UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Il masochismo del poeta di Luisa Pianzola
 
Il 18, 19 e 21 maggio scorsi nella metropolitana di Milano si è svolta una serie di letture poetiche nell’ambito della mostra Galleria in Galleria, installazioni d’arte contemporanea in dieci stazioni con opere di Michelangelo Pistoletto, Mimmo Paladino, Enzo Cucchi, Joseph Kosuth, Jan Fabre e altri.
L’idea di Norman Brain, che non è un signore amante dell’arte ma il nome del laboratorio creativo del Gruppo Norman, promotore della mostra, è stata quella di abbinare alla funzione destabilizzante delle opere d’arte collocate in un contesto anomalo (la metropolitana, appunto), quella altrettanto destabilizzante della parola poetica. Nel catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale, ho letto che scopo ulteriore di tutto ciò è stato dare dignità di luogo a un non-luogo per eccellenza, questa rete impersonale di connessioni rapide dove di solito si cammina a testa bassa, dritti (o un po’ curvi) verso la meta, non distratti dal paesaggio (che infatti non c’è), con il solo desiderio di raggiungere il più presto possibile la fermata desiderata e riemergere alla luce della città.
L’idea, in effetti, mi è sembrata buona. Io amo, come molti in fondo, le metropolitane. Ricordo il senso di impotenza, la prima volta a Parigi, nel non riuscire a dare un senso al reticolo colorato che si aggrovigliava subdolo sulla mappa. Poi ho imparato. Ho girellato con destrezza nelle metropolitane non solo di Parigi, ma di Londra, di New York. E da allora penso che non si “possegga” veramente una città se non se ne frequenta con naturalezza, e ripetutamente, la metropolitana.
Al reading poetico Parole di Passaggio, in quanto autrice di un libretto di poesia edito da Lietocolle – partner di Norman Brain nell’organizzazione dell’evento – ho partecipato anch’io.
Quando mi è stato proposto, d’istinto ho accettato, un po’ perché avevo visto cose simili all’estero e mi erano piaciute, un po’ perché amo da sempre l’arte contemporanea e un po’ perché mi è parso sacrosanto portare il riverbero di parole “fuori luogo”, come sono le parole poetiche, in un contesto urbano teso, amorfo e riluttante alla riflessione come la metropolitana, piuttosto che nell’atmosfera asfittica di una sala di lettura. Senso di sfida. Esperimento da laboratorio. Chissà. Ha detto bene Giampiero Neri durante la lettura della seconda giornata, alla stazione di Porta Venezia, immerso nella luce rosa dell’opera al neon del gruppo SUPER! (Patrick Tuttofuoco/Massimiliano Nuvoli/Riccardo Previdi). Parlava di fine della sacralità della poesia, della necessità di portarla in spazi impoetici, e si vedeva che per lui era anche un po’ faticoso stare lì, in mezzo a un sacco di rumori, con un’acustica terribile e, a pochi metri, i ragazzi di Porta Venezia che piroettavano a terra sulla schiena a ritmo di break dance.
Ecco, la fine della sacralità del verso mi è sembrata una cosa vera, ma non era ancora abbastanza. È stato Aldo Nove, l’ultimo giorno di lettura, un sabato pomeriggio, in un punto di Palestro strategico per l’afflusso di persone verso i treni, a completare la riflessione che andavo maturando sul perché di questo reading.
Nove  diceva, con voce intermittente, che i poeti hanno perso se stessi, il senso del proprio esistere, e allora parlano di sé, cercano conferme, oppure si infliggono punizioni, per esempio sottoponendosi a esercizi faticosi come leggere nel frastuono di una ferrovia sotterranea. C’era, certo, dell’ironia in quello che diceva. Ma in fondo non si discostava dalla realtà. Il poeta “sente” la morte della poesia (non che per questo non abbia più senso scrivere) e portare la propria nel contesto ostile di uno spazio dove ogni segno-suono-parola ha una necessarietà che schiaccia, corrode, annienta, è assolutamente in sintonia con questa negazione. Nove ha detto più o meno queste cose dopo essere stato sommerso, nella lettura di qualche verso, dal fragore di un treno che partiva e di un annuncio tecnico all’altoparlante.
Sono sicura che godesse, in quel momento. E che non fosse l’attenzione del gruppetto di spettatori incuriositi, che cercava, ma la disattenzione e il passare oltre dei ragazzi vita bassa scarpe firmate che buttavano lì un’occhiata distratta e tiravano dritto.
Almeno, questo cercavo io, quando ho letto i miei versi.
Con un senso di sconfitta e inutilità, dentro, che mi esaltava.  
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Written by matteofantuzzi

1 giugno 2005 a 23:57

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13 Risposte

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  1. grazie a luisa del contributo. in questi giorni ci sarebbero da segnalare una miriade di eventi a proposito della poesia. mi limito a questi: parte il mercato della poesia di montreal fratellino minore di quello che ci sarà a fine giugno a parigi in saint-suplice. per chi non si può spostare tanto ricordo che sta iniziando il festival della poesia di genova e che quello del 18-19 si rivela un week-end caldo con cetona in toscana e castell’arquato in emilia. ultima cosa appena letta: vincenzo della mea finalista al montano. evviva.

    matteofantuzzi

    2 giugno 2005 at 00:02

  2. e anche massimo sannelli finalista al montano. altrettanto felice.

    matteofantuzzi

    2 giugno 2005 at 08:44

  3. Grazie a te, matteo, un piacere stare qui! luisa p.

    anonimo

    2 giugno 2005 at 08:58

  4. segnalo che in trentino il famoso week-end del 19 giugno c’è pure quotapoesia (che traffico…)

    matteofantuzzi

    3 giugno 2005 at 07:37

  5. Si ma no.
    Sempre per parlare del Montano stasera a Verona la giuria popolare dei “grandi lettori” ha votato per i finalisti dell’opera edita (Ballerini, Crovetto, Falasca) con insistente sottofondo di Kravitz, paladino dell’Arena a non so quanti watt e si sentiva soprattutto lui. Ha gioito il compositore Bellomi, citando Mozart e Cage ispirati, entrambi, dalla contaminazione dei suoni in diversi momenti della loro frastornata vita.
    Ma Totola, leggendo i testi dei finalisti, si è soffermato su quelli che dicevano ciò che alla poesia vorremmo sentir dire (attenzione! non dico che questo debba essere), e questo nulla aveva a che fare con la contaminazione autentica con altri linguaggi, era la sacrosanta ricerca di quella cosa lì, che si dice nel silenzio,e che come appare fa scomparire il restante universo mondo per un po’.
    Quindi: masochisti i poeti perchè investiti ancora, ahimè, di intenzioni arcaiche, e anche sadici quando vogliono imporle. Se siamo tornati alla tragedia e alle metropolitane, si canti la poesia e la si faccia sibilare, tra l’altro è già successo, sarà mica sperimentazione…

    p.s. ha vinto Crovetto, mah.

    molesini

    4 giugno 2005 at 00:44

  6. Troppi eventi … troppi festival… troppi premi … troppo di tutto … senza logica, senza linea, senza progetto … siamo al canto del cigno … la questione puzza sempre più … durante la Repubblica di Weimar in ogni angolo di Berlino, Amburgo, Monaco, Francoforte, Lipsia, Dresda si leggevano poesie, si inauguravano mostre, si faceva teatro o cabaret, ci s’interrogava di cultura, si stampavano giornali, riviste, libri a rotta di collo, si cantava l’opera e si ballava, si sniffava cocaina, si fumava oppio, si beveva champagne, si scopava, si saltava, si scoppiava, si mangiava, si rideva anche del nulla poi … e sappiamo bene il poi … e così succedeva a Parigi, a Londra, ad Amsterdam, a Bruxelles, a Varsavia … quindi cominciarono anche a New York … poi … e sappiamo bene il poi.

    GianRuggeroManzoni

    4 giugno 2005 at 01:51

  7. Per molesini: “sì ma no” è esattamente la reazione che volevo suscitare col mio scritto. Perché so benissimo che i versi nascono nel silenzio assoluto (interiore, dico) e vivono nel silenzio assoluto (della lettura solitaria e interiore, che per me rimane la più importante e decisiva, per la poesia).
    Ma, là fuori, c’è la vita. ed è bello e vitale, ogni tanto, contraddirsi. Lo stesso dico a GRManzoni. Saluti a tutti. luisa p.

    anonimo

    4 giugno 2005 at 07:40

  8. Nulla sul tuo pezzo, Luisa, non mi riferivo a ciò che hai scritto, ma a ciò che il tuo scritto mi ha fatto pensare, quindi quel che hai scritto, almeno per me, ha un valore non da poco. La mia era solo un’amara considerazione, forse dovuta al troppo … alla troppa proposta, che supera del 5000% la domanda. Tutti fanno, ma poi nessuno (o ben pochi) colgono. E’ questo ‘estremo’ e ‘forsennato’ bisogno di dire (che ha preso tutti) che mi preoccupa, e, ovviamente, il poco ascoltare (degli stessi tutti). E’ questa ‘pazzia’ che ha investito il formicaio. Che poi si faccia … beh, ciò non mi disturba, anzi, è segno di una conquistata libertà; sono il come e il perché si fa che mi inquietano. E’ quel ‘bisogno’ o, meglio, quei ‘bisogni’ che mi fanno riflettere … e ciò che nascondono.

    GianRuggeroManzoni

    5 giugno 2005 at 01:11

  9. ma sì, d’accordissimo con te, gianruggero, ma, diciamo, io ne facevo una questione forse prettamente “estetica”: cioè, immettere la parola amata, pensata, svezzata, scolpita nel vespaio brulicante del mondo gretto-consumistico-sordo-cieco-coatto (ma un po’ di tutte queste brutte cose stanno anche entro di noi che ci sforziamo di non essere così), almeno per me, è stata un’operazione estetica, non trovo altro modo per spiegarmi. Poi, certo che c’era anche il bisogno di scalfire gli animi, anche dei più duri, perché c’è sempre, in fondo, un pedagogo in ogni poeta…
    Ripeto, sono d’accordo con te sul fastidio che procura tutta questa massa di slam poetry gare letture reading presentazioni e bla bla bla (dove la qualità – l’ho sperimentato – in genere è piuttosto bassa) e, infatti, dopo i primi entusiasmi, ora sono diventata molto più diffidente e selettiva. Resta il fatto che mi piace, ogni tanto, “catturare l’attenzione” con le parole “dette”, ma so che questo è qualcosa che ha a che fare non tanto con la poesia vera, quanto piuttosto con qualcosa di istrionico più prossimo a ciò che fa l’attore su un palcoscenico.
    baci
    (ti ricordi il nostro piccolo diverbio risolto con grande stile e comprensione reciproca, qualche tempo fa, sul blog di Massari? ;-)))

    anonimo

    5 giugno 2005 at 09:25

  10. Certo che lo ricordo il nostro ‘diverbio’, oltretutto produttivo, per quel che mi riguarda, e sono più che d’accordo quando dici che forse, nell’oggi, la componente ‘teatrale-interpretativa’ è molto più importante del fiume di parole (e anche immagini) da cui, giornalmente, siamo travolti. Ecco, questa potrebbe essere una delle soluzioni (e in altri contesti l’ho sostenuto) per far sì che la poesia possa, di nuovo, coinvolgere, far volare, condurre in un oltre. Per quel che riguarda l’istrionismo, se giocato bene, vedi Carmelo Bene e i tanti bravi attori che l’Italia ha dato, è componente essenziale per fare in modo che un testo catturi e che, di fronte a un evento interpretativo di spessore, si rimanga (in bene o in male) colpiti … quindi non indifferenti (fra i primi mali con cui dobbiamo scontrarci in questo periodo storico). Per l’estetismo … beh, per anni ho creduto di ssere un etico, poi mi sono scoperto un esteta – quindi sfondi una porta più che aperta. Cmq sai scrivere, se non lo sapessi fare non ti avrei letta fino in fondo. Non so fino a che punto il mio parere possa contare, ma questo è quel che penso. Un caro saluto.

    GianRuggeroManzoni

    5 giugno 2005 at 11:10

  11. grazie, Gianruggero. per me “saper scrivere” è esprimere in una forma fluida e possibilmente leggera una contraddizione, un pensiero che produca uno “scarto” in chi legge e che, possibilmente, lo faccia riflettere, volare su piani diversi (che è poi il mestiere della poesia). un abbraccio.

    anonimo

    5 giugno 2005 at 17:38

  12. Vero. Sottoscrivo e a presto.

    GianRuggeroManzoni

    6 giugno 2005 at 01:31

  13. trovo, ho sempre trovato curioso tutto questo interrogarsi sul ruolo dell’essere poeta – quando forse occorrerebbe altro, al mondo e alla spontaneità della nostra scrittura (non “spontaneismo”)

    mi è piaciuto il tuo racconto sull’esperienza nei luoghi “impoetici”, e il ragionamento che ne è venuto sull’onda di Nove, in parte lo comprendo. la mia lettura è stata di un certo tipo, però – ovvero non mi sono trovato negli altri commenti e dunque credo di avere avuto una lettura un po’ ‘mia’, forse ho frainteso

    è che fra le righe leggevo quel solito piccolo piacere nell’essere diversi, quel sadogusto nell’essere incompresi. se fosse così, io qua non ci sto. ogni poeta dovrebbe voler comunicare (al limite ad un foglio, ma con affetto).

    aggiungo che dovrebbe volerlo fare ponendosi, almeno in partenza, sullo stesso piano di chi lo ascolta, nonostante tutto

    chiedo scusa se per caso ho divagato. esplorerò i links, ciao

    s.

    xergio

    19 luglio 2005 at 20:34


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