UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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L’epica di Elio Pagliarani come resistenza alla dispersione radicale di Vincenzo Frungillo

Scriveva il giovane Bachtin in L’autore e l’eroe: «Le tre sfere della cultura umana –scienza, arte e vita- trovano unità soltanto nella persona che le rende partecipi della propria unità. […] Quando l’uomo è nell’arte, egli è fuori della vita, e viceversa. Tra esse non c’è unità e reciproca compenetrazione interiore nell’unità della persona. Che cosa allora garantisce il legame interiore degli elementi della persona? Soltanto l’unità della responsabilità.» Nessuna citazione è ai miei occhi più calzante per descrivere l’esperienza poetica di Elio Pagliarani. Rileggendo la sua opera ho notato che la responsabilità verso il proprio tempo è la costante del suo impegno letterario. C’è da questo punto di vista una precisa dichiarazione di poetica nel famoso finale de La ragazza Carla. Nella prima strofa del coro si legge: Quanto di morte noi circonda e quanto/ tocca mutarne in vita per esistere/ è diamante sul vetro, svolgimento/ concreto d’uomo in storia che resiste/ solo vivo scarnendosi al suo tempo/ quando ristagna il ritmo e quando investe/ lo stesso corpo umano a mutamento.
Tenendo presente questi sette versi, mi piacerebbe sottolineare quello che per me è uno snodo importante dell’opera del poeta emiliano. Dopo il finale corifeo de La ragazza Carla, avviene una mutazione radicale nello sguardo di Pagliarani. «Le cose stanno cambiando, sono cambiate. Non nel senso generico che si dà a questa frase. Le cose stanno scomparendo. Quelle che arrivano, o arriveranno, ho paura che non potrò più sentirle. Ho paura che potrò solo usarle» dice il protagonista del romanzo Atlante Occidentale di Del Giudice, parlando con un giovane fisico impegnato in esperimenti sull’accelerazione della materia. Ed è come se Pagliarani avesse avvertito la stessa mutazione epocale dopo il ’62, e avesse deciso di non sottrarsi alla sfida.
Tutta l’epica didascalica successiva al poema sull’impiegata dell’Olivetti è un’interrogazione sofferta sul perché quest’eroina non riesca a diventare ideale, non riesca a trattenere, a conservare intorno a sé lo spazio della rappresentazione (Esercizi platonici, del 1985, mi sembra essere ancora un’interrogazione teoretica su questo punto). Il coro finale del poema del ’62, quindi, si dilata all’infinito e le forze della Storia diventano il centro stesso della scena, diventano esse stesse lo spazio e il protagonista della rappresentazione. Il contesto storico-sociale invade il corpo del personaggio Carla e lo smembra. Il finale de La ragazza Carla, da questo punto di vista, ha la stessa funzione che aveva il coro della tragedia greca: irrompe sulla scena, toglie la voce ai personaggi e far parlare l’oggettività della Storia.
Da qui ha inizio l’avventura testuale dell’epica didascalica di Lezioni di Fisica e Fecaloro; testo innovativo e profetico che fa del corpo nero e della legge sull’indeterminazione in fisica (vedi IV lettera o egloga di Lezioni di fisica) la metafora madre di quegli anni e degli anni a venire. Adesso è l’indeterminazione il paradigma sovrano così come il corpo nero rappresenta l’impossibilità di raffigurare il personaggio simbolo della nuova era. Restando all’interno di un linguaggio scientifico si potrebbe dire allora che se un corpo è “il risultato di un equilibrio tra la forza di conservazione e quella di dispersione” (così Kant riprendendo Leibniz in commento alla fisica di Newton), i versi di Pagliarani dicono il passaggio al paradigma della pura dispersione. In questo scenario il poeta non può che accettare l’”indistinto”, ma non si abbandona ad esso con nichilistica rassegnazione.
Il narratore in versi diventa la cassa di risonanza delle mutazioni epocali che coincidono con le rivoluzioni scientifico-tecnologiche del suo tempo. Se la tradizione non è più l’insieme di codici linguistici che garantiscono comunità e centralità all’uomo, se lo stesso “io narrante” vacilla, in quanto strumento di comprensione del mondo, di certo non decade l’essenza storica del narratore-corpo, la traumatica somatizzazione del suo tempo. Di fronte alla scomparsa del corpo ideale e del suo spazio il poeta oppone la forza della resistenza. Adesso non c’è più un personaggio che rappresenti un’epoca, adesso ci sono le sole forze che si combattano avendo perso l’equilibrio iniziale (è Deleuze che dirà che un “corpo è sempre il risultato di uno scontro di forze”). Questo, mi sembra, può voler intendere il poeta quando nella V egloga di Lezioni di fisica parla della “grammatica epica d’Achille”: scarnificare il racconto eroico per rimettere in campo il thymos, il respiro, lo slancio che animava i personaggi dei poemi antichi; anche se adesso il nemico da combattere è l’”indistinto”. In questo scontro il solo nucleo che si può rintracciare è la “retorica dei recitativi”, il punto d’impatto tra il fuori e il dentro, il fiato del poeta che tiene insieme il testo e lo spazio.

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Written by matteofantuzzi

27 agosto 2009 a 07:22

Pubblicato su Uncategorized

8 Risposte

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  1. ringrazio vincenzo per l’articolo che leggermente modificato era già apparso su “l’immaginazione” nel numero monografico dedicato a pagliarani.

    di frungillo consiglio anche caldamente la lettura del suo “ogni cinque bracciate” uscito qualche mese per la casa editrice “le lettere”

    matteofantuzzi

    27 agosto 2009 at 07:26

  2. Ottimo pezzo…molto bene che si continui a parlare di Pagliarani. Come già dicevamo, la considerazione della sua centralità per le nuove generazioni si sta rapidamente diffondendo.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    29 agosto 2009 at 12:42

  3. io credo che basti vedere quello che sta uscendo adesso per vedere che se da una parte è centrale montale e via via altri come caproni, neri ecc. esiste un preciso modo che pesca molto da pagliarani e molto meno da altre esperienze dell’avanguardia per esempio. c’è anche molto roversi in giro, se non proprio come modus operandi…

    comunque: spero che si abbattano tante resistenze tra autori e poetiche e si lavori davvero per le opere come ha fatto ad esempio proprio frungillo.

    matteofantuzzi

    31 agosto 2009 at 07:00

  4. caro matteo, intervengo solo per ringraziarti per quello che scrivi. fa piacere notare che i propri sforzi (a volte) vengano riconosciuti e apprezzati anche da autori validi della propria generazione.
    mi preme ricordare anche la generosità di Pagliarani, dote, come ricorda Baudelaire, propria degli uomini di genio.
    da leggere a mio avviso è anche il recente 4 per Pagliarani di Luigi Ballerini. un saluto.
    Vincenzo Frungillo

    anonimo

    31 agosto 2009 at 11:21

  5. Caro Matteo, intervengo solo per ringraziarti per quello che scrivi. mi fa piacre che il lavoro che ho fatto venga riconosciuto in questi termini.
    vorrei ricordare anche la generosità di Pagliarani. Baudelaire diceva che questa è una dote propria degli uomini di genio. io sono certo che Elio lo è.
    Vincenzo Frungillo

    anonimo

    31 agosto 2009 at 11:26

  6. mi accodo come già altri al ricordo di assunta finiguerra, scomparsa oggi. era nata in provincia di potenza nel 1946 e alla lingua lucana ha legato le punte della sua poesia.

    matteofantuzzi

    2 settembre 2009 at 21:24

  7. segnalo volentieri che domani sera ci sarà alberto masala ospite della festa dell’unità di bologna, presentato da giancarlo sissa e alberto bertoni. casa dei pensieri, ore 21. altrettanto felice sono stato dell’accoglienza avuta ieri sempre alla festa dell’unità dalla rivista versodove. libreria strapiena, bologna reattiva. per me è già molto.

    matteo

    anonimo

    10 settembre 2009 at 20:19

  8. Bello, me lo rileggo con calma.
    un caro saluto
    luca paci

    anonimo

    11 settembre 2009 at 21:44


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