UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Tempi, temi e variazioni, piccola “storia” della poesia di Benzoni.

Ferruccio Benzoni è stato uno degli ultimi poeti a considerare la scrittura in versi non come una pratica della vita o come un sintomo di elezione, ma come un atto necessario. Continuamente ci sorprende e ci meraviglia, verso dopo verso, la spontanea ingenuità con cui Benzoni antepone la poesia a se stesso, sparisce biograficamente nelle sue pieghe (che sono pieghe di parole perfette) e diviene tutt’uno con gli “strumenti” davvero fin troppo “umani” di una scrittura che non ebbe né il peso né l’acribia del mestiere. << ma solo poesie tu scrivi ? Chi sa / se poesia solo. Io scrivo. Se poi / parli, mi chiedi, allora vivo >>: nella significativa ouverture della sua opera (A un tu non ipotetico e caro) consegna alla raccolta La casa sul porto, pubblicata nel 1980 nel sessantaquattresimo dei <<Quaderni della Fenice>> nel quale Raboni presentò i tre poeti che più di altri avevano dato vita all’esperienza della rivista <<Sul porto>> (Benzoni, appunto, Stefano Simoncelli e Walter Valeri), in questo esordio, dicevo, si sconta già tutta intera la volontà acerba di Benzoni di sacrificare il se stesso vivente (se <<mi chiedi, allora io vivo>>) a favore di un se stesso scrivente (<<Io scrivo>>). Solo così, del resto, è stato per lui possibile, all’inizio, gettare sulla pagina parole che in altri contesti, per altri poeti, sarebbero risultate consunte e svuotate dal loro significato più puro, parole come <<cuore>> (<<sparirò nell’agro del mio cuore>>), <<sogno>>, il richiamo <<il mare (l’amore)>>, <<luce>>, <<anima>>… Solo così gli è stato possibile sorvolare, con gli occhi innocenti di un primo lettore, i territori già più volte esplorati della nostra storia poetica e innamorarsi di immagini ad effetto (i <<vetri / neri di sole>> di Intarsio di luce, in La casa, p.11), riproporre stilemi montaliani (<<Non so se i tuoi occhi o il lucore […] o il torbido dei fiori se a primavera >>, Ma sottovoce e dolce, in La casa, p.17), ungarettiani, pavesiani, senza farsi lo scrupolo di occultarli ma, anzi, lasciandoli respirare liberamente a libro aperto, complice lo stupore del lettore.
Fin dalle prime battute la Poesia di Benzoni si è presentata senza intermediari, così, semplicemente, refrattaria alle poetiche e agli elaboratori delle medesime, e si è presentata chiedendo di essere tutta presa o tutta rifiutata. Bisogna infatti seguirlo, Benzoni, anche quando si abbandona alle parole, alle immagini, e riesce a confezionare versi perfetti e assolutamente d’altri tempi, incredibili per un ragazzo quasi trentenne (Benzoni era nato nel 1949, La casa è del 1980) che vive una contemporaneità letteraria in cui si sono accavallate, con ottime ragioni, avanguardie, neo-avanguardie e le reazioni ad esse: <<di stagione in stagione ti sdai effimere e assoluta. / Il vento ti tormenta che di lune adombra il viso / ma il chiaro ti ridà un sorriso quasi di sole su / i terrazzi d’antiche viole >> (Poesia di figlio, in La casa, p. 13). Siamo ad un passo da Verlaine (Paysages tristes da cui Promenade sentimentale), siamo non distanti da Saba (rileggiamo ad esempio Perché infine riaffioro in La casa, p. 14: <<ciò che a altri è dovuto e a me è malinconia. / Riconosco – è mio – il dolore… >>), da Sbarbaro, maestro non minore di una generazione ancora attiva di poeti (a Sbarbaro Benzoni assomiglia, ad esempio, per la sorpresa, rapsodica, di non avvertirsi completamente inariditi: <<sento / a dirti questo, che ho cuore ancora, non sono inaridito >> – L’altalena al mare, La casa, p. 18 – e per il pianto spesso sfogato e confessato apertamente in non rari punti dell’opera).
Benzoni bisogna seguirlo soprattutto nelle sue ossessioni. Non solo nella sua perseveranza a declinare un vocabolario chiuso e sempre ripetuto, ma nelle sue fedeltà tematiche. Prima tra tutte, la ripetizione del lutto, il rinnovo del dolore. Si leggano in La casa sul porto, le straziate elegie per la madre che diventano forme distorte di auto-sopravvivenza, surrogati di un’esistenza che non basta a se stessa (fin troppo eloquenti i versi di Jeux de massacre: << Ah, io bevo e a mia madre so scippare / dal suo fodero d’abete un po’ di vita ancora / – miserabile calore […] Ma resto solo / e vivo, picchio la testa, come vedi scrivo: / fossero viole le voci, sarei di primavera!>>). La madre, la cui morte viene ricordata ogni volta dalla data (25 luglio 1967) e dal senhal amoroso e funereo del colore azzurro (il colore dell’abito con la quale viene sepolta), è una delle grandi ombre che accompagnano, con l’ansia di una madre premurosa ma anche di un figlio non rassegnato alla sua perdita, la poesia di Benzoni; l’altra grande ombra è quella di Vittorio Sereni. Con queste due <<presenze>>, con queste due <<date>>, Benzoni fa i conti continuamente e ad esse fa fermare innaturalmente il suo orologio, la sua <<storia>>: prima di queste date era possibile vivere, dopo è solo necessario, come dichiara una poesia dei primi anni Settanta, La casa rossa (<<Non c’è più la casa rossa e vivere è ormai necessario>>, La casa, p.22).
In La casa sul porto, però, accanto alla presenza invisibile della madre, si impone l’evidenza amorosa, nelle tre varianti dell’affetto familiare (numerosi gli omaggi alla zia <<scricciolo>> e <<solicello>> che costituisce, dopo il 1967, tutta la famiglia di Benzoni), dell’amore passionale (tema più centrale da Fedi in poi) e dell’amicizia, nel segno di un compagnonnage caloroso e silenzioso: l’amore è per Benzoni accensione di una vita comunque residuale, consolazione, coerenza quotidiana e appiglio salvifico. L’amore è l’altra faccia della dimensione poetica: da una parte la tensione ai disparus, dall’altra il tentativo di aderire ad una qualche forma di vita vera, alla positività.
Questi grandi filoni tematici accompagnano Benzoni lungo tutto il suo percorso. […]

Simona Morando, da Istmi 7-8, 2000.

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Written by matteofantuzzi

2 gennaio 2010 a 00:34

Pubblicato su Uncategorized

6 Risposte

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  1. ecco la prima parte del saggio che simona morando (che ringrazio di cuore) ha dedicato a ferruccio benzoni. questo vuole anche essere un invito a conoscere il lavoro poetico di benzoni così lontano dai luoghi dominanti e quindi così difficile da portare sotto i riflettori, ma anche così importante, vero. di quelli che rimangono, nonostante tutto.

    matteofantuzzi

    2 gennaio 2010 at 00:39

  2. era davvero un buon poeta benzoni, sono contento che qualcuno ancora se lo ricordi. aspetto con interesse la seconda parte del saggio. intanto grazie 🙂

    a. raos

    anonimo

    3 gennaio 2010 at 22:52

  3. io vedo benzoni in molti autori molto differenti andrea, da massari a sissa, per dire. è uno di quegli autori "silenziosi" che a mio avviso ha condizionato molti. per non parlare del modo meraviglioso che aveva di confrontarsi con tutta la letteratura del suo tempo considerando anche il fatto che partiva comunque dal proprio territorio per conoscere quello degli altri, una visione quindi di condivisione all’interno di un humus che era proprio e non il fenomeno di randagismo metropolitano a cui troppo spesso oggi assistiamo.

    secondo me a quel modo di lavorare dobbiamo tendere per il bene della poesia stessa e della percezione della poesia.

    il saggio di simona morando è di circa una settantina di pagine ed è davvero ben fatto anche a 10 anni di distanza dalla pubblicazione rimane qualcosa di notevole e probabilmente più avanti ne proporrò ancora degli inserti. benzoni va scoperto, riscoperto e continua ad esserci attuale.

    matteofantuzzi

    4 gennaio 2010 at 14:17

  4. Gran gruppo quello Del porto…insieme agli altri sulla dorsale, Pagnanelli, fino a De Signoribus…possibile che non ci sia una tesi di laurea che abbia studiato e riproposto quell’esperienza? Sono cose da ripubblicare. Che qualcuno pagato per farlo tolga i gomiti dalla scrivania e si metta a riproporre cose che, per qualità e per l’incidenza avuta su un’altra generazione, devono tornare alla presenza della lettura dei più.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    4 gennaio 2010 at 17:38

  5. sguardo dalla finestra d’inverno . e fedi nuziali . due vertici assoluti . certa grazia è riuscita a pochissimi . mi ha trasmesso per alcuni periodi della mia ricerca la necessità dell’allungamento di certe timbriche . l’insistenza a spirale di certi ritmi . un campione vero . bravo mattew .
    stefano massari

    anonimo

    4 gennaio 2010 at 19:05

  6. Grazie a tutti per l'ascolto e grazie a Matteo. Per quel che può valere, per Benzoni ci sono e metto il mio poco a disposizione. Un saluto. Simona Morando

    anonimo

    14 ottobre 2010 at 16:50


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