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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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La fiducia nella poesia di  Marco Bini

Sui limiti e sulle perplessità di molta critica odierna nei confronti della poesia (ma il discorso potrebbe essere allargato anche ad altri generi) si è discusso tanto e tanto si discute tuttora; è forse questo il caso, dunque, di abbandonare per un attimo il campo, di lasciare che sia la critica stessa a confrontarsi con i propri silenzi, le proprie reticenze, le proprie difficoltà, per ritrovare la propria pista, ricoperta da cespugli ed erbacce. Per chi fa poesia oggi – e il discorso è trans-generazionale, in quanto se le differenze di età in questo si sentono, è altrettanto vero che il tempo che stiamo vivendo è uno e unico per tutti – si potrebbe allora trovare un motto interessante giocando con le parole del Presidente Kennedy: “Non pensare a ciò che la critica può fare per la poesia, pensa a ciò che la poesia può fare per sé stessa”. E anche a ciò che i poeti possono fare per sé stessi. E, alla luce di ciò, è fondamentale introdurre un concetto astratto ma urgentissimo per le sorti del verso nel nostro tempo, quello di “fiducia” nella poesia, sgombrando da subito il campo da possibili malintesi. Difatti, non si tratta, in fin dei conti, di credere nell’utilità di fare poesia; se la risposta fosse negativa, certamente chi giunge a questa conclusione non ne scriverebbe mai, e non sarebbe certamente menzionato in antologie, riviste etc… Si tratta piuttosto di andare a sondare un atteggiamento che sta più in profondità: chi fa poesia oggi, come si pone di fronte al proprio lavoro? In altre parole, siamo in un’epoca di novità o di manierismo? Chi fa poesia oggi, percepisce sé stesso come continuatore e, a suo modo, innovatore di una tradizione, o sente semplicemente di esserne depositario, limitandosi ad un gioco citazionistico, compiacente ed autoreferenziale? Sono questi i problemi che per primo deve porsi chi si appresta a fare poesia, a farsi in qualche modo linfa di un movimento che, per come stanno le cose in Italia, è comunque in buona forma (molto più della parallela produzione narrativa, se non altro).
Questo è quindi il kit di domande che chi fa poesia oggi deve sempre e comunque avere in testa nel momento in cui appoggia la penna sul foglio. Inevitabilmente, il discorso da qui cade sulla parola e sulle sue capacità. Ed è attorno a questo punto che ruota l’aspetto della fiducia che ogni “autore” di poesia ripone nella potenzialità della propria scrittura. Perché fare poesia è, per prima cosa, dare ampio spazio alla lingua, lasciarla respirare oltre gli angusti limiti che la comunicazione usuale le pone, lasciare che sia la lingua stessa a dirsi. E nella scrittura poetica questo avviene, senza mezzi termini. A questo punto, è chiaro come sia il poeta stesso a dover fare un’auto-analisi approfondita di ciò va facendo, lui per primo deve essere cosciente dell’operazione fondamentale che si va compiendo sul foglio. Altrimenti, pretendere qualsivoglia giudizio critico proveniente dall’esterno (e pretenderlo conforme ai propri desideri e alle proprie ambizioni, come spesso accade) non è possibile, e il tutto rischia di trasformarsi in uno sterile esercizio di stile atto a conseguire un’approvazione che gioverebbe solo alla vanità di chi la cerca. Che è la pietra tombale di qualsiasi processo creativo veramente fruttuoso.

Quando si parla di fiducia nella poesia, il focus si accentra appunto su una parola che si ribella, che non accetta gabbie dorate dove riposare e tenersi in disparte in un mondo che pare non avere più bisogno di lei, e che, con un colpo di mano improvviso, fa saltare il tavolo. Una parola vitale e attuale, forte e piena di sé stessa. Ma tutto ciò richiede un non breve apprendistato, una riflessione approfondita e onesta, con sé stessi in primis, che deve poi sfociare nel confronto con l’altro, nei termini di uno scambio proficuo. Il tema della fiducia nella poesia, dell’ottimismo nelle facoltà della parola poetica di resistere alle intemperie di una stagione di cui non sembra più fare parte, relegata ad anacronistico passatempo per intellettuali e specialisti, incapace di sedurre nuovi e vecchi lettori, va a toccare corde sensibilissime e pone domande sul senso stesso di fare poesia. Chi si fida della propria parola, giunge a possedere la sicurezza, o almeno la gioia della propria voce, unica ed irriducibile ad altro, al di là delle analisi stilistiche, che sono sempre e comunque fondamentali. È chiaro che il discorso va al di là di quelli che sono gli attributi che ognuno dà alla poesia stessa, sciamanici, descrittivi, conoscitivi, questo, alla radice del problema, importa relativamente. Fidarsi della propria voce e delle sue potenzialità è piuttosto essere coscienti che la propria può essere una parola nel mondo, che si deposita su una pagina (ma, oggi, anche su altri supporti) e che da lì è in grado di evadere per andare a toccare qualcosa, per andare a essere, a suo modo, una protagonista del proprio tempo, come del resto è stato in ogni tempo e luogo.

Dunque, se la critica non è più in grado (o non lo è transitoriamente) di portare acqua al mulino della poesia, lasciamo che riaffili le armi, e poniamo l’accento maggiormente sulla scrittura e su chi scrive, cercando di conoscere con maggior serenità possibile una situazione poetica che è tutto sommato feconda, tornando ad essere poeti che agiscono sul mondo e sulla lingua con la felicità di chi ama farlo e con la laboriosità dei veri artigiani. Magari, proprio da un’analisi di questo tipo può nascere quel qualcosa che smuoverà l’affannosa ricerca della critica.

Del resto, la storia della cultura e non solo ce lo insegna: a volte è bastato poco, appena una scintilla per far scattare i meccanismi più virtuosi.

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Written by matteofantuzzi

13 gennaio 2007 a 10:14

Pubblicato su Uncategorized

57 Risposte

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  1. marco bini è un giovane studioso che ha appena concluso la propria tesi con alberto bertoni e roberto galaverni all’università di bologna. dalla tesi che ho avuto modo di leggere saranno estrapolati 3 “short” che presenteremo su UP. questo è il primo, buona lettura.

    matteofantuzzi

    13 gennaio 2007 at 10:16

  2. dal 26 al 28 gennaio laboratorio sulla poesia di claudio damiani diretto da alessandro berti, per info: http://www.laprossima.com/lab

    matteofantuzzi

    13 gennaio 2007 at 10:21

  3. Matteo, questo primo “short” è preso dall’introduzione della tesi? Oppure in uno dei capitoli conclusivi?

    Gianluca

    anonimo

    13 gennaio 2007 at 16:42

  4. Ti rispondo direttamente io. Questo pezzo è una rielaborazione della prima parte della mia tesi, che parla della generazione dei nati negli anni Sessanta (i poeti, ovviamente!). Così, ho rielaborato quello che dicevo a proposito di loro contestualizzandolo meglio con quelle che sono le discussioni su UP.

    Marco Bini

    anonimo

    13 gennaio 2007 at 17:03

  5. integro io anticipando che i prossimi due short riguarderanno analisi del lavoro di andrea gibellini e di antonio riccardi.
    uno dei passaggi in cui più mi ritrovo è la domanda che implica il chiederci se qualche “scoria” degli anni ’70 (e anche di molti ’80) non se ne sia andata (non parlo qui di anagrafica ma di anni d’uscita dei libri), quel manierismo che non porta all’innovazione, ma che semplicemente fa galleggiare quanto già applicato e già scoperto. mi chiedo insomma (e se lo è chiesto marco) se alcuni poeti della così detta generazione in ombra non abbiano giocato un ruolo fondamentale verso una rivoluzione (piccola o grande si vedrà) della poesia.

    matteofantuzzi

    14 gennaio 2007 at 07:24

  6. Mi ha particolarmente colpito la chiarezza di questo brano :”Quando si parla di fiducia nella poesia, il focus si accentra appunto su una parola che si ribella, che non accetta gabbie dorate dove riposare e tenersi in disparte in un mondo che pare non avere più bisogno di lei, e che, con un colpo di mano improvviso, fa saltare il tavolo. Una parola vitale e attuale, forte e piena di sé stessa. Ma tutto ciò richiede un non breve apprendistato, una riflessione approfondita e onesta, con sé stessi in primis, che deve poi sfociare nel confronto con l’altro, nei termini di uno scambio proficuo.”

    lucapaci

    14 gennaio 2007 at 14:18

  7. Un personale invito a leggere gli nediti di Ciro Vitiello su RADICI DELLE ISOLE, che mi sembrano particolarmente belli.
    Grazie
    Sebastiano Aglieco
    http://blog.libero.it/isolae/

    anonimo

    14 gennaio 2007 at 18:46

  8. L’invito ad attendere il rinnovarsi della critica accentuando l’impegno di artigiani della parola e il confronto con gli altri artigiani è gradito (e incoraggiante); ed un ruolo importante, di messa a disposizione di spazi e occasioni, lo assolvono i blog come UP
    Antonio

    diamine

    14 gennaio 2007 at 22:01

  9. Ciao mat, intanto buon anno. particolarmente “presente” il brano che ci sottoponi. Sarò curioso di vedere come procede. poi volevo dirti che ho letto la prima parte del tuo libro e, non chiedermi perché, mi è saltato alla mente carver.
    altra cosa: sono abbastanza stupito dal silenzio sotto cui i blog poetici hanno fatto passare le affermazioni di sanguineti sulla lotta di classe.
    non mi pare che accada tutti i giorni che un poeta faccia discutere esponendosi “socialmente” con delle affermazioni (condivisibili o meno) così potenti. che ne pensi?

    A

    ansuini

    15 gennaio 2007 at 08:58

  10. forse perchè il ruolo della critica e di gran parte dei poeti è semplicemente quello di tarpare “la parola che si ribella”. Marco

    poesiaoggi

    15 gennaio 2007 at 12:52

  11. (alessandro, sei un fetente…): credo che la lotta di classe sia un’altra cosa. e soprattutto che con la poesia non c’azzecchi nulla. mi sembra un problema da “poeti” e non da poesia. ho anche glissato sul fatto che noti poeti abbiano proposto quest’anno canzonette per sanremo… è lotta di classe ?
    il fetente è bonario, alessandro 🙂

    bisogna anche considerare marco a che cosa ci si ribella, in tal senso ricordo la (poeticamente bruttina) poesia nella quale pasolini si schierava dalla parte dei poliziotti, mi sembra molto più vera la ribellione al verso di pagliarani che deriva nel pilastro (reale) del ‘900 che apre la strada alla poesia del secondo ‘900, piuttosto che tanti esercizietti di stile che ci siamo sorbiti all’interno di pagine invece realmente avvincenti del misto delle avanguardie (a proposito: continuo dopo 3 anni e un paio di grossi convegni dall’apertura di questo blog a chiedermi chi affronterà la codificazione del gruppo ’63, volontari – ancora – cercasi)
    una realtà di artigianato (umana, e di scambio come ribadiscono antonio e luca) mi pare oggi molto più proficua e reale di certe visioni estramente oligocentriche… mi si perdoni… 🙂

    matteofantuzzi

    15 gennaio 2007 at 20:11

  12. “Che il proletariato esista e continui ad essere sfruttato è un segreto di Pulcinella. Bisogna restaurare l’odio di classe. I padroni ci odiano e noi non odiamo più loro” (E. Sanguineti)
    Non è forse un punto di ripartenza, anche poetico, verso un mondo che dovrebbe prima di tutto uscire dall’incubo in cui è caduto?

    anonimo

    15 gennaio 2007 at 20:11

  13. dopo poecast absolute poetry fa uscire il proprio aggregatore internazionale di poesia, ovvero poegator.

    *

    su enne in mp3 parlo di “stato di vigilanza” di gianfranco fabbri, editore manni.

    matteofantuzzi

    15 gennaio 2007 at 20:14

  14. azz… stavo rispondendo: siete sicuri che i “padroni” odino la poesia ? se è una poesia episodica, che non taglia, che non fa male, che è cervellotica, che non si fa capire (perchè vuole rimanere sul piedistallo), che si guarda l’ombelico… ai padroni… cosa frega ??? è una poesia che vuole essere padrona, quella poesia. è in-civile.

    🙂

    matteofantuzzi

    15 gennaio 2007 at 20:22

  15. esiste una poesia che “serve” a chi detiene il potere. A che servirebbero altrimenti le accademie? La poesia è caduta nelle braccia del proprio carnefice proprio quando sembrava volersene sottrarre. Nessun elogio di Sanguineti come poeta, ma qui è Benjamin che viene citato. è una boutade per scandalizzare i neo-feudatari o altro? Non può essere il segno di un’uscita da un secolare inganno?

    anonimo

    15 gennaio 2007 at 20:33

  16. …che aggiunge un problema (giusto da sottolineare proprio in questo momento, considerando il post che c’è e chi l’ha scritto): stiamo chiedendo a tanta nuova critica di entrare nelle accademie e fare vedere le proprie capacità senza per questo diventare “succube” di un sistema di galleggiamento. è un percorso possibile, o il percorso è talmente sclerotizzato che l’unica soluzione è la necrosi ? (credo che data la mia condotta il mio pensiero sia scontato). non è che applichiamo al contemporaneo formule e procedure di 50 anni fa (e vecchie di 50 anni) ?

    matteofantuzzi

    15 gennaio 2007 at 20:44

  17. o ancora: più che l’odio di classe, non è che stiamo applicando il rifiuto “per una classe” (col rischio continuo e grosso tra parentesi di cascarci continuamente dentro ?)

    matteofantuzzi

    15 gennaio 2007 at 20:46

  18. Grazie, Matteo!
    Ho tentato un commento su Enne, ma la mia imbranataggine è stata tale da impedirmi di realizzare l’iscrizione. Debbo dire che sei stato diretto, efficace e anche ad alta-fedeltà riproduttiva.
    Grazie infinite!
    Gianfr.

    nestore22

    15 gennaio 2007 at 20:51

  19. scusa mi ero dimenticato la firma. la aggiungerò ora in fondo al commento.
    non credo che le accademie abbiamo questa capacità di essere rigenerate dalla nuova critica, è molto più facile che molta nuova e promettente critica finisca per essere asservita, e quindi asservire. l’accademia, almeno in Italia, ha la forza, data dall’indifferenza e dall’ignoranza del mondo intellettuale, di rigenerarsi metabolizzando quanto di nuovo potrebbe nascere. nessuna soluzione di 50 anni fa e/o vecchia di 50 anni. Esserci, hic et nunc, significa conoscere cosa è successo negli ultimi 50 anni per evitare di ricadere nelle stesse perversioni, negli stessi anchilosati stilemi.
    L’accademia non può essere cambiata dall’interno. L’accademia fissa la rotta e i suoi componenti la seguono, facendo anche, perché è concesso, ammuina.

    La firma
    Enrico Cerquiglini

    anonimo

    15 gennaio 2007 at 20:57

  20. Una domanda da porsi, però, è questa: se l’Accademia non sviluppa una certa capacità autorigenerativa – certo, assorbendo in qualche modo energie dal dibattito esterno ad essa – come potrà sopravvivere a sé stessa ed essere cosa credibie. Uno scenario che dobbiamo visualizzare è questo: ora ci si può ancora aggrappare alle vecchie glorie, i Zanzotto, i Sanguineti, i Pagliarani e così via, ma quando questi non ci saranno più, allora che accadrà? Erigeranno un muro che divida la storia della letteratura dalla nuova epoca primitiva e si limiteranno a difendere i territori sicuri dall’alto dei bastioni?
    Secondo me sarà giocoforza che qualcosa accada, e che l’Accademia apra a ciò che la circonda e che si ostina a non vedere; o così oppure bisognerà procedere alla liquidazione totale delle istituzioni letterarie, a quel punto inservibili e inutili. Col rischio che il compito di rappresentanza lo svolga il giornalismo di bassa qualità che costella di recensioni insipide i nostri quotidiani. Poveri noi!

    Marco Bini

    anonimo

    15 gennaio 2007 at 21:32

  21. Caro Marco, razionalmente quanto affermi è logico, ma la logica non è che governi molto l’esistente. Che l’accademia possa aprirsi all’esterno è un auspicio che, da Carducci in poi, tutti coloro che hanno un briciolo di senno letterario si fanno. La realtà normalizzante e “consolante-consolatoria” dell’accademia è però quanto di più resistente si abbia in Italia. Cadono regimi, ideologie, concezioni del mondo, ma l’accademia resta nel suo impassibile limbo a rimirare glorie di un passato senza gloria, a svilire quanto di vivo e vitale la nostra provincia letteraria ha prodotto nei secoli.
    Il “rischio che il compito di rappresentanza lo svolga il giornalismo di bassa qualità che costella di recensioni insipide i nostri quotidiani” è reale. Ma non direi “poveri noi” bensì rimbocchiamoci le mani. Il futuro lo dobbiamo ancora costruire. Starà anche alle nuove generazioni l’essere in grado di ridare dignità alla scrittura poetica e, di rimando, alla critica.

    Enrico Cerquiglini

    anonimo

    15 gennaio 2007 at 21:47

  22. mat, sanguineti, essendo poeta, secondo quando dice una parola ne significa un’altra. Quando dice lotta di classe non parla di marx o di potere operaio. parla di presa di coscienza e ribellione verso un sistema intero, che secondo me comincia dalla politica (sempre più distante e incapace) e arriva alle veline.
    Odio verso cinque servizi di costume nei maggiori telegiornali. Odio verso chi ti fa lavorare tutta la vita tenendoti sulla soglia di povertà e alla fine non ti da manco una pensione.
    Qui stanno saltando degli schemi se un comico guida un esercito di incazzati (parlo di grillo) e un poeta chiama alla lotta di classe – citando benjamin.
    Servono maschere per dire la verità, che siamo esse comiche o poetiche.
    Poi, a memoria mia, non ricordo un’inferenza di un poeta nella vita sociale del paese così potente, ma non conosco la poesia italiana molto bene. Tu ne conosci?

    A

    anonimo

    15 gennaio 2007 at 22:01

  23. Ciao A. – chiedo scusa a tutti dell’intromissione ma l’argomento mi sollecita, pur non essendo sanguinetiano né tantomeno sanguinario – sono d’accordissimo con te su cosa si possa intendere per odio di classe – e questo è quello che intendo anch’io.
    Per quanto riguarda le inferenze dei poeti nella vita sociale italiana, mi sovviene l’ “Io so” di Pasolini e, dello stesso, “A un papa”. D’epoca più remota, seppure con clamore diverso, mi sovvengono i versi di Balestrini, ma alla fine dell’Ottocento e nei primi del Novecento, nemmeno D’Annunzio, Papini e i Futuristi scherzavano!
    Chiedo di nuovo scusa a tutti dell’intromissione. Me ne torno al silenzio.
    Grazie a tutti

    Enrico Cerquiglini

    anonimo

    15 gennaio 2007 at 22:12

  24. Enzo quale intromissione, scherzi! ecco, d’annunzio fece una cosa del genere, con l’occupazione di fiume, ma d’annunzio era un letterato a tutto tondo, non solo un poeta. pasolini, certo, in tempi diversi e con obiettivi diversi, ma vale lo stesso discorso di d’annunzio. qui mi sembra he per la prima volta la voce di un poeta italiano abbia veramente smesso di essere ombelicale per dare una chiave di lettura della situazione odierna. Correggetemi se sbaglio per ignoranza. Paradossale? provocatoria? Se vogliamo sì. Ma chiara. io l’ho recepita così. E a proposito di maschere: anche le iene – in chiave comica, riescono a dirti qualche verità, pur coi loro tornaconto. Penso alla storia dei politici drogati (ma vi sembra normale?) ma anche a stasera, enrico lucci è andato da pannella per dirgli, (riprendendo il tiro mancino del telefonino e radio radicale) cito a memoria e letterariamente, visto che sono romano: “A marcù ma che cazzo c’hai in quer cervello? Ma che stai a scola che giochi cor telefonino? Ma queste so cose importanti!! Che cazzo c’hai dentro a qu’a testa?”
    Tremendamente illuminante. una verità rivelata tramite parole comiche, surreali. Come dire: le veline vi odiano. (vogliono difendere il loro status di veline) Lapo elkann vi odia. Sanguineti (di cui non sono per niente un sodale anche se mi piacciono alcune sue cose) ha detto una cosa che dovrebbe far riflettere. Magari lui significava una cosa diversa, ma io l’ho recepito come messaggio poetico, e lo interpreto. e storicamente, sono qui appunto per farmi smentire, non mi ricordo un momento nella poesia in cui un poeta abbia fatto una gamba tesa così pericolosa. e mi sembra strano che sia passato così inosservato. tutto qui.

    A

    ansuini

    15 gennaio 2007 at 23:25

  25. Sanguineti è uomo sempre bravissimo nel cavalcare la tigre. Non ha nulla da imparare dai padroni che attacca, come i padroni non hanno nulla da imparare da lui. Questi sono i fatti e così, sempre, resteranno: ci saranno i padroni di turno e i Sanguineti di turno 😉 ad ognuno la sua parte, ovviamente, e che altro se no?! Poi c’è il Papa, ma questa è un’altra questione ancora, che meriterebbe una lunga riflessione non solo sociale, ma anche poetica. Poi ci siamo noi…

    GianRuggeroManzoni

    16 gennaio 2007 at 02:18

  26. Mi pare sia un comunista di lungo corso, e come tutti i comunisti, immagino – che in questo si differenziano poco dai compagnucci di merende della destra – amano le gerarchie. Mi pare di aver detto di aver forse interpretato in un’accezione fin troppo poetica le parole di sanguineti, e mi pare di aver anche detto che i dibattiti, solitamente finalizzati a rimane tali, mi interessano relativamente. Qui però mi sembra che – un po’ per caso, un po’ per opportunità e un po’ per contingenza sanguineti abbia messo del sale in un ferita che molti forse non sapevano di avere. Ci terrei a ricordare quello che è successo in francia l’anno scorso, sia per quanto riguarda le banlieu che i contratti di precariato, e di solito la francia è qualche anno avanti. In soldoni: siamo tutti proletari. Sveglia.

    A

    anonimo

    16 gennaio 2007 at 06:36

  27. Mi chiedevo se ci sia qualche blog di partito o associazione politica in cui si discuta, con profondità e dovizia di sfumature e richiami, di scrittura poetica e critica letteraria come qui si fa, talvolta, di politica. Certo: l’uomo è un animale politico ed il ruolo dell’intellettuale (e dell’artista in particolare) rispetto al potere ha sempre fatto discutere, ma io penso che dovrebbe interessare poco quel che l’artista, il poeta, pensa o fa in politica rispetto all’opera. Sappiamo tutti come discutibili, paurosi o ambigui siano stati in quel campo grandissimi scrittori (Borges per tutti) che nondimeno erano e restano grandissimi , mentre molti autori,capaci di coerenti discorsi e coraggiose scelte, erano e restano artisticamente marginali o irrilevanti, ancorchè umanamente apprezzabili.
    Antonio

    diamine

    16 gennaio 2007 at 10:20

  28. io credo che sanguineti abbia invitato il proletariato alla lotta di classe. da buon gramsciano vorrebbe essere intellettuale organico alla rivoluzione.

    detto alla fantozzi, è una cagata pazzesca: l’idea che la storia sia un processo dialettico, voglio dire, o è una verità scientifica oppure è, appunto, un errore scientifico.

    in ogni caso, io non credo che noi siamo proletari nel senso marxista del termine (scusa Alessandro se ti contraddico): non saremmo qui a disporre liberamente della nostra forza-lavoro. siamo pittusto la deriva dell’intelletuale moderno, senza padrone, senza soldi, e con una grande rabbia in corpo.

    gugl

    anonimo

    16 gennaio 2007 at 16:11

  29. caro stefano sul senza padrone mi si inarca il sopracciglio. 🙂
    Credo che il nodo sia lì: nell’identificare un nemico.

    A

    anonimo

    16 gennaio 2007 at 16:47

  30. sabato 20 gennaio 2007 alle ore 21 a casa della poesia (largo marinai d’italia, milano) la presentazione ufficiale dell’almanacco dello specchio 2006.

    *

    il problema dell’accademia secondo me è molto vicino a quello della “lotta di classe”: la soluzione logica è quella che indica enrico, ma la logica creerebbe insisto un modello identico nella sostanza al precedente. cambiare la sostanza significa dalle fondamenta agire per portare a modalità differenti. ci sono “voti di scambio” nelle patrie lettere, accademie, giornali: sì. allora aumentiamo la percentuale di critici e accademici seri (che già ci sono – guai a dire che fa tutto schifo ! guai la rivoluzione che porta al “terrore”), promuoviamo sostenendoli chi lavora in maniera indefessa, facciamo vedere ai ragazzi che quella è la strada giusta. non corrompiamoli (e non facciamoci corrompere)
    insisto che le argomentazioni (anche poetiche) possono essere giuste, ma fino a quando una élite cercherà di spiazzare (prendo in prestito il termine dalla farmacologia) un’altra élite (perchè “l’intellettuale” non è certo una figura che vediamo tutti i giorni in fila dal salumiere) io non troverò sinceramente mai questa operazione una “concordia”.
    il cambiamento deve essere viscerale, e insito nella coscienza. e questo con la lotta poetica (prendo in prestito un discorso fatto proprio nel blog di stefano) non c’entra un fico.
    ribadisco, la “poesia” è altra cosa, “poesia” la faceva pasolini, in questo senso lavorano coscientemente molti sudamericani, che forse hanno problemi diversi dai nostri, più “concreti” e “sostanziali”. e non per niente lì la poesia riempe gli stadi, e parla alla gente. è concreta, non utopica.

    matteofantuzzi

    16 gennaio 2007 at 17:19

  31. Caro Matteo, io credo che la nuova poesia, se nuova poesia esiste, debba prescindere dall’accademia. Sarà allora l’accademia a dover prendere atto del suo stesso fallimento. Questo non vuole affatto inficiare il lavoro di coloro che all’interno vi operano in modo dignitoso e cosciente. Ho solo il dubbio che finiscano per legittimare l’illegittimabile, che finiscano per dare patente di democrazia a ciò che almeno fino ad oggi è il sinonimo dell’aristocrazia.
    Volevo poi tornare su quanto detto da Sanguineti e su quanto è scaturito dai commenti che ho seguito con particolare attenzione-trepidazione, perché ritengo che il discorso di per sé politico è anche, e soprattutto, culturale e poetico-filosofico. Non mi piace infarcire i discorsi di citazioni ma mi si permetta di dire che quanto Sanguineti ha affermato, ha un sapore heideggeriano, non in senso anti-moderno ma in senso di disvelamento, di bagliore che anticipa l’alba. Nè quello che aggiungo è nulla di nuovo nel panorama della filosofia e della sociologia, sono processi in atto da decenni e giunti ora a maturazione.
    Sanguineti, forse al di là della volontà, ha avuto perlomeno il merito di risvegliare il raziocinio in qualcuno. Certamente ha mostrato in modo inequivocabile, almeno dal tenore di qualche commento, di come e quanto le battaglie mediali abbiano ottenebrato la ragione e la coscienza, di come molti intendano la poesia come qualcosa di astratto, al limite di concreto ma limitato allo sguardo basso teso ad evitare cacche di cane et similia. Non c’è schiavo migliore di colui che, seppure in catene – metaforiche e fisiche – afferma con ingenuità penniana: Io sono libero, io ho delle idee, io non ho padroni. Qualcuno obietta che politica e poesia debbono restare separati, magari vagheggiando una torre eburnea donde poetare al vulgo, donde farsi vate e determinare nuove vie e nuovi approcci all’imperante decadenza. Certamente spiazza l’invito di Sanguineti, spiazza non perché è vecchio di 50 anni, ma perché è foriero di futuro. Non è un riprendere strumenti antichi per anacronistiche battaglie in nome del socialismo reale e simili amenità, ma aprire uno squarcio su una realtà che è sotto gli occhi di tutti. Mai come in questa epoca di apparente libertà la repressione è stata così forte (repressione moderna fatta di illiberali concessioni al nulla, di epiteti che tacitano ogni possibile opposizione col marchio d’infamia indelebile di “sovversivo”, “talebano” e via dicendo. Eppure in questa il libertà, conculcata con qualsiasi mezzo nelle coscienze delle nuove generazioni, si nutre la presunzione di essere liberi ed affrancati, padroni del proprio destino, colpevoli del proprio insuccesso. Credo che il cerchio si sia chiuso o, perlomeno, stia per chiudersi: manca ancora una saldatura tra il “divino” e il “laico”, ma non disperiamo, i presupposti ci sono tutti. Poi potremo parlare di libertà e di ragione sotto la luce della divinità magnanima.
    Siamo malati di decadenza e non riusciamo neanche leopardianamente a reagire. La nostra identità col mondo ci schiaccia in una presunzione imbarazzante ed è segno che l’alba è ancora lontana.

    enricocer

    16 gennaio 2007 at 17:46

  32. Potrei davevro fare mio tutto il discorso di enrico, senza aggiungere una parola. Invece vorrei evidenziare una sinapsi per ciò che concerne la decadenza e l’esser abituati alla decadenza, ma prima una piccola premessa: policlinico umberto primo. i giornali dicono: è indegno! che sporcizia! una settimana di titoli. Poi come successe già a giugno, vedrete, si comincerà di nuovo a far finta di niente. I romani queste cose le sanno bene. convivono con la decadenza del policlinico tanto da averla presa come condanna, come croce che purtroppo è toccata in dote. Questa mentalità è insita nell’italiano. Le cose vanno come vanno, cosa ci vuoi fare. In ungheria solo perché il premier ha mentito sulle finanze pubbliche hanno assediato il parlamento per tre giorni! Volevo arrivare alla sinapsi. Mi pare che davide nota, in un intervento sul suo blog qualche tempo fa, che condivido, dichiarava che era impossibile fare lirica che non fosse pregna di decadenza. Se ho interpretato male spero che davide intervenga a correggermi. Questo mi sembra collegato al “comune sentire” che sanguineti ha evidenziato con uno slogan paradossale, che grillo sta interpretando mediaticamente, e di cui noi stiamo discutendo qui. Uno spleen molto più acido, rassegnato e incazzato.

    A

    anonimo

    16 gennaio 2007 at 18:35

  33. mi si permetta… e.s. è un accademico che insegna all’università di genova che è stato nodo fondamentale di un gruppo venuto su nell’accademia (contestato l’accademia) sorto con un convegno accademico… abbattere l’accademia per come è adesso significherebbe anche abbattere il nostro e.s. e quanto sopra…

    però non voglio sembri e.s. causa di tutti i mali: sul sito di gianfranco fabbri ho appena parlato dell’importanza di postkarten anche a livello mio personale.
    se mi si chiede se nell’argomento introdotto da alessandro scinderei poeta, poetica e poesia… assolutamente sì !

    matteofantuzzi

    16 gennaio 2007 at 18:52

  34. “contestando” l’accademia

    matteofantuzzi

    16 gennaio 2007 at 18:54

  35. Sanguineti, o meglio, Benjamin citato da Sanguineti, è solo un pre-testo per rappresentare lo stato presente. Che la “boutade” venga da un accademico che, aggiungo, si è subito affrettato a ritirar la mano dopo gettato il sasso, poco importa. Credo che quello che nel nostro piccolo stiamo dicendo, magari su versanti non proprio identici, abbia un suo valore a prescindere da dove sia partito l’impulso. Che sia un accademico, e potremmo aggiungerci anche tanti altri vari aneddotti, non muta affatto il mio parere sull’Accademia.

    Enrico Cerquiglini

    anonimo

    16 gennaio 2007 at 19:24

  36. Almeno Sanguineti-Benjamin dice ancora qualcosa di sinistra, riconoscibile…
    Irriducibile… Mica ha messo l’acqua di colonia sulla falce e martello… Materialista storico non pentito… Ma possiamo dire, ragionevolmente, che l’unica realtà dell’uomo possa ridursi alla materia? Per il capitalismo e per il pragmatismo dell’utile sì: dunque, Sanguineti è più vicino alla filosofia capitalistica di quanto lui forse non pensi…
    Certo, non posso essere d’accordo se dice che Don Bosco ha procurato forza bruta all’industria…???
    Ma non sarei d’accordo neppure se ce l’avesse con Don Backy o con Don Lurio…
    Poi un brivido mi corre sulla schiena quando dice d’essere un comunista di quelli che hanno ancora il senso dell’ordine e del decoro… Andatelo a chiedere a Mandel’stam com’erano belli l’ordine e il decoro sovietici… E Pasternak, che cercava di salvarlo, si sentì sbattere il telefono da Stalin…
    Caro Sanguineti, tu che sei un uomo di classe, più che la lotta e l’odio di classe ci salverà, io direi, con un filosofo tedesco che tu conosci, “Ormai solo un Dio ci può salvare”…

    andrea margiotta

    rondons

    16 gennaio 2007 at 20:36

  37. questo è il commento ex #32 di guido mattia gallerani, c’è un omissis, chiedo come sempre di non esagerare nella foga dei commenti. grazie.

    “Ha ragione Matteo sull’accademia e il sudamerica. è tutta nostra la dissociazione tra teoria e pratica, anche in poesia, e infatti ci ritroviamo a parlare di politica da un lato e poesia dall’altro. Sanguineti fa appunto questo. Ma quando uno con l’età […] non dobbiamo perderci più molto tempo. Non che non sia giusto ciò che dice, ma non ha più senso come non lo ha decontestualizzare la sua poesia, che è fin troppo precisa su questo. I grandi autori come lui entrano nelle accademie, che io purtroppo frequento, non perché siano cricche bastarde, ma perché l’universitario o il massone non critica, canonizza. Questo è il suo lavoro, scegliere l’indirizzo più razionale nel definire un problema letterario. Dobbiamo tutti capire che, com’è giusta che sia in quella sede, in Accademia si fa scienza. Questo è il valore della parola oggi. E, per favore, noi oggi abbiamo altri strumenti che tutti conosciamo per fare poesia, e criticare, e cercare di comprendere noi stessi nelle sedi che ci sono proprie facciamo in modo di risolvere i nostri rovelli esistenziali, che sono già abbastanza, senza prenderci in groppa quelli analitici di altri. Sta a noi proporre, non a chi sceglie”.

    Guido Mattia Gallerani

    matteofantuzzi

    16 gennaio 2007 at 22:35

  38. mi risparmio la battuta su chi considera “l’ordine” politicamente parlando come priorità. ancora una volta ribadisco, la problematica in realtà non è da poco, bisogna considerare se va discusso il modello o chi quel modello l’ha applicato, se dobbiamo dire alla nuova critica militante e alla nuova critica accademica “uscite” oppure restate e fate bene.
    io credo che la vera democrazia sia garantire il lavoro all’interno delle accademie andando però a fare le pulci a chi in essa lavora (e a tutti noi): non è “peccato” fare una recensione, lo diventa se quella recensione ricalca un modello di interscambio, di potere, di lobby. dire “bene qui” e “male là” senza paura delle ripercussioni ma pensando solo a motivare degnamente quello che si scrive.
    io ad esempio se non avessi avuto una spinta da tanti accademici forse avrei ripreso con difficoltà montale, e invece mi sto accorgendo dell’importanza, per lo meno di tanti autori che hanno segnato l’ultimo ‘900. ma che da montale non si possa prescindere me lo ha insegnato l’accademia, che ha fatto i propri (ponderati) percorsi. (con pagliarani avevo propensione e difficoltà di accostamento non ne ho avute)

    matteofantuzzi

    16 gennaio 2007 at 22:42

  39. Tornando al post, devo dire che mi sembra molto interessante quello che dice Bini… Che poi in sostanza si potrebbe riassumere in: “fate belle poesie e la critica forse si risveglierà“… Sono d’accordo su questo punto…
    Condivisibile… però qualche pungolo alla critica si dovrebbe pur dare… Solo per un fatto etico-estetico e di responsabilità personale, di fronte al sé del critico stesso, e culturale di fronte alla comunità…
    Vedete, Bini avrebbe totalmente ragione se tutti i critici fossero in letargo (cioè anche quelli cinematografici, ad esempio)… Ed invece i critici cinematografici, certo non sono attivi come una volta, però sono guarda caso ben presenti… Proprio in un campo, il cinema, dove il pubblico (e soprattutto i produttori e i registi che incassano) ne farebbero anche a meno… E allora qual è la faccenda?
    La faccenda è che il critico, se scrive di qualcuno, vuole essere letto… Se scrive dell’ultimo film di Gabriele Muccino lo leggono, magari controvoglia, ma lo leggono: se scrive del nuovo poeta esordiente di Campobasso lo legge solo la fidanzata del suddetto poeta (anche lei di Campobasso, si presume…) :-))
    Il problema è che Muccino non ha bisogno dei critici, forse ne farebbe volentieri a meno, il poeta di Campobasso un pochino, solo un po’ li vorrebbe…
    Non possiamo negare il grande lavoro sulla poesia svolto dai critici italiani del novecento…
    Mica tutto è stato così, spontaneo per virtù taumaturgiche della poesia… Montale era Montale: ma aveva pure Solmi e Contini che lo seguivano parecchio…
    Saba è rinato dopo le riscoperte di Montale e Debenedetti… Luzi e Bo…
    E si potrebbe continuare…
    Abbiamo avuto grandi critici, finché si sono fatti sentire…
    Non so cosa c’entri il discorso dell’Accademia con Sanguineti che ha detto una cosa chiarissima e precisissima che riguardava, mi pare, ben altro… Forse parlavate dell’accademia in relazione al discorso di Bini: ad ogni modo, non sento troppo la stretta separazione tra accademia e militanza, e non la sentono, mi sembra, neppure nel mondo… L’Italia ha ancora un’Accademia molto rigida e imbalsamata anche per certi rapporti interni con le varie baronie… si sente l’esigenza di una maggiore apertura e svecchiamento e i critici più giovani, accademici o militanti che siano, possono agire in tale direzione… Possono non perdere il contatto con la realtà dei nostri tempi…
    Matteo, puoi farla la battuta sull’ordine, se vuoi…

    Io mi riferivo a quanto detto da Sanguineti, dopo la sua dichiarazione, su La Stampa del 6/1/2007 , dice “Poi sono un vecchio comunista, berlingueriano, togliattiano, dunque sono per l’ordine, il decoro, la sicurezza”.
    Inutile dirti che il signor Togliatti conosceva perfettamente l’ordine che aveva creato Stalin, qualche chilometro più in là…

    andrea margiotta

    rondons

    16 gennaio 2007 at 23:54

  40. quando dico “senza padrone” (#28) non intendo “liberi”, bensì “senza potere contrattuale”. Siamo (intendo: chi non scrive e pensa in nome di e a pagamento) senza padrone perché ancora nessuno ci ha chiamato per acquistare il nostro lavoro. Perché è noto sin dall’ottocento: il mestiere dell’intellettuale funziona solo all’interno di una causa che ha un padrone politico.

    Poi io distinguerei tra poeta e cittadino: è quest’ultimo che deve agire nella polis; il poeta si misura con una complessità che s’impasta per trascendere la carne della politica.

    Sanguineti vuole fare il sindaco? o meglio: Cacciari sindaco quanto ha sacrificato al Cacciari intellettuale?
    Voglio dire, la prassi politica ha un passo che scavalca le ortiche e l’acqua alta, non l’epoca tout court.

    gugl

    anonimo

    17 gennaio 2007 at 06:26

  41. “Poi io distinguerei tra poeta e cittadino: è quest’ultimo che deve agire nella polis; il poeta si misura con una complessità che s’impasta per trascendere la carne della politica. ”

    Mi sembra che sottolinei il gioco della maschera a cui facevo riferimento sopra stefano. In un’analisi poetica posso essere d’accordo con te, se giudichiamo le opere poco ci dovrebbe importare il colore politico di un poeta, ma nel momento di vivere secondo me un poeta difficilmente riesce a far poesia senza far politica. Ma come, si parla male dei poeti ombelicali (che io onestamente non ho mai capito che significa) e quando per la prima volta un poeta prende parola per dire qualcosa riguardo alla società in cui vive ci chiudiamo dietro il fatto che un poeta non dovrebbe far politica?
    Secondo me la politica migliore oggi si fa proprio stando fuori dal circuito politico (per questo cacciari non può far molto, ad esempio) con la letteratura, con le poesie, con gli spettacoli comici, con il teatro.
    Poi ci tengo a chiarire una cosa: a me non frega nulla dell’accademia, perdonatemi, né della politica in senso stretto, perdonatemi, a me preme la poesia, e preme la mia condizione di persona.
    Se non si danno una svegliata gli intellettuali, rischiano di venir spazzati via assieme alle cattedre che i loro amici gli hanno garantito, perché questo sistema sta scricchiolando, se anche un poeta vecchio se n’è accorto.

    A

    anonimo

    17 gennaio 2007 at 16:09

  42. il problema è il limite tra dire “lì c’è una cacca” e “è sbagliato pestare una cacca”, per essere estremi, ma molto concreti. e questo il punto intellettuale, la volontà di catechesi (da evitare, a destra e a sinistra) che unita a discorsi che (permettimi) non sono nuovi, non mi pare cosa che faccia tremare le gambe…
    lunga vita alla giovane poesia di campobasso, se nella qualità ha la stessa dignità della conosciuta poesia delle grandi metropoli. a muccino ci pensino quelli del settore cinema 🙂

    matteofantuzzi

    17 gennaio 2007 at 17:19

  43. stiamo dicendo la stessa cosa, Alessandro: il cittadino Sanguineti ha espresso un giudizio sull’andamento della società italiana e ha fatto bene (anche se non condivido la sua posizione); la poesia di sanguineti disargina l’uomo sanguineti, lo mette a lato, per darsi in pasto nel suo enigma, anche là dove egli scrive che, per fare poesia, basta “prendere un piccolo fatto vero” eccetera.

    gugl

    anonimo

    17 gennaio 2007 at 17:32

  44. concordo con stefano…
    (comunque tutti questi discorsi rispostano l’ottica sull’accademia già esistente, e non sulle nuove ottiche che deve tenere come ci auspichiamo mettendo in primo piano il ragionamento di marco bini)

    e quindi rimettiamolo in primo piano 🙂

    matteofantuzzi

    17 gennaio 2007 at 17:40

  45. sì in effetti abbiamo aperto una parentesi un po’ OT, che tra l’altro meriterebbe senza dubbio, visto che solo per capire che ci stavamo dicendo la stessa cosa ci abbiamo messo sei post, una discussione orale 🙂
    Se non altro avremo modo, con stefano, di farlo fra breve.

    A

    anonimo

    17 gennaio 2007 at 18:14

  46. certamente caro Ale, ma in quell’occaione parleremo anche di poesia, vero?:-)

    gugl

    anonimo

    17 gennaio 2007 at 19:41

  47. mah… considerando che dopo cena dovrei riuscire ad arrivare pure io… la vedo dura !

    🙂

    matteofantuzzi

    17 gennaio 2007 at 19:55

  48. soprattutto stefano. Almeno fino all’arrivo di matteo 🙂

    A

    anonimo

    17 gennaio 2007 at 21:16

  49. Ricevo e volentieri vado fuori tema (E mi scuso per ciò):
    Sabato 20 gennaio, alle ore 21, la Casa della Poesia di Milano (largo Marinai d’Italia) ospita la presentazione dell’ultimo numero dell’Almanacco dello Specchio.
    Saluti,
    Vincenzo

    anonimo

    18 gennaio 2007 at 06:36

  50. mi fa proprio piacere se viene anche Matteo.

    ciao

    gugl

    anonimo

    18 gennaio 2007 at 07:40

  51. Faccio un OT anche io per la stessa data: 20 gennaio, Roma, ore 21 e 39, via degli equi 22, al Tumbler, alessandro ansuini e camera mix presentano “Indagine di uno stalker”

    A

    anonimo

    18 gennaio 2007 at 17:20

  52. OT anche io
    Giovedì 15 febbraio – ore 18,00

    Centro Culturale San Carlo
    c.so Matteotti, 14 – sala verde (MM1, San Babila)
    in collaborazione con l’Associazione Culturale Milanocosa

    “DA RIVA A RIVA”

    Fabiano Alborghetti
    presenta il suo nuovo libro di poesia

    L’opposta riva

    prefazione di Giampiero Neri,

    edizioni LietoColle 2006

    Con l’autore dialogano
    Stefano Guglielmin e
    Adam Vaccaro

    Stefano Guglielmin
    presenta il suo nuovo libro di poesia

    La distanza immedicata
    The immedicate rift

    prefazione di Giovanna Frene,
    traduzione inglese di Gray Sutherland,
    edizioni Le voci della Luna 2006

    Con l’autore dialogano
    Fabiano Alborghetti e
    Gabriela Fantato

    Info: Milanocosa T. 024459577 – 347 7104584 – Email: info@milanocosa.it ; http://www.milanocosa.it

    anonimo

    18 gennaio 2007 at 17:50

  53. grazie. vi aspettiamo.

    gugl

    anonimo

    18 gennaio 2007 at 20:49

  54. “non credo che noi siamo proletari nel senso marxista del termine […] siamo pittusto la deriva dell’intelletuale moderno, senza padrone, senza soldi, e con una grande rabbia in corpo. / gugl ”

    come? siamo senza padroni? Steano, che dici! siamo tutti ancora sotto stretto controllo della censura, come intellettuali o creativi…
    e poi, scusa, se non hai padroni o pensi di non averli, la rabbia da dove ti esce e contro chi la sfoghi?
    ma fors… ti ho capito male…

    Ricito Tennessee William “Society rapes the individual. We are all victim of rape.”

    supernatural

    20 gennaio 2007 at 06:02

  55. Margiotta cita Sanguineti “Io mi riferivo a quanto detto da Sanguineti, dopo la sua dichiarazione, su La Stampa del 6/1/2007 , dice “Poi sono un vecchio comunista, berlingueriano, togliattiano, dunque sono per l’ordine, il decoro, la sicurezza”.
    Inutile dirti che il signor Togliatti conosceva perfettamente l’ordine che aveva creato Stalin, qualche chilometro più in là… ”

    sempre sta solfa sullo stalinismo e togliatti …la crisi del 56 ha mostrato che gli intellettuali italiani comunisti e socialisti erano e sono antistalinisti……i comunisti italiani sono una cosa a parte, non stalinisti e nemmeno maoisti. il comunismo italiano è una creazione italiana e si sposa con la cultura cattolica e sa dialogare anche con quella liberare.
    cmq nella istanza di ordine decoro e sicurezza di sanguineti non ci vedo nulla contro cui dissentire. l’ordine, il decoro e la sicurezza sono elementi indispensabili alla democrazia e alla convivenza civile. non vedo a cosa si possa aspirare di più se ci si aggiunge pure la libertà di opinione e religione che abbiamo qui in italia come potenziale…

    supernatural

    20 gennaio 2007 at 06:10

  56. typo, sorry: leggi “liberale”.

    supernatural

    20 gennaio 2007 at 06:11

  57. Il problema non è essere staliniani o meno… Ma quello di un’ideologia totalitaria e anti-personalistica che porta al crimine, che si tratti di Cina, Cuba, Tito o Stalin…
    O di PoL Pot il quale pensava che l’unica via al comunismo fosse ripartire da zero. Zero educazione, zero comoditá, zero tutto.

    “Quando i Khmer Rossi presero il potere, evacuarono i cittadini dalle città verso la campagna, dove venivano costretti in fattorie comuni. La proprietà venne collettivizzata, e l’educazione si teneva in scuole comuni. Il regime comunista di Pol Pot fu una delle più spietate dittature della storia. Migliaia di politici e burocrati vennero uccisi, mentre Phnom Penh veniva trasformata in una città fantasma dove molti morivano di fame, malattie o perché giustiziati. Le mine che Pol Pot lodava come “soldati perfetti”, erano ampiamente distribuite in tutto il territorio. Il numero di vittime causate dalla follia ideologica comunista di Pol Pot è conteso. Una cifra di tre milioni tra il 1975 e il 1979 venne data dal regime di Phnom Penh sponsorizzato dai Vietnamiti, il PRK. Padre Ponchaud suggerì 2,3 milioni, anche se questo numero comprende centinaia di migliaia di persone che morirono prima dell’ascesa del PCdK; L’Università di Yale stimò 1,7 milioni di vittime, Amnesty International 1,4 e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti 1,2. Khieu Samphan e Pol Pot, da cui ci si poteva attendere delle sottostime, diedero cifre di 1 milione e di 800.000 rispettivamente. La CIA stimò un numero di esecuzioni tra le 50.000 e le 100.000. Tuttavia queste sono le esecuzioni accertate o fatte per decisione, ma il numero totale di persone uccise è superiore. Le stime vanno da 300.000 a 1.000.000 di persone ammazzate sotto Pol Pot, tra le quali ci furono molti vecchi, disabili e bambini”. (cito da Wikipedia…)
    Il problema ripeto è nell’ideologia totalitaria…
    Tanto che – tornando all’Urss – lo stesso Nikita Khruščёv (uno che ha imparato a leggere verso i trenta anni)
    non aveva appena finito di denunciare i crimini di Stalin, che già stava reprimendo sanguinosamente l’Ungheria appunto nel ’56…
    Molti intellettuali italiani comunisti uscirono dal partito o furono critici… I dirigenti continuarono a prendere soldi dall’Urss come fu dichiarato anni dopo…
    Ragazzi, voi dite sempre che i comunisti italiani son diversi… Ma voi non potete saperlo cosa sarebbe accaduto in Italia se nel dopoguerra non ci fossero stati gli argini di contenimento di Usa, Vaticano e DC…
    Non sappiamo che paese sarebbe stato L’Italia con un Pci filosovietico al potere…
    Questo non toglie tanti meriti a molti intellettuali di sinistra o artisti…
    Però c’è anche da rimarcare l’eccessivo controllo ed egemonia totalitaria sulla cultura (arte,cinema, letteratura) svolto dal Pci… (così come è da rimarcare le censure moralistico democristiane Rai che però almeno non facevano scadere i programmi nel cattivo gusto, come certa volgarità – non giustificata da fini espressivi – dell’oggi …)

    andrea margiotta

    rondons

    21 gennaio 2007 at 15:13


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