UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Se il poeta fa il precario.

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Non mi si venga a dire che negli ultimi tempi la questione sociale non vada di moda anche in poesia. O meglio va di moda un poco dappertutto nella fase culturale (anche perché disoccupati, cassintegrati, pignorati ecc. non sono certo frutto di fantasia) ma il dubbio è che alla fine questo processo reale si consideri come una sorta di cliché, un poco come gli yuppies negli anni Ottanta, buono più che altro per fare discorsi borghesi, elitari. Allora il poeta, quintessenza dello sfigato sociopatico non può che a pieno titolo rientrare in questa categoria, in questa semplificazione della società contemporanea che è sbagliata a priori nelle proprie punte di eccellenza: facciamo l’esempio di Fabio Franzin che non analizza tanto la mancanza di lavoro con la propria opera poetica quanto piuttosto la condizione generale del Nordest italiano con le difficoltà anche di convivenza tra gli stranieri e una popolazione con forte radicamento territoriale ma anche con uno sguardo complessivo sulla persona, sull’uomo come la poesia sempre deve fare. E con un linguaggio piano, comprensivile, mai cervellotico (nonostante Franzin scriva in dialetto e sia probabilmente il nostro maggiore poeta italiano in lingua dialettale): assurda diventa a mio avviso la volontà di alcuni di rendere una poesia votata al sociale attraverso un linguaggio e una costruzione del verso macchinosi, artificiosi e alla fine incomprensibili dagli stessi fruitori che non possono essere la solita nicchia di pochi sfigati che a loro volta vorrebbero impossessarsi del ruolo di poeti elitari quanto piuttosto ancora una volta la gente, il pubblico, i fruitori, la società stessa che deve e che può riavvicinarsi finalmente alla poesia, una poesia che “scenda dal pero”, che non guardi come per troppo tempo è stato il proprio ombelico, una poesia che racconti piuttosto che continuare il proprio assurdo monologo. Una poesia per tutti, finalmente per tutti. State bene.

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Written by matteofantuzzi

20 gennaio 2012 a 10:55

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24 Risposte

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  1. giusto, anzi: se il poeta è precario, ha poco tempo per scrivere e ancora meno per inseguire certe nicchie della critica/cricca letteraria contemporanea. lm

    renzomarillo

    20 gennaio 2012 at 11:33

    • se il poeta è precario non vede l’ora di fermarsi e scrivere tuttalpiù, o no? la sua concezione del precario è un poco retorica. Dal precariato invece nascono nuovi stili di scrittura, magari più scarni e farciti di ironia. mi pare.

      alessandro burbank

      29 gennaio 2012 at 12:39

  2. condivido tutto! aggiungo la necessità ,oggi molto sentita da chi davvero ama il senso autentico della poesia, di superare gruppiconventicolecerchi e cercare ascolto ericonoscimento nella comunità tutta, anzichè nei soliti addetti ai lavori. é la comunità sensibile alla parola,con il suo sostegno largo e durevole nel tempo, che dovrebbe autorizzare un autore a chiamarsi poeta …
    annamaria ferramosca

    annamaria ferramosca

    20 gennaio 2012 at 12:54

  3. Strano: quando poi però la comunità citata sopra decreta un successo travolgente (penso alla notorietà della Merini, alla lettura di massa dei suoi versi) ecco che la poesia del tal poeta viene messa in dubbio, tutto a un tratto si dice che, in fondo, non era tanto tanto poesia, più uno sfogo personale, più un lacrimevole pastiche, insomma: più un falso allarrme, da dimenticare.

    Sul post: è da sempre che l’Arte viene prodotta da chi almeno ha avuto modo di conoscerla e studiarla, e per chi ha avuto modo di conoscerla e studiarla. Dura lex sed lex.

    Fiorella D'Errico

    20 gennaio 2012 at 16:00

  4. in realtà più che altro è passata l’idea della merini autrice piena di problemi e per questo quint’essenza del poeta sventurato, ma questo è quanto hanno voluto case editrici che non hanno avuto troppi problemi a pubblicare qualsiasi cosa da lei scritta, senza opera, senza progetto, senza editing, magari dettata al telefono buttata giù al momento…

    detto questo vorrei che chiunque di voi citasse una poesia della merini (i testi con de andrè non valgono) e poi ne capiamo il reale impatto, ed è un peccato, si veda ad esempio “Paura di Dio”

    e per il resto fiorella permettimi la blasfemia ma è un poco come se dicessi che il Vangelo può essere letto solo dai preti, o per restare più prostastici che possono curare la propria salute solo i dottori… per quel che mi riguarda sono contento che in tanti si stia andando in tutt’altra direzione. quella linea là si sta lentamente ma inesorabilmente dissolvendo

    matteofantuzzi

    20 gennaio 2012 at 17:25

  5. Attenzione, prima che mi si attibuisca un pensiero non espresso: NON penso che solo alcuni possano cimentarsi nell’Arte o capire l’Arte. Tutti possono (e devono, se lo sentono come bisogno urgente) farlo. L’importante è che, in autonomia o nei luoghi della cultura, si preoccupino di capire cosa è l’Arte, quali le sue caratteristiche formali, ecc. Prendo a esempio te: le tue poesie hanno caratteristiche formali che consentono di definirle poesie, no? Ecco: tu conoscevi qelle caratteristiche formali, chi ti legge le conosce altrettanto. Insomma: per fare e fruire arte, bisogna condividere un codice di linguaggio (anche largamente) comune.

    Grazie per questo spazio.

    Fiorella D'Errico

    20 gennaio 2012 at 17:37

  6. Si Matteo, scendiamo dal pero (osai affermare che il poeta è, prima che poeta, cittadino) e parliamo chiaro, pur sempre dovendo cercare la cifra estetica del testo, con certosina pazienza e innumerevoli riletture.

    Ma ricordiamoci che

    L’opera d’arte è un patto con Dio

    (Nicolas Gomez Davila)

    e che

    L’anima è il compito dell’uomo

    (N.G.D.)

    fioriantonio

    20 gennaio 2012 at 18:40

  7. beh no fiorella, almeno il 50 % delle persone che mi leggono e sicuramente la stragrande maggioranza di quelle che mi ascoltano (frequentando non solo i “circuiti noti” della poesia) conoscono la tecnica della poesia, e li considero i miei migliori interlocutori 🙂
    ma questo non significa che le regole non ci debbano essere (un palazzo senza nozioni architettoniche, o almeno geometriche è destinato a crollare)
    ma altrettanto un palazzo che sia solo un esercizio di architettura spesso è bruttarello forte, e sicuramente da abitare è poco funzionale. che dovrebbe essere invece il mestiere del palazzo.
    ecco qui sopra della poesia dico in fondo la stessa cosa

    matteofantuzzi

    20 gennaio 2012 at 21:32

  8. “ma altrettanto un palazzo che sia solo un esercizio di architettura spesso è bruttarello forte, e sicuramente da abitare è poco funzionale. che dovrebbe essere invece il mestiere del palazzo.”: io non dico affatto il contrario! Dico solo quello che ha spiegato benissimo Fiori più sopra: “pur sempre dovendo cercare la cifra estetica del testo, con certosina pazienza e innumerevoli riletture.”

    Ciao 🙂

    Fiorella D'Errico

    20 gennaio 2012 at 21:36

  9. e su questo ci siamo, fiorella

    matteofantuzzi

    20 gennaio 2012 at 21:43

  10. Nonostante la stima che provo per lei, sig. Fantuzzi, mi consenta di dissentire. Non ci sarà mai spazio per la poesia nella società contemporanea, è uno strumento lento, poco interattivo (in ogni caso, a prescindere dallo stile poetico), per non dire obsoleto. E’ inutile cercare in un particolare momento di debolezza politica o economica o culturale un varco per la poesia in questa società, perché la poesia non sono sicuro che ne abbia bisogno, piuttosto può trovare conforto sempre e solamente in quei cosiddetti appassionati! In quanto tale mi auguro di aver torto in questo.

    Saverio Cappiello

    21 gennaio 2012 at 14:08

  11. certo che le consento, siamo sempre in una democrazia, ma con il beneficio del dubbio che è poi quello che mi anima 😀
    perché in fondo penso ancora una volta a walcott, a toni morrison o a molti poeti sudamericani dove tutto questo accade e una volta di più mi domando se l’eccezione non siamo noi, la poesia italiana (e anche quella francese in realtà dove altrettanto si vivono le stesse questioni) o più semplicemente se il numero degli appassionati non possa essere maggiore proponendo poesia di qualità (e piena) e non solo “virtuosismi” o solipsismi

    matteofantuzzi

    21 gennaio 2012 at 14:18

  12. non è comunque compito dei poeti avvicinare il popolo, la poesia nasce per il popolo, altrimenti poesia non sarebbe. Un poeta prima di tutto è un uomo e fa le cose per se stesso e poi per gli altri. L’arte attualmente si è macchiata di arroganza e di intellettualismi, lei crede che uno stile ed un linguaggio più immediato bastino a far cambiare questo concetto? Detto meglio, il bisogno di poesia c’è sia nelle persone colte che in quelle più incolte, solo che il bisogno di quest’ultimi viene soddisfatto da canzonette che sono più efficaci. Dottor Fantuzzi, la poesia sarà sempre seppellita sotto uno spesso strato di polvere, e quando venendo riesumata avrà un valore sarà semplicemente storia!

    Saverio Cappiello

    21 gennaio 2012 at 16:48

  13. Un pizzico di verità (purtroppo) nelle parole di Cappiello c’è, dove dice “L’arte attualmente si è macchiata di arroganza e di intellettualismi, lei crede che uno stile ed un linguaggio più immediato bastino a far cambiare questo concetto? Detto meglio, il bisogno di poesia c’è sia nelle persone colte che in quelle più incolte, solo che il bisogno di quest’ultimi viene soddisfatto da canzonette che sono più efficaci”. E anche dove tu, Matteo, dove dici ( e qui senza il mio “purtroppo”):” o più semplicemente se il numero degli appassionati non possa essere maggiore proponendo poesia di qualità (e piena) e non solo “virtuosismi” o solipsismi.”

    Fiorella D'Errico

    21 gennaio 2012 at 18:52

  14. Gentile Saverio, possiamo passare al “tu” e togliere i titoli, mi mette a disagio la cosa… 😀
    l’efficacia delle canzonette ma anche del buon cantautorato a mio avviso non dipende tanto dalle stesse ma appunto dall’incapacità della poesia soprattutto degli ultimi 30 anni di parlare alla gente. è rimasta “vecchia” (la polvere la intendo anche in questo senso), non entra nelle università (qualche decennio fa si studiava montale con montale vivente, mi si racconta. oggi ?) ecc. ma penso ancora oggi: quante persone si immedesimano ad esempio nel lutto e negli affetti di “tema dell’addio” di De Angelis, e non è forse quello qualcosa che appartiene a molti, laureati o con la terza elementare ? e si legga in questo senso anche l’ultimo Stefano Simoncelli, appena uscito per PeQuod. ecco, questo io dico.

    matteofantuzzi

    21 gennaio 2012 at 21:31

  15. ben tornato ^^

    anila resuli

    22 gennaio 2012 at 09:25

  16. Le poesie di De Angelis, per dirne uno, sono belle perché sono così e basta. Non sono d’accordo con te per il semplice fatto che non ho mai concepito il sacrificio, per lo meno in poesia e nell’arte dove non ci sono canoni o binari. Quando ho voglia di scrivere una poesia penso a quello che devo scrivere e non a come lo devo scrivere, e fare il contrario per me sarebbe una rivoluzione. Pur tuttavia sono d’accordo sul fatto che stiamo inconsciamente approdando ad un mondo poetico lavorato troppo di studio, quando intellettuali e artisti differiscono proprio perché i primi dicono cose semplici come se fossero difficili i secondi dovrebbero fare pressoché l’opposto.

    Saverio Cappiello

    22 gennaio 2012 at 11:01

  17. ciao anila.
    esatto saverio, il problema è questo e la cosa dovrebbe accadere in maniera naturale, senza artifici e con una consapevolezza che deriva non tanto dagli intelettualismi quanto piuttosto dalla volontà, anche etica

    matteofantuzzi

    22 gennaio 2012 at 13:37

  18. La poesia è sempre per tutti seppure spesso per destino, per origine ineludibile oscura e oscura perché oscuro è l’uomo,sempre, oggi come ieri. Poi: “quintessenza dello sfigato sociopatico non può che a pieno titolo rientrare in questa categoria, in questa semplificazione della società contemporanea che è sbagliata a priori nelle proprie punte di eccellenza” cosa significa? Ma cosa scrivi?

    cp

    24 gennaio 2012 at 14:01

  19. che ridurre i poeti a semplici malati è sbagliatissimo, tanto più se lo si fa a fini commerciali.
    il punto deve essere christian ancora una volta quello di scindere la poesia (che è oscura solo se fatta male…) dai poeti.

    ps. uno dei vantaggi di wordpress è la moderazione dei commenti, ne ho appena cassato uno essenzialmente perché indicava una mail diciamo “filo-nazi” anche se il senso non era distante da quello di christian che anche se dissente dal mail non ha proprio nulla di sbagliato

    matteofantuzzi

    24 gennaio 2012 at 14:14

  20. Non commento i contenuti, che sia una cosa vera o meno quello che dici è proprio nell’estetica del tuo post. Sintetico, preciso, scarno e discorsivo; tralasciando il tuo amico che è il miglior poeta dialettale, non puoi non aver ragione, o senso, proprio perché la maniera in cui hai esposto il tuo pensiero rispecchia il pensiero stesso. MA è un tuo pensiero. La poesia ”per tutti” è un idea moderna della poesia, e un idea moderna della poesia non esiste. Esiste un idea multilaterale piena di ramificazioni e lo sbaglio primordiale è proprio quello di cercare una soluzione a questo con una poesia ”per tutti”. Cioè dicendoci dall’inizio, voglio che la mia poesia sia per tutti. Si rischia di dare ragione ad Aldo Nove che, senza scherzare, addirittura pensandoci, reputa Jovanotti il più grande poeta italiano, proprio per il suo seguito popolare e le sue poesie alla portata di tutti. Io credo, umilissimamente credo, che il mainstream debba fare il lavoro di rendere la poesia accessibile (e con questo non giustifico le vittime del pensiero, i poeti incastrati nei loro strutti scivolosi di costrutti). Mi spiego meglio, si inizia dall’insegnante, poi il professore, magari il genitore, poi l’evento, il film, la convention politica, la mostra di questo e di quella, la chiacchierata, la serata. Il mainstraming poetico. Ammenochè il poeta stesso non scriva già in un modo e sia per questo accessibile, quasi per fatalità, non dovrebbe simulare popolarità. Non verrà seguito che da qualche decina di persone in più sempre negli stessi luoghi negli stessi ambienti nello stesso tipo di persone, che già prima, comunque seguivano la poesia. Penso di aver detto la mia, anche se non completamente che devo andare in biblioteca a studiare. ciao! Continua così, per ora mi pare il posto culturale più tranquillo e meno caga-alto che ho potuto visitare.

    A.Burbank

    alessandro burbank

    29 gennaio 2012 at 13:30

  21. in realtà per assurdo l’antonello satta centanin (cioè aldo nove) del fuoco su babilonia che uscì per crocetti aveva tutte le caratteristiche per creare questo cambiamento, anche se forse non erano maturi i tempi e qualcosa in più fece proprio l’aldo nove oramai narratore di woobinda. oggi mi pare che la consapevolezza sia ben maggiore e in qualche modo il terreno ben più fertile, e allora cerchiamo di seminare e di raccogliere dopo decenni di carestia, anche coi metodi che indichi

    matteofantuzzi

    29 gennaio 2012 at 16:43

    • MORESCO CI è RIUSCITO (almeno su di me, e colleghi, e almeno per ora)! 🙂

      alessandro brubank

      29 gennaio 2012 at 19:02

  22. Ben tornato Matteo… Direi un rientro del tutto ‘tranciante’. Credo anche di aver capito a chi questa ‘velatissima’ critica si rivolga…

    Francesco Terzago

    30 gennaio 2012 at 16:44


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