UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Da Poesia, solitudine e readings di Alessandro Polcri.
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Vedo che si è diffusa una febbre che stenta a passare. Non c’è angolo d’Italia che non abbia un po’ di luci e uno o più musicisti su un palco (posto in una piazza o in un angolo di un locale) invitati dagli organizzatori o dallo stesso poeta per creare uno spettacolo di intrattenimento intorno alla parola poetica (a volte addirittura accompagnato anche da degustazioni di vini o da altre amenità). La riflessione che deriva da tale osservazione è che la parola poetica, pronunciata da sola sul nudo palco o – ancora di più – letta in silenzio (e circondata da silenzio prima e dopo la lettura), è diventata troppo dura da digerire. In altre parole: la poesia ha ora bisogno di essere accompagnata dalla musica e/o da qualche evento collaterale che non la rendano noiosa. A mio modo di vedere, la parola ne viene fortemente sconfitta. È, infatti, evidente che da sola non ce la fa a farsi ascoltare e, appunto, come dicevo, aiutata da alcuni effetti speciali, deve per forza diventare intrattenimento (cosa che la poesia non potrà mai essere, se è poesia). Non vorrei però essere frainteso. Riconosco quanto musica e poesia siano fortemente legate e non sto dicendo che in sé è sbagliato leggere poesie all’interno di un evento più o meno musicale. Sto, invece, cercando di riflettere su quello che è un abuso e una spettacolarizzazione di tale formula. È evidente che la profondità della poesia fa paura e che, dunque, vada attenuata, di fatto realizzando l’esatto contrario di quanto giustamente Oscar Wilde affermava («Now art should never try to be popular. The public should try to make itself artistic») e, dunque, condannando la poesia a rimanere solo un’attività e un’arte del tutto marginale. Per esempio, in Italia non sarebbe possibile avere per una elezione politica un Inaugural poet. Invece Obama (e prima di lui altri tre presidenti) ha invitato al suo giuramento Elizabeth Alexander a leggere una poesia da lei composta per l’occasione. E, si badi bene, si tratta di una poetessa che è anche professoressa di ‘African American Studies and English Literature’ alla Yale University. La partecipazione di un poeta a un evento storico di quel livello ha di fatto ribadito, almeno in America, che il poeta ha ancora un mandato sociale ben preciso e riconosciuto. Al contrario, in Italia il poeta è un emarginato vero e proprio e non conta nulla: basta osservare di passata che non esistono cattedre universitarie di poesia e nessun poeta è invitato come poeta in residence nelle nostre Università dove addirittura il poeta professore è ancora ignorato come poeta (e, anzi, la sua presenza crea un certo imbarazzo) e dove, da secoli, non esistono più nemmeno i poeti laureati (una bella tradizione che ci siamo fatti fregare e che è ora ben radicata nel mondo anglosassone dove il Poet laureate è molto importante, mentre da noi, dopo Petrarca, non ha avuto una vera fortuna moderna). In Italia, al massimo i poeti, quando va bene, ricevono funerali di stato, come è accaduto a Alda Merini – diventata famosa solo grazie al Maurizio Costanzo Show e grazie alla spettacolarizzazione della sua difficile storia personale – o vengono nominati senatori a vita quando sono già ‘in odore mortis’,come accadde a Mario Luzi. Se, invece, i poeti ricevessero le attenzioni, le cure e il mandato sociale che ricevono altrove, forse avremmo anche un pubblico di lettori più maturi.
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l’articolo completo qua http://samgha.wordpress.com/2009/11/08/312/#more-312
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Written by matteofantuzzi

12 novembre 2009 a 14:55

Pubblicato su Uncategorized

24 Risposte

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  1. da samgha, l’interessante blog inaugurato da simone battig questo interessante articolo di alessandro polcri che insegna all’università di fordham negli stati uniti. interessante anche per chi come me da un lato è sempre stato per la "pura poesia" senza commistioni ad esempio con la canzone d’autore. dall’altra ha sempre imbarcato autori e pubblico di cibo e vino.

    matteofantuzzi

    12 novembre 2009 at 14:58

  2. santa verità.
    diciamolo senza ipocrisia, la poesia non fa spettacolo e dunque, nel nostro circo, ben vengano nani e ballerine (e soprattutto buffoni)Funerali  di stato, perchè i poeti fanno notizia solo quando muoiono e se sono stati in tv, sono perfino conosciuti.
     
    Onestamente, della poesia (paradossalmente, ora che siamo tutti poeti:) che, tra l’altro, non leggono, ahimé, ovviamente con i dovuti distinguo)  non gliene frega nulla a nessuno.
    Non credo serva discuterne, comunque.
    Chi vuole la frequenta,  chi non la considera pazienza.
    ciao
    liliana

     

    anonimo

    12 novembre 2009 at 16:49

  3. il problema però da anni è sempre quello: siamo sicuri che chi non frequenta la poesia non lo faccia perché non l’ha mai assaggiata ?

    ma facciamogliela assaggiare davvero la buona poesia alle persone, e poi deciderà. andiamo a trovarla con un frutto in mano, e poi quello che succede succede. ma diamogli il succo della poesia.

    come si sta dicendo anche su fb in questi ultimi giorni da quando si sa della nuova rivista che maria grazia calandrone farà su poesia c’è uno specifico problema di superego che attanaglia molti dei protagonisti della nostra poesia (e di chi sta tentando la scalata). se non usiamo il nostro tempo per lavorare bene, nei testi e nella diffusione della poesia ecco che anche strumenti nuovi e potenzialmente impattanti andranno a puttane.

    il tutto preservando la poesia, perché la morale è sempre quella. polcri ha ragione quando dice che le commistioni non possono sostituire la "ciccia", la questione è se ci si approccia alla poesia perché c’è il vino alla fine della serata o per sentire gli autori. se si va perché in fondo è cantautorato o si ricerca la parola poetica per quello che è, non per quello che lontanamente ci somiglia.

    matteofantuzzi

    13 novembre 2009 at 13:54

  4. Scusa Matteo non ho ben capito cosa fa Maria Grazia Calandrone? Una nuova rivista di poesia? Ben venga se è così. Non capisco il problema. Io sono consternato quando chiude una rivista ma quando ne apre una nuova sono assai lieto. In bocca al lupo per il suo lavoro! Scusate ma non ho Facebook per cui non sono a conoscenza di queste notizie…

    Un caro saluto

    Luca Ariano

    anonimo

    13 novembre 2009 at 15:38

  5. Matteo, anche qui a Bergamo e dintorni, come ben sai, si prova da tempo, da molto tempo ad avvicinare le persone alla poesia. Abbiamo avuto i più grandi poeti e scrittori (penso a un incontro all’Università di Bergamo con Adonis( pubblico:  quattro gatti ..! o a Meneghello, forse un poco di più) e potrei citarne molti altri, ma non voglio dilungarmi.
    Bergamoscienze però fa il pieno, come mai? Non è che la poesia è per sua natura "lontana" ?
    Penso alla Merini, per tornare a bomba, che a Bergamo qualche anno fa a Lago verde ha fatto il pienone, con la tv e i giornali fuori ad aspettarla. Giusto, grande poeta, ma non era il poeta che volevano: era la storia, il manicomio. Il fatto che era stata "servita" da quello schermo che ormai ) è la bibbia dei nostri poveri giorni.

    Ciao
    liliana

    anonimo

    13 novembre 2009 at 16:24

  6. Intanto saluto matteo, che è da un po’ che non ci sentiamo.
    quindi vi do la mia impressione, se puo’ interessare. onestamente a me le letture di poesia hanno sempre annoiato a morte. sono anni che si fanno manifestazioni in tutte le solfe, e senza dubbio la "parola nuda", a meno che non si sia grandissimi interpreti o si abbiano delle eccellenti poesie (che anche qui… si aprirebbe una discussione infinita) solitamente rimane di una noia mortale. pletore di poeti coi loro foglietti in mano che si alternano per leggere i loro quattro versetti. mettiamoci anche nei panni del pubblico. si fa presto a dire parola nuda. un conto è ascoltare carmelo bene interpretare, e infatti il pubblico non gli mancava, un altro ascotlare 20/30/40 poeti che leggono i loro quattro versetti male. mi metto in mezzo a questa cosa eh, non faccio mica eccezione. milo de angelis secondo me è un grandissimo poeta ma sentirlo ascoltare leggere poesie mi fa addormentare. dunque andiamoci piano con le generalizzazioni. che poi sono discorsi che facciamo da anni, anni. e il succo rimane sempre lo stesso, se sta benedetta buona poesia è davvero buona puo’ funzionare nuda, con gli archetti, con le band, col dj, con gli attori che leggono una parola per uno o proiettata. diciamo che le opzioni non le mancano, ma ciclicamente salta fuori sta cosa che la poesia dovrebbe andar letta per voce sola, altrimenti si spettacolarizza. come se avesse da perdere chissà cosa, la sua puzza sotto al naso? la poesia ce l’ha di suo la puzza sotto al naso, mettiamocelo in testa. la sua dimensione cartacea intimista, fra poeta e lettore, la manterrà sempre, e credo che siamo tutti d’accordo che quello sia il miglior modo di fruire la poesia. ma qui è il contrario, è la poesia che vuole uscire nelle strade, e per uscire nelle strade deve adattarsi al mondo, non il contrario.  inoltre non mi pare che gli scrittori, al contrario dei poeti, richiamino delle folle. a meno che: non si sia personaggi pubblici. vedi baricco, o vedi moccia e via dicendo. che poi è il discorso che vale per la merini, giustamente sottolineato da liliana. cercavano il cliché della poetessa matta, mica la poesia.

    anonimo

    14 novembre 2009 at 15:50

  7. errata corrige. maria grazia calandrone terrà da gennaio una rubrica sulla rivista "poesia" edita da crocetti. così direi che l’ho detta giusta. però luca fai il salto su fb che oramai tutte le pr girano lì.

    non sai che ti perdi 😉

    detto questo il resto della questione (ciao alessandro, quanto tempo davvero, tanto so che non riesci a starci senza la poesia): non voglio dire di questo o di quell’altro nello specifico ma:

    riconosco io per primo le difficoltà a lavorare con gli schemi universitari, riconoscerei anche la fatica ad approcciarmi all’ambiente universitario per ascoltare un nobel anche se devo dire che un paio di anni fa per amobologna (ma in fondo è un festival…) mi feci due ore di walcott assieme a centinaia di altre persone e rimasi davvero davvero rapito.

    ma: la partita non è questa. liliana secondo me è vincente il lavoro che fai a casazza dove volente o nolente le persone le "convinci" una per una, suoni alla loro porta per invitarle a scendere, vai a patti con la loro fiducia. è un modo totalmente diverso di considerare la cosa poetica, ma è anche il modo che porto avanti io a castel san pietro terme ma anche altrove, non si fanno centinaia di persone ai festival se prima non hai lavorato in tal senso nel tuo territorio, non hai fatto raggiungere consapevolezza della poesia.

    che significa anche tagliare e prendere decisioni. troppi poeti, troppo convinti di essere fenomeni, troppi presi dalle pr. troppi, troppi, troppi. le decisioni possono anche essere impopolari, un nobel non fa per forza audience, e per assurdo anche l’audience del pubblico "seduto" non è per forza metro di paragone.

    insisto che bisogna esplorare nuovi mondi di comunicazione, radio, mezzo video. bisogna capire quello che accade con l’avvento di fb e bisognerà capire dove si andrà.

    chi cerca il caso umano andrà avanti lo stesso (ha ragione ansuini, ci sono dei godibilissimi racconti di narratori anche famosi che si sono ritrovati in improbabili e minime presentazioni), ma là dove certi discorsi socialmente, civilmente rilevanti hanno presa, là senza per forza tirare fuori l’intimista che sta nelle major, lì parlando di pura e semplice poesia si potrà fare molto.

    alla faccia di chi non gliela fa e manda avanti teorie o metodiche furbette per fare il compitino. che poi se dall’estero ci ridono dietro o non impattiamo a livello letterario non ci dobbiamo nemmeno meravigliare 🙂

    matteo

    matteofantuzzi

    14 novembre 2009 at 17:16

  8. eh sì, ho preso un periodo di disintossicazione abbastanza lungo, come ti avevo detto. ora mi sono trasferito in centro a bologna, adesso mi guardo un po’ intorno e temo che ricomincerò a fare l’operaio della poesia, che ce n’è sempre bisogno. di manager ne abbiamo anche troppi 🙂

    anonimo

    14 novembre 2009 at 17:26

  9. Grazie Matteo!Appunto perchè ce l’hanno tutti ne faccio anche a meno, quando sarà imprescindibile come la lavatrice, il bruciatore o il forno mi iscriverò… 🙂
    Scherzi a parte mi fa piacare che Maria Grazia Calandrone tenga una rubrica su "Poesia", è uno spazio in più che non può che fare bene. Certo che i poeti sono incontentabili, non va mai bene nulla. Non si sa mai se la vogliono cotta o cruda, o meglio vogliono cucinare solo loro… 😉

    Un caro saluto e ci vediamo a gennaio!

    Luca Ariano

    anonimo

    14 novembre 2009 at 18:50

  10. In realtà a Bergamo con "Sguardi a perdita d’occhio" e a Treviglio con Trevigliopoesia, il pieno di pubblico lo abbiamo fatto, a differenza di quanto dice Liliana.
    C

    anonimo

    16 novembre 2009 at 17:11

  11. vieni vieni compagno operaio alessandro che nel ravennate c’è tanto da fare, in primis un workshop a marzo che vorrei ricordasse tanto quelle follie che facevamo un paio d’anni fa tra bologna e bazzano.
    luca (purtroppo) è già imprescindibile 😉
    corrado ribadisco che qua non è questione di numeri, non buttiamola sui numeri, non sono gli spettatori che decidono se un festival sia riuscito o meno. ognuno deve fare la sua parte, deve adattare il proprio linguaggio alla proposta della poesia. nelle università è necessario fare bene così come sui monti e nelle campagne. è chiaro che ognuno ha la propria marcia e ha il proprio modo.
    anche te vieni a ravenna a ‘sto punto a marzo. ti aspetto.
    poi se vuoi raccontare l’esperienza dei festival tuoi nell’area bergamasca ben felice. lo spazio dei blog è ancora fatto per la condivisione (e altrettanto per l’esperienza casazza di liliana)

    gradito confronto. idem luca, idem tutti. iniziamo magari con lo spunto di alessandro polcri a prepararci a marzo 010.

    matteofantuzzi

    16 novembre 2009 at 21:14

  12. "….la poesia ha ora bisogno di essere accompagnata dalla musica e/o da qualche evento collaterale che non la rendano noiosa."

    Stavamo parlando di questo, o mi sfugge qualcosa?

    Che ci siano a Bergamo e in altre località manifestazioni che hanno un seguito non può farmi che piacere, ma Sguardi a perdita d’occhio e Trevigliopoesia, pur nella qualità indiscussa degli eventi, non fanno solo poesia, ma la fanno passare veicolata da altre forme artistiche, quali la pittura, i video, la musica ecc.

    Praticamente confermano che la poesia da sola non regge.

    Era questo il tema della discussione o ho frainteso? 🙂

    un saluto a tutti
    liliana

     

    anonimo

    17 novembre 2009 at 10:57

  13. rimaniamo sulla questione, anche considerando l’analisi di polcri. si può fare poesia, solo poesia ? certo. "degustare locale" a castel san pietro terme è un esempio che conosco bene. ma non è il solo.

    ma il timore rimane: anche negli ultimi giorni mi è stato proposto un progetto con una biblioteca a qualche decina di km da dove abito. città diciamo medio-grande. ma l’imput che mi è arrivato dai responsabili è stato "sì, va bene poesia, ma che non sia una cosa triste, e che ci sia gente".

    ecco, la paura. bisogna subito togliere un dubbio, un festival che lavora nell’unione dei linguaggi non è a priori un festival "furbetto", ma può essere appunto un festival interculturale, e ciò è cosa buona, interessante se si vuole affrontare quel discorso.

    ma chiamare comici, cantanti, nani o ballerine a parlare di poesia, a fare i buttadentro, ecco quella è una cosa scorretta e svilente. a quelle persone vanno tirate energicamente le orecchie, va fatto notare che un altro mondo è possibile. è possibile anche in un sistema dove tutti vogliono dire, vogliono esserci, guardate i festival della piccola letteratura praticamente quasi tutti deserti, dove gli unici ad esserci sono gli scrittori, e nessuno tra il pubblico. che cosa è accaduto insomma: il solito… troppi e di troppo bassa qualità, concretezza, sostanza magari all’interno di un mercato che rovina. un poeta pessimo è pessimo comunque, che abbia pubblicato per una major o per l’ultimo dei salsamentari, accompagnato dalla musica o dal circo medrano.

    all’ultimo degustare locale dopo essersi già pippati un’oretta di poeti come d’elia e lauretano per 15 minuti si sono pippati anche fabio franzin nella lettura "solo dialetto veneto" (ed eravamo in emilia" del suo fabrica. e per 15 minuti, come per d’elia, come per lauretano e come per le successive due ore non è volata una mosca. ma questi sono i poeti coi controcazzi, quelli che raccontano sostanza. e se li fai conoscere, se porti la gente poi la gente ascolta. nuda e cruda, senza nemmeno un pezzo di cacio.

    matteofantuzzi

    17 novembre 2009 at 20:40

  14. ma ci vuole anche un poeta capace di leggere….Franzin è un guru, legge bene, sia in dialetto che in italiano, ti porta dentro.
    Se la poesia deve reggersi sulle proprie sole gambe (e può farlo) deve essere trattata come si deve.
    Non è ammissibile avere ad un festival un poeta che non legge scandendo ma bofonchia…. Se vado ad un festival è per avere uno spettacolo. Se il festival è di poesia, voglio avere la poesia, letta bene da chi stà sul palco (spiazzo, tavolo, cadrega, sgabello). Ciò che non voglio è un indistinto borbottio.
    Dome Bulfaro: fa una poesia se vogliamo anche lontana dal "gusto popolare" eppure ti incatena.
    In Slovenia sono rimasto incantato ascoltando Saila Susiluoto che leggeva in FINLANDESE. Non ho capito una mazza, ma è stata capace di creare un miracolo soltanto leggendo (senza sboronate teatrali e senza slam, che è un’altra forma recitativa)

    E mi spiace, ma l’assessore comunale che dice "che non sia una cosa triste" tutto sommato ha ragione, se l’evento deve essere borbottio e musica dodecafonica (perchè negli eventi di poesia c’è sempre musica ignobile ed incomprensibile? )
    Lo stacco musicale ad un reading: tolto che ormai se ne hanno piene le palle perchè o lo si fa bene ed è comprensibile  o si lascia stare. (l’aspirante cantante lirica che gorgheccia madrigali oscuri non è uno stacco musicale, è una gran rottura di p. – c’è altro spazio ed altri eventi per QUEL tipo di interpretazioni)

    Il fatto che la poesia sia lontana dall’attenzione delle gente è perchè oltre ad avere un cambio radicale di attenzione dato dai nuovi media (la TV su tutti e lo ripeterò sino alla morte) il poeta stesso è incapace di porsi. 
    Non deve diventare un nuovo "velino" né farcire i reading di gnocca o strimpellatori o buffet con bevande. 
    Deve essere capace di scrivere e capace di leggere.
    2 cose, nette e chiare.

    E per chi organzza, attenersi a questo: invitare poeti che sono capaci di scrivere e sono capaci di leggere. E organizzare con onestà e senza marchette (anche pro domo propria) , ma questo è un altro discorso.

    anonimo

    18 novembre 2009 at 08:57

  15. traslasciato la firma. Sorry.
    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    18 novembre 2009 at 08:58

  16. Con tutto il rispetto per l’assessore comunale (figuriamoci, pure mio padre lo è stato), gli assessori comunali devono occuparsi del comune. Siccome pure a me viene sempre fatto il discorso "però noi ci vogliamo tanta gente" ogni volta che c’è da organizzare una rassegna di poesia, e ti rilanciano "magari ci mettiamo dei flauti", bisogna rispondere come sopra. Il ruolo del proprietario d’eventi (ciò di chi ci mette il posto) non è quello dell’organizzatore d’eventi. Volete la gente? tu dammi il posto e non ti preoccupare che te lo riempio (bastano venti-trenta persone per riempire una libreria). Se non va allora è legittimo il rifiuto la volta seguente.
    Ma mi preme sottolineare che le sale e gli spazi si riempiono anche solo con la vecchissima modalità della presentazione dei libri, cosa che non si fa più a vantaggio del carnevale poetico. Bisogna però rispondere NO a chi, non conoscendo nulla del mondo della poesia, ti dice chi devi chiamare.

    Guido Mattia Gallerani 

    anonimo

    18 novembre 2009 at 19:43

  17. Della serie tenetevi neri marcoré e la littizzetto, grazie. matt, cos’è che vuoi organizzare a marzo 010?

    Alessandro

    anonimo

    18 novembre 2009 at 20:21

  18. era un dirigente bibliotecario. che forse è peggio.

    comunque rimane il fatto: bisogna che ci incontriamo per condividere le esperienze, comprendere cosa va fatto e cosa va evitato, cosa è virtuoso e rispettoso della poesia e cosa invece porta da tutt’altra parte. e bisogna in qualche modo anche controvertire certi pensieri preconfezionati, degli amministratori in primis ma anche di tutti i potenziali fruitori. perché la situazione normale è questa, la situazione normale è il pensare che la poesia sia composta da 4 sfigati depressi e sociopatici che dicono 3 cavolate che vanno "a capo".

    se in italia non è così il lavoro da fare ribadisco è tanto. se la poesia può avere uno scopo, una funzione precisa va fatto capire, a quanta più gente possibile.

    ecco vorrei fare uno workshop su questo a marzo nel ravennate, perché i tempi sono maturi, come erano stati maturi alcuni anni fa a bazzano per la questione blog. voglio che ci si guardi in faccia.

    matteofantuzzi

    19 novembre 2009 at 07:33

  19. Sono d’accordo con Fabio quando dice che l’evento di poesia spesso davvero è "triste", nel senso di poeti che bofonchiano e musica da accompagnamento inutlie, anzi dannosa.
    Sulla questione musica, credo che il buon senso di base dovrebbe bastare a risolvere la situazione: se bisogna mettere degli intermezzi (che, in quanto tali, rompono l’attenzione del pubblico e la concentrazione degli stessi "oratori"), allora tanto vale non mettere niente. Se invece un momento musicale può essere piacevole e distensivo, allora ci sia spazio anche per quello. Preferisco di gran lunga fare 45-60 minuti o poco più "sparati", cioè con un buon ritmo e un po’ di cose dette (senza il terrore che molti hanno di seguire una scaletta preparata prima; a improvvisare può starci la grande performance se si è in giornata, ma anche la prestazione mediocre, e il pubblico se ne accorge quando uno arranca perché non trova il filo), letture intermezzate da domande e risposte (sui testi, non sull’autoreferenzialità del mondo della poesia), e poi ci sta anche un po’ di musica per chiudere e divertirsi, sottolineo DIVERTIRSI. Ammetto onestamente che in certe manifestazioni poetiche, oltre ad annoiarmi, a volte non ci provo neppure gusto, che io sia ascoltatore o protagonista. E la poesia, come in genere le manifestazioni artistiche, conquista ancora più senso quando ci coinvolge, ci fa provare piacere, ci dà una sensazione di benessere.

    Concordo con Matteo invece sul fatto che la selezione vada sempre fatta attentamente su chi chiamare o sul come presentare una rassegna o un incontro al pubblico. Non è impossibile per un poeta con buone poesie da leggere e alcune cose da dire fare colpo su un pubblico anche digiuno. Faccio un esempio personale: venerdì ho partecipato ad una serata letteraria in una cittadina vicino a dove abito, invitato da un amico che aveva scelto un po’ di autori giovani locali per una rassegna (per la cronaca, non lettore di poesia). Io e due giovani "romanzieri", che giocavano in casa. Potenzialmente una delusione. Invece avevo concordato con l’intervistatore due o tre domande, sulle quali avevo avuto il tempo di riflettere un po’, e ho letto alcune mie poesie all’interno del discorso che facevo in risposta alle domande, togliendo addirittura "istituzionalità" al momento della lettura, usando anzi i testi in dialogo con quanto andavo affermando. La serata è venuta bene, e ho incassato un po’ di domande a fine presentazione da parte di persone del pubblico che avevano voglia di approfondire la mia conoscenza e soprattutto quella della poesia contemporanea (una ragazza ha ammesso candidamente di non sapere che usasse ancora scriverne…).

    Si può fare, ma ci vuole più collaborazione da parte di tutti coloro che sono coinvolti in un evento di poesia. Da parte del committente o ente che promuove (che dia fiducia), da parte di chi organizza (buona selezione e no marchette, come è stato detto) e da parte dei poeti, che devono essere il più aperti possibile, essere preparati a parlare in pubblico, e più disponibili a "stare al gioco", chiudendo anche un occhio se necessario o senza prendersi così dannatamente sul serio come a volte si vede – trovo odiose le situazioni in cui un autore "sputtana" pubblicamente un intervistatore o presentatore del suo libro riprendendolo o smentendolo con spocchia, perché una o più affermazioni fatte da lui/lei non corrispondono specularmente al proprio pensiero. Significa non avere rispetto per una persona che ha dedicato tempo ed energie a lavorare su di noi, cosa che non dobbiamo mai dare per scontata. Colui che ci intervista è in primis un lettore, e come tale ha il diritto sacrosanto di interpretare e fare proprio il testo, come accadrebbe se ne fruisse solo privatamente invece che anche in un contesto pubblico. E soprattutto, chi ascolta riceve un’impressione davvero sgradevole da queste situazioni, tanto sgradevole, magari, da non voler fare il bis ad un evento di poesia…

    Un caro saluto a tutti

    Marco Bini

    anonimo

    24 novembre 2009 at 00:30

  20. Bravo Marco, nell’ultimo paragrafo hai posto l’attenzione su un malcostume a cui ancora non ci si era rivolti.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    24 novembre 2009 at 22:01

  21. e l’ultima cosa di cui c’è bisogno è risultare sgradevoli. esatto.
    (ma nemmeno paraculi) sobrietà e dignità fanno degna e sobria la poesia.

    matteofantuzzi

    25 novembre 2009 at 14:30

  22. Già, ad essere sgradevoli c’è solo da perdere. E’ sempre il discorso di fargliela assaggiare alla gente, la poesia.
    Sobrietà, serietà (mi verrebbe da aggiungere "professionalità", in senso lato, cioè essere preparati e non perdersi in quisquilie e polemiche che capiamo in tre) e disponibilità verso l’ascoltatore, soprattutto se neofita. E’ importante darsi le giuste misure e obiettivi concreti e realistici: non possiamo pretendere di discutere, col curioso che mette la testa dentro per la prima volta a una lettura o presentazione di libro di poesia, ex-cathedra, irritandoci se non ci segue perché "non sa niente". Se la persona digiuna se ne va cosciente di aver assistito a qualcosa che fa per lui/lei, che non lo/la esclude, e acquisterà per provare un libro da leggere a casa o ritornerà al secondo appuntamento della rassegna, allora avremo già ottenuto un piccolo-grande risultato.
    Credo che ci si debba imporre di lavorare anche in quest’ottica, senza arrendersi perché i massimi sistemi ci sono ostili: va bene dare a Cesare le sue colpe (la scuola, i media, i giornali, le case editrici, le istituzioni etc…), ma una volta individuate queste, si proceda oltre, altrimenti non si farà mai un passo avanti, di nessun tipo.
    Questo l’ho imparato anche vivendo dall’interno un’esperienza festivaliera che si è servita spesso del grande nome e della marchettona per richiamare gente, ma ha saputo pure proporre incontri di valore ai quali le persone si sono avvicinate con voglia di partecipazione e spesso ne sono uscite soddisfatte. Trovare una modalità che valorizzi la poesia (senza aggiunte che non servono) e sia adatta per il pubblico si può, se si collabora tutti attivamente secondo i modi che ho detto nel mio post precedente.
    La poesia è una cosa della vita, e come tutte le cose della vita ha bisogno di essere sperimentata; come il caffè, la prima volta che lo bevi lo sputi, poi "lo capisci", ti piace e diventa parte della tua giornata.

    Marco Bini

    anonimo

    25 novembre 2009 at 18:27

  23. Già, il caffé, come la poesia, a me piace senza zucchero.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    27 novembre 2009 at 15:30

  24. la parola poetica, pronunciata da sola sul nudo palco o – ancora di più – letta in silenzio (e circondata da silenzio prima e dopo la lettura), è diventata troppo dura da digerire.E' verodal ricordo dell'angeloattratto dal fuoco della vitaho attraversato il Selee ho trovato un punto oscuro, nel tempo.Volevo scorticarmi per togliermi questo vestito sporco, ma l'angelo,senza un rimprovero, mi attraversò l'animae così, solo cosìho potuto capirela stupidità della gente che crea i suoi Idoli sopra e non dentronon posso ora tornare indietro e spigare tutto a mio figlioanche lui dovrà, se vuole, trovare l'angeloe guardarsi dentro.Ugo Arioti 28/5/2010

    Ugoariot

    28 maggio 2010 at 10:05


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