UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Ottanta voglia di poesia.

Se, come ci dicevamo in apertura del numero precedente, l’attenzione che il mondo editoriale riserva ai giovani nel settore della narrativa nasce spesso da calcoli economici e da strategie di marketing (senza ovviamente con ciò stesso pretendere di leggere il fenomeno in un’ottica solo negativa: starà all’autore avvantaggiarsi delle opportunità e compiere le proprie scelte radicali in modo consapevole, restando all’altezza degli scopi che si è proposto, senza lasciarsi disinnescare dal contesto), la giovinezza di uno scrittore è una risorsa preziosa per il carico di azzardo, di entusiasmo, di progettualità e di innovazione che essa, nei casi migliori, porta con sé. E, proprio perché maggiormente negletto, l’ambito della poesia resta il migliore per valutare la reale consistenza delle nuove proposte. A quel che ci risulta, però, si registra un calo d’intraprendenza, rispetto a qualche anno fa, tra i trentenni d’oggi. All’ondata di antologie dedicate ai giovani nati negli Anni Settanta, infatti, non si appuntano ancora risposte dai più giovani, mentre se ne erano registrare a ritroso, se non con iniziative corali, con singole assunzioni di responsabilità da parte di quelle voci che dovevano riscattarsi, in extremis, dal limbo.
Meno male, dirà qualcuno, vista l’insana inflazione editoriale precedente. E sia pure; lungi da noi l’auspicio di un nuovo profluvio di antologie di trentenni solo per replicare un fenomeno senza interrogarsi sulle ragioni endogene del medesimo. Qualche timido e precoce tentativo, in tal senso, è stato anzi già fatto, e anche noi di «Atelier» ci eravamo a nostro tempo interrogati sulla sensatezza di un eventuale investimento di attenzione nei confronti dei più giovani (ma eravamo giunti alla conclusione che il primo passo non dovesse spettare a noi e che fosse meglio spezzare il trend editoriale fine a sé stesso). L’aspetto su cui interrogarsi, semmai, è che tutta quell’inattesa esplosione d’interesse rispondeva anche all’audacia dimostrata da tanti giovani attraverso riviste, festival, blog e molteplici iniziative culturali, che sembrano venir meno se l’analisi si sposta ai ventenni-trentenni di oggi.
Immaginiamo già la pletora di pedagoghi lesti a parlare di generazione di bamboccioni, di giovani indefiniti che non hanno voglia di rinunciare alle comodità di casa e di rispondere alla domanda intorno alla loro identità: lettura troppo facile perché colga nel segno. Del resto, qualche nome si potrebbe anche tentare per smentire l’assunto di partenza (Davide Nota, Massimo Baldi… e poi? Prosegua chi, a questo punto, è maggiormente aggiornato), ma la disparità rispetto alla narrativa si mostra ancora una volta impressionante. Non si tratta, evidentemente, di paragonare la visibilità e il prestigio dei secondi con quello dei primi (da Castelporziano in poi, la sperequazione tra narrativa e poesia è consustanziale all’editoria), ma di ritrovare, su piani differenti, una medesima operosità e indole.
È forse prematura ogni valutazione e un discorso così spalmato resta troppo generico per misurare effettivamente la realtà, ma, precisato tutto ciò, non è forse inutile registrare un silenzio ambiguo che, ora come ora, corrisponde alla mancanza di interlocutori, e si intenda di interlocutori fortemente critici e autonomi. E questo potrebbe anche significare che tutto ciò che finora è stato realizzato in poesia da quelli della mia generazione non suscita risposte perché, semplicemente, merita indifferenza. È un’ipotesi che è giusto affrontare con serenità, proprio perché, ormai, giovani non siamo più e per primi pretendiamo che nessuno faccia sconti a nessuno, come non lo facevamo già tra di noi. Ma potrebbe anche darsi che la spina dorsale dei fratellini sia più fragile o che il declino della poesia nel nostro mondo sia davvero irreversibile per quanto, da queste parti, non si voglia ancora gettare la spugna.
Ciò detto, non resta che tendere i sensi e continuare, a testa bassa, a lavorare, come se qualcuno, là davanti, ci fosse, purché si veda anche il buio. Gli orizzonti sono incerti, forse ci sono occhi nascosti nell’ombra, forse no: lasciamo che il problema sventoli a mezz’aria. Il vento, magari, cambierà all’improvviso.
Nessuno ha niente da ridire, là fuori?

Marco Merlin, Editoriale Atelier numero 60.

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Written by matteofantuzzi

2 gennaio 2011 a 22:56

Pubblicato su Uncategorized

7 Risposte

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  1. mah. le cose si stanno muovendo (tramite poesia 2.0, kolibris, poetarum silva… per citare solo le realtà che conosco), a volte con più audacia, a volte con meno. del resto, anche atelier è stato a volte audace, a volte molto meno. tutto questo spronare, senza proposte, senza dialogo ("anche atelier ci si era provata, ma poi ha lasciato perdere…") non solo non è costruttivo (e chi se ne frega) ma corre il rischio di essere uno sguardo che va poco oltre il proprio ombelico.
    lorenzo m.

    anonimo

    3 gennaio 2011 at 13:17

  2. Concordo con Lorenzo. Il problema pare essere sempre lo stesso: l'indifferenza dei più grandi (e dico in generale, con tutti gli annessi e connessi all'aggettivo "grande") verso più o meno piccole realtà che cominciano a venir fuori e a fare qualcosa, come se ci si aspettasse chissà che rumoroso ingresso, che magnifica epifania, che grande rivoluzione (molto spesso senza passare il famoso testimone). Forse bisognerà passare ai proclami alla nazione ðŸ™‚

    Un saluto,
    Anna R.

    anonimo

    4 gennaio 2011 at 22:26

  3. Nella psicologia, l'Euristica è un processo cognitivo che consente il processamento delle informazioni entro i limiti della necessaria economia psichica.

    Le euristiche più comuni sono quella della disponibilità, quella della rappresentatività e quella dell'ancoraggio. Ciascuna euristica ha il proprio errore corrispettivo o bias. I più comuni sono i bias della similarità e della frequenza.

    Questi sono gli strumenti attraverso i quali esprimiamo i nostri giudizi.

    Luigi B.

    anonimo

    5 gennaio 2011 at 09:58

  4. Di nuovo, dunque, questa misurazione dell'audacia della poesia nei termini di un teatrino della poesia, e delle generazioni. Chi non fa il teatrino, non è audace, anzi, parrebbe non esistere punto.
    Dov'è dunque la falla? Vogliamo continuare a misurare la qualità delle proposte secondo gli hits pletorici dei blog, le spolliciate facebookiane, secondo l'attitudine più o meno coltivata alla caciara, secondo l'unica ipostasi (per alcuni) convincente, cioé l'antologia e/o la logorrea festivaliera?
    Dico: ma si ha ancora voglia di leggerla (con i tempi che le sono propri) la poesia, o ciò che conta è parlarne anche quando – come nel caso di questo articolo – non si ha nulla da comunicare se non la propria stanchezza?

    detto – assolutamente – senza polemica. è che non riesco a darmi spiegazione dell'assurdità di un problema impostato in questo modo, come già accaduto tempo fa su Absolute.

    fabio teti

    anonimo

    15 gennaio 2011 at 17:40

  5. Chapeau!
    (che non è il comune francese di 216 abitanti situato nel dipartimento dell'Allier della regione dell'Alvernia).

    anonimo

    15 gennaio 2011 at 18:25

  6. Un invito a sciogliere il parlamento per indegnità dei parlamentari.

    Questo dovrebbe fare il Capo dello Stato!
    Non si era mai vista una simile accozzaglia di dis-onorevoli nelle aule parlamentari. Gente che si vende per la rata di un mutuo o per la libertà di agopuntura.
    Schiere di deputati e senatori che svolgono a tempo pieno altre attività professionali, a cominciare dagli avvocati dell’innominabile.
    Incitamenti all’evasione fiscale, cricche di vario genere, leggi ad personam, difese ad oltranza di condannati o di destinatari di mandati di cattura ecc. ecc..
    Ministri parlamentari, quello della Giustizia in primis, che invece di tutelare e difendere l’operato della magistratura l’attaccano e la denigrano quotidianamente.
    Intere componenti politiche del parlamento e del governo che sputano sulla bandiera e sull’unità nazionale.
    Continue e ripetute offese ad istituzioni come la Corte Costituzionale.
    “Il Presidente della Repubbica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”(art.87) e può, a sua discrezione, sciogliere le camere. Anche, ritengo, per gravi e motivate ragioni.
    Cosa deve succedere ancora perché si consideri la maggior parte dei parlamentari incompatibile ed indegna del titolo di onorevole?
    Io penso che l’indegnità della maggior parte dei parlamentari a ricoprire i ruoli cui sono stati chiamati, possa essere un validissimo motivo per lo scioglimento delle camere.
    Napolitano sciolga le camere per l’“assenza”, nei parlamentari, dei requisiti previsti dall’art.54!

    vi prego di fare circolare questo appello. grazie

    anonimo

    31 gennaio 2011 at 17:49

  7. Commento .

    Almeno qui, almeno qui si stiano zitti i tergicristallo che non si interrompono mai con la litania della politichetta!
    Ma neanche in territorio della poesia si può ritenersi al sicuro dai maniaci. Quando e come mandarli a scuola di sviluppo intellettivo, questi insopprimibili insopportabili!
    Studiate, e datevi un taglio, rompiballe. Allora imparereste che i Poeti non hanno mai avuto un tutor, e se lo avevano erano poeti. Imparereste che Eliot era fascista, ma Poeta, che Maiakowsky era comunista, ma Poeta.
    Che la Poesia, ma tutta la Cultura è stata ondivaga. Che Mario Vargas Llosa ha cominciato come assatanato stracomunista, è passato alla sinistra moderata, si è soffermato al centro, ed è infine diventato liberal. Che vuol dire qualcosa di diverso da quello che pensate, babbei!
    Che ha vinto il Nobel infrangendo una specie di magia per cui qualsiasi mediocre, purchè sinistro, era papabile, ed un liberal era out. Infranto quel cristallo di imbecillità, si spera che d'ora in avanti vinca chi lo merita, per esempio P. Roth. Ma tornando alla Poesia, fuori i cretini, please.
    E se sono anonimi, lo resto anch'io.
     

    anonimo

    21 marzo 2011 at 23:02


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