UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

with 19 comments

Il verso libero (la metrica è inessenziale) di Nevio Gambula
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Un sistema di segnali socialmente concordati determina se una composizione di parole possa o meno dirsi poesia, a partire da modelli ritmici o metrici, artifizi fonici o dalla disposizione grafica. La dimensione sociale del verso, insomma, presuppone che tra il poeta e i suoi lettori, anche solo potenziali, si stabilisca una relazione basata su una competenza che è, immediatamente, determinazione di una convenzione culturale. Anche la pratica del verso libero ambisce alla socializzazione, a fare in modo cioè che il contatto che stabilisce con le modalità compositive che lo hanno preceduto si cristallizzi in cadenze riconoscibili; solo che nel momento in cui opera in tal senso, immediatamente il verso libero aspira a negarsi di nuovo, a sperimentare ogni volta da principio la scansione temporale o spaziale delle combinazioni, degli accenti (logici o versali che siano), delle sillabe, delle cesure. In questa sua tensione a divenire qualcos’altro da sé sta la sua forza, che è consapevolezza non solo, come osserva Fausto Curi, della capacità “di vitalizzare in grado estremo il rapporto della coscienza con le forme linguistiche della realtà”, ma soprattutto della necessità di superarsi e proiettarsi in forme completamente mutate, giungendo addirittura, nei casi più azzardati, all’assenza di ogni somiglianza con la poesia per costituirsi in scrittura (che è, come insegna Barthes, dissolvimento dei generi).
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da http://www.neviogambula.it

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Written by matteofantuzzi

20 gennaio 2007 a 13:52

Pubblicato su Uncategorized

19 Risposte

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  1. ecco qua. nuova settimana e nuovo post: ringrazio nevio, una delle persone più indicate a parlare dello strumento del verso. e così si ha modo di andare avanti anche in alcuni ragionamenti (più o meno velati) delle scorse settimane.

    matteofantuzzi

    20 gennaio 2007 at 13:55

  2. Proiezione del film Giorni in prova
    lunedì 5 febbraio 2007 ore 21.00
    Teatro Carani – Sassuolo
    Ingresso libero
    “Emilio Rentocchini poeta a Sassuolo”
    regia di Daria Menozzi
    produzione Vivo Film

    *

    Centro Culturale San Carlo
    sala verde ( 1° piano)
    – corso Matteotti, 14 MILANO – MM1 San Babila

    Mercoledì 7 febbrario- ore 18.oo

    presentazione dell’antologia
    curata da Alina Rizzi

    Donne di parola
    trentadue poetesse contemporanee
    Traven books editore, Bolzano 2005

    Introducono
    Luigi Cannillo e Alina Rizzi

    Tra le autrici pubblicate leggeranno loro testi le poetesse Antonietta Dell’Arte, Gabriela Fantato, Annalisa Manstretta, Alina Rizzi, Maria Pia Quintavalla .

    matteofantuzzi

    20 gennaio 2007 at 15:48

  3. Verso libero, libero dal rispetto di rigide forme ma non libero dal dovere di dar conto d’essere, appunto, poesia. E più è aritmico, più è incomprensibile negli ‘a capo’, più è incapace di controllare gli innesti prosastici (del parlato o di altri codici linguistici) e più è difficile rimanere in poesia. Nondimeno, una sapiente e attenta pratica del verso libero da spesso migliori frutti, miglior poesia, di una collaudata metrica.
    Antonio Fiori

    diamine

    20 gennaio 2007 at 16:46

  4. Vero, la metrica è riduttiva, ma non certo inessenziale. E’ riduttiva come lo può diventare il battere del cuore della madre al bambino che cresce. E’ riduttiva come l’alfabeto lo diventa al praticante enigmista. Rimane lì, insuperata, limitante e spesso stupida a dire ” e adesso?, come farai senza di me? “

    molesini

    21 gennaio 2007 at 00:22

  5. considerate l’impatto che ha avuto all’interno della poesia con convenzioni metriche rigidissime il verso libero e la rivoluzione che tutt’oggi ci portiamo dentro della prosa poetica, questo per dire che un ragionamento serio sul verso dopo averne fatti tanti sulla sostanza non è di certo campato per aria. anzi andrebbe fatta un’analisi di quali sono le necessità e quali le accessorietà della struttura poetica. come ha fatto nevio portando avanti il propio pensiero.

    *

    La voce di Osip Mandel’stam, in rare registrazioni dei primi del ‘900 nel sito http://www.anteremedizioni.it

    È l’omaggio di “Anterem” al grande poeta russo che viene celebrato a Mosca, dal 15 al 25 gennaio 2007, durante dieci giorni di studi, eventi, letture.

    I documenti sonori appaiono per gentile concessione della Società Mandel’stamiana di Mosca, presieduta dal Prof. Pavel Nerler.

    matteofantuzzi

    21 gennaio 2007 at 08:33

  6. Una precisazione doverosa. La metrica è inessenziale PER ME. Tutto ciò che scrivo in merito non ha alcuna pretesa normativa. Credo che la poesia sia sempre, dal punto di vista della metrica, ordine e trasgressione insieme. A me personalmente non interessa il verso della tradizione italiana (l’endecasillabo e i suoi derivati); mi paiono più interessanti le “forme mobili” del verso libero, tese alla ricerca di “una nuova misura”. C’è poi da tenere presente il fatto che io scrivo, più che per la pagina, per la voce, dunque strutturo i versi – aperti o chiusi a seconda dei momenti – secondo cadenze basate sul respiro e sull’ascolto. La successione delle misure è per forza di cose irregolare. E può capitare, ad esempio, di scrivere un verso così:

    “Valore che si valorizza, valore a me straniero, sei la mia dannazione; ma: questo corpo deve valorizzarsi, vacillando deve – ed è il punto da cui parto (qui è la mia fine) – non me ne vanto e affogo nel calcolo (se valgo vivo), là dove x = c + (v + ^ v) vale la mia dissoluzione, la mia trasformazione in valuta, la mia alienazione definitiva, ma – valente contraddizione! – può anche essere il varo della mia ribellione.”

    La sua misura è eccessiva, certo; e i suoi “a capo” sono determinati dalla formattazione della pagina. Eppure io lo considero un UNICO verso. Quanti segnali metrici contiene? Rime interne, assonanze, rimandi fonici, interruzioni ritmiche, etc.. Il metro non è, in fondo, che “una durata spazio-temporale definita” dove il ritmo è creato “attraverso il ricorrere di elementi oppositivi (atoni e tonici)”. Ecco, diciamo che il verso libero lavora su misure DIVERSE da quelle della “tradizione”. Le combinazioni e le ricorrenze degli elementi che costituiscono il verso sono solo disposte diversamente; ma esistono come misura (in questo senso credo che il verso debba essere considerato “libero” dalle misure ereditate, non dalla misura tout court).

    n.g.

    anonimo

    21 gennaio 2007 at 09:26

  7. un paio di anni fa era diventata molto forte la discussione “sulle” poesie. e anche sulla poesia performativa, c’era chi diceva anche nella critica con la c maiuscola che una poesia prettamente performativa non poteva considerarsi poesia tout court, mentre secondo me è da portare avanti con la stessa dignità delle forme più classiche, anche perchè ribadisco il passaggio della prosa poetica alla quale (con maggiore accento performativo) il testo citato può avvicinarsi.
    alla fine diventa una questione di percentuali tra “carta” e “voce”. forse la domanda vera è se la tua poesia (e la poesia in generale) può prescindere dalla carta oggi (non 3000 anni fa, oggi) o comunque questa parte va preservata adattando il testo alle proprie esigenze formali che ripercorrono poi le problematiche sostanziali del “detto”.

    matteofantuzzi

    21 gennaio 2007 at 10:04

  8. Naturalmente, come dimostra il commento di n.6 di nevio, il discorso è vasto, interessante ed implica scelte e sviluppi individuali (apprezzabile quel PER ME maiuscolo); il mio era una considerazione di sintesi, che non voleva chiudere, anzi aprire, a deroghe, sviluppi e spiegazioni, che infatti sono puntualmente seguiti. Una sola considerazione: ricordiamoci del lettore, a quale lettore vogliamo o dovremmo parlare. Spero non solo ad altri poeti (pesso nenche troppo avveduti e poco inclini ad ascoltare chi fa scelte stilistiche diverse dalle proprie). Ma allora, se la poesia è per tutti, già il testo (senza bisogno di andarsi a cercare biografie critiche e manifesti poetici autoriali) deve essere autonomamente capace di parlare – un minimo, in diversa misura – a tutti i lettori
    Antonio

    diamine

    21 gennaio 2007 at 11:35

  9. Non credo che la questione della metrica sia legata alla questione poesia orale/poesia scritta come suggerisce Matteo né alla sociologia della poesia (la sua accettabilità sociale) come afferma Gambula. Ci sarebbero molti argomenti per confutare il ragionamento di Gambula sull’inessenzialità della metrica. Ne dirò uno, il più banale, quello legato alla “memorabilità” del verso. Ho sentito qualche settimana fa Sanguineti (che ha definito esametri i suoi versi lunghi) dire che l’aspirazione massima del poeta è quella di farsi anonimo, come sono anonimi gli autori dei proverbi. Tutti si ricordano i proverbi, ma nessuno sa chi li abbia inventati. “Tanto va la gatta al lardo / che ci lascia lo zampino” sono, non a caso, due ottonari. Sfido chiunque, autore compreso, a mandare a memoria il verso libero che ha citato nel commento #6. Buona domenica.
    Pierluigi Lanfranchi

    anonimo

    21 gennaio 2007 at 11:49

  10. Certo Nevio (posso il tu?), libero (se ci riesce) dalle misure ereditate, non dalla misura tout court che è lettera, sillaba, suono, pausa, accento e segno. Quindi elemento strutturale fondante.

    Sono molto in accordo col tuo post 6. Anche se il tuo verso solo a me sembra solo d’arbitrio, per così dire. Dove tu decidi di non spezzare sarà l’orecchio o l’occhio o il senso a farlo per te, il lettore se lo lavorerà come vuole, e sempre secondo i segnali sostitutivi alla soluzione di continuità che non hai dato (la punteggiatura, le inflessioni, le tronche, le assonanze, tutta la “sottometrica” di cui parli).

    Parlo di testo, scritto. Con la voce farai poi quello che non hai stabilito sulla carta, o verrà letto d’un fiato? Che un testo letto può aumentare ma anche diminuire le variabili, visto che è “portato”, in qualche modo interpretato dalla voce.

    Sul fatto che la poesia debba arrivare a tutti, o comunque entrare nei meccanismi di memoria, e qui mi riferisco alle osservazioni successive di Fiori e Lanfranchi, io avrei qualche dubbio. La poesia esiste anche perché è condivisa e amata, quindi porta voci che trasmettono cose e “comi” che importano, certo. Ma non nasce per assecondare la sua diffusione. Nasce e vive perché ha un suo senso interno che la informa e la forma anche difficile e scostante, dodecafonica, jazz.

    molesini

    22 gennaio 2007 at 05:19

  11. Certo Molesini! La poesia non nasce per assecondare la sua diffusione, ma dovrebbe nascere con il desiderio/speranza/dovere d’essere se non apprezzata, compresa. Naturalmente sarà importante il modo in cui è proposta, anche oltre il testo scritto (contesto scenico, voce recitante e luoghi di fruizione aiutano spesso a capirla e valorizzarla)….
    Antonio

    diamine

    22 gennaio 2007 at 06:51

  12. Questione interessante e come tale irrisolvibile: ogni poeta ha un suo respiro, una sua musica che non sempre corrisponde al ritmo di un metro predefinito, e mi si permetta, un po’ sclerotizzato. Non sono un fanatico del verso libero, nel mio precedente “Vendette azteche” ho usato quasi esclusivamente l’endecasillabo e il settenario, in forme più o meno classiche. Ora non più: pur restando all’interno di un metro spesso riconoscibile, tendo ad assecondare il “dire”, il comunicare diretto.
    Non credo che la poesia debba essere memorizzata per suo fine: la si memorizza quando tocca corde profonde, a prescindere dalla tipologia del metro. Non credo neanche che la poesia debba assecondare il desiderio immediato di comunicare. Altrimenti sarebbe poesia quella di Ezra Pound o quella dell’ultimo Kerouac?
    Sono scuole di pensiero, a volte fisime di critici che cercano una riconoscibilità nel verso per poter esplicare il proprio lavoro con strumenti già collaudati.
    Un giorno un noto poeta, di cui tacerò il nome per rispetto dei defunti, mi rimproverò di avere usato quattro enjambements in una canzone che definiva “petrarchesca”.
    Ognuno usi il verso che sente più proprio, l’importante è non cadere in un formalismo fine a se stesso.
    Questo almeno io penso…

    enricocerquiglini

    enricocer

    22 gennaio 2007 at 19:45

  13. l’ottonario però non è parte della nostra tradizione poetica, sappiamo bene. ancora una volta rimango nella prosa poetica che la cosiddetta sottometrica è in grado di condizionare fortemente l’architettura del verso restituendone anche la parte più canonica e forse istituzionale. scusate la banalità ma senza accorgercene molte nostre frasi sono settenari ed endecasillabi e questa è una condizione pesante della nostra tradizione che ci caratterizza ma ci distanzia anche da un possibile blocco della poesia europea (per questo quando qualche poeta italiano si sforza in tal senso sono tanto felice, o altrettanto credo sia fondamentale le altre lingue europee). insomma il formalismo di cui parla enrico è vero e può toccare anche una poesia più di ricerca. l’inessenzialità rappresenta il confine tra accessorietà e necessarietà, ma anche quel limite che modifica la lingua da forma a sostanza (ribadisco, non è un problemino da poco…)

    matteofantuzzi

    22 gennaio 2007 at 21:00

  14. E’ morto FRANCESCO MASALA,

    tra i più importanti autori del 900: scrittore e poeta, è morto l’altro ieri a Cagliari all’età di 90 anni. La sua produzione poetica ha avuto importanti riconoscimenti e ricordiamo il Premio Grazia Deledda ed il premio Chianciano tra i tanti.
    Innumerevoli le traduzioni all’estero.
    E’ stato poeta dei vinti e acerrismo sostenitore dell’esigenza di recuperare un’identità della Sardegna ormai in via di dissoluzione.

    Fabiano

    anonimo

    25 gennaio 2007 at 16:26

  15. DA NON CONFONDERE CON ALBERTO MASALA DI CUI LINK A LATO!!!
    fabiano

    anonimo

    25 gennaio 2007 at 16:27

  16. Grazie, Fabiano. A conferma di ciò che dici, riporto il suo epitaffio:

    “Chie ses?

    Ite ti naras?

    Ite faghias in vida tua?”

    “Mi naro Franciscu Masala.

    Faghia su poeta.

    Cantaia sos laribiancos de bidda mia” *

    * “Chi sei?/Come ti chiami?/Cosa facevi in vita?”//”Mi chiamo Francesco Masala./Facevo il poeta./Cantavo quelli dalle labbra bianche, i poveri del mio villaggio”

    Un saluto a tutti

    Giovanni

    1Nuscis

    25 gennaio 2007 at 18:48

  17. mi associo a questo ennesimo lutto di inizio 2007 (che anno…)

    matteofantuzzi

    25 gennaio 2007 at 20:16

  18. Grazie a Fabiano e a Gianni per ricordare un uomo semplice e grande, che sposò la lingua madre restandole fedele tutta la vita.
    Antonio

    diamine

    25 gennaio 2007 at 20:19

  19. Grande pezzo nevio. duro e lucido come un diamante. un abbraccio a tutti
    luca

    lucapaci

    25 gennaio 2007 at 21:58


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