spero quindi nell’apporto di matteo veronesi anche per continuare il dialogo e rispondere al quesito di luca

    luca (paci) chi faceva l’mc tra ariosto e ippolito d’este. perchè non li chiami certamen quelli ?
    sono sovrapponibili ? eh eh eh… 🙂

    matteofantuzzi

    12 marzo 2007 at 22:26

  13. “felicissimo”: errata corrige

    matteofantuzzi

    12 marzo 2007 at 22:28

  14. Secondo me, caro Matteo, non c’e’ poi tanta differenza tra certamina e slam. La poesia si muove su binari diversi, forse, ma il concetto e’ quello. Il fatto che si prescinda dalle infinite storie della poesia, ossia dalle poetiche stesse, per isolare UN’ idea di Poesia mi preoccupa come lettore e come poeta. In Gran Bretagna si puo’ trovare Seamus Heaney accanto a Benjamin Zephaniah senza che nessuno gridi all’attentato.. Heaney e’ un poeta ‘tradizionale’ che accetta la convivenza e lo scambio di diverse concezioni di poesia e poetica (e lo stesso fa il poeta di origine giamaicana Zephaniah). Proprio la settimana scorsa ho partecipato a Brave New Word, manifestazione annuale di performance poetiche. C’era gente di tutti i tipi. Altra cosa. La distinzione tra poesia scritta e recitata mi sembra spesso artificiale ed imposta. Anche qui bisogna vedere che viaggio compie il testo. Dylan comincia come poeta e finisce per diventare cantautore per poi torrnare alla poesia..

    lucapaci

    13 marzo 2007 at 10:36

  15. lo so che heaney non è un bacchettone… ma a brave new word c’era l’mc ? perché molto del nodo si gioca lì, e affrontarlo in altro senso è più un falso problema…

    invece sulla questione poesia-canzone d’autore io ragiono a compartimenti sinceramente: vuoi fare il poeta ? giudico le tue poesie. luciano ligabue è uscito con le sue “poesie” per einaudi ? a mio modestissimo parere 3/4 degli italiani sono in grado di scrivere quel libro. mi aspetto che einaudi faccia uscire oltre 40 milioni di libri di poesia prossimamente 🙂
    e ne ho bacchettati altri. e anche bob dylan poeta a me non convince. heaney poeta sì, il paragone è imbarazzante.

    imbarazzante…

    matteofantuzzi

    13 marzo 2007 at 21:08

  16. Vabbe’ se prendi ligabue e’ sparare sulla crocerossa..
    Per quanto riguarda Dylan direi de gustibus ma ti potrei citare decine di nomi che non rientrano in compartimenti stagni- da Patty Smith ad Allen Ginsberg passando per Prevert e Boris Vian. L’Mc e’ un giudice, presente in tutti gli agoni poetici. A me e’ l’idea del giudice che non piace ma questo e’ un altro discorso.

    lucapaci

    13 marzo 2007 at 22:54

  17. Anche a me sembra un’analisi ben articolata ma molto limitata. limitata ad una sola prospettiva intendo, alla versione sacrale della poesia, che non capisco su quali tavole della legge è scritto che debba essere “in questo modo” o in “quest’altro”.
    Sicuramente è un argomento che richederebbe una discussione diversa, e maggior tempo, almeno da parte mia.
    Un poeta può farsi carne senza carne nella sua testa e leggere da schifo. uno può ridere e ubriacarsi prima di salire a leggere ed essere dylan thomas. dipende.
    Qui mi pare che si facciano sempre i conti senza l’oste ossia la parte che fruisce. la poesia non finisce sulla pagina bianca, ci vogliono altri due occhi almeno (o orecchie) affinché si compia. Qui si discute il veicolo (inteso come mezzo di fruizione) renda sacra la poesia o meno, e secondo me no.
    dipende da chi legge la poesia.

    A

    anonimo

    14 marzo 2007 at 13:19

  18. OT, ma forse neanche tanto 🙂

    Martedì 20 Marzo
    BIBLIOTECA “CESARE PAVESE” –
    CASA DELLA CONOSCENZA
    Via Porrettana, 360 – CAP 40033 –
    CASALECCHIO DI RENO
    Telefono 051/590650 – Fax 051/6130898

    ore 18

    Alessandro Ansuini e Camera Mix
    presentano

    “Indagine di uno stalker a proposito della muraglia cinese”

    (Ed. Liberodiscrivere 2006)

    A

    anonimo

    14 marzo 2007 at 16:11

  19. chiaro che esemplifichi al meglio le mie tesi eh eh eh 🙂
    neanche a me piace il giudice…
    per quanto riguarda alessandro, sto/stiamo aspettando la risposta di matteo veronesi, che mi ha garantito la sta scrivendo.

    matteofantuzzi

    14 marzo 2007 at 22:14

  20. Se ho atteso tanto prima di scrivere, è stato solo per dare alle mie riflessioni il tempo di sedimentarsi e di articolarsi in modo sufficientemente pacato e limpido.
    Ringrazio, come sempre, gli amici intervenuti con garbo e competenza, che, come spesso mi accade, mi hanno dato l’opportunità di tornare sui miei pensieri, approfondendoli e rendendoli ai miei stessi occhi più ponderati e più chiari.

    Per quanto concerne il rapporto fra oralità e scrittura, forse possiamo non dico risolvere definitivamente una questione tanto complessa e sfaccettata, ma almeno intenderci su un’essenziale distinzione: quella che separa da un lato la «poesia pura», la «lirica d’arte», o se si vuole, per riprendere, rovesciandola in senso positivo, una riduttiva definizione crociana, «poesia letteraria» (insomma tutte le forme di espressione poetica fondate sul testo, sulla pagina scritta, sull’elaborazione stilistica della parola poetica in quanto tale, nella sua preziosa autonomia, nella sua pura e serena solitudine), dall’altro la «poesia performativa» (forse non lontana, nello spirito, dalla «poesia visiva» o dalla «poesia sonora», anche se più di queste rispettosa del valore espressivo e dello spessore semantico della parola), che si risolve o culmina nella recitazione e nell’«esecuzione», rischiando inevitabilmente, a mio avviso, di far passare in secondo piano i valori specifici della parola letteraria, oggi già da tante parti minacciati all’interno della stessa «repubblica delle lettere» e dello stesso mercato editoriale.

    Certo la poesia performativa – pervasa e animata dalla vibrante «voce dell’inchiostro», come l’ha definita uno dei suoi principali teorici ed artefici – ha una sua piena dignità artistica, come del resto la possiedono, in gradi e forme differenti, certe espressioni della canzone d’autore, del teatro sperimentale e d’avanguardia, o anche del cabaret. Si tratta, semplicemente, di qualcosa di diverso dalla lirica d’arte, dalla poesia letteraria, così come, nel campo artistico, le «installazioni», la body art o la land art – pur se, a loro modo, culturalmente significative, o se non altro sintomatiche di una certa sensibilità e di una certa atmosfera – rappresentano qualcosa di sostanzialmente diverso dall’arte che – si pensi, per non fare che un esempio, a Carlo Maria Mariani, o più in generale al citazionismo, all’arcaismo, alla «nuova maniera» – riscopre e rivisita, a mio parere in modo saggio ed affascinante, le forme storiche e codificate della tradizione, riappropriandosi anche delle tecniche e dei supporti di cui tale tradizione si è avvalsa.
    Né si tratta, a mio parere, di operazioni necessariamente anacronistiche o retrive: si può anche «innovare rinnovando», senza strappi radicali o fratture traumatiche.

    Tutta la grande arte e la grande letteratura, in fondo, si sono sempre rispecchiate, in ogni epoca, nelle immagini e nella lezione del passato – magari anche solo per violarle, negarle, profanarle.
    Ammesso, poi, che grandi poeti siano mai stati degli «assoldati» perfomers, non mi sembra che gli esempi addotti – Omero, Dante, Ariosto – siano stati scelti in modo molto opportuno.
    Omero fu identificato da alcuni con «il cieco che abita in Chio» di cui parla lo pseudo-omerico Inno ad Apollo. A Chio aveva effettivamente sede una scuola di aedi, una sorta di conservatorio. Eppure, nei poemi omerici il «poeta omerico» appare precisamente come un ispirato Vate a cui il dio, privandolo della vista, ha però concesso, in compenso, la thespis aoide, il «dolce dono del canto», che può essere recepito ed apprezzato solo da un’elitaria, conviviale aristocrazia dello spirito.

    Dante fu certo assoldato, ma non tanto come poeta, quanto per lo sgradito incarico di cancelliere e di ambasciatore. Né gli sarebbe convenuto fare il poeta per soldi, se è vero che – come dice lui stesso – si trovò a girovagare per l’Italia sospinto dal vento che «vapora la dolorosa paupertate», e che patì, per le amate Muse, «fami e vigilie»…… Dante fu certo uomo del suo tempo, invischiato anch’egli, almeno fino ad una certa data, nelle lotte politiche dell’epoca; ma difficilmente gli si potrà negare di aver perseguito in modo del tutto autonomo e coerente un ideale d’arte e di poesia a cui consacrò, e quasi immolò, l’intera vita.

    Né mi sembra che le letture estensi di Ariosto possano essere paragonate agli slam, se pensiamo al vero e proprio culto del testo, della parola scritta, dell’opera finita e perfetta, di cui rendono testimonianza il sapiente ed assiduo lavorio variantistico ricostruito da Contini, e la stessa vicenda testuale dei «cinque canti».
    Del resto, il poeta si rivolgeva, ancora una volta, ad un pubblico elitario, quello della corte, che, pur se attraverso il velo sorridente e lieve di un raffinato edonismo e di un’ironia sorniona, riconosceva nelle sue ottave i propri valori cortesi.

    Forse non è causale che, come Dante rievoca malinconicamente «le donne e i cavalier, gli affanni e gli agi / che ne ‘nvogliava amore e cortesia», così Ariosto parli di «donne e cavalier», di «arme» ed «amori»: quasi che, pur se in due contesti culturali tanto diversi, e per molti aspetti opposti, l’autenticità più vera e la radice più profonda del dire poetico non potessero risiedere che in una sorta di mitica lontananza.

    «Sol nel passato è il bello», dirà un altro poeta.

    Questo comune sentire, ben più che il «soldo», può accomunare due autori così lontani.

    Semmai, ben più «assoldati» e prezzolati potrebbero apparire uno Shakespeare (influenzato, per molti aspetti, da un’ideologia elisabettiana venata a tratti di un antisemitismo repellente) o un D’Annunzio, contagiato dal mito, ideologicamente e storicamente infelice, della «Rinascenza latina».
    Ma non so fino a che punto si possa dire che questi autori siano scesi a compromessi con la propria poetica, con la propria coscienza estetica, per soddisfare le aspettative del pubblico. Semmai si verificava, nell’Inghilterra elisabettiana come nell’Italia umbertina (e così pure nell’Atene di Pericle o nella Firenze medicea, se proprio vogliamo abbandonarci ad arditi paralleli storiografici), una rarissima «armonia prestabilita», una quasi miracolosa sintonia fra artista e società, fra poeta e pubblico, che oggi sembrano irrimediabilmente perdute, e che difficilmente, credo, potranno essere recuperate in tempi brevi.

    L’analogia «poesia-prostituta» è, da Baudelaire a Montale, ricorrente. Ma essa non sembra designare una caratteristica intrinseca, essenziale, positiva, vitale della poesia moderna; semmai, una condizione di disagio, contro cui la poesia stessa lotta per affermare la sua dignità calpestata, la sua insidiata autonomia, la sua libertà e la sua purezza violate.

    Forse aveva ragione Marcuse a dire che la dissacrazione e la «liquidazione» dell’«alta cultura» finiscono per fare, precisamente, il gioco del capitale, per soddisfare la logica onnivora, onnicomprensiva, generalizzante, mercificante, propria di quella stessa (diremmo oggi) postmodernità tardocapitalistica a cui vorrebbero, nei loro presupposti e nei loro intenti ideologici, opporsi.

    Quanto, appunto, alla sacralità della parola, non credo indispensabile avvertire in sé il sentimento di un misticismo propriamente religioso e devoto per poter percepire e vivere la «mistica» della poesia, l’assoluta potenza conoscitiva e rivelatrice del linguaggio. In tal senso, l’analogia fra la parola poetica e il Verbo divino si trova anche nell’ateo e nichilista (ma fino a che punto?) Mallarmé. Del resto, la mistica della parola non esclude, ma semmai rafforza, la consapevolezza razionale e critica del linguaggio.
    La parola che si misura con l’ineffabile, che supera se stessa per protendersi fino alle soglie dell’indicibile, per ciò stesso è indotta ad interrogarsi sui propri limiti, sui propri margini, sulla propria natura, sulle proprie potenzialità e capacità espressive. Come per la colomba di una similitudine kantiana, l’atmosfera del dicibile-indicibile è, per la Parola, un limite e insieme un sostegno, un confine – se si vuole un ostacolo, un vincolo – ma nello stesso tempo uno spazio vitale.

    Ogni parola letteraria che non voglia essere mera mimesis, inerte e predeterminata copia del dato reale, deve trascendere e superare se stessa, andare oltre l’apparenza delle cose e la superficie delle esperienze.

    E ogni interpretazione deve, di riflesso, andare oltre la materialità del segno, varcare la grezza referenzialità della parola, superare il confine angusto del dato testuale immanente – poco importa, poi, se lo sguardo ermeneutico giunga, per tale via, all’essere o al nulla, alla luce o alle tenebre, alla pienezza o all’annullamento, a Dio o alla sua negazione (si pensi a Baudelaire «mistico senza Dio», secondo una definizione celebre).

    Non credo, poi, che Dante possa essere considerato un esempio di «oralità», o almeno di oralità primaria e genuina. Lo stesso poeta, nell’incipit del secondo canto del Paradiso, mostra di avere precisa consapevolezza della concorrenza, e insieme della distinzione, fra oralità e scrittura, struttura superficiale e struttura profonda, filo esteriore del racconto in versi e profonda significazione morale e teologica annidata «sotto il velame»: coloro che, «in piccioletta barca», hanno seguito, spinti dal «desiderio d’ascoltare», il vascello del poeta, dovranno cedere il posto a quei pochi che si sono per tempo cibati del «pan de li angeli» (metafora del sapere già familiare al lettore del…

    anonimo

    15 marzo 2007 at 09:50

  21. ……….(metafora del sapere già familiare al lettore del Convivio), e che sapranno cogliere l’autentico valore di un arduo epos filosofico.

    «In ciascuna scienza la scrittura è stella piena di luce, la quale quella scienza dimostra», si legge nel Convivio. La «donna gentile» è, più che la filosofia, la scrittura filosofica. Il poeta è, testualmente, uno scriba Dei che il «lettore», curvo «sovra ‘l suo banco» (Par., X, 22), deve pazientemente ed assiduamente seguire.

    Con la sua quadruplice stratificazione di sensi e di significati, la parola poetica – affine in ciò, per spessore e dignità, alla Scrittura per antonomasia, quella Sacra – esige una cura e un’attenzione che difficilmente potranno aversi nell’immediatezza, nella fugacità e nell’irripetibilità dell’ascolto.

    Il De vulgari, poi, sottolinea che modello del poeta devono essere i «doctrinati poetae», i «poeae regulares», emblemi di un registro aulico, di un dictamen (il celebre «dittare» dell’Amore è termine che allude precisamente all’ars dictaminis, all’artificio retorico, più che ad una pretesa immediatezza o extrarazionalità dell’atto poetico) denso di dottrina celata «sotto il velame».

    Il volgare che Dante ha in mente, «aulico» e «curiale», è, essenzialmente, lingua scritta, letteraria, che trova tanto i suoi produttori quanto i suoi destinatari nelle persone dotte.

    Non per nulla, il Sacchetti narra gustosi e sintomatici aneddoti che mostrano un Dante infuriato con i popolani che storpiavano i suoi versi recitandoli a mente; e Petrarca lamenta, in un’epistola, il fatto che i testi del Poeta fossero stati alterati, anzi addirittura «insozzati», proprio dalla diffusione orale.

    Questo non significa, ovviamente, che, oggi, ogni forma di oralità e di performance debba essere – per quanto sempre insidiosa, e ai miei occhi sospetta – di per sé rifiutata. Semplicemente, sul piano della recitazione come su quello della critica – sul versante, insomma, della «lettura» intesa tanto come «esecuzione», quanto come atto ermeneutico, come percorso grammatologico di decifrazione –, ci si deve guardare dal violare o dall’alterare strumentalmente l’integrità della parola poetica, e dei valori estetici e concettuali che essa racchiude e preserva. Valori, certo, molteplici, polisensi, multivoci, che non possono essere dogmaticamente irrigiditi, ma che vanno in pari tempo preservati dall’arbitrio di una disseminazione priva di criteri, di freni, di coordinate culturali.

    La mia visione è certo, come dicono oggi le teorie femministe della letteratura, tipicamente «logocentrica». Del resto (e questo attenua il mio logocentrismo), non pretendo di aver compreso ed interpretato in modo perfetto, inconfutabile e definitivo le posizioni teoriche e il discorso poetico di Rosaria.

    Quando i critici sono in disaccordo fra di loro – dice Wilde –, allora l’artista è d’accordo con se stesso.

    Matteo Veronesi

    anonimo

    15 marzo 2007 at 09:53

  22. alessandro, siamo sulla stesa lunghezza d’onda.
    luca

    anonimo

    15 marzo 2007 at 10:02

  23. densa e competente la risposta di Veronesi. volevo solo suggerirgli di rivedere il concetto di “logocentrismo”, almeno nella lettura di Derrida, con il quale indica la passione per il predominio dell’oralità sulla scrittura. Predominio che, mi sembra, Veronesi contesta.

    gugl

    anonimo

    15 marzo 2007 at 11:37

  24. He letto l’esaustiva risposta di matteo ma devo dire che non ho trovato risposta ai miei quesiti. Ci troviamo sul distinguere la parola letta nel silenzio dalla parola portata tramite mezzo (voce, musica, video o tutto insieme), ma non capisco perché a un certo punto si identifica il fatto di “performare” una poesia con l’assecondare il pubblico. Io posso portare un orchestra di sedici musicisti e leggere una poesia mentre loro suonano sedici pezzi diversi di jhon cage. Concettualmente è una bomba ma non credo che il pubblico ne resti tanto sollazzato. Questo per far un esempio, perché mi sembra che si stia troppo identificando la poesia performativa con lo slam. Chiariamoci anche qui: sono due cose diverse.
    Inoltre, amici miei, come io faccio fregio della mia ignoranza dei classici mi pare che non si riesca a far saltare fuori un nome che non sia risalente a almeno 500 anni fa. Matteo ha risposto su dante e ariosto e omero e glissato su dylan thomas. e ginsberg? e pasolini? e jim morrison? (non ho ancora trovato nessuno che abbia fatto poesia sonora meglio di loro, intendo i doors) e carmelo bene, cos’era? Possiamo certo dire che gli esempi di poeti grandissimi sia come performer che sulla carta sia esiguo, questo lo comprendo benissimo, però mi sembra che saltiamo totalmente la scena americana della beat generation che forse fu la prima a radunare in epoca moderna 3000 persone per una lettura poetica. se dobbiamo parlare di poesia performativa mi va bene parlare della lo russo (che purtroppo non ho mai sentito) come figura moderna ma rilancio che dobbiamo fare i conti con quanti si sono cimentati nella sonorizzazione della poesia negli ultimi 50 anni. in soldoni: d’annunzio non ce l’aveva il computer, altrimenti magari lo trovavamo a proiettare videopoesia al netimage al bologna, chi lo sa.
    ricordo un passo di nietzsche su ecce homo in cui esprimeva il desiderio di poter “passeggiare e registrare i suoi pensieri mentre camminava”.
    Pensa se gli davano un portatile.
    Questo per sottolineare che dobbiamo fare i conti col fatto di essere nel 2007 e che abbiamo possibilità di veicolare la poesia in maniere che i poeti del passato non avevano. Ora, non dico che milo de angelis adesso debba fare le video poesie, esisterà sempre chi darà un valore maggiore alla lettura per voce sola o al non leggere affatto le proprie poesie, ognuno ha la propria dimensione, ma è altrettanto oggettivo e spero che ne conveniate che c’è una sfida che offre molte possibilità e può esser raccolta senza per forza di cose “svendere” la poesia.

    anonimo

    15 marzo 2007 at 13:06

  25. mi sono perso la firma sono ansuini 🙂

    A

    anonimo

    15 marzo 2007 at 13:06

  26. Insisto: nella posizione di Veronesi c’è un equivoco di base, ed è là dove sottolinea che la poesia performativa fa “passare in secondo piano i valori specifici della parola letteraria”. Il problema è che la poesia performativa, se ha dignità artistica autonoma, basa la sua pratica su qualcosa di diverso da quei “valori”: non nasce come testo da leggere and stop, ma fin dal principio come testo spettacolare, dunque comprendente al suo interno anche segni non letterari (voce, gesto, suoni, etc.), ed è basata – direi: basa la sua essenza – sulle ambiguità che l’ascolto apre, sull’effimero rapporto tra materia ascoltata e ascoltatore, su una certa perdita di profondità.

    Ho come l’impressione che Veronesi confonda la poesia performativa – che è anche un metodo compositivo – con la semplice “messa in voce” di un testo. Non sono propriamente la stessa cosa, così come il teatro è diverso dal testo drammaturgico (e non può essere ridotto alla sola “messa in scena”). Certo, nella trasposizione della poesia lirica nel codice dell’esecuzione, come scrisse Fortini in un importante saggio sulla poesia ad alta voce, si depotenziano fortemente “le procedure di artifizi stranianti, che in un testo scritto cospirano a far prevalere la funzione poetica del linguaggio su quelle referenziali, emotive, conative o altre”. E su ciò, quindi, Veronesi ha ragione. Ha ragione, ma ha anche torto. E ha torto perché omette di dire che se è vero che l’esecuzione non possa fare altro che uccidere la complessità del testo poetico, ed è quindi sempre un “alterare strumentalmente l’integrità della parola poetica”, è altrettanto vero che anche la lettura solitaria compie lo stesso tradimento. Chi, leggendo una poesia (“sillabandola tra sé e sé”), riesce a cogliere tutti gli aspetti insiti in essa? Se io-lettore non posseggo tutta una serie di competenze, posso salvaguardare la molteplicità dei sensi de “La terra desolata” di Eliot? Quanti lettori sono in grado di non irrigidire “dogmaticamente” un testo poetico? E siamo davvero certi – empiricamente, teoricamente, storicamente – che la lettura ad alta voce non permetta l’apertura di ulteriori spazi di senso, magari del tutto non percepibili alla lettura? Per quanto mi riguarda, ad esempio, io non ho difficoltà ad ammettere che l’ascolto dell’Infinito leopardiano letto da Carmelo Bene mi ha detto di quella poesia molto di più della mia lettura isolata …

    Condivido certamente l’allarme di Veronesi per l’“arbitrio di una disseminazione priva di criteri, di freni, di coordinate culturali”. Lo scadimento culturale è innegabile, a tutti i livelli. E la stessa poesia performativa è spesso un paravento per una incapacità di scrivere poesie veramente necessarie, oltre che mostrarsi come assolutamente non in grado, nella maggior parte dei casi, di affrontare con cognizione di causa l’aspetto della performance. Il problema però, per come la vedo io, esula dalla diatriba “letterarietà vs oralità” …

    PS: conservo i miei dubbi sulle soluzioni “filosofiche” che leggo nel discorso di Veronesi … In particolare, dubito che alla poesia spetti esaltarsi in “quella condizione di aseità, di solitudine, di distanza dalle cose” di cui parla l’autore. Se la poesia – qui ricorro al Della Volpe – presenta una forte valenza specifica, se è cioè un “pensiero semanticamente organico e autonomo”, ebbene, questa “aseità o autonomia” non potrà mai essere scambiata per una “aseità o autonomia metafisica”, ossia non potrà mai darsi indifferente o porsi al di fuori della storicità …

    Nevio Gàmbula

    anonimo

    15 marzo 2007 at 17:00

  27. ci sono alcuni passaggi di quest’ultimo commento di nevio che trovo fondamentali perchè il passaggio di tentata uniformità della poesia “letteraria” (per utilizzare il termine di veronesi) con quella “performativa” non ce lo siamo certo inventato questa sera ma è un cavallo di battaglia di molta poesia performativa che cerca di andare a giocare nello stesso terreno della precedente con risultati problematici e fruizione soprattutto praticamente annientata

    già tempo addietro (e ho preso nomi per questo, anche qui) ribadivo la necessità di scindere le due analisi, e non utilizzare il metro di paragone “letterario” con quello “performativo”. con i “se” e con i “ma” non si fa la storia, anche perchè magari d’annunzio nell’epoca di internet avrebbe passato il tempo nelle chat line e poco sulla poesia 🙂

    bando alle cretinate… sono nodi fondamentali quelli della divisione delle analisi. in questo senso può emergere la buona poesia, da un lato o dall’altro. non s’è sempre detto che alcuni magnifici poeti “letterari” sono pessimi lettori di loro stessi ? per questo sono poeti peggiori ?

    (comunque era da tempo che su UP non si aveva un commento come quello di risposta di matteo, in effetti valeva la pena aspettare l’analisi: con un passaggio meraviglioso quale l’accostamento della poesia performativa al cabaret… che non si capisce cosa ne pensi matteo, eh eh eh eh !!!)

    matteofantuzzi

    15 marzo 2007 at 22:52

  28. Purtroppo non riesco, materialmente ed intellettualmente, a seguire tutte le molteplici, insidiose e ben documentate obiezioni che mi vengono rivolte, e che indubbiamente mi inducono a cogliere sfumature che, forse per amore di nettezza e di semplificazione, mi erano sfuggite.

    Mi fa piacere vedere citato Della Volpe. Non so, però, quanto la sua rivisitazione, in chiave materialistica, dell’aristotelismo cinquecentesco possa essere oggi riattualizzata, sopratutto da parte di chi persegue forme, in senso lato, di innovazione e di sperimentazione.

    Semmai, ciò che scriveva su Meister Eckhart potrebbe essere ripreso a sostegno di una moderna mistica poetica.

    Certo, il suo insistere sull’autocoscienza critica del poeta va pienamente sottoscritto. Tuttavia, mi sembra vi sia non dico la certezza, ma sicuramente il rischio che proprio l’immediatezza incisiva e traumatica dell’oralità e della performance attenui, nell’autore come nel pubblico, quella stessa consapevolezza e quella stessa autocoscienza.

    Mi si è giuistamente fatto notare di avere frainteso, o almeno “transfunzionato”, il concetto di “logocentrismo”.

    Devo confessare che, senza avvedermene, ho usato il termine «logocentrismo» in un senso diverso, se non opposto, rispetto a quello che possiede nel suo originario contesto speculativo.

    L’ho inteso, cioè, come riferito non al Logos assunto quale discorso orale, ma come Verbum, come Parola che si incarna, si invera e si manifesta nella stabilità e nella perennità della Scrittura.

    Ma il lapsus, che resta imbarazzante, è a suo modo rivelatore, e può aprire la strada a riflessioni ulteriori.

    A quanto pare l’oralità, l’esibizione, lo spettacolo, con la loro immediatezza penetrante e quasi subliminale, con la loro forza, il loro impatto, la loro risonanza così incisivi, potenti, a volte quasi violenti e arroganti, possono essere ancor più monolitici e più autoritari della parola scritta, che almeno lascia al lettore la possibilità e l’arma delle riletture meditate, dell’analisi ponderata, acuminata, magari relativistica, corrosiva, dissolvente – insomma dell’anasemia, della grammatologia, della decostruzione.

    Per converso, indubbiamente, la lettura e la rilettura interiori e mentali (il discorso che l’anima fa con se stessa in silenzio, come diceva Platone, anch’egli emblematicamente diviso, con paradosso irresolubile, fra il dominio dell’oralità e quello della scrittura) possono, pur se più appartati e riparati, falsare la sostanza del testo poetico non meno della lettura e della ricezione orali (anche se, nel caso della lettura solitaria e silenziosa, tutto dipende non dal mezzo e dalla circostanza della fruizione, ma dalle competenze e dall’accortezza del fruitore).

    Insomma la questione resta aperta e inesauribile. “Ipsa quaestio ex se semper aliquid gignit”, diceva l’antico.

    Matteo

    anonimo

    16 marzo 2007 at 08:52

  29. Ripropongo un mio intervento sulla poesia che potrebbe contibuire in qualche modo a questo interessantissimo dibattito.
    “Ogni definizione perentoria sull’Essenza della poesia si scontra inevitabilmente con un vespaio di contraddizioni. Quando si usa la categoria sublime dell’essere si richiama direttamente la categoria del non- essere. E il circolo è chiuso. Poesia e non – poesia… Per quando riguarda la tradizione italiana, spesso la categoria del poetico coincide con quella del lirico. La poesia è verità, bellezza, bontà. Assai di sovente la forma poetica che prende queste de-finizioni teoriche è ultra-classica o, se si preferisce, ultra-lirica. Le definizioni classiche e ontologiche del poetico non fanno che stringere la morsa. L’ontologia, come la metafisica hanno senso come poetica individuale ma non devono e possono essere imposte ad universali assoluti. Dal mio canto preferisco vedere la poesia come un campo di tensione nel quale s’incontrano diverse ‘forze’. La poesia si fa ed ha senso nel suo farsi attraverso tutte le forme che volta per volta prende. In questo senso la poesia diventa agente di cambiamento linguistico e, indirettamente, sociale.”
    Luca Paci

    anonimo

    16 marzo 2007 at 09:04

  30. Questa posizione non mi sembra, tutto sommato, lontana dalla dialettica heideggeriana di Essere e Nulla, di Parola e Silenzio, implicita in ogni ontologia e in ogni mistica del linguaggio poetico.

    anonimo

    16 marzo 2007 at 11:50

  31. La poesia, in qualsiasi forma e “contesto” si manifesti, è veramente tale quando, attraverso la lettura silenziosa o l’ascolto partecipato, mantiene intatta la sua natura e la sua vocazione all’oltranza, che significa anche, tra l’altro, il superamento (non l’azzeramento) della forma e del contesto nei quali si fa “oggetto” condiviso, “dono”, in ultima istanza.

    Il problema non è della “poesia performativa” o della “poesia di tradizione”, ai cui stilemi e statuti Veronesi resta (non glielo sto assolutamente contestando) “nei secoli fedele”. Il problema, se tale è, sta di distinguere le voci vere, “essenziali”, dalla miriade di cloni e replicanti che inflazionano la “logica dei generi”, a sua volta quanto di più obsoleto ci si trascini legato alle caviglie.

    Io ho avuto modo di ascoltare, varie volte (faccio una serie di nomi, a prescindere da eventuali, o inesistenti, collegamenti tra le poetiche) Voce, Lo Russo, Gualtieri, Nacci, Fusco, Bulfaro… e, per quello che mi riguarda, penso di essermi sempre trovato di fronte a “proposte” di altissimo valore, a testi performati che non temono assolutamente la “verifica” della pagina, ammesso che questa prova sia il lasciapassare a chi sa quali paradisi “canonici”.

    Lunedì scorso, ad esempio, mi è capitato di assistere a due letture performate, a Monza, da parte di Paola Turroni e Silvia Monti, che non conoscevo: un’emozione unica di cui può dare conto chiunque fosse presente, di carattere estetico, etico, politico, quale non mi capitava da tempo; è non era il frutto solo del contesto o della forma scelta dalle autrici per partecipare il proprio lavoro, quanto, piuttosto, della bellezza e del coinvolgimento di testi di grande valore poetico, che lasciano intravvedere un lavoro di scrittura e di ricerca di notevole spessore.

    E’ vero che mi è capitato di andarmene, in qualche altra situazione, con poeti improvvisati e tra cialtronerie assortite, soprattutto per vincere l’impulso di mettermi a gridare, ma ciò accade anche col novanta per cento dei libri dei “poeti di tradizione” (sic!!!), ai quali, a quanto mi risulta, nessuno dice di cambiare mestiere, o che le loro “produzioni” arrabattate, le loro raschiature di barili ormai senza più fondo, le loro vocazioni neospiritualiste d’accatto, la loro vocazione di epigoni degli epigoni degli epigoni hanno fatto il loro tempo, e ormai da parecchio anche.

    Ecco, almeno questo è il mio pensiero, io credo che un critico accorto debba prima mettere ordine e fare pulizia nel campo d’elezione nel quale ha scelto di accamparsi, prima di mettersi a dissodare e a rivoltare il prato degli altri, rischiando di strappare, insieme alle erbacce, piante splendide che maturano frutti di un altro colore, di un’altra consistenza, di un’altra natura.

    Quindi, quando si equiparano, per dire, gli autori che ho citato, insieme a un’altra ventina di nomi che si potrebbero fare in ogni momento, a cabarettisti, cantautori e amenità varie, rimane, per me, che il discorso è già finito, prima ancora di cominciare.

    fm

    anonimo

    16 marzo 2007 at 17:44

  32. “…sta nel distinguere le voci vere…”

    fm

    anonimo

    16 marzo 2007 at 17:48

  33. caro francesco, non potevi essere piu’ esauriente… Condivido in pieno cio’ che scrivi in modo cosi’ icastico. Aggiungerei anche che bisognerebbe fare un po’ di seria filologia sui percorsi che ha preso – e non ha preso – la nostra tradizione poetica. Una specie di quadro nosografico ci aiuterebbe – forse- a capire meglio certi fenomeni del presente. Analizzare la funzione decisiva delle letterature orali , il privilegio accordato ad una tradizione scritta che ha fisicamente cancellato, almeno dall’invenzione della stampa in poi, tutto il vasto territorio della gestualita’ e degli elementi legati alla fisicita’ dello scrivere. La progressiva ed incalzante smaterializzazione del testo nell’era virtuale..
    luca paci

    anonimo

    17 marzo 2007 at 09:21

  34. Ieri ho partecipato al mio primo slam di poesia d’improvvisazione, a bologna.
    Devo dire che il tutto c’entra poco con i reading o la poesia performativa, ma è senz’altro divertente e ha portato 150 persone ferme e zitte ad ascoltare le poesie di venerdì sera in centro a bologna, quindi rendo merito agli organizzatori. (e si pagava da un minimo di 3 a un max di 18, se non si aveva la tessera!)
    Funzianava con sfide dirette, due contro due, il pubblico sceglieva l’argomento, 5 minuti per scrivere e via. Il tutto è assolutamente un gioco, come fare una partita a saltinmente o sfidarsi al gioco dei mimi in un villaggio vacanze ma, una volta accertato e accettato il gioco ripeto, è abbastanza divertente.
    Cos’altro. ho incontrato eva robbins sui pattini dentro e uno dei fratelli ruggeri ha letto tre poesie.

    A

    A

    anonimo

    17 marzo 2007 at 10:06

  35. Azz…ora abito a Bologna e non avevo visto l’iniziativa. Se per caso fai altre cose del genere Alessandro faccelo sapere ancora che si viene volentieri a sentire te e questi esperimenti. a presto

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    17 marzo 2007 at 10:45

  36. alessandro: io non accetto il gioco, non accetto di accostare la poesia ad eva robin’s che gira coi pattini (con tutto il rispetto). bisognerebbe avere la decenza di ricordare quante persone sono morte per la poesia, e che la poesia in certi luoghi dove gira ancora la dittatura, e la poesia riempe gli stadi (sottolineo, gli stadi) per la poesia si va in carcere, si viene torturati ecc. ecc. alcuni regimi dittatoriali (es ? albania) li conosciamo proprio perchè i poeti albanesi ce li hanno raccontati.
    gioco volentieri a saltinmente, risiko e pure strip-poker… ma con la poesia sinceramente no.

    anche per rispetto proprio a quei poeti realmente performativi che vengono sviliti dagli spettacolini, e sono proprio i nomi che indica marotta. secondo me sono loro le vittime di questi spettacolini.

    come ho scritto, ieri sera a bologna anche io ero stato invitato, ma quando ho saputo come si svolgesse il “simpatico gioco” mi sono categoricamente rifiutato.

    matteofantuzzi

    17 marzo 2007 at 10:47

  37. mah, io non sarei affatto così categorico matteo, un gioco è un gioco, non svilisce la poesia se viene interpretato per quello che è, a parer mio.
    Ho visto svilire la poesia da poeti molto affermati in contesti molto sobri, per dire, mentre ieri non c’era nessuna pretesa di serietà, e sempre a parer mio non vedo proprio come questi spettacoli possano nuocere ai poeti performativi, diciamo, affermati. Perché si crea confusione? Confusione la fa chi non se ne intende, e secondo me i poeti performativi (che quando va bene radunano 15 persone) forse potrebbero solo avvantaggiarsi, di un eventuale confusione.
    Se a te non piace accostare il gioco alla poesia sei liberissimo di farlo, per carità, infatti ti hanno invitato e hai declinato l’invito, ma non ti seguo più quando mi parli di controindicazioni generali sulla poesia, come non seguivo veronesi quando faceva l’equazione poesia performata = svilimento del testo in funzione del compiacimento del pubblico.
    Poi mi sembra di averlo detto all’inizio, questa cosa degli slam c’entra poco con i reading, è cosa altra, per l’appunto: un gioco.
    Per Guido: dovrei riandare in maggio perché ho vinto, ma non ricordo la data. ti saprò dire.

    A

    anonimo

    17 marzo 2007 at 11:21

  38. la truffa (chiamiamo le cose come stanno) e che viene spacciata come poesia.

    che non significa che un poeta performativo capace non possa vincere uno slam… la truffa è spacciare gli spettacolini per poesia.

    e non ti pare problematico: io vorrei che ci fossero happening e incontri di poesia performativa, senza gare, comici, nani e ballerini…

    ti assicuro che 150 persone le fai benissimo lo stesso…

    matteofantuzzi

    17 marzo 2007 at 11:27

  39. scusa se sono acidello, ma venuto a conoscenza in questi giorni della situazione in cui vivono alcuni poeti in alcune parti della terra… ti assicuro che mi sento all’interno di un sistema borghese e da salottino.

    cose che non sopporto, stamattina come noti in maniera particolare 🙂

    matteofantuzzi

    17 marzo 2007 at 11:29

  40. eheh, me ne sono accorto, e mica ti contraddico infatti, sei liberissimo di pensarlo e sfanculare tutti gli slam che ti propongono e di cui hai notizia.
    Sarebbe una truffa matt se dicessero venite a sentire un reading di poesie e invece è uno slam.
    Ma se uno va a vedere uno slam sa che va ad assistere a un gioco secondo me, e non c’è nulla di male.
    Ripeto, questo è come la vedo io, tu sei liberissimo di incazzarti, non sto certo qui a difendere gli slam, stavo solo raccontando come mi è sembrato quello a cui ho partecipato.

    A

    anonimo

    17 marzo 2007 at 11:52

  41. Saluto tutti, in particolare Luca.

    Matteo, il problema è proprio quello: se si vuol fare un discorso ad ampio raggio sulla poesa odierna, canone o non canone, bisogna cominciare a distinguere, e anche nettamente, perché fare di ogni erba un fascio finisce per escludere esperienze poetiche di grandissimo spessore.

    E anche sulle “gare” e festicciole improvvisate, ben vengano, se non altro si strappa per alcune ore un certo numero di persone, magari, all’omogeneizzazione idiotizzante televisiva. L’importante, in quel caso, a mio modo di vedere, è che sia ben chiaro che si sta giocando, in modo intelligente quanto si vuole, ma che quel gioco può non avere niente a che fare né con la letteratura né con la poesia.

    In margine, ma nemmeno tanto: a Monza, lunedì scorso, il teatro era strapieno. I testi della Turroni, per dirne una, anche sulla carta, darebbero parecchi punti a tantissimi celebrati autori.

    Buona giornata a tutti.

    fm

    anonimo

    17 marzo 2007 at 11:55

  42. Dimenticavo, Matteo: assolutamente d’accordo con le tue riflessioni su poesia, impegno, dittature. Il nome di Ken Saro-Wiwa, che ebbi l’onore di conoscere di persona, io non l’ho mai dimenticato.

    E questa memoria ingloba, sempre, tutti i Saro-Wiwa di questo mondo.

    fm

    anonimo

    17 marzo 2007 at 12:01

  43. conosco la turroni da quasi 10 anni per la collaborazione e la stima nel gruppo della rivista “le voci della luna” e so che assolutamente quello che dici è vero, quindi la consiglio a tutti !

    alessandro: eh eh eh eh… nessuno ha mai spacciato gli slam per poesia ? 🙂

    cominciamo a definire le cose, e sarà un bene per tutti. perchè non rischieremo pubblicità ingannevoli (da una parte e dall’altra) e saremo tutti più felici… però questo discorso a qualcuno non sfagiola 🙂

    matteofantuzzi

    17 marzo 2007 at 17:33

  44. Caro Matteo,

    visto che pensi – commento 43 -che ci sia gente che ‘spaccia’ gli slam per poesia (o che ‘spaccia’ poesia agli slam?), di’ pubblicamente a Lo Russo, Marmo, Socci, Scarpa, Ventroni, Voce, Raveggi, Lisa, Masala, Fusco, Padua, Sinicco, Valente, Cassioli, Danieli, Raspini, Petrova, Sparajurij, Forlani, Savogin, Pillan, Valente, Preden, Crico, Fierro, e tutti quelli che mi sto dimenticando, dicevo, di’ pubblicamente che tutta questa gente non ha niente a che fare con la poesia, che insomma non sono poeti.
    Appena l’avrai fatto, allora famme lo sapere! Sarei curioso di vedere come ti risponderanno le persone citate…

    Luigi Nacci

    anonimo

    18 marzo 2007 at 22:59

  45. credo tu luigi conosca già la mia risposta:
    ho chiaramente (ad esempio) sostenuto le capacità assolute della lo russo anche in questo post (ma, hai letto i commenti ?).

    ho fatto anche le pulci sullo scorso annuario di manacorda a un’antologia sullo slam che chiaramente pubblicava i testi chiedendo che venissero presi in analisi come poesie e li ho presi in analisi come poesie.

    e fatto parecchi ragionamenti in cui ho chiesto di creare definizioni sostanziali di poesia “letteraria”, “performativa” e slam. cosa normalissima per quello che riguarda l’arte contemporanea, dove è banale chiamare ogni cosa col proprio nome… la video arte come tale ecc. ma insisto che in questo senso c’è chi non vuole sentire… e invece basterebbe così poco per fare tutti contenti: definizioni serie e serene: lo slam è slam… la poesia performativa è poesia performativa. ma ti ricordi quando ti dicevo proprio su UP (e non solo anche sulle riviste tipo vdl) che fusco, ventroni, giovenale ecc. sono poeti da proteggere e sostenere proprio per l’importanza del loro percorso nella poesia performativa ???

    e in questo stesso post ho detto che un poeta performativo può fare una signora figura a uno slam.

    chiedi tu a quegli autori che citi se gli autori che citi si sentono della stessa pasta della simpaticissima signora dei tortellini di cui parlo nell’annuario di manacorda apparsa in quella famosa antologia degli slam. io so chi degli autori che citi è un autore valido… ma non c’è bisogno degli slam per dirlo. (ps. già che ci siamo che sono curioso, mi fai una critica sostanziale della poesia anti-berlusconiana presa da youtube al festival della cioccolata di torino ?)

    poi siamo tutti adulti e vaccinati, liberissimi voi di divertirvi, liberissimo io di ricordare che c’è chi di poesia è morto. tu sei pronto a dire che lo slam è un giochino come dice ansuini qua sopra ?

    perchè se mi dici che lo slam è un giochino, allora di truffe non ce ne sono. è tutto chiaro e alla luce del sole. e siamo tutti contenti. 🙂

    matteofantuzzi

    19 marzo 2007 at 00:18

  46. Cari amici, ho letto con interesse la vostra discussione. Per me l’intervento di Veronesi amputa una parte essenziale dell’esperienza umana, e artistica, della parola: taglia via la voce. Tutto qua. E’ un intervento in cui, in realtà, espone una sua poetica: ha una sua idea della parola, e in base a questa valuta il resto. Il mio parere (per quel che conta) è che la sua visione è troppo costosa: adeguandoci a essa, impoveriremmo inaccettabilmente la ricchezza verbale dell’umano, innanzitutto, e quindi anche dell’arte della parola.
    Sulla domanda di Nacci di due commenti fa: io non ho nessun problema a sentir dire che “non sono un poeta”, figuriamoci: è sempre stato e sempre sarà che questa parolina, a quanto pare tanto ambita, viene negata e concessa con imperscrutabili criteri. Ma ha importanza? Toglie o aggiunge qualcosa a quel che abbiamo veramente scritto, essere definiti “poeti” o no dagli altri? Le nostre opere sono lì, “lasciate sole” anche dai riconoscimenti mondani, che ci siano o no.
    Anni fa, ho partecipato a cinque o sei slam in tutto. Sono un gioco (e se ne fanno infinitamente di meno, rispetto alle letture pubbliche: non parlerei dunque di “era dello Slam”, come fa il titolo dell’intervento di Veronesi). Invece negli ultimi sette anni ho fatto circa duecento letture pubbliche delle mie poesie (quasi cento del poema “Groppi d’amore nella scuraglia”). E’ poesia? Non lo è? Chi lo sa.

    Tiziano Scarpa

    anonimo

    24 marzo 2007 at 10:03

  47. mi pare che l’analisi di tiziano non faccia una piega. e definisca non definendo.

    A

    ansuini

    24 marzo 2007 at 18:09

  48. il problema dell’essere poeti o meno, della carta d’identità, della patente, è giustamente tiziano un falso problema. credo davvero sia più importante cercare di fare buona poesia di dare alle stampe i migliori lavori possibili, e i reading hanno senza dubbio una funzione importante per la comprensione della propria poesia e per creare nel contempo un dialogo, con gli altri autori e con i potenziali fruitori.
    per il resto concordo, anche secondo me matteo (veronesi) analizza bene un problema malposto (più tutta la questione della lo russo su cui ho da subito posto i miei dubbi).
    poi, mosse le critiche, non vorrei che la questione slam diventasse una “lotta di classe” che magari darebbe (come tutte le risse) visibilità all’argomento ma diverrebbe deleteria per il dialogo e per l’analisi delle rispettive (e lecite) esperienze.

    matteofantuzzi

    25 marzo 2007 at 15:09


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