UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Aldo Nove, Umberto Tozzi e la voglia di considerare la canzone d’autore poesia.

with 7 comments

Che ci sia voglia di poesia in giro è fuori di dubbio, ma d’altronde è così da sempre, antropologicamente potremmo dire. Però a volte capita che la domanda sia talmente alta che l’offerta scarseggi, e in tempi di crisi si sa il genio italiano si fa sempre notare. Un poco come quando all’estero ti rifilano il cheddar come parmigiano reggiano, magari con la dicitura parmesan che non è la stessa cosa ma un poco ricorda (con la giusta incacchiatura dei poveri produttori che si fanno un mazzo tanto per fare un prodotto fatto per benino e si ritrovano certa roba discutibile a fare concorrenza): perché non c’è nulla di male a mangiare il cheddar grattugiato, se uno è consapevole di farlo. Se no si tratta di truffa, di marchio Dop contraffatto. Ecco, in fondo questa sera da Fabio Fazio mi sono sentito ugualmente dispiaciuto, quando Aldo Nove (che come poeta ha dimostrato di sapere fare molto, e invito tutti a leggere “Fuoco su Babilonia” uscito per Crocetti e firmato col suo vero nome, Antonello Satta Centanin) ha cercato di convicerci presentando il suo libro su Giancarlo Bigazzi che (cito testualmente dalla presentazione di Bompiani) “Bigazzi è riuscito a esprimere lo spirito del tempo attraverso la poesia popolare della canzone per cinque decenni, ‘cucendo addosso’ a decine e decine di musicisti l’abito di parole e note che in quel momento si confaceva a loro e al loro tempo”. Ora il problema non sta appunto in Bigazzi, autore capace per la Vanoni, Tozzi e tanti altri, ma è quel termine “poesia popolare” che stona e in qualche modo mi fa soffrire, come appunto che “Ti amo” possa essere considerata una sorta di “Tema dell’addio” (intesa come opera sul rapporto amoroso) per tutti, come che la poesia fosse ancora una volta quella cosa là inarrivabile, inacessibile e il popolo quale che sia la propria istruzione potesse al massimo ambire a un “guerriero di carta igienica”. E allora ha ragione De Gregori, in questi giorni protagonista del sondaggio di Luigia Sorrentino a non definirsi poeta e non definire le sue (splendide) canzoni poesie: anche questo fa parte del rispetto che si deve avere per una materia così fragile e così delicata come la poesia. E sprecare le occasioni, le occasioni di fare vedere le competenze di chi sa trattare questa materia fa parte di una difficoltà italiana che è quella di preservare le eccellenze, le capacità, i cervelli si potrebbe dire. Peccato, davvero peccato perché mentre perdiamo tempo a definire qualsiasi cosa ci venga in mente come poesia ci dimentichiamo di leggerla e di farla conoscere, la poesia. Non basta Saviano che legge la Szymborska a pulirci le coscienze.

Annunci

Written by matteofantuzzi

11 febbraio 2012 a 22:31

7 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. Non solo queste discussioni sono irrispettose verso la poesia, ma anche verso la stessa canzone. Che, quando è fatta bene, può essere una forma d’arte a sé, che trae forza da entrambe le componenti: parole e musica.
    Basti pensare a quanto suonano banali, spesso, le parole delle canzoni, se lette da sole, o le musiche delle canzoni, se ascoltate senza parole: e quanto, invece, nelle grandi canzoni, le due si potenzino a vicenda.

    sergio pasquandrea

    12 febbraio 2012 at 08:55

  2. No, no, no. Non sono d’accordo. Purtroppo mi sono persa Aldo Nove da Fazio. Anche io considero Aldo Nove un buon poeta. E anche io considero che la musica leggera, anche dal punto di vista letterario abbia un suo valore, specialmente quella italiana. Aldo Nove, come molti scrittori della sua generazione anzichè fare giri eruditi intorno al proprio ombelico, considerando, come si fa qui, la poesia una cosa ermetica, tra eletti, è entrato nel pieno della cultura popolare. Non ha detto fa schifo, pur essendo un uomo molto colto e ha utilizzato il linguaggio pop per farne letteratura.
    Io amo le canzoni di Umberto Tozzi, come di Raf, ma leggo anche libri di filosofia e poesia. Trovo anche io che in certe canzoni di musica leggera, indistintamente, ci siano perle di poesia, molto di più, se permettete, che in certe elucubrazioni mentali di Andrea Raos con il suo ultimo libro che parla di api migratori o qualcosa del genere e, per puro vezzo sperimentale, ne sottolinea il fatto che ne parla al maschile e non al femminile.
    Leggere libri di poesia, certamente. I libri di poesia sono un balsamo per la quotidianità, anche per la loro forma, per il fatto che si portano in giro come opuscoli, vademecum della bellezza e li si può aprirli in qualsiasi momento e trarne beneficio, proprio come una canzone.
    Maria Zimotti.

    mariazimotti

    12 febbraio 2012 at 09:10

  3. per togliere da subito ogni dubbio, sergio e maria qua la discussione non sta sulla capacità artistica della musica leggera italiana che nelle sue forme maggiori è sicuramente degna di lode, e ci mancherebbe. ma il discorso che fa aldo nove è a mio avviso più sottile, indicare la canzone come “poesia popolare” significa che la famosa “casalinga di voghera” dovrebbe per forza considerare come massima espressione di poesia i testi di (…) ma anche uno capace di scrivere deile signore canzoni tipo de andré, ma perché a priori le dovrebbe essere preclusa la conoscenza di seamus heaney, piuttosto del suddetto già citato antonello satta centanin di “fuoco su babilonia” ? quella è a mio avviso un modo molto sfortunato di considerare le persone, un poco come dire che il figlio del minatore debba per forza fare il minatore perché “solo lì può arrivare”, perché quello è l’unico lavoro a cui può ambire. magari vuole fare il fornaio, che si spacca la schiena uguale ma è quello che veramente desidera. il problema sta qui e non è un problema da poco perché la percezione della poesia in italia è falsata anche da questo come da una serie di altre cose, e il disastro è che appunto tanta gente che potrebbe avvicinarsi alla poesia non lo fa, e su questo si deve sicuramente lavorare (e si può, in questo senso le ultimissime generazioni mi sembrano molto concrete)

    matteofantuzzi

    12 febbraio 2012 at 09:46

    • Si, sicuramente il mio giudizio è falsato da un pregiudizio e dal fatto che comunque Aldo Nove non l’ho visto in tv e non so esattamente cosa ha detto. Il mio pregiudzio è contro la “chiusura” dei poeti, nel loro mondo. I poeti non divulgano poesia, diciamocelo. O almeno pochi lo fanno. Se la casalinga di Voghera (che credo sia la stessa casalinga che in una lettera ad un quotidiano negli anni ottanta- ricordo questo particolare che mi fece sorridere – diceva che era stufa di essere sempre chiamata come emblema dell’ignoranza e che riusciva a capire persino, guarda caso, le oscure canzoni di Battiato), comunque se la casalinga di Voghera non legge poesie forse è perchè i poeti se la cantano e se la suonano tra loro. Forse.

      mariazimotti

      12 febbraio 2012 at 10:07

  4. Sono d’accordo con Matteo e con Sergio, di non mischiare le cose fra loro. Tuttavia, qualche argomentazione di Maria Zimotti fa breccia.
    Un saluto.

    Fiorella D'Errico

    12 febbraio 2012 at 12:03

  5. […] interessante querelle, nota e ineludibile. Rate this: Condividi:CondivisioneLike this:LikeBe the first to like this […]

  6. Sì, Matteo, avevo capito e sono d’accordo.
    Non ho ascoltato le parole di Aldo Nove, ma da come le riporti mi sembrano pregne di un certo tono paternalistico: “poesia per il popolo”, che – immagino – dovrebbe scendere dall’alto degli “intellettuali”.
    (Sempre ammesso che abbiano ancora senso, oggi, parole come “intellettuali”, “popolo” e simili).

    ll problema, del resto, è annoso.
    Chi esce da un liceo oggi è convinto che la “poesia italiana contemporanea” siano Ungaretti, Montale, Saba, Quasimodo. Quando va bene, ha sentito parlare di Pavese o di Pasolini, e lì si ferma. Ho potuto constatare personalmente che colleghi insegnanti – ossia persone con una laurea in lettere – non avevano idea di chi fossero Sereni, Caproni, Bertolucci, Zanzotto.
    Però, a questo punto, il problema è: perché non si legge la poesia, in particolare quella contemporanea? Non dico Milo De Angelis o Andrea Raos (il cui libro sulle api, comunque, è secondo me una delle cose più belle uscite negli ultimi anni in Itali), ma poeti ampiamente accessibili come, appunto, Sereni, Bertolucci, Raboni. Stiamo parlando, in fondo, di autori che hanno scritto ormai più di mezzo secolo fa, ampiamente accettati nel “canone” novecentesco.
    Io stesso ho potuto constatare che i ragazzi di una seconda liceo, dove insegno, sono del tutto capaci di capire e apprezzare Fortini, Raboni, Magrelli, se glieli si sanno veicolare. Ho avuto ospite in classe Anna Maria Farabbi, che ha coinvolto ed emozionato i ragazzi.
    Perché la poesia deve sempre aspettare una spinta mediatica, come quella che ha conosciuto Alda Merini nell’ultima parte della sua vita (che è poi, secondo me, quella meno valida dal punto di vista dei risultati)?
    Insomma, di chi è la colpa? Dei poeti? Della società? Della televisione? Del capitalismo?
    Io aspetto ancora di capirlo…

    sergio pasquandrea

    12 febbraio 2012 at 12:27


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: