UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Su Elio Pagliarani, per RSI2 – Radio Svizzera Italiana

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Ha quasi cinquant’anni ma li porta splendidamente Carla Dondi, la protagonista del capolavoro del poeta di origini romagnole Elio Pagliarani, nato a Viserba di Rimini nel 1927. Carla dalla propria casa nella profonda periferia di Milano dove << passano / treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli / e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina / i camion della frutta di Romagna >> approda con il ruolo di segretaria all’interno di una grossa ditta commerciale, nel pieno della dimensione mitica (e mitizzata) dell’espansione metropolitana, della Milano capitale del boom economico, quella della “gente che lavora”, nel periodo dei grandi cambiamenti, delle rivoluzioni che inevitabilmente non sconvolgono solo Carla ma che annientano in maniera irreparabile tutti le persone che vivono quel periodo. Carla sola e spaesata, lontana da tutto e da tutti finisce (all’interno di un contesto spietato e disumano come quello della grande industria, dei mostri dell’economia) per dovere scegliere tra la dignità e il lavoro, tra la sopravvivenza e la lotta per la difesa dei propri principi, e come tanti ancora oggi perde un poco alla volta la propria individualità umana, perde la gioia di vivere e impara soprattutto per potere sopravvivere a subire le angherie dei propri colleghi e quelle dei superiori. Oramai “navigata” Carla impara così a muoversi tra gli squali che la circondano e conclude senza lieto fine la propria fiaba metropolitana con le calze nere e il rossetto che la fanno diventare una sorta di segretaria sexy da commedia degli anni Settanta, pienamente inserita all’interno del sistema nel quale ha deciso di integrarsi. Come allora così oggi centinaia di migliaia di persone decidono di perdere la propria umanità per sacrificarsi in un lavoro che spesso non concederà nemmeno loro soddisfazioni economiche o personali, l’analisi di Pagliarani è spietata anche per questo, perché non lascia il minimo spazio alla redenzione ma fa sì che la propria protagonista si lasci andare, si lasci senza alcun sentimento trasportare da quella stessa corrente che stagnante l’ha avviluppata. Carla diventa mostro tra i mostri oggi come allora, attuale come non mai in questo periodo di crisi internazionale, di precariato, di ricerca di lavoro che sfiora quotidianamente il dramma. Carla Dondi non si oppone come non facciamo noi quasi cinquant’anni più tardi e questo è in qualche modo un disarmante piano della lettura dell’opera di Pagliarani che riesce a dipingere un panorama ancora oggi vivo, a volere se possibile fare risaltare ancora una volta di più l’impossibilità di evoluzione sociale della nostra società. La lingua scelta da Pagliarani per mettere in atto tutto questo è se possibile un’evoluzione nell’evoluzione, questi testi piani, questi discorsi “parlati ed antilirici” così vicini al linguaggio quotidiano hanno condizionato la scrittura di intere generazioni e ancora oggi soprattutto nelle ultimissime costituisce un insuperato punto di partenza, non solo per chi decide di affrontare discorsi maggiormente prosastici, ma anche per chi ancora si muove negli schemi più consolidati e dominanti del Novecento: la sintassi frantumata, la commistione col linguaggio pubblicitario e con quello commerciale permettono di rendere vivo e reale il parlato come poche altre volte è accaduto.
Questo libro insomma cambia in qualche modo il Novecento, e costringe tutti, poeti e lettori della Poesia a fare i conti col “racconto” recuperando anche la funzione epica della Poesia, ma non un’epica sterile, personale, privata: “la ragazza Carla” assomiglia ad ognuno di noi, e in maniera sorprendente assomiglia anche ai nostri genitori, e addirittura ai nostri nonni. Pagliarani spezza le generazioni, evita un’analisi fatta solo tra coetanei e in qualche modo fa fare alla Poesia contemporanea quello scatto che la letteratura inevitabilmente chiede per non relegarsi a mero esercizio formale.
Incluso nel “gruppo 63”, inserito nella fondamentale antologia dei Novissimi, Pagliarani accompagna il Novecento della Poesia Italiana contemporanea con passaggi fondamentali come quello della necessità dell’opera, un impianto poetico che non si limiti alla semplice raccolta di poesie episodiche, ma che contenga strutture complesse e funzionali al significato, al senso che si vuole dare alla propria opera: perché alla fine il grande punto quando si guarda alla Letteratura del Novecento, e in particolare alla Poesia, è capire se si fa Poesia per questioni personali, private, oppure si cerca di lavorare per ottenere un dialogo coi propri fruitori, coi lettori, un dialogo che magari (proprio come in Pagliarani) si protragga nel tempo e si recuperi, rimanga oggi come allora.
Pagliarani insomma con questo libro cambia tutto il Novecento e se oggi siamo come siamo in fondo è grazie a lui. E a Carla Dondi.

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Written by matteofantuzzi

9 marzo 2012 a 00:26

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