UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Ci vogliono i soldi per fare i poeti ?

with 22 comments

Mettiamo in fila alcune cose che sembrano banali, ma che in realtà potrebbero non esserlo. Per emergere nel mondo della poesia è almeno negli ultimi decenni risultato necessario un certo “presenzialismo” con il poeta ruggente impegnato a un costante girovagare in lungo e in largo per lo stivale ai convegni o nei festival che contano. Poi è stato il momento dei festival tra la gente, e il poeta si è ritrovato in un costante girovagare in lungo e in largo per lo stivale questa volta in luoghi ameni ma col medesimo risultato. Ma anche il fatto non banale che la poesia, realtà di nicchia, sia sparpagliata a macchia di leopardo fa sì che gli stessi scambi, dialoghi ecc. (e parliamo di cose oneste !) necessiti di tempo e ancora una volta tanti km per essere portata avanti fa sì che ancora una volta la questione economica diventi qualcosa di concreto, a meno che non si voglia cedere alla teoria delle predominanze geocentriche (la poesia romana si incontra a roma tra le riviste e le case editrici romane a dirse quant’ebbella è rrroma quando è sera, la poesia milanese a milano dai luoghi milanesi risponde che la poesia figa è solo a milano e avanti così), una di quelle teorie che ha portato il deserto nella percezione della poesia e ha aiutato anche la follia della “poesia solo per pochi eletti”. Ma torniamo alla questione: la benzina costa, gli spostamenti costano e spesso ti capitano richieste del tipo “vieni a 800 km da casa tua per una lettura ? a proposito, soldi non ce ne sono” e quindi fare poesia diventa opera di volontariato, come spalare le strade (qua dalle mie parti i sindaci fanno appelli di questo tipo, omettendo che i soldi che c’erano magari sono stati spesi altrove e mo’ nell’emergenza mancano) contrariamente a una certa narrativa che come determinata editoria ancora si muove in dinamiche e regole economiche classiche. E quindi chi si può permettere di fare poesia oggi ? Chi sta bene di famiglia ? Chi si muove grazie a spinte di qualsivoglia tipo ? Chi rappresenta certi gotha ? E per il resto ? Dico quegli autori marginali dal punto di vista geografico ma che sono stati il sale, la resistenza della nostra poesia ? Dico gli attuali emergenti, chi ancora ha bisogno di completare la propria formazione ? Quelli come possono fare ? La rete (piaccia o meno, soprattutto quella legata ai social network) non è la panacea di tutti i mali, lo abbiamo già capito, troppa proposta senza essere in grado di filtrare, di fare crescere in definitiva, troppi che si sentono dei fenomeni senza esserlo, troppe persone con potenziale che si perdono. Difficile così anche un’editoria sensata con troppo self-publishing (o vanity press che tanto è la stessa cosa ma costa di più) e case editrici che speso lavorano sulla poesia con un grande occhio all’economia e poca possibilità ancora una volta per chi il nome ancora non ce l’ha, per chi non è degli anni giusti. Ma questa è un’altra storia e di questioni mi sembra di averne già tirate fuori parecchie: questa mattina mi sono alzato con la paura che solo chi ha già la pancia piena possa fare poesia oggi in Italia con una poetica spesso più che altro ombelicale e non votata alla fruizione. Ma magari è solo quello che ho mangiato ieri che mi è rimasto sulla bocca dello stomaco.

Annunci

Written by matteofantuzzi

3 febbraio 2012 a 12:15

Pubblicato su Uncategorized

Tagged with , , ,

22 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. Matteo, certo non sono giovane,non più, e in tempi più fasti ho macinato i km a cui alludi; mi sono serviti a confrontarmi, a ricercare un’identità poetica. Quanto al resto, concordo completamente: sul blog esistono alcuni siti di qualità, e molti altri di scarso o nullo valore poetico. L’autopromozione , tuttavia, sembra ancora l’arma vincente e chi pedala si fa amici e magari finisce con l’avere qualche santo in paradiso.
    Però muoversi costa in tempo e denaro, è un investimento che dà pochi frutti, così è quasi sempre vero che per essere considerato poeta occorre ” spendere e spendersi”, nel quasi consueto do ut des.
    Mi sento un po’ fuori dei giochi, dunque non ho nessuna forma di rivincita da coltivare. Anzi sono grata a tutti coloro che nel tempo ho conosciuto e apprezzato e dai quali ho imparato. Oggi tutta la pseudo poesia ombelicale che naviga sul web risponde ad una esigenza più psicologica che di ricerca e comunicazione. E’ un grido per dire che si è , che si è vivi, in un mondo privo di ascolto e di identità sbiadite.

    vdbd2 Narda Fattori

    3 febbraio 2012 at 13:48

  2. Personalmente, mi pesa la consapevolezza che il presenzialismo sia uno dei pochi mezzi per essere letti e (forse) valutati. Anche mi pesa che l’essere letti e valutati (in una dimensione di confronto anche aspro) sia forse per alcuni secondaria rispetto a quella di accumulare apparizioni, recensioni ecc.

    La variante positiva e’ l’attivismo, il leggere, recensire e promuovere altri, che innegabilmente pero’ (nel momento in cui si e’ autore di versi in proprio) porta alla speranza che anche le proprie cose vengano lette.

    La speranza mia piu’ grande (ma non la chiamerei speranza) e’ che si venga a creare un sistema (che dovremmo noi creare) partito dal basso ma gerarchico, che da una parte sia filtro affidabile di quanto viene proposto in rete e altrove a livello poetico, e dall’altra sia divulgazione a un pubblico piu’ vasto.

    Penso a creazioni di “canoni fluidi” (fluidi perche’ non sono fatti su autori gia’ morti o canonizzati) la cui verificabilita’ sia rintracciabile, cioe’:

    1. tu mi dici che questo autore e’ valido
    2. me lo dimostri secondo le tue premesse
    3. le mie premesse devono essere chiare.

    Se io, lettore, conosco le premesse (che le condivida o meno) e posso seguire come queste portano a proporre certi testi e autori, posso accettare o respingere criticamente un ‘canone’, cioe’ la personificazione di un’idea poetica.

    Sono uscito fuoritema, ma da sempre il mio ideale (opinabilissimo, s’intende) e’ che la ricerca poetica dovrebbe, con le sue qualita’ (testuali ma anche di rapporto col mondo) bastare, e che l’autore non debba per forza farsi veicolo di essa. Mi piacerebbe, insomma, che qualcosa di simile alle assunzioni di lavoro (nelle imprese serie) e di registrazione alle universita’ (nelle universita’ a numero chiuso) avvenisse anche in ambito editoriale.

    Insomma, un’iniziativa ‘dal basso’ ma non populista, anzi selettiva e rigorosa.

    Davide

    Davide Castiglione

    3 febbraio 2012 at 14:35

  3. ps: al punto 3. intendevo dire “le tue premesse devono essere chiare”

    Davide Castiglione

    3 febbraio 2012 at 14:36

  4. pps: a livello personale, ho provato questa consapevolezza dei soldi che servono quando, invitato per il festival ParcoPoesia, ho dovuto rinunciare per mancanza di fondi personali nel luglio di quest’estate…

    Davide Castiglione

    3 febbraio 2012 at 14:51

  5. sì davide, in realtà non è populista ma democratica. esiste chi lavora in quest’ottica non si può dipingere tutto in maniera disequilibrata, ma al tempo stesso forse bisogna essere duri con chi poi nei periodi di vacche magre o di vacche grasse rompe in qualche modo il sistema a favore non tanto della poesia quanto piuttosto di altri interessi o spettacolarizzazioni (il festival di poesia che pagò la comica e le diede anche il passaggio in taxi fino a torino per qualche buon centinaio di km ne è un buon esempio, e la comica non era venuta esattamente per 50 euro e comunque che cacchio ha a che fare con un festival di poesia). e poi magari ci accorgiamo che abbiamo poeti importanti indigenti o con problematiche di salute gravi, o con problemi economici gravi che magari ci campavano 2 mesi con il corrispettivo di 400 km di taxi e forse qualcosa di più. io credo che anche questo vada compreso all’interno di un sistema labile come quello della poesia, se no accade che qualcosa inevitabilmente non funzioni, e quando qualcosa non funziona anche prove mediocri magari nell’ignoranza anche della critica letteraria finiscono per essere ben viste, per dolo (e questo quando accade è grave), amicizia (idem), o più semplicemente ignoranza. e almeno su questa cerchiamo di agire.

    matteofantuzzi

    3 febbraio 2012 at 17:03

  6. Interessante davvero Matteo! sono essenzialmente d’accordo con te, forse perché ieri sera i peperoni non li ho proprio digeriti 🙂
    L’auto promozione è davvero desolante, ma è probabilmente uno dei pochi mezzi a disposizione per farsi conoscere.
    Per fare poesia ci vogliono i soldi, sì, con questo pensiero ci vado a passeggio, nel senso che per pubblicare devi pagare, per farti conoscere devi girovagare lo stivale e avere tempo, soprattutto tempo che in qualche modo equivale a perdere soldi. E la crisi? dove la mettiamo la crisi?
    in questo periodo mi sono un po’ rassegnata, devo dire, con una laurea in tasca, faccio la commessa e prima scrivevo, prima… di tutto.
    Un caro saluto.

    francesa coppola

    3 febbraio 2012 at 17:27

  7. ma sai, qua parlo un poco da poeta e un poco da editor. da poeta ti posso dire che uscito nel 2008 kobarid adesso è alla quarta edizione e di certo coi premi letterari ecc. posso dire che non sono diventato ricco ma sicuramente mi sono ripagato tutto il girovagare per lo stivale e all’estero, più o meno 30.000 km all’anno, parte delle ferie ecc. orari assurde, robe assurde… sfacchinate assurde. da editor non richiedo la stessa cosa, ma le poche volte che trovo un bel libro l’impegno credo sia dovuto. e certi casi come marco bini che anche lui è già alla 2a edizione, i suoi premi li ha vinti… mi fanno pensare bene. però di questi libri se ne fanno 1/2 all’anno in una casa editrice seria che si occupi di poesia. di più è utopia. (quindi francesca fai la commessa ma continua a scrivere, se credi nel tuo lavoro)

    matteofantuzzi

    3 febbraio 2012 at 18:23

  8. Matteo i soldi servono “Per emergere nel mondo della poesia”, non per fare poesia in sé.
    Oggi si può leggere più libri, accedere a più informazioni, avere più confronti, di quanto non si sia mai potuto fare in passato, anche quasi senza spendere un euro.
    Se poi si hanno i soldi si può provare anche ad emergere, a pubblicare, a farsi leggere, in un mondo che di norma della poesia si interessa poco.

    Carmine De Falco

    3 febbraio 2012 at 19:06

  9. io credo nel potere della scrittura, quello che voglio dire è che siamo troppo assorbiti dalla routine, mossi dal vento delle cattive notizie e ritagliarsi un tempo per scrivere è sempre più difficile, quando le parole ti restano in bocca e i motivi sono tanti. Se ci metti le varie problematiche per farsi conoscere e noti che il lecchinaggio è sempre in voga, un po’ di “schifo” ti viene e non perché ti manchi il coraggio o la forza o la volontà ma semplicemente perché li immetti in altri canali che ti permettono di “sopravvivere”, almeno…

    francesa coppola

    4 febbraio 2012 at 10:38

  10. che il sistema sia migliorato carmine non discuto. che porti con sé le stesse problematiche del passato però è fuori di dubbio. rimangono ancora troppo spesso le cricche, il presenzialismo ecc. solo sono diversi i nomi. e quindi va ovviamente ulteriormente migliorato. se no si fa solo esercizio di demagogia e non serve alla “democrazia” della poesia. oppure gente come francesca che magari ha dei numeri manda tutto a quel paese.
    ps. il post dice “fare i poeti”, non “fare poesia”. attento alle differenze 😉

    matteofantuzzi

    4 febbraio 2012 at 13:28

  11. Io credo che l’amica Francesca, come l’amico Mattero, abbiano sollevato una bella questione.

    In un paese civilmente e artisticamente evoluto si dovrebbero “proteggere” i veri poeti, come anche i filosofi o altri “artisti” in generale del pensiero e della comunicazione.

    Poiché quello del poeta, è un “mestiere” vero e proprio. Bisogna leggere, scrivere, avere la mente sgombera, coltivare la propria anima senza essere intossicati “dall’esterno mediocre” che ci impone, purtroppo, di scendere a compromessi improponibili, pur di essere “vivi socialmente” e poter farsi un futuro…In un mondo ipotetico e utopistico in cui la poesia abbia davvero una valenza culturale e sociale, o civile per meglio dire, bisognerebbe innanzitutto avere un filtro onesto e competente che sia in grado di distinguere la vera poesia, e una volta avuta questa distinzione, permettere ai poeti in gamba di poter svolgere il proprio compito a tutto tondo, ossia quello di produrre la sostanza vitale dell’essere evoluto, il linguaggio dell’anima che dà nuova forma alle cose; appunto la poesia. Ma questi son sogni.

    Più praticamente come risolvere il problema? È un problema che ha ben poca soluzione, a mio parere. Questo è il mondo che abbiamo; queste le case editrici, questo il sistema che basa quasi tutto sui soldi e una meritocrazia vicina allo zero, specie in certi ambiti. E permettetemi di dirlo, questa è la “classe poetica”. Come dice bene Matteo, esiste una geografia poetica ben delineata (vedi la linea lombarda per esempio) oppure napoletana, emiliana o romana. E io che sono di Foggia che faccio? E poi a parte l’ambito territoriale, questa è la classe di poeti. Esiste un’appartenenza anche editoriale. Vi sono nicchie nella nicchia. Io recensisco te, tu recensisci me, e via dicendo. E “tu” povero stronzo devi leccare il deretano a magari anche incompetenti e pomposi che solo, a loro volta prima di te, hanno leccato ed esborsato anni prima.

    Ovvio poi ci sono le dovute, e non rare per fortuna, eccezioni.
    Ma mi pare che affermando questo non sia così lontano da fornire un quadro generale sulla vera realtà delle cose.

    E un poeta se ha voglia di emergere, oltre ad avere l’estro, deve sbattersi, bussare a tante porte, presenziare agli eventi, investire soldi; certo se c’è la stoffa poi anche certe cose ritornano col tempo, ma non è per tutti; forse a volte bisogna non cedere al desiderio ma fare severa autocritica e dire: ma io sono davvero un poeta? Forse si eviterebbero inutili sperperi di danaro e di tempo, e forse avremmo meno editori cialtroni e stampatori e un mercato poetico più ristretto e forse, esclusivo.
    Finanche i lettori sono confusi, non avendo il polso della situazione, e si finisce per credere ad una presunta buona poesia solo per sentito dire, o peggio, per la “sponsorizzazione” del poeta attraverso altre persone, più o meno influenti del campo.
    Questo accade se non si ha un proprio “background” poetico forte ed autonomo.

    Io per quanto mi riguarda, essendo un morto di fame da tempi immemori, quasi mai finora ho potuto investire in termini economici in pubblicazioni o in termini di presenze a reading, eventi, presentazioni, ecc ecc..non sono nessuno, ed è molto difficile farsi un nome partendo da zero, e magari trovare il giusto consiglio, una buona critica (che comunque non tutti si nasce geniali, bisogna modellarsi col tempo e trovare i giusti meccanismi e le giuste persone/guida); poi se son rose fioriranno.
    Adesso incomincio a investire oltre che il solito se non maggiorato tempo, anche del denaro purtroppo (anche se si parla comunque di investimenti in poche decine di copie che necessariamente servono, oppure si parla di partecipazione a premi) e soprattutto a metterci la faccia e la presenza.
    Ed iniziano così ad arrivare i primi riscontri positivi.
    Insomma, si fa quel che si può.
    Ma so per certo che se uno comincia a giocare, allora deve giocare; e gli investimenti, in termine di presenze specialmente, dovranno pur crescere e bisognerà macinare, i già citati da Matteo, incalcolabili chilometri.
    Come so per certo che non esiste che te ne stai bello in panciolle a casa scrivendo e leggendo e pretendere che arrivino gli allori e tutti pronti ad investire e parlare su di te.
    Quindi ritorniamo a tutti i discorsi di cui sopra. È un meccanismo sociale, né più né meno.

    Per tornare a Francesca: io vivo in Spagna come ben sai, e sono disoccupato da 3 mesi; per fortuna avevo degli arretrati dal governo in termini di contributi per la disoccupazione e quindi sto ricevendo, anche se per un altro paio di mesi, dei soldi per campare. A parte cercare lavoro, ho avuto modo in questi mesi di poter lavorare alle traduzioni di altri poeti e lavorare a pieno anche sulla mia poesia, e non nego, che avendo il campo libero e la mente concentrata unicamente su questo, la dedizione è totale e i risultati si vedono. E mi sono reso conto che questa è l’unica cosa che voglio fare e a cui tengo nella mi vita; non dormo la notte per scrivere, leggere, recensire, tradurre. Però non sono uno ricco che può permettersi di fare questo e basta, e nemmeno posso permettermi di fare il barbone di turno o il mantenuto di una cinquantenne ereditiera. Come fare allora? bisogna, se si è dei poveri sventurati, vivere di sotterfugi e sperare che la fiamma non si spenga, e lottare, e scavare.
    Francesca, tu hai un buon talento, ma è vero, bisogna prendersi cura di sé e del proprio poetare, e ti sento rassegnata e ciò mi da tanto dispiacere, quando vedi morire un poeta per altrui colpe, è come morire un po’ dentro tutti; è la mia paura, anche se siamo diversi da quel che immagino.
    Perché in fondo poi, mi dico, se è la poesia la tua strada, questa convergerà su di te nuovamente; non si può evitare il proprio destino, la propria vera vocazione, qualunque essa sia, prima o poi prenderà il sopravvento. Se si è poeti si può anche essere altro, e continuare ad essere poeti forse …
    Saremo quindi poeti o cassieri dell’Esselunga? O entrambe le cose?

    A volte rivedo una intervista a Carmelo Bene dove gli viene chiesto: ma lei durante la sua giornata cosa fa? ha frequentazioni? come vive?
    E il C.B. risponde più o meno così; mi alzo alle 5 del pomeriggio, vado in teatro, lavoro tanto, e poi torno a casa la notte, per dormire.
    Non frequento nessuno, a parte la gente che frequenta i miei spettacoli, se la vogliamo mettere così.

    Dedizione totale a questo, e niente altro.
    Ed io vedendo questa intervista, provo sempre una certa invidia.
    Vorrei anche io scrivere, leggere e tradurre solamente, e non dovermi comunque preoccupare di tutto il resto. Ma tutto il resto esiste; sto cercando soluzioni in merito, vedremo quale sarà il compromesso migliore con la vita e se riuscirò nell’intento prima o poi!

    Ma, a parte questo, a parte gli scherzi e i sogni, si può e si deve trovare un equilibrio per davvero, la questione è delicata ma si sa, si può parlare molto su questo, ma la realtà dei fatti è che viviamo in un mondo governato da questi bigliettini di carta arancio, rosa, celeste, verde. Sti maledetti soldi.
    E bisogna averceli, e cacciarli, e se si ha fortuna, forse una parte di questi ritornano.
    Ma se non tornano questi, almeno le soddisfazioni e i giusti riconoscimenti, per chi li merita.

    E se non ce li meritiamo, leggiamo la buona poesia e scriviamo le nostre poesie, se ci fanno stare meglio; ma distinguiamo la poesia vera, l’arte vera. Iniziamo ad avere un settore davvero competente; ma questo ahimè non dipende solo dai poeti, ma soprattutto dagli editori e dalla critica….ahi il serpente che si morde nuovamente la coda….:-)

    L’inesorabile loop del business, anche in poesia? aiuto, no!!! por favor…

    Scusatemi davvero per le divagazioni e le esternazioni lunghe e forse noiose e prevedibili; ho mangiato troppi peperoni stasera e non riesco a dormire.

    A presto e francè, m’arraccumann, scriv sti cacch’j e poesij!!! 🙂

    Un saluto caro

    Con tutta la poesia del mondo

    Antonio Bux

    antonio bux

    5 febbraio 2012 at 03:17

  12. Sono sempre partita dal presupposto che fare poesia non fosse un’attività remunerativa; a tale convinzione ci porta l’assetto sociale dal XIX secolo in poi, che ci ha plasmati nel profondo. E non dico che è bene, ma che è così, almeno per molti.
    Sul pubblicare e farsi leggere/conoscere: dipende da cosa si sintende, credo. Penso che tale umanissimo desiderio possa esadirsi anche con la rete, sulla quale esprimi, Matteo, un giudizio di dispersività che non mi sembra del tutto rispondente. Se invece il desiderio è farsi pubblicare su carta, le cose cambiano. Ma, primo, ritengo personalmente che l’editoria a pagamento non sia la risposta corretta al desiderio; secondo, che tale desiderio, se diviene ossessione, allontana dalla pratica più sentita e profonda della poesia. Fuori dai denti: la poesia (e l’arte) sono necessità interiori e intime, poco importa se si è letti ad ampio raggio, oppure no. Questo mi dico spesso, ma forse sbaglio: sono aperta a qualsiasi smentita costruttiva.
    Ciao 🙂

    Fiorella D'Errico

    5 febbraio 2012 at 09:04

  13. in ordine: antonio, se sei di foggia (ad oggi) ti attacchi. se sei di isernia forse ancora peggio, a meno che tu non prenda la tua valigia di cartone ed emigri, ci sono geografie culturali precise in italia. quello che andrebbe fatto, va fatto e in parte si sta facendo è aumentare queste geografie, è l’unico modo per rendere ragione alla straordinaria capacità e varietà della nostra letteratura e non perdere per strada pezzi, i lorenzo calogero, per dire qualcuno di cui si sta parlando adesso, ma anche scotellaro e via così… e parliamo di ‘900. figurati la geografia dei contemporanei e degli entranti…
    e così il quadro che descrivi non è irreale, accade e non per forza ai piani alti, esiste un sottosuolo incredibile, indicibile da cui prego vivamente tutti di stare alla larga. e poi esistono fenomeni virtuosi, nell’infinitamente piccolo come nell’infinitamente grande e quelli devono potere crescere e fare da volano per altre realtà
    per fiorella, la dimensione personale va benissimo per carità, è utile, è importante ma èi appunto una sfera privata, dignitosamente privata che tale deve restare se si vuole. diverso è il discorso quando si cerca di fare un percorso sull’opera, un percorso per una poesia antropologicamente portata all’altro, qua chiaramente le cose cambiano e a un certo punto bisogna produrre le opere, e quello è un altro lavoro, un lavoro votato agli altri dove tu alla fine conti “uno”, come chiunque altro e non sei più il “tutto” della tua poesia.

    matteofantuzzi

    5 febbraio 2012 at 10:10

  14. Vorrei subito eliminare un equivoco, che credo sia nato per colpa del mio intervento in cui certamente sono stata io a non spiegarmi bene: se fosse semplice e onesto, normale e nell’ordine delle cose sociali (la situazione utopistica e “civile” di cui parla Antonio Bux, e che tutti vorremmo) mi metterei ben volentieri in trafila per far valutare i miei scritti al fine di una pubblicazione, discutendomi e prendendomi anche dei rifiuti, magari alla fine anche prendendo coscienza di non avere la stoffa. Ma, sic stantibus rebus come sappiamo, non ci penso proprio, non vedo giudici autorevolmente onesti, non vedo case editrici ben disposte e pulite da certi meccanismi.
    Infine: la poesia è sempre antropologicamente portata all’altro, perdonami Matteo. E anche nella dimensione privata si producono opere; che queste vengano lette da pochi o da molti, conosciute solo su web o recensite a livello nazionale, non credo cambi la natura della poesia. Non sono queste le discriminanti, a mio avviso.

    Fiorella D'Errico

    5 febbraio 2012 at 10:38

  15. non cambia anche se è dovere fare e fare conoscere buona poesia. così non mi sento di dire che la dimensione italiana sia completamente indigeribile. esistono realtà virtuose, vanno premiate e vanno moltiplicate. dire che tutto è sbagliato è come dire appunto che tutto va bene e che va bene a priori qualsiasi cosa venga proposta dalle poesie di ligabue ad altre primizie simili… più il sottosuolo… più tutto il resto. e poi bisogna bacchettare chi sbaglia, in maniera molto fortiniana.

    se poi alla fine il sistema sarà diventato decente ma un nostro lavoro risulterà brutto non potremo dire che è il sistema è brutto (atteggiamento che vedevo prima della rete, ho visto nei blog e di certo non smette ai tempi di fb). se un libro è brutto, fa schifo sempre, quale che sia il sistema in cui è.

    matteofantuzzi

    5 febbraio 2012 at 14:47

  16. No, mi spiace ma non sono d’accordo, e lo dico umilmente pur se con forza: il Gusto – come categoria estetica che ci porta a scegliere e selezionare – è in stretta connessione con il sistema in cui siamo collocati, e ne è influenzato, al punto che spesso non ne abbiamo nemmeno consapevolezza cosciente.
    Sul moltiplicare realtà virtuose, come non essere d’accordo. E, personalmente, non amo né Ligabue né il sottobosco, posto che riconosco dignità a chi sceglie diversamente.

    Fiorella D'Errico

    5 febbraio 2012 at 16:35

  17. Scusate l’intromissione, ma credo che talvolta vi siano “schifezze” riconosciute come tali un po’ da tutti.
    C’è da dire che il gusto è sempre una questione relativa, ma esistono dei canoni di riferimento più o meno accettati da una certa maggioranza.
    La questione nasce quando si creano caste chiuse, ove si entra solo su invito o grande opera di lecchinaggio, le stesse caste che creano un circolo vizioso di “penne” più o meno note (più o meno interessanti); l’alternativa sarebbe districarsi fra le varie editrici a pagamento che ti confezionano un bel pacchetto su misura, con pagamento rateizzato e credere che questo basterà a zittire il proprio ego.
    Poi, magari si può scegliere anche l’oblio…

    francesa coppola

    6 febbraio 2012 at 13:10

  18. fiorella, un conto sono le dimensioni estetiche, un conto è il sistema nel suo complesso. dire che fa schifo tutto il sistema è un processo sbagliato. le case editrici a pagamento sono un sistema sbagliato, l’oblio è un sistema sbagliatissimo… bisogna pubblicare poco, in maniera giusta, dopo attenta riflessione e in un sistema quanto più rigoroso, virtuoso e meritocratico.

    ecco, direi che è abbastanza… 🙂

    matteofantuzzi fantuzzi

    6 febbraio 2012 at 22:31

  19. Ci vogliono i soldi… anche per non fare i poeti.

    vincenzo

    9 febbraio 2012 at 15:29

  20. […] (già su UniversoPoesia) […]

  21. L’unico modo, in Italia, per dedicarsi veramente alla poesia è vincere al Superenalotto!! Purtroppo siamo nati in questo Paese di merda!! Se fossimo negli States potremmo usufruire di borse di studio e sovvenzioni, ma qui col cazzo che te li danno!! E se te li danno è perché sei ammanicato con qualche politico. L’Italia fa veramente cagare. Una mia amica attrice, di vent’anni, è bravissima, un genio, e ai provini non la prende nessuno perché non la dà e non è ammanicata con nessuno. In America i bravi attori e cantanti a vent’anni sono già ricchi e famosi; qui, a quaranta, dobbiamo ancora chiedere i soldi a mamma e papà. Ma in che brutto posto siamo nati, vaffanculo!!

    lorenza leandri

    11 giugno 2012 at 07:25

  22. e allora emigra lorenza perché i tuoi alibi hanno vinto. sei sicura che sia sempre così ? sicura sicura ? io sono convinto che si debba essere veramente bravi per emergere in italia nonostante tutto quello che dici. ma essere veramente bravi costa fatica e tanto talento che non tutti hanno. è molto meno faticoso dire che non vale la pena fare niente e tutto fa schifo. ecco quello mi pare molto italiano…

    matteofantuzzi

    11 giugno 2012 at 12:31


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: