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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Lasciate in pace i morti. Per Simone Cattaneo.

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Simone Cattaneo, Peace & Love, Il ponte del sale, Rovigo 2012.

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Simone Cattaneo aveva fretta, fretta in un mondo come quello della poesia dove per grandissima parte del tempo si rimane isolati, fuori da tutto, in attesa di una consacrazione che quasi mai arriva e che anche quando arriva raggiunge talmente poche persone che quasi perde di significato. Eppure per molti in poesia è necessario arrivare. E Simone aveva fretta, ho tenuto alcune sue mail in cui mi chiedeva, mi ricordava degli articoli che dovevo scrivere, a lui dedicati. Non ne aveva grande bisogno perché era bravo, molti lo sapevano, anche se non veniva da un lavoro di quelli per bene, anche se si spaccava le mani per campare, anche se non aveva il fisico del poeta: né mingherlino né storto, un mediomassimo piuttosto, un carpentiere della poesia (nemmeno artigiano), uno di quelli che tagliano la pietra grezza, che non lavorano sulla perfezione, sulla bellezza fine a se stessa quanto piuttosto ragionano sull’incompiuto, come accade sempre a livello umano e principalmente in poesia. Rileggere oggi l’opera di Simone Cattaneo grazie al lavoro fatto da Il ponte del sale significa comprendere a pieno uno dei principali fautori di quella generazione controversa e fondamentale che potremmo definire dei cosiddetti Settanta (che non è la mia, ho sempre considerato Cattaneo, come Andrea Temporelli, Massimo Gezzi o Andrea Ponso dei fratelli maggiori rispetto a me che in qualche modo ho diversamente inteso tematiche e modalità della poesia che ritrovo invece in altri a me coetanei) ma con uno sguardo, quello della “discesa all’inferno” della nostra società che in qualche modo lo proietta in una posizione ulteriore perché spiega quello che sta accadendo anche a livello letterario, fa capire che la percezione stessa del nostro immediato attraverso la poesia passa da un ribaltamento fondamentale del piano delle opere con un io mirato non tanto più alla propria visione ombelicale quanto piuttosto alla descrizione fredda, cruda, spietata dell’attorno.

Anche il susseguirsi delle opere va in questa direzione, più indulgente nel “Nome e soprannome” del 2001, episodio di insieme nel già apocalittico “Made in Italy” del 2008 e infine tragico nei testi incompiuti di Peace & Love dove in qualche modo saltano tutti gli schemi della tenuta umana e rimane solo l’ipotesi disarmante della mancanza di pietà di una società che soprattutto nel sistema metropolitano (fatto anche di hinterland e di industrie) finisce per consumare in primis chi scrive e non lasciare solo quel “pugno nello stomaco” che spesso viene attribuito a questo autore quanto piuttosto la sensazione che non ci sia finzione neanche nei passaggi più crudi, non ci sia altro che realtà. E che la realtà a un certo punto si paghi col prezzo più caro di tutti.

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Written by matteofantuzzi

15 agosto 2012 at 23:06

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