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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Perché soffrire ? Storia dei movimenti epigastrici all’uscita dei lavori antologici. Da Atelier n.68

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Partiamo da una constatazione, in Italia i lavori antologici inerenti la poesia fanno soffrire più che mangiare un’intera cassa di frutta appena colta dall’albero. E questo effetto aumenta nel caso la suddetta pubblicazione preveda la presenza di donne o bambini, che se per primi devono abbandonare le navi che affondano di certo non godono del medesimo trattamento nello spietato mondo della poesia italiana. Con questi presupposti si può comprendere il coro e le lamentazioni espressi all’uscita di Nuovi Poeti Italiani 6 e limitare l’analisi agli articoli usciti pochi giorni dopo e contemporaneamente il 22 luglio 2012 sul Domenicale de Il sole 24 ore (Matteo Marchesini) e su La lettura del Corriere della Sera (Roberto Galaverni) significa in qualche modo ridurre la questione, che probabilmente va sviluppata in maniera ulteriore.

Innanzitutto va pesato il carattere (effettivo) antologico di questo lavoro: uno strumento che analizza un arco anagrafico di circa 30 anni e che in qualche modo si concentra su una geografia periferica come quella in gran parte raccontata assume se non negli intenti quanto meno nella sostanza un’identità di mappatura e di indagine che in qualche modo ribalta il senso stesso dell’opera ma che in fondo lo unisce ad esempio alla precedente esperienza di Nuovi Poeti Italiani 5, curata da Franco Loi (e che decisamente meno diatribe ha prodotto). Possiamo forse dire che sarebbe stata di semplice reperibilità e percezione la poesia di Tolmino Baldassari, nel frattempo scomparso ? Il lavoro di Giovanna Rosadini va a mio avviso nella stessa direzione: più che sulla pericolosa questione del genere, ragionare su queste autrici significa prima di tutto ritrovarsi all’interno del liquido mondo delle nostre medio-piccole case editrici che sono il quotidiano terreno di un mondo che difficilmente possiamo omettere, un ragionamento concreto insomma da parte di uno dei pochi editori nazionali che ancora oggi lavora sulla poesia deve considerarsi inaspettato solo all’interno di un sistema nel quale la ricerca, la comprensione (e la militanza) sembrano essere semplici nicchie dedicate a qualche rivista di bravi e utopici artigiani. E non è al tempo stesso possibile dimenticare che questo lavoro coordinato da Giovanna Rosadini deriva anche e in maniera fondamentale dal contributo di altri importanti poeti e critici come Andrea Cortellessa, Gabriele Frasca, Marco Merlin, Salvatore Ritrovato e Umberto Piersanti citati non solo nelle note ma alla fine dell’introduzione con un intento concreto di indicare i percorsi intrapresi per approdare al libro, e anche questo non è un passaggio da poco in una dimensione ancora una volta come quella della poesia italiana dove sembra difficile la collaborazione mentre molto più facile appare la volontà distruttiva, come se fare parte di un piccolo mondo in macerie potesse recare qualche maggiore consolazione rispetto a vedere realizzato un faticoso lavoro da costruire mattone dopo mattone, e col sudore della fronte (parla di scouting a un certo punto la Rosadini e credo che questo dovrebbe essere il termine corretto).

Se viene data buona quest’idea di ricerca, anche difficoltosa (sono l’unico che ha notato le case editrici per cui hanno pubblicato fino ad oggi queste poetesse ? E ancora una volta, sono l’unico che ha notato la difficoltà che è in generale della poesia ma in particolare di chi non risponde a determinate fisionomie dell’immaginario poetico – qualche problemino di salute, qualche difficoltà comportamentale, sembrano piacere molto ai nostri editori – a imporsi a livelli di diffusione adeguati ?) viene a cadere anche l’idea stessa che la poesia scritta da donne debba per forza vivere all’interno di certi comodissimi steccati che sono quelli della natura e del corpo, che non sono ovviamente prerogativa delle nostre autrici (da dove partiamo: la torba di Pusterla ? L’importanza del corpo nel lavoro di Buffoni ? E se volessimo utilizzare i cambiamenti della natura per parlare della società ? Allore non ci troveremmo forse a parlare della Milano de La ragazza Carla di Elio Pagliarani, fino alla Milano attuale, quella che emerge da Tema dell’addio di Milo De Angelis o nella Bassa Stagione di Gianni D’Elia ?) ma che fanno in qualche modo parte dell’attuale quadro delle questioni che la letteratura stessa tende a trattare in maniera sistematica perché queste sono le questioni che in qualche modo appaiono urgenti da affrontare. E Nuovi Poeti Italiani 6 rappresenta una fotografia (corretta) della nostra realtà dove ancora fa scandalo approcciarsi a determinate questioni anche se quello che si ha da raccontare è valido e vale la pena che sia letto. Solo la lettura e la diffusione dei libri e della poesia fatta anche attraverso le major editoriali che ancora possono garantire un certo tipo di permeazione all’interno del nostro sistema potranno rendere consapevole la percezione della nostra poesia, se questo deve avvenire anche attraverso le polemiche ben venga, purché vengano analizzate le azioni, e non solo le intenzioni.

Written by matteofantuzzi

1 febbraio 2013 at 16:44

Per il blog d’Atelier. Pippe e nuovi poeti.

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Per il blog d’Atelier. Pippe e nuovi poeti.

Per una volta non uso UniversoPoesia ma vi rimando al blog di Atelier. Lo stile comunque è il mio, potete insultarmi sia là che in questo spazio. Buona lettura. State bene.

Written by matteofantuzzi

31 maggio 2012 at 13:40

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I poeti e le porcilaie. Testo di presentazione per una mostra fotografica sui poeti (contemporanei) dell’Emilia-Romagna.

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Ultimamente Daniele Ferroni si è specializzato su due soggetti per il proprio lavoro fotografico, i poeti e le porcilaie. E non credo che il connubio sia così azzardato, anzi. In fondo in entrambi i casi convivono in maniera naturale due componenti che sono insite nella natura: il sublime e il miserevole. D’altronde se vostra figlia arrivasse in casa e vi dicesse “mi sono innamorato di un poeta” credo che rischiereste l’infarto secco: e ne avreste ragione, perché i poeti umanamente sono quanto di peggio potrebbe esistere sulla terra, gente arrivista, pronta a spararsi alle gambe, pronta a sciogliere nell’acido la propria nonna pur di arrivare a pubblicare in una grande casa editrice, di quelle che contano, poche oramai. Eppure (c’è sempre un eppure) quando si mettono a scrivere queste persone terribili, abiette, sono in grado di imprimere quanto di più alto dal punto di vista letterario e umano esista “antropologicamente” e da sempre, la poesia appunto, qualcosa di talmente vicino al comune sentire da potere essere ascoltato, vissuto, letto da tutti, da potere arrivare a chiunque con una semplicità, un’immediatezza davvero disarmante. E allora il lavoro di Daniele Ferroni serve a due cose essenzialmente: cogliere lo sguardo, l’espressione dei poeti, la tensione che porta alla produzione della poesia e dall’altra parte a farli conoscere, ‘sti benedetti poeti, in modo possiamo tenerli lontani dalle vostre figliole e possiate capire chi siano, che faccia abbiano in un mondo dove sembra che tutti siano poeti (cantanti, pittori, cuochi, calciatori, farmacisti…), tutti tranne i poeti confinati in Italia a un ruolo minore, fragile e splendido come sa appunto essere la poesia. E l’attività di indagine è importante anche perché va ad analizzare una regione che tanto ha dato alla letteratura e che in qualche modo ha deciso di rimanere attaccata, radicata al proprio territorio, di non migrare, non farsi assorbire dalle metropoli anche culturali per rimanere viva, per mantenere il proprio sguardo, che è quello che Daniele Ferroni fotografa.

Written by matteofantuzzi

4 marzo 2012 at 01:34

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