UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Costruire per la poesia una casa abitata.

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Riprendo questo post di Pietro Pisano apparso ieri su FB:

“Quella poesia (parlo di certa poesia che non vuole più essere poesia) che tenta di utilizzare, algidamente, la lingua della comunicazione quotidiana e dei consumi di massa, con tutti i suoi banali stereotipi e luoghi comuni, per denudarla e rivelarne, in una esibita e mera ripetizione, l’inautenticità, a me sembra, il più delle volte come una operazione poco utile e in buona parte fallita. Se infatti ci soffermiamo a pensare sulla marginalità che ha la letteratura e ancor di più la poesia nella nostra società, allora mi chiedo, com’è possibile lo smaschermento, se non vi è un vero e proprio pubblico che possa leggere tutto questo? E inoltre, non rischia questa poesia, in un certo senso, di esibire una verità fin troppo evidente e palese, presentandosi paradossalmente come il prodotto perfetto di quella società dei consumi che vuole combattere? Molto più interessante ed efficace invece mi sembra il tentativo di creare un linguaggio ibrido, sempre però all’interno dello scarto del linguaggio poetico rispetto a quello della comunicazione.”

perché mi ha fatto parecchio riflettere su qualcosa che a mio avviso sta avvenendo e che probabilmente fa parte anche di una volontà di staccarsi da quello che a un certo punto sta diventando realtà dopo molti anni di battaglie. Il senso secondo me su cui si può riflettere è comprendere se nell’idea stessa di poesia si debba rinunciare alla necessità che questa sia abitata dalle persone, proprio come una cosa. Se fossimo architetti credo che la mia idea di casa potrebbe dirsi funzionale, tale da potere essere frequentata e abitata da quante più persone possibili, ma non un casermone di quelli che sorgono nelle periferie delle metropoli, piuttosto un enorme quartiere con molti alberi e servizi utili alla società, asili e tutto il resto. Magari qualche altro architetto potrebbe contestare che le case sono semplici, quasi geometriche, eppure per potere essere abitate in larga misura, per convincere le persone ad abitarle credo che si debba mirare all’essenza, o in buona conclusione alla sostanza. Dall’altra parte emerge un gruppo di architetti (e teorici dell’architettura) che è ben felice di dimostrare come questa materia portata anche all’eccesso ma consapevole delle proprie dinamiche produce vette avanguardistiche importanti, magari quasi impossibili da abitare se non da un piccolo gruppo in grado di apprezzare i design più estremi, parte di quel mondo, di un’intellighenzia che si bea di essere qualcosa di difficile approdo, di difficile captazione. Per come la vedo io le cose se la propria poesia non regge, non viene abitata, non sta su proprio come una casa dalle fondamenta sostanziali traballanti non ha molto senso spingere all’estremo la forma, lavorare solo su di essa, criticare il pubblico perché non riconosce un modo di intendere un’opera. Diverso il discorso di creare un’attenzione formale su delle precise basi sostanziali, e qui forse sta il nodo, la vera spinta per il futuro della poesia. Ma crearsi alibi questo no, bisogna tirarsi su le maniche e darsi da fare, creare fondamenta stabili e rendere ogni poesia abitabile.

Written by matteofantuzzi

3 agosto 2012 at 09:34

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Il fenomeno delle cover band in poesia.

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Io non credo accada solo dalle mie parti, ma qui è un fiorire di gruppi musicali che mascherati a volte anche con esiti patetici ripropongono le cover di questo o quell’altro cantante, questo o quell’altro gruppo musicale. E le sagre non se ne fanno mancare una ! In effetti se Vasco Rossi non viene alla tua fiera dell’agricoltura vuoi mettere avere un tracagnotto e pelato vestito col chiodo rosso che va su e giù dal palco e forse un poco ci somiglia. Per poi non parlare della difficoltà di predisporre un concerto dei Queen (manca il cantante) o dei Beatles (rimangono solo Ringo e Paul) mentre 4 col caschetto si trovano sempre, magari tecnicamente bravi, sapientemente fedeli ma privi di quel qualcosa che piuttosto che musicisti li fa diventare semplici “ricopiatori”. Ecco secondo me troppo spesso in poesia accade la stessa identica cosa, troppo spesso si cercano approdi sicuri, e a volte è semplicemente “mancata conoscenza” di chi magari è rimasto ai tempi scolastici e quindi ancora si ricorda e scrive come fosse Ungaretti sul Carso, verso spezzato compreso. Ma forse più grave è la ripetitività conscia, con emuli di Montale, echi sereniani che si spingono fino alla vera e propria aderenza nonostante siano passati molti decenni e le cronache, il costume, il linguaggio si siano nettamente modificati. Ma la stessa cosa accade dall’altra parte cosiddetti sperimentali che ancora rincorrono il gruppo ’63 (e sono passati quasi sessant’anni, mica pochi giorni) senza nemmeno accorgersi dei limiti di quella stagione ma continuando ostinatamente a crederla l’unica soluzione possibile. Rimane un’altra via ? Certo, anche se è la più difficile: quella di una voce propria, frutto magari di un’innovazione all’interno della tradizione ma tale da distinguere un autore da un altro, creare singoli e non massa poetica letteraria. Perché se devo leggere un libro che scrive come xy decisamente preferisco leggere l’originale: perché voi da chi sareste andati nel 1989, a Venezia ad ascoltare i Pink Floyd o a Rosolina alla sagra del pesce a sentire la loro cover band ?

Written by matteofantuzzi

2 luglio 2012 at 21:23

Per il blog d’Atelier. Pippe e nuovi poeti.

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Per il blog d’Atelier. Pippe e nuovi poeti.

Per una volta non uso UniversoPoesia ma vi rimando al blog di Atelier. Lo stile comunque è il mio, potete insultarmi sia là che in questo spazio. Buona lettura. State bene.

Written by matteofantuzzi

31 maggio 2012 at 13:40

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Recensione a La generazione entrante di Elisa Vignali da Atelier n. 65, Marzo 2012.

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Ponendosi in sostanziale linea di continuità con l’iniziativa promossa da Giuliano Ladolfi nel 1999 con l’Opera comune. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, sempre per «Atelier», il volume La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, a cura di Matteo Fantuzzi, a sua volta poeta ed editor, si propone di “mappare” le esperienze poetiche più sicure e riconoscibili tra gli autori che oggi abbiano vent’anni. Qualche dubbio è lecito muovere proprio sul ricorso al criterio anagrafico, osservato un po’ rigidamente, per la selezione degli autori, quando un allargamento del campo avrebbe magari attivato connessioni più proficue, consentendo di verificare l’effettiva presenza di certe linee vitali (per esempio, la vivacità della poesia neodialettale o la ricezione di determinate tradizioni, anche straniere). Senza contare che proprio in virtù di un simile approccio rimangono esclusi autori nati a cavallo tra i due decenni, ma afferenti per indole e temperamento forse più agli anni Ottanta che al decennio precedente.

Anche se motivato da criteri di gusto individuale e da ragioni editoriali, appare tuttavia un poco limitato anche il numero delle voci campionate, che registra qualche assenza o che nel complesso appare ristretto rispetto all’orizzonte di possibili altre inclusioni. Nondimeno il volume mantiene una sua validità di fondo nel documentare una realtà per molti versi sommersa, una produzione in versi sovente più affidata alla circolazione in rete che alla carta stampata, consentendo così di misurarsi con un pubblico di lettori che, se nel caso della poesia non può mai dirsi davvero largo e attento, tanto più necessità di un diretto confronto con la parola del testo, fosse anche precaria e in via di necessaria definizione come nel caso di questi giovani autori. Ma non è tanto ora sul criterio generazionale o anagrafico che si vuole qui soffermare la propria attenzione, oscurando la qualità, il quid specifico degli autori selezionati. Su almeno uno degli elementi rilevati da Fantuzzi nella sua introduzione si può, infatti, quasi generalmente concordare: «E proprio dalle opere dobbiamo ripartire se vogliamo risuscitare lo stato della poesia italiana contemporanea, l’unico antidoto […] sono i testi». E sono poi anche altri gli elementi evidenziati dal curatore tali da configurare quest’antologia, al di là di certi limiti in parte inevitabili, come uno strumento di qualche utilità per il lettore che volesse accostarsi ad alcuni dei poeti d’oggi più interessanti: un ritrovato «senso dell’urgenza» del dire, l’intenzione di una «poesia sociale (piuttosto che civile)» che appunto rinsaldi il rapporto un po’ sfilacciato tra letteratura e società (un’esigenza tra l’altro viva anche in altri campi, dalle riviste letterarie a certe piccole e medie case editrici), una differenziazione anzitutto geografica, specchio di una «frammentazione di percorsi che non indebolisce, piuttosto rende possibile una lettura condivisa delle pulsioni che rendono vivo il fare poetico», e infine la ricerca, tutt’altro che pacificata, di una propria identità, come a dire di un proprio stile, non ancora del tutto affinato ma dai tratti già riconoscibili e, nei casi migliori, persino maturi. E ancora, tra gli elementi non rilevati nell’introduzione: la configurazione del rapporto maschile/femminile in termini rinnovati e meno stereotipati, per la disponibilità della voce maschile ad assumere entro di sé quella femminile e viceversa, in accordo con un’identità fluida; e ancora l’allargamento di orizzonti geografici e interculturali, con significative aperture a tradizioni letterarie e lingue sovranazionali, tali da produrre interessanti stratificazioni anche a livello linguistico.

Circa la «necessità sempre più pressante di farsi comprendere, di utilizzare figure, immagini, espressioni, dialoghi vicini al linguaggio comune», procederei invece con maggiore cautela, perché se è vero che la qualità di una scrittura poetica consiste anzitutto, per usare una metafora del grande poeta irlandese Seamus Heaney, in un’operazione di scavo che tramite il pensiero consente di tradurre una percezione interiore in una trama di parole, un eccessivo scadimento del linguaggio a livello della comunicazione quotidiana rischia di abbassarne notevolmente il potenziale espressivo. Anche se poi, in verità, non sono pochi gli autori inseriti nell’antologia, ancorché all’inizio del loro percorso, a mostrare di avere recepito la lezione anche formale dei nostri maggiori poeti, maestri di stile prima ancora che abili costruttori di immagini, non limitandosi a riprodurne stancamente i modi, ma riassorbendone gli echi entro la propria officina verbale. Allo stesso modo, non sempre l’oltrepassamento di un novecento “sperimentale”, di cui si vorrebbe trovare conferma nel volume, si è prodotto o è bene si produca, almeno se s’intende il termine “sperimentale” in accezione più produttiva di quella che vorrebbe confinarlo negli angusti confini dello sperimentalismo, e non lo s’intenda invece, come forse si dovrebbe, come inesausta capacità di sprigionare sempre nuove risorse vitali dalla lingua poetica. Si pensi a un poeta come Porta, peraltro assunto a punto di riferimento da più d’uno di questi poeti nati negli anni Ottanta, capace di superare le secche del neoavanguardismo per riconquistarsi uno spazio di autenticità, verbale, oltre che esperienziale. Certo l’aggancio al reale, (con il suo portato anche traumatico) nelle sue varie declinazioni, il «rifiuto di una lirica concepita come intuizione e libera effusione della soggettività o come espressione poetica di un’individualità assoluta», sottolineati da Giuliano Ladolfi nella lucida e a un tempo appassionata postfazione che chiude il volume, sono il dato che più accomuna gli autori antologizzati, rendendo in fondo ragione di una loro appartenenza a una medesima sensibilità, se non comunità. Se è vero, poi, che a fronte di un futuro fattosi sempre più incerto, non più veicolo di speranza, ma «fonte di apprensione», la generazione dei anni Ottanta ha maturato un senso di smarrimento profondo, di cui è emblematica, in molti testi selezionati, la costante della figura paterna, spesso assente o problematica, è pur vero però che si assiste a un tentativo ininterrotto di dialogare con i padri della tradizione, entro un rapporto più mobile e dunque in parte più libero, senza pretese di autoinvestiture o l’assunzione posticcia di pose compiaciute.

Proviamo allora a predisporci all’ascolto di queste “nuove” voci del panorama poetico italiano, liberi per una volta da pregiudizi e dall’ingombro di categorie interpretative precostituite, lasciandoci guidare nel percorso dalle note di critici e studiosi che nel firmare l’introduzione a ogni singolo autore antologizzato contribuiscono in qualche misura a riannodare i fili con una storia più consapevole e matura. Si avrà allora anzitutto la sensazione, magari un po’ ingenua ma pur sempre stimolante, di trovarsi di fronte a una sorta di cantiere aperto, di laboratorio in atto, secondo un principio del fare poesia che segue non astratte regole esterne, ma una ritmica e una metrica anche interiori. Per ognuna di queste voci non sarebbe improprio ricorrere all’immagine sereniana assai efficace della poesia come «stella variabile»: la raccolta di Vittorio Sereni (una delle presenze sicuramente più certificabili nelle pagine di quest’antologia, insieme ad altri poeti della quarta generazione) usciva proprio nel 1981 e fin dal titolo intendeva riferirsi alla poesia e al suo rapporto col mondo, alla sua condizione, appunto, di stella non fissa, non più in grado di fornire certezze o dispensare verità assolute, e invocata senza che possa promettere nessuna salvezza, nessun risarcimento del vuoto personale e storico. Essere nell’oggi significa appartenere al male: «Oggi si è – e si è comunque male/ parte del male tu stesso tornino o no sole e prato coperti». Nei versi di Sereni, animati da un senso tragico dell’esistenza, eppure ancora resistente di fronte alla forze regressive operate dalla Storia, la violenza e i segni del massacro si nascondono in ogni gesto; la vita quotidiana e ripetitiva del lavoro non fa trasparire alcuna ipotesi di comunicazione umana, ma solo un logoramento che penetra nelle persone e nei luoghi, privandoli di forza vitale. Tra insicurezze e senso lacerante della precarietà, si sperimentano così limiti e insufficienze della condizione umana, mentre il passaggio del tempo rivela il suo fondo amaro nell’immagine di un «gran catino vuoto» che chiede ora di essere riempito con nuove figure di speranza.

Si parte con il compatto manipolo di testi di Dina Basso, che ha esordito appena ventenne con la promettente raccolta Uccalamma (Le Voci della Luna, 2010), in cui l’impasto neodialettale dell’idioma naturale, quello catanese, si piega alla narrazione, spesso in chiave autoironica e già dal piglio sicuro, di accadimenti quotidiani, di esperienze concrete, filtrate da una memoria capace di rimandare tanto a un preciso senso del luogo quanto a un ricco repertorio culturale. Ed è proprio questa naturalità del dire, legata a una concreta «lingua del fare» – come nota nella sua persuasiva introduzione Manuel Cohen –, a una trama di gesti e di parole, il tratto forse più preciso in cui si può far consistere il verso tutto materico di quest’autrice, fisico e mentale insieme.

A seguire, la voce di Marco Bini, nella cui raccolta d’esordio Conoscenza del vento (Ladolfi Editore, 2010), la costante tematica dello smarrimento generazionale è resa mediante un’equilibrata oscillazione di linguaggio colto e linguaggio quotidiano, tra intonazione lirica e cadenze del parlato, nel quadro di una dialettica io/ noi che finisce per intrecciare i fili della storia individuale con quelli della storia collettiva. Ed ecco tornare di nuovo, in uno dei versi selezionati, l’immagine astrologica di Sereni, anche se declinata in altra forma: «Solo che non si ferma là davanti/ come una supernova ciò che accade/ ma più simile a una cometa ostenta/ alle spalle una storia”, perché “il futuro certo non è lì che aspetta». Il senso della scrittura, per questo giovane autore, andrà dunque rintracciato nella ricerca inesausta di un orizzonte in cui consistere, di una misura capace di garantire una giusta prossemica, nel tentativo di mappare il reale, ridisegnandone i confini: «Averla questa forza di accorciare/ le distanze, indicare gli orizzonti/, nuovamente raccogliere le facce/ disparate in un’unica medaglia». E ciò varrà sia nella vita che negli spazi della poesia, dove stile e ritmo spesso sono tutto. Anche il percorso compiuto da Carlo Carabba nei suoi Canti dell’abbandono (Mondadori, 2011) è mosso da un’analoga volontà di ricerca, non necessariamente finalizzata al raggiungimento di una meta, se è vero, come si legge nell’introduzione firmata da Roberto Carnero, che «il miraggio della felicità non consiste nell’arrivare al traguardo ma nel non arrivare, “consumando” esperienze sempre nuove in luoghi, sensazioni, incontri, illuminazioni interiori», secondo una dinamica incessante di fughe e ritorni, partenze e abbandoni. Solo così forse è possibile ritrovare il rapporto perduto con la memoria dei nostri padri, metaforici o reali, rinnovandone lo sguardo nel presente: «Da qui sono partito/ qui dove non arrivo», recita un verso in tal senso emblematico tratto dalla raccolta Gli anni della pioggia (PeQuod, 2008).

E ancora troviamo la dimensione itinerante di un homo viator, il cui peregrinare assume la forma di un cercare senza sosta, nei versi di Giuseppe Carracchia il quale, nei passi estratti dalla silloge La virtù del chiodo (L’arca felice, 2011) esplora il reale con intento anzitutto conoscitivo, per misurarne distanze e traiettorie: «Il piede che calza la terra è centro/ profondo, e ovunque si sposta dentro/ universo tracciato a ogni passo/ baricentro del mondo e compasso».

La poesia di Tommaso Di Dio, autore della plaquette Favole (Transeuropa, 2009), propone seppure con accenti del tutto personali alcuni motivi comuni a molti di questi poeti: la dimensione del poeta viandante, da cui deriva un senso profondo di precarietà e di incertezza del futuro, tra paura e attesa per un avvenire dai contorni oscuri, la dialettica tra mente e materia, fra tradizione e apertura al nuovo, secondo una dinamica in questo caso mediata dall’esempio fondativo di Antonio Porta, rappresentante di una lirica «della memoria» e della «carne», come annota efficacemente Stefano Raimondi nella sua introduzione. Il progetto poetico di Tommaso Di Dio appare già delineato nei suoi tratti fondamentali ed è capace in molti casi si produrre buoni esiti, come nella sequenza poematica seguente, tra le più sicure dell’intera raccolta: «Ti voglio credere vera e impossibile/fuga sotto il ventre dell’ariete. La pietra che chiude./ La forza del gigante. Chiudi la fatica degli occhi e abbassa/ l’arma dello sguardo; lascia tu aperto il passaggio». Di Francesco Iannone, autore della plaquettePoesie della fame e della sete (Ladolfi, 2011)andrà rilevata, come annota intelligentemente Massimo Morasso, la «ricerca di uno spazio condiviso», che convive con la percezione di una «coscienza ferita». La poesia è capace di produrre senso anche tra i tagli e le slabbrature del reale, nel segno di un realismo riportato a ragioni quasi “elementari”, laddove tra i primari impulsi della fame e della sete si misura anche il potere di sopravvivenza della parola: «La resistenza al nulla è una lotta/ che lascia ferite e tagli/ è un labbro squarciato da un pugno/ è un figlio espulso da un utero contuso».

Nella sua partecipe introduzione Antonella Anedda coglie bene i tratti distintivi della poesia di Domenico Ingenito, poesia dalle tante e diverse “grammatiche” possibili: quella del corpo, anzitutto, per l’oscillazione costante di polo maschile e polo femminile, non rigidamente separati ma dialetticamente cooperanti nel processo conoscitivo; il dialogo con la tradizione, qui più che mai intesa anche come traduzione in atto di «linguaggi distanti», tra italiano, persiano e portoghese. E infine la grammatica, per così dire, dell’immaginazione, capace, come accade nell’ultima poesia riportata, di far parlare due autrici separate da due secoli e da quattromila kilometri. Come nel caso di altri poeti qui antologizzati, la poesia vale come strumento per accorciare le distanze, mantenendo aperto il dialogo tra entità lontane nello spazio e nel tempo. La poesia di Franca Mancinelli, che ha già al suo attivo una raccolta, Mala Kruna, uscita da Manni nel 2007, si connota per la capacità di tradurre il senso di precarietà comune, del resto, a un’intera generazione, in interrogazione universale sul senso dello stare al mondo, con ciò rinsaldando le ragioni dell’io con quelle del noi, mediante un linguaggio poetico che dietro la scorza lirica dei versi nasconde le ferite del reale, «in un codice di nervi e sangue, di corpo e mente interiore», per usare le parole del sottile prefatore Gualtiero De Santi. Come avviene in questi versi: «Ora l’infante potrà camminare/ con l’equilibrio che porta le braccia/ a sollevarsi inermi dalla terra./ È un giorno strabico, e le persone/ s’affacciano sul proprio sangue fermo/ chiedendo dove sbuca la corrente/ che spinge rossa e perfora gli occhi».

La poesia di Lorenzo Mari, presente con un campione da Minuta di silenzio (L’arcolaio, 2009), è pronta a cogliere scarti e zone liminari del reale, con affinata sensibilità percettiva e una sottesa intenzione ironica, offrendo altre emblematiche immagini del senso di sospensione e incertezza esistenziali. Ne è significativo esempio la figura «dell’uomo che cadeva» al centro di una delle sequenze più riuscite dell’intera raccolta: «Di tanti posti, in riva al mare/ è dove conta meno il minuto/ di silenzio, stretto tra onda/ e risacca, accanto alla figura/ fetale, a ossa rotte, dell’uomo/ che cadeva. Scrivere sulla sabbia/ è gesto romantico, meglio le glosse:/ tatuate dal sole con certezza,/ e più direttamente, sulla minuta/ di silenzio». Ed è tutta da condividere la nota iniziale di Andrea Gibellini che di questi versi coglie «lo stigma irrevocabile della parola poetica detta in sincerità prima della tecnica e di un sentimento stilistico». I versi di Davide Nota, tratti dalle tre raccolte finora pubblicate e preceduti da un’accurata postilla critica a firma di Giuliano Ladolfi, descrivono una condizione di orfanezza assunta a metafora quasi ossessiva di una condizione esistenziale comune, tra percezione lacerante della colpa e desiderio di rimozione. E anche il dettato poetico, “sporcato” da espressioni gergali e tic verbali, si fa specchio dell’onesta rinuncia a dire verità risolutive: «Così come orfani del mondo/ incatenati nella febbre a vita/ del giorno: è così, sì, va bene…», cui fanno eco i versi «Anch’io sono colpevole del male/ che regna vomitevole e banale».

Nell’introdurre i testi di Anna Ruotolo, Maria Grazia Calandrone ne sottolinea con efficacia la vocazione a innestare un produttivo dialogo tra dimensione celeste e dimensione umana, seguendo la rotta indicata dalle «stelle comuni, evidenze della bontà di ognuno» che «proprio a causa di questa loro presenza ubiqua» fanno segno al «rapporto tra uomo e uomo – e tra uomo e natura». Cifra specifica della scrittura di questa giovane autrice è la tendenza a iscriversi entro costellazioni dialettiche – tra interni ed esterni, solitudine e «tuttitudine», singolare e plurale –, secondo uno sguardo capace di farsi davvero plurale: «I singolari sono plurali/ dico casa e ne dico mille/ perché se guardo fuori da qui/ tante ce ne sono,/ pulsano da non finire […] ma chiama, chiama tutti/ con centomila nomi esatti/ si esce, così, infine, dalle dimore/ e camminiamo in stormi/ si prova a fare bene/ tutto e forte, tutto al plurale/ per una volta tra le altre volte».

Ancora una volta è l’emblema della figura paterna, in senso tanto metaforico quanto reale, a fare la sua comparsa nei versi di Giulia Rusconi, una delle voci sicuramente più originali del panorama poetico attuale per la capacità di combinare psicologia del profondo, «con punte di orrore quasi onirico», per usare le esatte parole di Anna Maria Carpi, con un ordito prosodico semplice, deprivato di orpelli stilistici. Ecco un passo estratto dalla serie L’altro padre: «Mio padre numero quindici/ corregge la mia postura./ Precaria mi aggrappo al suo braccio/ lo conosco a memoria./ Mio padre — l’altro — non lo tocco/ mai neanche per sbaglio./ «È questo che cerchi, il contatto?»/ Il contatto sì il pezzo mancante/ della “casa”, delle cose».

Elementi di originalità presenta anche il percorso poetico di Sarah Tardino, di cui vengono proposti alcuni testi dall’ultima raccolta I giorni della merla (Lietocolle, 2011), preceduti da una nota esegetica di Rosita Copioli che ne rileva i tratti distintivi: la «fascinazione arabizzante», una «passione per il racconto instancabile» e la «pronuncia androgina». Nel segno di un fiabesco quasi stregonesco e del meraviglioso si collocano, per esempio, i versi seguenti: «Sono la merla e i suoi giorni,/ la maga e l’ombra della rosa,/ l’aprile della vendetta sotto mentite spoglie,/ la vita che assalta con un segno,/ il baro salvato dall’ironica sorte,/ la ruota da cui nessuno ha scampo:/ sono la fedele assassina!».

Si può senz’altro concordare con Gian Ruggero Manzoni, secondo il quale la poesia di Francesco Terzago si connota per la dinamica ossimorica di una «presenza-assenza» volta alla messa in scena di figure recuperate a una memoria insieme individuale e storica, secondo una modalità anche teatrale: «Mia nonna mi chiamava tesoro, lipscén/ diceva e mi appoggiava una mano sulla testa/ e mi diceva che era stanca. Vedi lipscén le stelle/ che sono sopra di noi, il cielo, – l’universo che/ non ha confini pensa – a tutte le cose che ci sono/ dentro pensa agli anni che ci separano e pensa/ a quante persone, in questo preciso momento,/ ed è possibile che sia così».

Chiudono l’antologia alcuni testi selezionati da L’estraneo bilanciato (Stampa, 2009), l’ultima raccolta pubblicata di Matteo Zattoni (1980), tra gli autori senza dubbio più maturi della sua generazione, in virtù di uno stile ben calibrato e di una materia poetica mossa da intenti conoscitivi. Attraverso una ricezione attenta della lezione dei grandi poeti del secondo Novecento, la scrittura poetica è investita di una valenza etica, oltre che estetica, riconquistando così la sua originaria funzione sociale. Quella di Zattoni è poesia «in uno stato di attesa» – come scrive nella sua densa introduzione Alberto Casadei – , sospesa in precario equilibrio sul filo dell’esistente. Una situazione ben riflessa da alcuni versi di Trapezisti: «c’è sempre qualcuno che rinuncia a qualcosa/ di certo, alla tranquillità di una casa/ per inventarsi un equilibrio nuovo/ io guardo e non guardo, poi l’applauso/ sorrido; loro non cadono».

A chiusura di questa panoramica, ecco un invito finale: lasciamole sedimentare, allora, queste voci, concediamo loro il tempo – e gli spazi – per tornare a parlarci, prima di sottoporle a nuova e più onesta verifica.

Written by matteofantuzzi

30 marzo 2012 at 10:00

Carabba vs. Ostuni e il (possibile) laboratorio bolognese.

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Partiamo da un paio di questioni sociopatologiche. Una settimana fa sul domenicale del Corriere della Sera Carlo Carabba racconta una serie di questioni non esattamente nuove ai non addetti ai lavori, su cui si ragiona e ci si muove da almeno una decina d’anni ma che diventano innovative per una platea sicuramente meno avvezza alle questioni come quella del quotidiano di Via Solferino: i versi della Syzmborska colpiscono e finalmente si diffondono certo grazie alle parole di Saviano ma grazie al fatto che questo impianto poetico riesce finalmente a parlare alle persone al di là della loro “introduzione” all’interno del mondo della poesia e seconda e non meno importante cosa, l’esempio Syzmborska è facilmente repiclabile all’interno di una poesia che finalmente ricerchi un interlocutore, un dialogo e non si arrocchi all’interno di quell’idea del “che studino” che appunto ha caratterizzato tutta la strafottenza di certa avanguardia (e generazioni ulteriori) a partire dal gruppo ’63. Banalità probabilmente ribadisco per chi in questi discorsi bazzica da tempo ma non certo non assoluti come accade leggendo la prefazione (e sottolineo, la prefazione !) di Vincenzo Ostuni a “Poeti degli anni Zero” che va in altra direzione, cosa lecita ovviamente anche se è la risposta che oggi propone lo stesso Ostuni sul Corriere ad essere un buon punto di partenza per alcune questioni. La prima è appunto quella della diffusione di un certo tipo di Poesia, l’idea che il mondo giri attorno a Mondadori ed Einaudi e che al resto degli autori rimangano solo le briciole e i sottoscala è ovviamente fuori da ogni presupposto, facendo anche solo riferimento ai poeti inseriti da Ostuni nella propria antologia (e comunque già ampiamente fotografati, sezionati, analizzati in un fiorire di antologie e riviste negli ultimi anni, tralasciando invece molti altri protagonisti del l’interessante e complicato mondo della nostra poesia) Elisa Biagini pubblica per la stessa Einaudi, Maria Grazia Calandrone per Crocetti, editore dello stesso da lui citato nobel Tranströmer mentre Marco Giovenale è appena uscito per un’importante casa editrice come Donzelli. Andrebbe forse capito invece perché altre case editrici non proseguano la strada della poesia, per esempio Feltrinelli ferma al solo Sanguineti, per esempio Bompiani che aveva provato un’operazione meritoria diversi anni fa ma troppo velocemente accantonata, o perché semplicemente non sia Ostuni stesso nel proprio ruolo all’interno di Ponte alle Grazie (gruppo Mauri Spagnol, certamente non di poco conto considerando che annovera anche altre due big per il panorama poetico come Garzanti e Guanda, ma anche Longanesi, Bollati Boringhieri, Salani, Tea…) a dare una svolta anche ad autori ottimi ma che forse non hanno avuto determinati riconoscimenti editoriali, penso a Lidia Riviello o Gherardo Bortolotti solo per citarne un paio. Perché alla fine la mia paura è che di tutti questi ottimi spazi per parlare di libri e di poeti rimanga solamente la polemica e si perda anche il corretto “leggeteli” che muove anche l’ultimo appello di oggi. Leggeteli ‘sti benedetti poeti e poi decidete, perché se continueremo a non spiegare anche ai non addetti ai lavori che chi magari ha avuto dubbi sul nostro operato non sbaglia solo perché è brutto e cattivo (e scrive brutte poesie) ma per ben più validi motivi (che dovremo però trattare…) rimarrà sempre l’idea gattopardesca che nella poesia italiana valga tutto e il contrario di tutto, col risultato che la poesia rimarrà questione per pochi e con risultati improbabili da prima repubblica (pressioni, concussioni clientelismo, paraculismo ecc. ecc.) e soprattutto i poeti rimarranno un mondo sconosciuto e deserto come spesso mi si dice essere all’interno delle metropoli dove queste problematiche sembrano essere più accentuate rispetto ad una provincia maggiormente innovativa ed effervescente (non per nulla allo stato attuale è proprio in provincia che sono oggi concentrate la maggior parte delle riviste militanti). E qui veniamo alla seconda questione di cui mi preme raccontare: al di là di qualche differente parere sono cresciuto in un mondo (quello bolognese) dove le varie realtà semplicemente non interagivano tra di loro, a seconda dell’appartenenza (politica, religiosa, istituzionale) quello che mancava era il dialogo e in definitiva l’ascolto, in una sorta di autodeterminazione che piuttosto che il merito dava risalto all’allineamento, che piuttosto che ragionare sulla sostanza preferiva arroccarsi sulle sicurezze della forma creando luoghi deserti, affossando le esperienze e le case editrici togliendo nei possibili fruitori ancora una volta la possibilità di un dialogo. Oggi al contrario vi voglio raccontare di presentazioni dove la gente si deve sedere per terra perché le sedie rapidamente si esauriscono, dove l’età media si abbassa vertiginosamente, gli studenti universitari finalmente ricominciano ad interessarsi di poesia italiana contemporanea, dove anche nella difformità di idee ci si ascolta, magari ci si confronta ma si comprende che si lavora tutti per la stessa causa che è quella della diffusione e della fruizione della poesia, perché a forza di dare degli incapaci e degli inadatti agli altri troppe generazioni sono finite nell’ombra e troppi potenziali fruitori si sono rivolti altrove andando a ricercare la poesia nella canzone d’autore, nell’arte, nella cucina, nel calcio o dove vi pare. Probabilmente oggi come non mai nel (possibile) laboratorio della città di Bologna si ha la consapevolezza che le questioni vanno affrontate e non svicolate o posticipate, e che il fare poesia altrettanto non significhi più “gridare nel deserto”: a queste conclusioni stanno arrivando in maniera coesa non solo a Bologna ma in generale le ultimissime generazioni, le altre probabilmente altrove continueranno ancora a dare risposte simili a quelle che si davano 50 anni fa, ma anche in questo senso il tempo sa essere galantuomo, l’importante ancora una volta ribadisco è sapere sfruttare le occasioni e non pensare che per forza ad ascoltarti anche da un palco prestigioso siano per forza i soliti mille sfigati che animano il mondo della poesia italiana contemporanea…

Written by matteofantuzzi

18 marzo 2012 at 21:40

Francesco Targhetta, cronaca di una stroncatura.

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Francesco Targhetta, Perciò veniamo bene nelle fotografie, Isbn, Milano 2012. Da La voce di Romagna, 12.03.2012

Lo dirò fin da subito, si tratta di una stroncatura, non così dura come forse avrei fatto altrove, tipo nell’Annuario di Poesia ma sicuramente impietosa, e per un sacco di buoni motivi che cercherò qui di elencare. Il primo balzo sulla sedia l’ho compiuto un mesetto fa, quando su Affari Italiani ho letto un articolo di Antonio Prudenzano sull’imminente uscita del libro in cui veniva definita come “novità” la scrittura appunto di un romanzo in versi, cosa logicamente fuori da ogni realtà letteraria italiana ma abbastanza per creare l’occasione per ricordare chi ad esempio di questo genere ha fatto non solo il proprio marchio di fabbrica ma anche il proprio punto di evoluzione sia formale che (cosa non di poco conto) sostanziale anche in un recente passato, e penso ovviamente a quell’Ottiero Ottieri che con “La corda corta” uscito da Bompiani nel 1978 racconta in maniera decisamente efficace la volontà di uscire da un mondo ma anche una cultura decisamente borghese e oramai fuori da qualsiasi mondo reale. Nei giorni successivi (per fortuna) escono una serie di interviste allo stesso autore in cui il tiro viene da lui stesso ovviamente corretto con l’introduzione di percorsi che individuano una linea corretta all’interno però di un panorama nel quale sembra difficile però poterlo inserire. Perché 200 pagine di lamentazioni e ripetizioni concettuali, fonie strascicate e virtuosismi lessicali sono state per me difficilissime da concludere, quasi quanto il libro di Luciano Ligabue uscito da Einaudi, ben lontano insomma dal piacere col quale ancora oggi leggo “La ragazza Carla” scritto da Pagliarani oramai mezzo secolo fa con una capacità di leggere il quotidiano e i cambiamenti che lo rende ancora oggi attuale, molto più della cristallizzazione della crisi fotografata staticamente da Targhetta che perde per strada l’idea stessa di evoluzione letteraria non riuscendo a introdurre quella che è stata la grande capacità di Pagliarani ovvero l’introduzione della lirica anche nei passaggi maggiormente prosastici: qua invece tutto rimane a mio avviso nebuloso e a mio avviso l’effetto è come quello di trovarsi davanti a un lungo disco de “Le luci della centrale elettrica” scritto però da Edoardo Sanguineti, un effetto di stanco proseguimento dell’avanguardia in accordo per assurdo con quegli stessi professori che Targhetta contesta quasi che fosse anche lui complice (o parte) del sistema che vuole contestare. Peccato perché altrove la stessa casa editrice ha saputo fare molto bene, ad esempio con Michela Murgia e il suo “Il mondo deve sapere”, ma qui è un’altra storia e l’idea che dopo cinque anni si potesse ripetere lo stesso lavoro affidandosi al romanzo in versi probabilmente non si è rivelata un’operazione così meravigliosa, peccato davvero, peccato non progredire, stare fermi intendo, non solo nelle fotografie, ma anche in letteratura.

Written by matteofantuzzi

12 marzo 2012 at 23:36

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Su Elio Pagliarani, per RSI2 – Radio Svizzera Italiana

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Ha quasi cinquant’anni ma li porta splendidamente Carla Dondi, la protagonista del capolavoro del poeta di origini romagnole Elio Pagliarani, nato a Viserba di Rimini nel 1927. Carla dalla propria casa nella profonda periferia di Milano dove << passano / treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli / e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina / i camion della frutta di Romagna >> approda con il ruolo di segretaria all’interno di una grossa ditta commerciale, nel pieno della dimensione mitica (e mitizzata) dell’espansione metropolitana, della Milano capitale del boom economico, quella della “gente che lavora”, nel periodo dei grandi cambiamenti, delle rivoluzioni che inevitabilmente non sconvolgono solo Carla ma che annientano in maniera irreparabile tutti le persone che vivono quel periodo. Carla sola e spaesata, lontana da tutto e da tutti finisce (all’interno di un contesto spietato e disumano come quello della grande industria, dei mostri dell’economia) per dovere scegliere tra la dignità e il lavoro, tra la sopravvivenza e la lotta per la difesa dei propri principi, e come tanti ancora oggi perde un poco alla volta la propria individualità umana, perde la gioia di vivere e impara soprattutto per potere sopravvivere a subire le angherie dei propri colleghi e quelle dei superiori. Oramai “navigata” Carla impara così a muoversi tra gli squali che la circondano e conclude senza lieto fine la propria fiaba metropolitana con le calze nere e il rossetto che la fanno diventare una sorta di segretaria sexy da commedia degli anni Settanta, pienamente inserita all’interno del sistema nel quale ha deciso di integrarsi. Come allora così oggi centinaia di migliaia di persone decidono di perdere la propria umanità per sacrificarsi in un lavoro che spesso non concederà nemmeno loro soddisfazioni economiche o personali, l’analisi di Pagliarani è spietata anche per questo, perché non lascia il minimo spazio alla redenzione ma fa sì che la propria protagonista si lasci andare, si lasci senza alcun sentimento trasportare da quella stessa corrente che stagnante l’ha avviluppata. Carla diventa mostro tra i mostri oggi come allora, attuale come non mai in questo periodo di crisi internazionale, di precariato, di ricerca di lavoro che sfiora quotidianamente il dramma. Carla Dondi non si oppone come non facciamo noi quasi cinquant’anni più tardi e questo è in qualche modo un disarmante piano della lettura dell’opera di Pagliarani che riesce a dipingere un panorama ancora oggi vivo, a volere se possibile fare risaltare ancora una volta di più l’impossibilità di evoluzione sociale della nostra società. La lingua scelta da Pagliarani per mettere in atto tutto questo è se possibile un’evoluzione nell’evoluzione, questi testi piani, questi discorsi “parlati ed antilirici” così vicini al linguaggio quotidiano hanno condizionato la scrittura di intere generazioni e ancora oggi soprattutto nelle ultimissime costituisce un insuperato punto di partenza, non solo per chi decide di affrontare discorsi maggiormente prosastici, ma anche per chi ancora si muove negli schemi più consolidati e dominanti del Novecento: la sintassi frantumata, la commistione col linguaggio pubblicitario e con quello commerciale permettono di rendere vivo e reale il parlato come poche altre volte è accaduto.
Questo libro insomma cambia in qualche modo il Novecento, e costringe tutti, poeti e lettori della Poesia a fare i conti col “racconto” recuperando anche la funzione epica della Poesia, ma non un’epica sterile, personale, privata: “la ragazza Carla” assomiglia ad ognuno di noi, e in maniera sorprendente assomiglia anche ai nostri genitori, e addirittura ai nostri nonni. Pagliarani spezza le generazioni, evita un’analisi fatta solo tra coetanei e in qualche modo fa fare alla Poesia contemporanea quello scatto che la letteratura inevitabilmente chiede per non relegarsi a mero esercizio formale.
Incluso nel “gruppo 63”, inserito nella fondamentale antologia dei Novissimi, Pagliarani accompagna il Novecento della Poesia Italiana contemporanea con passaggi fondamentali come quello della necessità dell’opera, un impianto poetico che non si limiti alla semplice raccolta di poesie episodiche, ma che contenga strutture complesse e funzionali al significato, al senso che si vuole dare alla propria opera: perché alla fine il grande punto quando si guarda alla Letteratura del Novecento, e in particolare alla Poesia, è capire se si fa Poesia per questioni personali, private, oppure si cerca di lavorare per ottenere un dialogo coi propri fruitori, coi lettori, un dialogo che magari (proprio come in Pagliarani) si protragga nel tempo e si recuperi, rimanga oggi come allora.
Pagliarani insomma con questo libro cambia tutto il Novecento e se oggi siamo come siamo in fondo è grazie a lui. E a Carla Dondi.

Written by matteofantuzzi

9 marzo 2012 at 00:26

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