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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Il travestitismo strategico de La ragazza Carla di Luca Paci 

“Pagliarani ha indossato la lingua di un italiano spregiudicato e tenero, franco, aggressivo e cordiale, esuberante e mesto, concreto e visionario insieme. Ha verificato sull’efficienza emozionale della lingua di ogni giorno sia il diritto di essere quello che è, sia il dovere di scartare l’anacronistico, l’ovvio, il retorico, l’utopistico [1].”

Con l’inclusione di tutte le poesie nella prestigiosa collana degli Elefanti pubblicata dalla casa editrice Garzanti nel 2006, Elio Pagliarani (Viserba, 1927) è entrato di diritto nell’Olimpo della poesia italiana contemporanea. Fino a questo momento lo spregiudicato e difficile sperimentalismo del poeta romagnolo non aveva trovato la popolarità di critica e di pubblico accordata ad altri poeti forse meno innovativi. Questo ritardo potrebbe essere ascritto alla forma ed i contenuti del suo poetare che si pongono coscientemente e polemicamente contro il Canone – la maiuscola è qui d’obbligo – della tradizione poetica italiana.
La rigorosità e coerenza di ricerca del percorso di Pagliarani sono testimoniate dalla ‘lotta frontale’ con la tradizione lirica che il poeta persegue sin dagli esordi della sua lunga carriera. Da principio la polemica investe primariamente i contenuti della poesia lirica mettendo in evidenza ciò che questa tradizione ometteva nella sua ostinata visione intimistica; ben presto, tuttavia, questa polemica si estenderà alla forma stessa del poetare con la conseguente istanza di reivenzione ed allargamento dei cosiddetti generi letterari. In tale contesto il travestitismo gioca un ruolo assolutamente centrale poiché usato strategicamente per scardinare la visione di una poesia come privilegio esclusivo di una riflessione basata sulla percezione soggettiva. Il soggetto, infatti, viene ridimensionato a favore di una poetica che favorisce l’elemento narrativo (nel linguaggio di Pagliarani ‘oggettivo’) rispetto a quello intimistico-personale. Il ‘vestire i panni’ di un’altra sarà quindi concepito come un congedo dalla soggettività narcisistica piuttosto che una più o meno nostalgica e impossibile identificazione con essa. Detto altrimenti, travestirsi diviene un mezzo di esplorazione delle diverse figure -sociali, psicologiche, sessuali e linguistiche- che formano il tessuto complesso e cangiante di quella che si definisce comunemente soggettività.
Sarà necessario tenere presente che il travestitismo nella poesia di Pagliarani si articola su due livelli: quello immediatamente mimetico in cui, il poeta adotta una maschera o persona femminile, e quello stilistico, nel quale la trama stessa ‘si traveste’ attraverso l’adozione di forme e stili diversi. Travestirsi quindi come strumento per mettere in questione il primato della lirica prevalentemente raccontata con una voce maschile e generalmente disinteressata alle piccole storie del quotidiano o alle battaglie sociali e civili e come agente di cambiamento del linguaggio dall’interno.

Prima di Carla

Nel 1954 Elio Pagliarani è a Milano dove lavora come insegnante in una scuola media inferiore. Aveva lasciato a diciott’anni la nativa Viserba, in Romagna, per cercare rilkianamente ‘parole d’oro’ ma ne ha trovate ‘di ferro o acciaio’. [2] Il soggiorno a Milano è stato vario e ricco di eventi: Elio ha lavorato come traduttore per una ditta di import-export e ha composto poesie che ama declamare en plein air, ‘misurando il verso secondo l’orecchio’ [3] per strada, nei parchi, nelle trattorie ad amici ed occasionali spettatori. La sua è una poesia recitata che si confronta con il pubblico, ne spia i movimenti e ad essi reagisce come in un’emulsione chimica; un verso che germoglia dal linguaggio quotidiano, che dialoga e si scontra con esso cambiandolo sovente dall’interno.
Per Pagliarani il 1954 è un anno cruciale che segna la pubblicazione di Cronache ed altre poesie e l’inizio della composizione del suo primo ‘racconto in versi’, La ragazza Carla. Cronache non è, ‘merce da buttar[e]’ se si presta fede a Pasolini, che nella sua recensione su Officina ne scriverà come di un libro ‘implicante fiducia nella sostanziale effabilità dell’individuo e dei suoi fenomeni’.[4] Di questa raccolta una poesia in particolare attrae l’attenzione per la sua peculiarità. È raccontata in prima persona da una giovane donna:

In casa adesso faccio la sarta
perché a Milano bisogna lavorare
– il tram, se no, chi ce lo manda avanti? –
e gli occhi rossi sono più lucenti
ma da grande farò la cantante,
perché a un certo punto bisogna
calmare le vene che fanno crescere il collo,
poi viene la tiroide e gli occhi grossi,
e poi è la mia grande passione
e poi voglio dormire la notte
di colpo, e parleremo di cose pulite
e sarà un pezzo che ho finito di tremare
se un uomo in tram mi fruga, con le mani rozze,
e saprò bene dove porta un bacio.
Lo so, dobbiamo stare molto attente
che non ci venga una pancia grossa. [5]

L’impiego di una voce travestita permette al poeta di ‘entrare’ in un ambiente per vederlo e soprattutto rappresentarlo attraverso uno sguardo diverso. In questo primo esperimento, che per similarità stilistiche, tematiche e lessicali appare come una sorta un esercizio preliminare a La ragazza Carla, Pagliarani ha già trovato in nuce il linguaggio e le figure che costituiranno gli elementi essenziali della sua costellazione poetica: una lingua piana e chiara, soggetti e temi nuovi rispetto al panorama della tradizione poetica italiana. La scelta stilistica del travestitismo, quindi, lungi dall’essere casuale diventa una parte essenziale di un nuovo modo di narrare. Qui si parla di lavoro, della condizione di conflitto e subalternità del mondo femminile in rapporto a quello maschile, della città che preme sulla vita dei suoi innocenti ed inesperti abitanti. E se ne parla con un linguaggio semplice ed aperto. Insomma, con l’uso del travestitismo Pagliarani raccoglie polemicamente ciò che i simbolisti e gli ermetici avevano lasciato fuori dalla poesia: la lingua di tutti i giorni con i suoi idiosincratici tecnicismi, la sua esposizione al non-senso e al surreale ma anche le situazioni e le immagini che accompagnano l’uso di questa lingua. In ambito teorico il poeta parlerà di ‘lotta frontale contro il pregiudizio della parola poetica’ nella ‘necessità dell’ampliamento del linguaggio poetico, anzi … più rigorosamente della capacità di tutto il linguaggio, comune e non comune, di svolgere anche la funzione poetica’. [6]
Dopo il ventennio fascista, il nazismo, e due guerre mondiali, il ruolo e lo statuto del poeta sono cambiati radicalmente. Il vate che aizza il popolo da un pulpito incitandolo alla guerra o il ‘grande artiere, che al mestiere fece i muscoli d’acciaio’ sono percepite come antiquate caricature di una poesia falsamente civile ed ideologicamente compromessa. La lingua di poeti come D’Annunzio e Carducci, nonostante le profonde innovazioni stilistiche apportate al linguaggio, aveva lasciato fuori il mondo idealizzando le situazioni e perpetuando i topoi di una tradizione ormai ossificata e sentita lontana dalla nuova generazione di poeti di cui Pagliarani è un rappresentante di spicco. Egli sostiene che se la poesia vuole essere una disciplina ancora centrale nella costituzione della lingua essa deve cambiare pelle e tuffarsi nel turbine della quotidianità, viverla e confrontarsi con questa. Il poeta rimane un umile ‘operatore’ chiamato a testimoniare questa realtà senza l’appoggio di alcun piedistallo. Il suo compito primario è quello di esplorare la tenuta espressiva del linguaggio, i suoi limiti dettati dall’uso e dal contesto linguistico-narrativo. È nella poesia infatti che il linguaggio viene poudianamente ‘mantenuto in efficienza’. [7]
Quando Pagliarani parla di realtà si riferisce all’universo complesso e multiforme di parole e cose che forma le nostre interazioni quotidiane e che non può essere lasciato all’esclusivo arbitrio della percezione soggettiva. La reductio ad unum operata dalla poesia lirica attraverso lo sguardo soggettivo è per il poeta romagnolo il bersaglio polemico principale. Il modernismo angloamericano, soprattutto con il lavoro critico e poetico di Eliot e di Pound, aveva tracciato nella prima metà del ventesimo secolo un modo diverso di concepire la poesia in polemica con l’egocentrismo di tanta produzione letteraria a loro contemporanea. La centralità dell’io veniva messa al bando in favore di quella che Eliot ha chiamato ‘l’estinzione della personalità’, ossia il rifiuto di una forma poetica che si esaurisce col sentire soggettivo. [8] In questa scelta vi era implicita la polemica con la tradizione lirica che, dal romanticismo in poi, tendeva a far coincidere l’autenticità della poesia con l’esperienza irripetibile ed ineffabile dell’io percipiente. [9] L’effetto di questa nuova sensibilità estetica condusse necessariamente alla ridefinizione del linguaggio poetico e dei suoi limiti. È indubbio che Pagliarani raccoglie il frutto di questa nuova postura teorica nei confronti della poesia e lo innesta nella stagnante tradizione italiana. Anche il lavoro del nostro poeta infatti, parte dalla critica radicale di una tradizione che identifica la poesia col sentire del soggetto per arrivare a proporre nuovi contenuti e forme del poetare stesso. [10]
In uno scritto rimaneggiato più volte e pubblicato nella sua versione definitiva nell’antologia de I Novissimi nel 1960, Pagliarani riassume le ragioni più profonde della sua polemica. La lirica, egli sostiene, si è impossessata dell’intero immaginario poetico a scapito delle altre forme di espressione. Le forme retoriche della poesia si sono infatti ridotte in una ‘categoria psicologica’ che pretende di comprenderle tutte:

L’identificazione lirica = poesia (la parte per il tutto) ha, tra i suoi speciosi corollari, l’identificazione del kind lirico con il genre lirica, dove il primo termine qualifica invece il genere come categoria psicologica, portatore di determinati contenuti dell’opera di poesia – drammatico, epico, lirico, didascalico, ecc.- e il secondo qualifica il genere come portatore di tradizioni stilistiche- sonetto, ode, poemetto, ecc.-; la distinzione comportando, tra l’altro, la positività delle retoriche. Ora, il genre poemetto, il kind poesia didascalica e narrativa sono proprio gli strumenti coi quali in questi anni si esprimono, con premeditazione, alcuni di quei poetiche … adoperano un materiale lessicale plurilinguistico. [11]
Il poeta contemporaneo, dunque, non può accettare il dogma implicito dell’ identificazione tra poesia e lirica, pena la mutilazione e ghettizzazione del linguaggio in versi in un linguaggio falsamente ‘specifico’. [12] Ma per ridefinire il concetto di poesia non basta opporsi o negare l’egemonia della lirica, bisogna anche e soprattutto (ri) stabilire una tradizione alternativa che tenga conto dell’evoluzione continua del linguaggio e del contesto (storico, culturale, economico, etico) in cui il concetto di poesia si forma:
Non ha senso negare l’identificazione lirica = poesia senza una reinvenzione dei generi letterari. E ciò è stato già storicamente dimostrato: il tempo e la realtà incaricatisi di rompere un diaframma, la poesia allarga i suoi contenuti, ma non può farlo se non dilatando in corrispondenza il vocabolario poetico. Ma arricchire il vocabolario non significa necessariamente arricchire il discorso, può anche voler dire che si arreca turbamento e confusione. Nessun vocabolo ha illimitate capacità di adattamento … ogni vocabolo ha i suoi problemi sintattici, si muove in una sua area sintattica. E la dilatazione lessicale postulerà una sintassi del periodo, non soltanto della mera proposizione. Le diverse soluzioni sintattiche imprimono al discorso tensione durata ritmo diversi: questa designazione di tonalità, questa specificazione di struttura appartengono per definizione ai generi letterari. La reinvenzione dei generi è quindi la necessaria conseguenza della più ampia e variata modulazione sintattica del discorso poetico conseguente all’arricchimento del lessico [13].
Colpisce in Pagliarani la visione assolutamente tecnica e quindi immanentistica del discorso sulla poesia che è poiesis nel senso greco del termine, associata ad una techne o mestiere. Niente di più distante dalle teorie dell’ineffabilità poetica divulgate dal simbolismo francese e dalle sue propaggini o, se ci spostiamo nell’ambito italiano, dal dannunzianesimo e dall’ermetismo. Il rifiuto di ogni immediatezza mimetica ed espressiva da parte di questi movimenti a favore di un simbolismo personale spesso impenetrabilile si scontra con la passione di Pagliarani di riportare quasi fotograficamente scene, discorsi e narrazioni tratte dal quotidiano. Vedremo come ne La ragazza Carla queste posizioni teoriche sono messe alla prova attraverso una continua indagine sulla con-testualizzazione dell’universo semantico. Ovviamente Pagliarani non è il primo poeta a reclamare un avvicinamento o ‘contaminazione’ della poesia con il linguaggio comune – si pensi ai futuristi, i crepuscolari e a Pavese per fare gli esempi più evidenti. Tuttavia in Pagliarani questa operazione si trasforma in una continua ed immanente verifica del linguaggio e sul linguaggio che non si fossilizza mai su uno stile od una voce aquisita ma che è in continua trasformazione proprio perchè vuole sfatare la mitologia di una lingua poetica come mistica dell’individuo. Il soggetto non è più l’immateriale voce, peraltro tradizionalmente identificata con la voce maschile. L’esempio più evidente di questa scossa sismica nell’ambito poetico è senza dubbio La ragazza Carla. La lettura critica del testo in questione espliciterà in concreto il percorso poetico di Pagliarani sopra accennato.

La ragazza Carla

Mi preoccupava il peso, che mi pareva eccessivo, delle mie vicende personali sulla mia poesia, e m’era diventata pesante nello scrivere la ‘tirannia dell’io’. [14]
Il poemetto viene steso tra il settembre del 1954 e l’agosto del 1957 ma verrà pubblicato nella sua versione definitiva soltanto nel 1960. Pagliarani pubblica alcuni frammenti già nel 1959 sul numero 14 di Nuova Corrente dal titolo Progetti per la ragazza Carla. Sempre nel ’59 appaiono i versi 416-457 sul numero uno del Verri di Luciano Anceschi dal titolo Fondamento dei diritti delle genti. Il fatto che La ragazza abbia un periodo di gestazione così lungo non è incidentale: Pagliarani è famoso per i tempi lunghissimi delle sue pubblicazioni – si pensi a La Ballata di Rudi che viene stesa in un periodo di quasi quarant’anni.
Nel frattempo il poeta pubblica gli articoli teorici che documentano la sua continua ricerca sulla poesia. Ricordiamo per inciso che Pagliarani è fondamentale nella formulazione teorica dei contenuti della Neoavanguardia. Egli contribuisce in maniera decisiva all’indirizzo del Gruppo 63, che mirava a svecchiare la cultura letteraria italiana in diretta contrapposizione con l’accademia e la letteratura tradizionale. Le due direttrici fondamentali dell’eterogeneo gruppo sono la questione della lingua e la necessità di un linguaggio ‘oggettivo’ da sostituire a quello intimistico- soggettivo.
Ma torniamo al ‘romanzo in versi’ per usare la famosa quanto efficace espressione di Elio Vittorini. La ragazza Carla prende le distanze dalla dimensione soggettiva per aprirsi ad un tipo di recitazione a più voci o, per usare il linguaggio di Pagliarani, ‘oggettiva’. Qui il poeta ha definitivamente congedato le forme soggettivistiche della tradizione per abbracciare una struttura poetica corale che parta dalle situazioni e dal con-testo piuttosto che dal ‘narcisismo lirico’ del soggetto.
Ho già accennato al fatto che per rendere quella che chiama oggettività, Pagliarani agisce sia sul contenuto che sulla forma poetica. Porre enfasi sul contenuto significa per il poeta rinvenire forme epiche o saggistiche estranee al timbro lirico; porre enfasi sulla forma significa d’altro canto rifuggire dall’oscurità dello stile poetico moderno adattando una cadenza più discorsiva, senza necessariamente scartare il racconto di aneddoti privati o di opinioni personali. Pagliarani si allontana sempre più dalle posizioni soggettivistico-intimistiche della lirica attraverso l’adozione del travestitismo letterario. In primo luogo l’atto del travestirsi rimanda ad un’identificazione impossibile tra scrittore e personaggio ovvero tra soggetto e narrazione. La storia di Carla è infatti per molti versi la stessa del giovane Elio a Milano e tuttavia la strategia del travestitismo permette al poeta di parlare del mondo maschile in modo distaccato, critico, di denunciarne gli aspetti sessisti e discriminatori. Attraverso il travestitismo il poeta può esplorare luoghi familiari cogliendo contrasti ed idiosincrasie fino ad allora rimasti in penombra. E se è vero che La ragazza è la prima opera poetica del Novecento a mettere in scena un personaggio femminile visto nella sua completa corporeità e sessualità non si deve dimenticare il fatto che questa è una sessualità travestita in quanto narrata da un uomo. Se nella tradizione letteraria in genere, infatti, il travestitismo non rappresenta un elemento di particolare novità, nell’ambito poetico invece esso è qualcosa di inedito, un monstrum con il quale pochi poeti italiani contemporanei si sono confrontati. [15] In genere la voce del poeta italiano di questo periodo, e non solo, è autobiografica (maschile) e ricerca nel proprio sentire l’autenticità del poetare. Pagliarani, si vedrà meglio di seguito, attraverso il travestitismo mette in questione questo assunto e sposta l’accento sulla situazione, o il contesto. Ne La ragazza la voce travestita diventa in effetti il veicolo di esplorazione di un universo poetico ‘diverso’ e cambia dall’interno il modo di narrare poeticamente.
Ambientato nella Milano dell’immediato dopoguerra, il poemetto racconta la storia di Carla Dondi fu Ambrogio, giovane diciassettenne che lavora come stenodattilografa in un grande ufficio di import-export ‘all’ombra del Duomo’. Il componimento ha inizio in terza persona: una voce narrante che guarda gli eventi e la vita di Carla, la sua routine quotidiana all’ufficio, la claustrofobica convivenza nel piccolo alloggio in cui abitano la madre vedova, la sorella ed il cognato. Lo sfondo è la Milano dell’immediato dopoguerra sospesa in un clima di ottimismo e paura misto a speranza e rassegnazione. I versi che aprono La ragazza sono simili ad una sequenza cinematografica in cui la macchina da presa fa una panoramica sulla città e quindi riprende i personaggi principali col sottofondo del traffico metropolitano:

Di là dal ponte della ferrovia
una trasversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina.
 
Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna. [16]

Le stanze immediatamente seguenti contestualizzano l’impersonalità del paesaggio cittadino e dopo una sentenza di sapore filosofico-ironico avvicinano progressivamente in una sorta di primo piano la vista della grande Milano alla piccola storia di Carla. L’ambiente si fa gradualmente più ristretto, confinato, l’immaginaria macchina da presa si attarda in dettaglio sulla casa in cui Carla vive con la madre, Angelo e Nerina. Il tono sommesso ed il linguaggio ‘basso’ usato in questi versi richiamano sicuramente gli esperimenti dei crepuscolari anche se qui colpisce il modo in cui il corpo della giovane adolescente – in un certo senso il vero protagonista di questa storia- viene rappresentato ed esposto nella sua ineludibile fisicità (‘a fine mese sangue/maculato tra le gambe pallide’). Carla vede nella sessualità un rituale incomprensibile ed insieme una minaccia costante. Eppure non può sottrarsi ad essa: l’ambiente di lavoro, i suoi colleghi, la fisiologia del suo corpo stesso rimandano costamente all’universo sessuale. Questo, insieme alla bruta necessità di adattarsi e confrontarsi con un mondo gestito in prevalenza dagli uomini, sarà uno dei motivi ricorrenti del poemetto:

Se si diventa grandi quando s’allungano
le notti, e brevi i giorni
ecco ci sono dentro
sembra a Carla di credere, e sta attenta a non muoversi
ché il sonno di sua madre è così lieve nel divano accanto
– ma dormirà davvero, con Angelo e Nerina
che fanno cigolare il vecchio letto
della mamma!

e Carla ne commisura il ritmo al polso, intanto che sudore
e pelle d’oca e brividi di freddo e vampe di calore
spremono tutti gli umori del suo corpo. E quelle
grida brevi, quei respiri che sanno d’animale o riso nella strozza
ci vogliono
all’amore?
E Piero sul ponte, e la gente –
tutta così?
 
S’addormenta che corre in una notte
che non promette alba
sul ponte che sta fermo e lì rimane
e Carla anche. [17]

La storia è narrata dal punto di vista di Carla, sebbene vi sia un continuo oscillamento tra voci e registri differenti, inserzioni di sentenze a carattere filosofico esistenziale (sottolineate nei passaggi più cruciali anche dall’uso dell’‘aulico’ endecasillabo) affiancate alla prima e terza persona e al discorso indiretto libero. Di conseguenza ne La ragazza non esiste un solo piano ma più piani narrativi che si intersecano e disgiungono in un incessante montaggio di sequenze. [18] Il poemetto si presenta infatti come una serie di giustapposizioni eterogenee provenienienti dai linguaggi più disparati (diritto, finanza, giurisprudenza, fisica, scienze politiche). Il risultato di questo collage di stili e registri è alquanto spiazzante e sembra fare da specchio allo spaesamento di Carla immersa in un mondo che ella non comprende e dal quale non è compresa. Il poemetto è interrotto di sovente da flash-back ed osservazioni estemporanee che contribuiscono a confondere il lettore che, disorientato come Carla, deve sapersi orientare tra gli innumerevoli segni diacritici per poter navigare nella trama. L’occhio adotta una prospettiva inedita e cangiante, la narrazione si frantuma in un turbinio di voci, gesti e volti. Il centro, sembra suggerire Pagliarani, non è più l’ego percipiente e condiscendente del poeta ma il con-testo nel quale Carla ed il lettore sono gettati. È nel contesto che affiorano le contraddizioni, lotte, la possibilità di riscatto o di dannazione ed in cui si rifoggia un nuovo modo di concepire le relazioni, sociali, sessuali, linguistiche e psicologiche. È nel contesto insomma che si fa la storia.
Un esempio tipico dell’andamento ritmico e stilistico del poema è un estratto della seconda parte in cui si vede in concreto come la modalità del travestirsi apre uno spazio narrativo inedito e in che modo la frantumazione del soggetto crea le condizioni per un lavoro assolutamente originale. Carla frequenta le scuole serali per imparare a dattilografare ed il presente – la monotona lettura di un manuale, le ragazze che ridono di un anziano studente- si mescola, in una serie di associazioni libere, alla storia personale e collettiva recente. Attraverso un montaggio concitato d’immagini dal grembiule si passa alla scuola elementare, all’infanzia, al fascismo. La storia di Carla è così inserita in una Storia più ampia:

La scuola d’una volta, il suo grembiule
tutto di seta vera, una maestra molto bella
i problemi coi mattoni e le case, e già dicevano la guerra
Mussolini la Francia l’Inghilterra.
Qui di gente un campionario: sei uomini e diciotto
donne, più le due che fanno scuola
Nella parte centrale del carrello, solidale ad esso
ecco il rullo
C’è poca luce e il gesso va negli occhi
Nel battere a macchina le dita
devono percuotere decisamente
i tasti e lasciarli liberi, immediatamente
Come ridono queste ragazze e quell’uomo anziano che fa steno
e non sa, non sa tener la penna in mano
Ciascun esercizio deve continuarsi
sino ad ottenere almeno
tre ripetizioni consecutive
senza errore alcuno e perfettamente
incolonnate [19]

La seconda e la terza parte del poemetto vedono Carla divisa tra l’ambiente di lavoro ed il tempo libero nello sfondo caotico e concitato di una Milano pre-miracolo economico. La città rivela ancora le profonde ferite della guerra; tuttavia nei suoi edifici sinistrati si presagisce il benessere dell’imminente boom (i cinema, la Rinascente ancora da costruire, le luci al neon, i tram).
Carla vive la metropoli ed il lavoro con l’entusiasmo e l’apprensione tipici di un’adolescente e le sue escursioni nella città hanno un’aria di straniamento e stupore. In questi versi traspare l’assoluta empatia del poeta con il suo personaggio, le sue quotidiane battaglie, il fascino gorgonico della città con i suoi luoghi e le sue malìe. La voce autoriale, che per un momento si stacca dal personaggio di Carla, si lascia andare ad un intermezzo ‘lirico’ per contemplare in un’altra maestosa panoramica il paesaggio urbano:

Sono momenti belli: c’è silenzio
e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno
è questa che decide
e son dei loro
non c’è altro da dire.
E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera

sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea

non prolunga all’infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli
coperti di lamiera?

È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita. [20]

Nel ‘cielo contemporaneo’ ‘colore di lamiera’ della Milano industriale -attraverso la contemplazione metatestuale della sua eroina e della città in cui essa vive senza la confortante mano della Provvidenza di manzoniana memoria – c’è tutta la visione laica e materialista di Pagliarani. Il cielo sotto cui Carla vive, infatti, ‘non concede smarrimenti’, in una lotta darwiniana per la sopravvivenza del più forte. La ragazza deve inevitabilmente cambiare, ‘crescere’, se vuole vuole sopravvivere i ‘boschi di cemento’ della metropoli. Il cielo è ‘morale’ proprio perchè non c’è niente al di là di esso e l’illusione metafisica di un’altra vita lascia il posto alla certezza di una totale immanenza; ed è proprio questa certezza che permette a Carla di scegliere e vivere senza rimpianti o recriminazioni.
Tuttavia non dobbiamo dimenticare che dietro Carla sta la penna di Pagliarani che, abbiamo già detto, seleziona un ambiente per vederlo e soprattutto rappresentarlo attraverso uno sguardo diverso. Così la molestia sessuale in ufficio viene per la prima volta riportata dal punto di vista femminile. Una delle sequenze più suggestive del poemetto è infatti quella che segue Carla a lavoro. La Transocean Limited è una grande ditta che ospita numerosi uffici e schiere di impiegati, il suo direttore è un uomo gretto, sposato e tuttavia donnaiolo che abusa della sua posizione di autorità per ottenere il favore delle sue impiegate. Alcune ragazze stanno al gioco e si lasciano mettere le mani addosso mentre Carla è istintivamente disgustata dall’atteggiamento e dall’aspetto fisico del suo principale. Pagliarani si traveste per ‘entrare nella pelle’ di Carla e trasmettere al lettore il senso di nausea e repulsione la giovane donna nutre nei confronti del capo:

questo no. Ho paura, mamma Dondi ho paura
c’è un ragno, ho schifo mi fa schifo alla gola
io non ci vado più.
Nell’ufficio B non c’era nessuno
mi guardava con gli occhi acquosi
se tu vedessi come gli fa la vena
ha una vena che si muove sul collo
Signorina signorina mi dice
mamma io non ci posso più stare
è venuto vicino che sentivo
sudare, ha una mano
coperta di peli di sopra
io non ci vado più.
Schifo, ho schifo come se avessi
preso la scossa
ma sono svelta a scappare
io non ci vado più. [21]

La mano del direttore è un ragno peloso, l’ambiente di lavoro ostile e sessista, la lotta di classe si è trasformata in una battaglia impari tra i sessi. Tuttavia Carla riuscirà a sopravvivere anche se questo comporterà inevitabilmente la ‘perdita dell’innocenza’. Ella avrà una relazione con un collega di lavoro e si scuserà con il principale per quello che verrà considerato come un atto indisponente. La ragazza insomma ‘cresce’ e proprio attraverso l’esperienza ambigua del lavoro troverà una sua collocazione esistenziale e sociale. Il tema guida de La ragazza diventa quindi il lavoro stesso nella sua duplice veste di strumento di alienazione (subordinazione sociale e sessuale) e di riscatto insieme. Il lavoro insomma come manifestazione della lotta per la vita, l’esistenza come r-esistenza come indicano le due parole in assonanza degli endecasillabi che chiudono il poemetto. E tuttavia questo lavoro, questa resistenza non dà – sembra suggerire Pagliarani- senso ultimo alla vita. Il conflitto tra società e storia passa attraverso l’amare. In altre parole la storia del singolo, della donna, dell’uomo e quella collettiva vedono una conciliazione solo attraverso la pietà e l’amore, come testimonia l’eccelsa chiosa finale de La ragazza:

Quanto di morte noi circonda e quanto
tocca mutarne in vita per esistere
è diamante sul vetro, svolgimento
concreto d’uomo in storia che resiste
solo vivo scarnendosi al suo tempo
quando ristagna il ritmo e quando investe
lo stesso corpo umano a mutamento.

Ma non basta comprendere per dare
empito al volto e farsene diritto:
non c’è risoluzione nel conflitto
storia esistenza fuori dell’amare
altri, anche se amore importi amare
lacrime, se precipiti in errore
o bruci in folle o guasti nel convitto
la vivanda, o sradichi dal fitto
pietà di noi e orgoglio con dolore. [22]

La spuria rima baciata dei due amare – il primo nell’accezione di caritas, il secondo di sofferenza crudele e sferzante – crea un orizzonte di significato che mette in corto circuito la significazione quotidiana del linguaggio. In fondo, come a più volte sostenuto Pagliarani il poemetto ha una grande carica di ottimismo e fiducia nonostante la sofferenza. La produzione successiva stempererà quest’ottimismo per insistere sul tono della denuncia ed i colori si faranno indubbiamente più scuri.

Conclusioni provvisorie

Data l’ostilità del poeta per una narrazione di tipo soggettivistico-lirico il travestitismo si presenta non solo come un’importante strategia per spostare l’attenzione da personaggi convenzionalmente maschili a figure femminili ma anche e soprattutto come mezzo per utilizzare a pieno le potenzialità della narrazione poetica tradizionalmente confinata nei limiti di una visione egocentrica ed intimistica. Attraverso il travestitismo, infatti, Pagliarani dischiude uno spazio poetico fino ad allora virtualmente inesplorato che comprende il lavoro, la condizione femminile, il rapporto tra la storia individuale e quella collettiva. Il travestitismo diventa anche una strategia per demistificare la nostra fede nella normatività di un soggetto che raramente mettiamo in questione e che, con un’assurda sospensione del giudizio, riteniamo spesso neutro. È infine il tentativo di mostrare l’ipocrisia e la superficialità di una soggettività distaccata dal corpo e dal sesso. Il travestitismo allora serve a sovvertire la storia della tradizione lirica e a raccontare una storia nuova: la donna angelicata con la quale si apre la letteratura italiana si è trasformata in una ragazza sessuata e lavoratrice, che cerca l’emancipazione e lotta per essa. In questo senso la poesia di Pagliarani risponde al clima neorealistico: nell’attenzione alle problematiche sociali, agli ultimi, agli sconfitti della modernizzazione forzata di cui parlerà Pasolini negli anni Sessanta e Settanta. Pagliarani tuttavia supera l’ideologia e la retorica del neorealismo. La sua scelta andava indubbiamente controcorrente e questo, forse, ha contribuito al ritardo della critica ne comprendere a pieno la sua originalità per quanto riguarda il panorama poetico italiano.
Inoltre abbiamo visto come la scelta travestita ha delle importanti ripercussioni nell’adozione del ritmo, del metro e della forma grafica del poemetto. La narrazione infatti utilizzando diverse voci e registri, riprende e riassembla testi provenienti dai più disparati idioletti cambiando radicalmente il modo di raccontare in poesia. In questo senso La ragazza può essere considerato un esperimento unico nella storia della poesia italiana del Novecento. Pagliarani si oppone alle forme ossificate della tradizione con un linguaggio all’apparenza semplice e piano dal punto di vista sintattico e del contenuto e tuttavia anche il lettore più distratto è consapevole della novità del testo che ha di fronte. L’impaginazione, il verso che straborda l’ordine rigoroso della pagina, il maiuscoletto, il grassetto, lo stampatello sono tutti segni tipografici e diacritici che rimandano alla peculiare forma di questo componimento. Nel poeta c’è l’esigenza di rifondare le basi sulle quali si poggia la poesia per collocarla al centro della cultura. In questo senso possiamo parlare di carica rivoluzionaria nella poetica di Pagliarani. La poesia sta al centro di una rivoluzione che deve essere soprattutto culturale – e qui vengono in mente le idee di Croce, Gentile e Gramsci sull’impatto della cultura sulla storia. Questa forza propulsiva sarà la stessa che animerà le intenzioni della Neoavanguardia del gruppo 63 di cui Pagliarani sarà uno tra gli esponenti più maturi non solo anagraficamente. Questi sono tutti temi che derivano dalla scelta di liberare la poesia da una visione intimistica grazie allo stratagemma del ‘mettersi nei panni di’.

Bibliografia:

Elio Pagliarani, Tutte le poesie (1946-2005) a cura di Andrea Cortellessa, Torino, Garzanti, 2006.
Elio Pagliarani ‘Ragione e funzione dei generi’, Ragionamenti n. 9, 1957.
Elio Pagliarani,‘Per una definizione dell’Avanguardia’, intervento letto al congresso della comunità europea degli scrittori (COMES) dedicato alle avanguardie svoltosi a Roma nell’ottobre del 1965. Al congresso parteciparono tra gli altri Jean-Paul Sartre e Victor Sklovskij. Ora in Renato Barilli, Angelo Guglielmi, Gruppo 63. Critica e teoria, Torino, Testo& imagine pp. 312-317.
Pier Paolo Pasolini, ‘Il neosperimentalismo’, Officina n.5, 1956.
Gabriella Di Paola, La ragazza Carla: linguaggio e figure, Roma, Bulzoni, 1984.
Nanni Balestrini (a cura di), Gruppo 63 Il romanzo sperimentale Palermo 1965, Feltrinelli, Milano, 1966.
Walter Pedullà, Elio Pagliarani, in Storia generale della letteratura italiana diretta da Nino Borsellino e Walter Pedullà, vol. XII, Sperimentalismo e tradizione del nuovo, Federico Motta, Milano, 1999.
T.S. Eliot, The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism Faber and Faber, Londra, 1997.

[1]  Walter Pedullà, Elio Pagliarani, in Storia generale della letteratura italiana diretta da Nino Borsellino e Walter Pedullà, vol. XII, Sperimentalismo e tradizione del nuovo, Federico Motta, Milano, 1999, p.198.

[2] Elio Pagliarani, Tutte le poesie (1946-2005) a cura di Andrea Cortellessa, Torino, Garzanti, 2006, p. 462.

[3]  Elio Pagliarani, ‘Cronistoria minima’ in I romanzi in versi. La ragazza Carla, La ballata di Rudi, Mondadori, Milano,1997, p. 122.

[4]  Pier Paolo Pasolini, ‘Il neosperimentalismo’, in Officina, 2, 1956; poi in Id., Passione ed ideologia, Garzanti, Milano, 1960; ora in Id., Saggi sulla letteratura e l’arte, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude con un saggio di Cesare Segre, Mondadori, Milano, 1999, vol. I, p. 1216.

[5] Elio Pagliarani, Tutte le poesie (1945-2005), (Milano: Garzanti, 2006), p.74.

[6]  E. Pagliarani, ‘Cronistoria minima’ op. cit., p. 122.

[7]  ‘La funzione è quella di mantenere in efficienza per tutti il linguaggio. Ha detto Pound: ‘mantenere in efficienza il linguaggio è altrettanto importante ai fini del pensiero quanto in chirurgia tener lontano dalle bende i bacilli del tetano.’ Ciò vuol dire che, ne sia consapevole o meno, l’operatore, si assume un atteggiamento di contestazione nei confronti dei significati socialmente dati: si verifica la semanticità del sistema.’ Intervento in Gruppo 63 Il romanzo serimentale Palermo 1965, atti dell’incontro di Palermo, 1-6 settembre 1965, a cura di Nanni Balestrini, Feltrinelli, Milano 1966, p. 104.

[8]  ‘The progress of an artist is a continual self-sacrifice, a continual extinction of personality’, T.S. Eliot, ‘Tradition and individual talent’ in The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism (1922).

[9] Per un resoconto assai dettagliato e convincente della storia di questo percorso si consiglia di consultare Guido Mazzoni, Sulla poesia moderna (Bologna: Il Mulino, 2005).

[10] In Pagliarani però il discorso si complica ulteriormente dal momento che egli è esposto anche alla prima avanguardia del ventesimo secolo- il futurismo- che, come noto, opera una rivoluzionaria riappropriazione e reinterpretazione del linguaggio cosiddetto poetico. Tuttavia l’esperienza futurista era stata compromessa troppo ideologicamente col culto della violenza e col fascismo per essere assorbita nel Canone tradizione poetica italiana.

[11]  Elio Pagliarani, ‘La sintassi e i generi’ in I Novissimi. Poesie per gli anni ’60; Rusconi e Paolazzi, Milano, 1961, p.20.

[12] La polemica sui generi letterari è collegata alla celeberrima dissoluzione crociana del ‘concetto’ di genere, ma altresì collegata alla dissoluzione dei generi operata dal modernismo. Pagliarani, invece, sostiene la necessità di una distinzione tra i generi fondamentale per il ruolo ed il futuro della poesia stessa. Senza la distinzione ‘pratica’ dei generi, infatti, non sarebbe possibile distinguere tra le varie forme poetiche e si cadrebbe in una visione idealistica e quindi trascendente della Poesia stessa.

[13]  Elio Pagliarani, ‘La sintassi e i generi’, op. cit p.21.

[14]  Elio Pagliarani, ‘Cronistoria Minima’, in I romanzi in versi. La ragazza Carla. La Ballata di Rudi, Milan: Mondadori, 1997, p. 122.

[15] La notabile eccezione è Paul Valéry (1871-1945) con La Jeune Parque pubblicata nel 1917 da Gallimard. Tuttavia il poeta francese si traveste in una figura mitologica, la parca appunto. Niente di più lontano dalla giovane Carla, protagonista tutta umana della vita e società odierne.

[16]  Pagliarani, Tutte le poesie, p. 125.

[17]  Ibid., p. 126.

[18]  A questo proposito Francesco Muzzioli parla di ‘modernità radicale’ che si manifesta nella ‘ presenza nei suoi testi della procedura del montaggio e dell’effetto di straniamento ad esso collegato.’ Questo procedere, continua Muzzioli, ‘ va contro proprio al presupposto classico che voleva l’opera “organica” e unitaria e dunque sottoposta al governo di uno e uno solo elemento.’ Francesco Muzzioli, ‘Montaggio e straniamento. La modernità radicale di Elio Pagliarani’ in L’illuminista, 8-9, 2003, pp. 83-84.

[19] Pagliarani, Tutte le poesie, pp. 130-131.

[20] Ibid., pp. 136-137.

[21]  Ibid., p. 145.

[22]  Ibid., p. 153.

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Written by matteofantuzzi

3 giugno 2009 a 14:16

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32 Risposte

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  1. Saggio esemplare, che se fossimo tutti poeti seri dovrebbe finire su Repubblica, come alla Rai l’intervista che Luca Paci ha fatto a Pagliarani per PoesiaPresente. Avrei due piccole domande, laterali in confronto al grande tema dell’oggettività, così importante per uscire dal lirismo, d’oggi: Luca, dici che la Ragazza Carla è il primo poema con un personaggio femminile; puoi spiegare le differenze con La signorina Felicita di Gozzano?
    Inoltre, la lezione di Pagliarani secondo te potrà davvero – come mi auguro – sfociare in una ripresa consistente da parte delle attuali e future generazioni poetiche? Personalmente credo che, mentre Montale andrà tra i classici, oggi si guardi piuttosto a Sereni, Pagliarani da parte di una certa linea, e alcuni tra i poeti “in servizio”.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    3 giugno 2009 at 16:10

  2. Grazie del tuo commento Guido. Gozzano, presenta la Signorina Felicita come un personaggio, non si traveste perche’ la sua poetica non glielo permette. Allora Felicita sara’ una proiezione piu’ o meno simpatetica ma sempre staccata dalla penna di chi scrive. In Pagliarani no.. Anche quando Elio usa la terza persona noi siamo nella testa e nel corpo di Carla.
    La Jeune Parque di Valery tenta la stessa operazione, ma il poeta francese non sceglie un’impiegatuccia bensi’ una figura mitologica.. Da noi Pavese si e’ avvicinato maggiormente al travestitismo con Tra donne sole pero’ andiamo nella prosa anche se c’e’ una poesia dal titolo ‘Pensieri di Dina’ che e’ effettivamente un esperimento breve di travestitismo.
    Per la domanda che poni sull’influenza di Pagliarani oggi io penso che la si respiri nei versi di parecchi poeti.. Avrei tanti nomi ma non vorrei offendere nessuno..
    Luca

    anonimo

    3 giugno 2009 at 20:20

  3. a latere anche io. credo che queste problematiche siano oggi fondamentali, ma non dico sul piano specifico del lavoro di paci, quanto strutturali: su repubblica domenica è finito un articolo di loredana lipperini (che non è che non conosca il mezzo) sulle solite questioni della diluzione delle qualità della rete e delle problematiche della “pancia” e le soluzioni rimanevano come sempre blog collettivi quali “nazione indiana”, “il primo amore” e per contro “la poesia e lo spirito”. dall’altra parte chiaramente stanno le questioni dei margini, degli equilibri, insomma tutte quelle cose che danno il rischio della progressione della nostra poesia e della percezione della poesia italiana contemporanea.
    morale: a me pare che ci siano almeno 20/30 luoghi in rete che ri-mandano in maniera accessibile saggi e lavori che vengono proposti nelle riviste di poesia italiana contemporanea. forse bisognerebbe partire da questi luoghi, certamente con un’idea ben più plurale rispetto a 2 o 3 voci. perché alla fine il rischio che anche pagliarani si perda come già altre colonne del 900 magari in cambio di qualche necessità “dominante” (vi prego guardate come stanno evolvendo almeno un paio di generazioni in auge: qua non c’è più solo il dialogo coi predecessori, ma l’allineamento… e la cosa non mi appassiona)
    io non so se si tratta di questioni di pancia. certamente è questione di sostanza: o il novecento verrà fatto solo da pochi oppure è la complessa rete di esperienze, anche “minori”, che tutti conosciamo.

    a noi sta la decisione e il lavoro.

    matteofantuzzi

    6 giugno 2009 at 15:16

  4. e concludo: spero che tanti cerchino di lavorare per il bene della poesia, con il loro linguaggio, con il loro passo. a me dell’omologazione me ne frega il giusto e il dialogo rimane prioritario.

    sentire come mi è capitato recentemente ragazzi magari delle università partire già senza volontà di innovare ma pronti ad allinearsi mi fa in..zzare come qualcuno ha avuto modo di apprezzare a traversetolo.

    matteofantuzzi

    6 giugno 2009 at 15:37

  5. Secondo me sta qui proprio la scelta d’impegno: coalizzarsi per sciogliere queste scuole o scuolette di pensiero tutto-sintetizzante. Ma non a parole, a fatti, scrivendo e frequentando luoghi di cultura alternativa come questo..
    luca p

    anonimo

    6 giugno 2009 at 17:45

  6. Quell’articolo era proprio da pagina culturale da Repubblica…il suo tentativo di ordine non era inutile, ma solo semplicistico, populista. Invece non è detto che un ordine dev’essere per forza semplice. Così come le interviste a due grandi personaggi erano su una strada ambigua. L’idea che ne usciva insomma era quella che gli scrittori e i critici da rivista incominciavano a guardare ad internet (esclusi i blog). I giovani fanno tutt’altro: partono dai blog per andare sulle riviste cartacee. Il fatto che chi sta sopra non se ne sia accorto è un indice significativo della distanza tra i letterati di potere e quelli che mandano davvero avanti la poesia, come nella politica. Tra le nuove generazioni c’è per questo chi ha una percezione più popolare e non populista della situazione.
    Credo dunque che le generazioni adagiate ad un livellamento globale, non so poi su cosa, verranno spazzate via se non sapranno produrre qualche differenza un po’ salata, se non piccante in scrittura e non solo in pratica del salotto. Ben inteso. Ma sono sicuro che le cose evolvono in maniera consequenziale.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    6 giugno 2009 at 20:45

  7. Taglio e incollo una mail appena ricevuta dalla moglie di Pagliarani:
    Carissimi,
    il 18 giugno alle ore 17, nella Chiesa sconsacrata di Santa Marta, il Ministero per i Beni e le attività culturali vuole rendere omaggio al poeta Elio Pagliarani. L’occasione é tanto più festosa in quanto é recentemente uscita la traduzione americana ( New York,Agincourt press,2009) di gran parte delle poesie di Pagliarani. Traduzione e introduzione sono a cura di Patrick Rumble che, insieme al Ministro Sandro Bondi , a Luigi Ballerini e a Walter Pedullà, sarà presente per festeggiare Pagliarani. Carla Chiarelli terrà un piccolo recital delle sue poesie.
    Vi aspetto con tutto il vostro affetto e la passione per i versi e la persona di questo grande autore del nostro Novecento.
    Cetta Petrollo

    anonimo

    6 giugno 2009 at 21:58

  8. siamo in tanti ad avere un debito non d apoco con Elio Pagliarani.
    Io non scriverei come scrivo se non avessi letto anche la sua opera.

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    8 giugno 2009 at 16:41

  9. sapete dirmi come mai cucchi e la stampa sono fermi?

    ciao

    anonimo

    9 giugno 2009 at 10:56

  10. ha chiuso la rubrica, “nonostante un accorato appello di estimatori”

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    9 giugno 2009 at 14:52

  11. Ottimo e abbondante il saggio di Luca, che saluto unendomi ai debitori di Pagliarani, soprattutto Lezione di Fisica e Fecaloro. GiusCo

    anonimo

    9 giugno 2009 at 14:57

  12. Giovedì 11 giugno 2009 alle ore 18
    a Milano
    nella Libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele
    OTTAVIO ROSSANI
    conduce un incontro con il poeta
    PAOLO RUFFILLI
    Si parlerà della sua più recente raccolta
    Le stanze del cielo (Marsilio)
    Intervento di
    FRANCESCO NAPOLI
    letture di
    FRANCESCO ORLANDO
    intermezzi musicali del chitarrista
    MARCO PANZARINO

    Renzo Ruffilli leggerà altri suoi testi
    e risponderà alle domande del pubbl

    anonimo

    9 giugno 2009 at 23:02

  13. Beh, Giuseppe da uno scienziato come te Lezioni di Fisica me lo aspettavo..
    luca

    anonimo

    10 giugno 2009 at 13:45

  14. Anch’io ho un debole per Lezioni di fisica.
    Ma davvero un bel lavoro, Luca, e questo Pagliarani mi ha fatto fare un salto dal Pavese de La bella estate, e a questa capacità di comprensione dell’altro che permette il gap di genere.
    Del resto le done son pratiche…

    molesini

    11 giugno 2009 at 00:51

  15. esatto, c’è stata una raccolta di firme. quello di cucchi era uno dei pochi spazi per “non addetti ai lavori” presente in italia e quindi la cosa mi preme molto sinceramente. se si parla di poesia valida anche una platea di neofiti può ampiamente apprezzare e avvicinarsi alla poesia.
    e poi c’è la questione della pluralità: garantire le voci, insisto per la questione di pagliarani, autore molto concentrato sull’opera, unico nel panorama nazionale: l’influenza sugli autori contemporanea di pagliarani è enorme (ed è ben diversa da quella che può avere avuto pavese, o montale).
    credo sia doveroso oggi leggerne l’opera. e parlarne.

    matteofantuzzi

    12 giugno 2009 at 07:28

  16. Non è detto cmq che non possa riaprire lo spazio prossimamente, anche a seguito delle numerose raccolte firme che sono pervenute alla stampa.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    12 giugno 2009 at 11:23

  17. la poesia non è un lavoro è un gioco e il più appassionante.poi sono sicuro
    che i poeti o aspiranti tali diventino lettori,così come si fanell’arte e viceversa;ma una domanda mi preme:e se un poeta deve pubblicare cosa fa aspetta le antologie della lietocolle o attraverso le editorie inconosciute
    che non superano le barriere del conosciuto -cucchi- e del diffusore-la mondadori,la bianca- .quindi lavorare si ma per conto proprio,cioè il poeta non si pubblichera mai da solo ma sarà chi lo può -e in teoria dovrebbe saperlo fare-che lo pubblicherà.
    Sicchè lavorare o cenacolare intorno a chi ha scritto per piangersi addosso,non va -meglio che il pianto siano versi e si raccolgano in poesie dove il lettore o gli altri poeti possano riflettere e produrre.

    insomma aspettare 30 anni come bukowski per essere pubblicato da fastidio,o pensare che un garofano che non accartezza nessuna giugulare dia vita alla poesia quando sarò morto ,non lenisce alcun odorato in vita,sicchè….

    ditemi voi e da tre anni che si discute e i cenacoli nn sarano mai editoria ma una frustrazione di produce o vorrebbe produrre e non può farsi conoscere.poi se s’intende che in questi tre anni abbiamo avuto l’onore di discutere tra “gli addetti ai lavori” :cioè tra noi,be il garofano s’irrobustisce e inizia ad ampollare il cervello di petali all’arsenico sicchè…

    dite un pò voi
    bellavia marcello

    anonimo

    12 giugno 2009 at 11:49

  18. il problema che mi ponevo sei anni fa quando è nato UP (e mica credevo in tuto ‘sto trambusto) non era il riconoscimento di qualche amico/sodale o direttamente il mio.

    quello che mi chiedevo è “perché al di fuori dei soliti 1000 pirla che conoscono vita, morte e miracoli della poesia italiana gli altri 50/60 milioni di persone in Italia della Poesia non hanno la più pallida idea ?”

    il problema è che con cotanto Novecento la stragrande maggioranza degli italiani non lo conosce, ma anche Montale. per non parlare poi di Pagliarani, di Calzavara… così come non conosce Bacchini, non conosce Zanichelli, non conosce Benzoni e avanti così.

    il senso di fare festival ecc. va in quella direzione: poi ognuno del proprio cammino può fare quello che vuole e sinceramente non me ne frega una mazza. pensi che leopardi fosse così famoso mentre era in vita ? e di dino campana allora che dovremmo dire ?

    ho letto un articolo di alessandro seri sul festival che fa a macerata e c’è un passaggio che mi ha colpito: il lavoro sulla poesia passa da una questione non da poco, è egocentrica dal premio nobel fino all’ultimo degli onesti scribacchini (questa non erano le parole esatte di seri, ma il senso sì).

    mi capita di fare festival in provincia dove qualcuno chiede di partecipare perché nato o residente in quello specifico territorio. al di là della qualità del proprio lavoro intendo.
    e quando rispondo che i festival sono fatti per conoscere e ascoltare capisco la difficoltà di questo passaggio.

    per fortuna vedo tanti piccoli segnali che spesso mi fanno sperare bene. e tante persone che lavorano in questa direzione.

    ma l’alfabetizzazione di cucchi su la stampa era importante, perché spesso gli appunti che faceva erano “di base” come le tabelline per chi vuole avvicinarsi all’analisi matematica. e farlo su un settimanale ampiamente letto era cosa buona perché alfabetizzava.

    chi fa poesia deve lavorare talmente bene che gli si chieda di pubblicare. certo ce la fa non solo uno su mille, ma uno su un milione.
    ma chi ha detto che questo lavoro sia semplice come buttare giu 3 pensierini su un pezzo di carta e ogni tanto andare “a capo” ?

    matteofantuzzi

    12 giugno 2009 at 14:24

  19. certo a parte bacchini e tantissimi altri che conosciamo,l’alfabetizzazione di cucchi,mirava al pescaggio come bernini osti e via dicendo alla seppur trroppa anticipata panoramica di un possibile poetico anche se fino ai settanta-io sono degli ottanta,ma comunque-.certo i “non addetti ai lavori” rimanevano nei cenacoli tipo questo,davoli,manzoni e via disc.. a intellettualizzare tra loro il come hanno fatto invece di fare.cucchi per lo meno -e non ne sono a favore,ssi capisca- da direttore inzieme a qualche altro squalo avverso e non avverso pubblicava e su un’editoria che da visibilità agli “addetti” e non.la crocetti ancora c’annoia o ci informa sul di qua e gli esteri le antologie lietocolle le ho passate tutte le altre inconosciute mi lasciano perplesso e anche chi leredige;ma lasciamo stare.il punto è che chi scrive in cenacoli a parte qualcuno non tira di scherma come rimbaud sui contemporanei e persino sui verlaine.ora campana pound e via dicendo avrebbero detto lo stesso-forse pound no-,scherzi a parte,non sono i tre pensireini che fanno la poesia .ma se la si sa scvrivere e a dirlo magarti sono i masimi contempoarnei si diovrebbe pubblicare no?ecco se poi fischietti e se fischietti poesia -non è detto che lo si faccia da bellocci in giacca e cravatta- e fischietti poesia avendo tanto letto quanto i cenacoli e da loro e al di fuori-intendo la russia che qui si tralascia a volte-beh…..non mi serve a una “bip annevata”-sono siciliano e si capisca anche se è ridicolo dirlo- diceva un famoso poeta.certo ricciardi cucchi e il contrareio santagostini hanno visualizzato ma sino e sempre al 68.beh non bisogna saper tutto della poesia perchè tra le sue tasche non rimarrebbe altro che perle di nulla che non le risaltano alcun incisivo e la lingua sarebbe un lamento naturale-da natura,come la foglia-che non opacizza sul vetro da cui guardiamo il giardino,nessun albero.ora la metrica e l’innatismo delle proprie idee che creano poesia ,chi scrive o presunto tale lo sa o no? ecco mi devono pescare al lago per essere pubblicato,o ho vinto vari concorsi sono sulle antologie ma non ho e chiese a bologna come rondoni,ne gi alberi di bacchini e quant’altro e aspetto con un palato d’amianto che l’amo infuocato verseggi per me tra le acque dell’orizzonte quando io sarò morto?
    vedi matteo credo che la poesia sia opinabile -scrissi una volta-come le giunture della gicca che sbavano cotone,
    ma nessun sarto che ne edifichi un vestito.allora perchè oltre rottebotte che non iacevano ai soffici campana -anche se ha scritto molto poco a mio parere-sfibrava ogni capello di poesia-aleramo- e rincorreva col bastone il paese che lo additava scemo,o pensierinante?

    ciao

    bellavia marcello

    anonimo

    12 giugno 2009 at 19:40

  20. P.s. che è ridicolo affermare il dialettismo “bip annevata”;non il fatto che sia siciliano.

    anonimo

    12 giugno 2009 at 19:44

  21. peraltro la metrica e la fonia del verso e non altro che l’arte che inchiostra e -china- il verso,sicchè l’andare a capo se sei il capo che scrive e sai scrivere può anche starci,
    altrimenti le stagioni all’nferno divento l’eden dei pensionanti,o no?

    anonimo

    12 giugno 2009 at 19:49

  22. ultima cosa,pardon,poi lascio spazio alùgli altri sul sulle rubriche in corso.

    ultima cosa :io sono per il verso pulito e chiaro ma che non sia il lamento ospedaliero di ciò che è già stato scritto,sicchè enfant terrible o genie mais sourtout poesie.
    e amo anche scrivere con laconoscenza di un pensionando,
    ma l’originalità che toglie il manierismo e la capacità di scrivere o fare arte oppure che ben più alto:creare.

    anonimo

    12 giugno 2009 at 19:54

  23. molte cose scritte in fretta avrete visto mancano di punteggiatura.in ogni caso intendevo che :l’ originalità,
    scevra qualsiasi manierismo di sorta
    ed è la capacità di scrivere p fare arte,o dicevo,qualcosa di ben iù alto :creare.
    p.s :direte che quello che ho appena scritto è un manierismoe altre cose sopra :beh,quello è l’unico manierismo che si rinnova sempre nel tempo e serve sempre.

    bellavia marcello

    anonimo

    12 giugno 2009 at 20:34

  24. ciò che ho scritto velocemente manca spesso di punteggiatura ,in ogi caso l’originalità e l’unica metrica manieristica che si deve spesso ricordare e non si compra al supermercato dei secoli oppure semplicemente dei decenni da poco passati.

    poi ognuno scrive e “lavora” come gli pare ma non credo di esser un impiegato e lo dico io che talvolta e spesso se vivessi solo di quello, quasi me ne sentirei.

    bellavia marcello

    bellavia marcello

    anonimo

    12 giugno 2009 at 20:40

  25. fare confronti è leggere l’opera

    molesini

    13 giugno 2009 at 02:38

  26. cucchi almeno fa. ma anche (che ne so) lello voce da tutt’altra parte fa. e per questo hanno la mia stima rispetto a chi sta nell’ombra e non agisce, non si espone, non dice, non fa (e magari si lamenta pure).
    è molto italiana la tendenza a prendersela con chi fa, con chi si espone: vale anche per manzoni che non è esattamente uno che sta nell’ombra, ma il suo pensiero lo dice.
    quindi lasciamo perdere il resto, lavoriamo, facciamo quanto di meglio possibile con le nostre poesie e le nostre capacità e lasciamo perdere cenacoli, pescaggio e tutto il resto che è fuffa.

    meglio concentrarsi su pagliarani.

    matteofantuzzi

    13 giugno 2009 at 06:42

  27. si fa per i giovani valuta corregge e èoi nel caso pubblica raramentissimamente chi vale.la poesia non si costruisce insieme ma da soli,per quanto mi riguarda,tant’è che abbiamo sfiorato anche il ruolo della maestrina qui e i paradossi della retorica ridondante su se stessa.
    la stima non serve a niente e il costrutto che vale,poi io sono anche di quelli che valutano criticano kantianamente e giudicano pro i nuovi o il valutare ma se in primis io non appartengono mi sembra difficile educare chi sconosce anche luzi,montale e le leggi della gravità poetica.

    comunque mi piacerebbe confrontare come chi ha scritto sopra ciò che si scrive in modo tale che un editore o mecenate p finto tale che è impossibile che oggi esista un giorno dia luce e denaro a tutto ciò ,come dici tu il resto e trippa per gatti -sono meno sdolcinato della fuffa metonimica.

    inoltre a me dispiacerebbe pure perchè m’interessa arrivare non barcamenarmi nel presente,vivo l’inferno di chi asssiste e ogni giorno parla ma con chi non sa poi se vogliamo un confronto lo facciamo qui tra di noi -o non intendo avversione o guerra ma costruire insieme,ma per quanto mi riguarda ognuno per gli affari suoi.
    l’italia anche in poesia si rivela sempre più certosina e handicappata di qualsiasi altro aese che come l’america e le sue beat e pop ancora vanno di moda oggi-vedi evangelisti- riescono a pubblicare e mantere e adire qualcosa.certo non siamo noi con le nostre liriche ancora impossibili
    con il nostro ludicizzare e innamorarsi tra i versi con la nostra gnoseo che atraversa e sbarca la luna che abbiamo accanto ma non il lunario,ma il coraggio di dire veramente anche se in buona oesia quello manca,allora meglio un silenzio poundiano di chi sa e scrive babele se pur assurda e decifrabile e talvolta inconcludente-come pound per l’appunto.sono comunque di chiu ama ripeto la limpidezza nel verso ma l’oscurita cangiante e cabalica che il versificare da per contrasto non sono tutti a comprenderla.lo so le “star” della poesia ci lasciano nulla “come petali che battono su un pavimento di cristallo….ecc” di jim morrison,ma perlomeno se nelle righe riescono a inserire un frase come:”oceani suicidi della notte” o qualcosa che dica di vero di se come bukowski ha fatto be io se pur blandi incostruttivi e compagnoni li preferisco ha chi rigira impollici e lavora non per se stesso ma per gli altri.la poesia non è scolastica,cioè filosofia cristiana.non ci si lamenti -anche se si finge un’elitarismo travestito d’agnello che porge la zampa,e avvelenato nel cuore ne annusa l’odore nefasto della prossima vittima-se poi siamo il paese dei buffoni,e del so fare ma non lo faccio oppure aspetto l’ufficio sinistri per poterlo fare;con tutto che la politica non c’entra nulla con la poesia.ma lo specchio di questa sociètà dove l’immagine riflessa da milioni di milioni di altri su di altri deve farci riflettere ed eseere unicum e non specchio del “mio box poetico” anche se sparso in varie parte d’italia.”mi spossesso di me per dare campo ad infinite …ecc” è proprio il significato primo:la merceologia odierna ,l’essere merce di scambio ;”la vetrina” dove l’abito fa gola e appena lo vesto diventa quasi me stesso;che si parli di questo se pur giocando ,anch’io infatto ho scritto a proposito ,d’identità.

    parliamo di questo della possessone materica e l’animizzazione dell’oggeto -quella è la poesia che scrivo io,per chi sa leggerla o almeno dovrebbe-;l’animismo delle cose.Oggi la mia macchina vale più dell’ “amore dolcissimo” della la marque,le fantasie vegetali e maccanografiche di bacchini non sono altro che cellulari parlanti,zeichen ,uno schermo senza senso :un computer malandato-anche se scrive ancora e d’altro ma lo so:io intendo la società dei lettori come vede queste cose,chiaro?

    sicchè invece di apparire sula rai solo due volte e farsi -finge- “intendere” dagli altri parlando di se come ha fatto cucchi ,o del fatto,che Dio esiste in gonuno di noi,parliamo d’altro magari della poesia e non della buffonata etica che pro me o la bestia inviolata si rappresenta.magari dai discorsi fatti qui si sarebbe ciminierizzato e prodotto un discorso più efficace e marcante,no? anche se pur pregno -quello credo che sia sbagliato- di pagliarani ha scritto che …

    amo di più lo sperimentalismo lirico e inconscio -non surreale e manieristicamente già detto- dell’inutilità della poesia affinata alla famiglia se pur composta dai poeti stessi.

    bellavia marcello

    anonimo

    13 giugno 2009 at 10:47

  28. confrontate per uanto mia riguarda la russia non l’achmatova non brodsjki,ma la grebennikova e tanti altri li scrivono qualcosa di buono davvero.rivediamo ferrari per e mpio qualcosa di più colorato e dolorante.

    anonimo

    13 giugno 2009 at 11:08

  29. e se il caso anche il lontano e chagalliano majakoskvij ,chi ha fame ed è arrabiato scrive meglio di chi ozia su poltrone d’argilla o cuscinetti rossi formati dalla poesia italiana.

    anche la biagini che a mio parer è più brillante di una la marque moderna è fuggita anche se personali ragioni in america.

    naturalmente la beat che citavo sopra la odio e anche la stupidità americana,era solo per far capire che ancora cìè chiscrive di suicidarsi e pubblica o chi :parla dei malati all’ospedale come ha fatto qualcuno in italia-pur non essendo la merini o campana o pound o .

    mi si permetta ho discettato di parecchi,ma talvolta date le distanza è meglio spiegarsi anche se in soap opere ,che non lo sono ma giudizi appieno di chi scrive e vorrebbe rendere ciò visibile agli altri e non solo in antologie e corpuscoli dei miei maroni.
    non solo perchè non seguire un proprio filone creativo e nuovo tutt’insieme io ne ho citato uno,per esempio, o si ha paura che un’altro ce lo rubi?

    allora meglio parlare di pagliarani

    e tramare nell’ombra e quella è la vera ombra-il prorpio dire- che respirare innanzi agli altri anche se con qualche difficoltà polmonaere e qualche diamanta di sputo chedefibrilla l’aria e ci ricorda la nostra materia.

    bellavia marcello

    anonimo

    13 giugno 2009 at 11:21

  30. qui:
    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/base/grubrica.asp?ID_blog=55&ID_articolo=120&ID_sezione=365&sezione=

    apparve questo:

    Marcello Bellavia, 24 anni, di Palermo, mostra estro e sicure doti, ma si esibisce in virtuosismi che lo rendono involuto: «Qui da me non passa neanche il vento / le pietre rotolano incolori, i gatti recitano / l’atarassia come professori di Harvard: / lo scozzese in tripudio sembra / una giacca senza le spalline ai lati, / gli occhiali a frase o a virgola sul naso, / reso rosa, dai vari accoppiamenti, il papillon / spuntato-sfrangiato nel collo li fa un po’ / arlecchini e curiosi».
    Sia più lineare e meno autocompiaciuto.

    Ecco, l’ultima osservazione magari la suggerirei attualmente nell’esposizione dei concetti in prosa, usando le maiuscole, la punteggiatura e anche andando a capo. Cosi non mi fondono gli occhi per seguire il percorso delle osservazioni.
    Grazie mille (non è polemica, è una preghiera)

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    13 giugno 2009 at 20:44

  31. direi che possiamo tornare definitivamente su pagliarani.

    matteofantuzzi

    14 giugno 2009 at 08:40

  32. non v’era solo quel blando giudizio sulla stampa è stato scritto altro,sempre lì e più volte.quello risaliva a 5 anni fa poi il lavoro è divenuto più matematico,lineare è più aguzzo e talvolta oscuro,ha detto qualcuno.ho provato sperimentalismi matematici anzi aritmetici usando “espressioni” e fondendo il numero e la parola.poi lasciai stare già da tre anni or sono ma non perdo la speranza e talvolta scrivo e cerco di renderecosì semplice il verso,ma è come massacrare se stessi per n autocompiacimento molto più grande e quasi inutile:gli altri.il linguaggio però deve sapersi far comprendere anche da chi non ha occhiali e solo cinque anni nel cassetto e io sono il primo che lo dico anche se talvolta si perde tutto per questo.la punteggiatura riguarda il fatto che scrivo in ca -enon scherzo-tre minuti,e non rivedo mai e rifletto su altro cm le riflessioni stesse quindi uno specchio all’infinito “dove i dubbi sono quadretti rossi che gocano a nascondino sul labirinto della camicia”.

    preferisco la polemica che la preghiera,se non s’era capito.

    seguirò il vostro percorso di tanto in tanto ,tra un quadro e l’altro,sperando che si parli di sanguineti con una luce fuori le parentesi o di rimbaud ricordandosi che aveva diciott’anni quando scrisse e ripeto lo dico io che ho la saggezza di un millenario anche se non sembra.

    bellavia marcello

    anonimo

    14 giugno 2009 at 11:29


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