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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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COME PUÒ LA POESIA CONTRIBUIRE ALLA COSTRUZIONE DELLA CITTÀ IN CUI ABITIAMO?

Abitanti e poeti non sono utenti di una città, ma sono coloro che fanno la città– scrive Franco La Cecla in “Mente Locale”. L’antropologo La Cecla indica i principali artefici della città e, implicitamente, i maggiori corresponsabili. Gli sventramenti degli spazi sociali, realizzati soprattutto dagli anni Settanta in poi, trovano una corrispondenza nel nostro sventramento emotivo; il brusio della città ci mostra chiaramente il nostro quotidiano brusio interiore. I cittadini da abitanti sono stati ridotti a residenti di una città spersonalizzata ormai diventata, per dirla con Ariès, “l’antiville”. L’uomo sulla Terra ha solo residenza, non apprende più dalla Terra come si poeticizza l’immondo trasmutandolo in Mondo. La città in cui vivi è poetica o impoetica? Chi per primo deve offrire risposte concrete a questo deficit poetico (che è un deficit umano)? Questa “impoeticitudine” che tutti i giorni ci circonda quanto e come trasforma la nostra vita? Quali sono le reazioni poetiche che vorresti agire nella tua città? Come andrebbero agite? Sembra che la poesia sia chiamata oggi, più d’ogni altra arte, a coltivare di nuovo i luoghi sociali; a sottrarre la lingua e i linguaggi da tutto ciò che è trattato con indifferenza, incuria, cattiva abitudine. “Poeti impegnati” rivitalizzano antiche pratiche e ne maturano di nuove per alimentare una “poesia sociale” a cui non corrisponde più, necessariamente, un contenuto altrettanto impegnato: c’è chi semplicemente porta la poesia negli ospedali o nelle carceri, chi nei ghetti e chi in discoteca; chi attraverso operazioni legali, finanziate dalle istituzioni, affigge poesie-manifesto in spazi pubblicitari comunali, chi illegalmente compie la medesima operazione o scrive i propri versi a caratteri cubitali sui muri della propria città secondo un codice etico ed estetico ereditato dai graffiti-writers. La parola poetica disperde il brusio dell’indifferenza, pone l’indifferenza ai margini e riconduce il soffocato alla parola, la parola al nitore, il nitore alla bellezza del dire e al suo inimitabile costrutto. La poesia va laddove l’inerte regna incontrastato e lì costruisce la sua casa, la sua naturale città.

CReO Poesia Presente – Il simposio.

Tra gli invitati a questa tavola rotonda aperta a tutti: 

Fabrizio Bianchi, Alberto Casadei, Gianfranco Lauretano, Isabella Leardini, Paolo Valentino, Matteo Veronesi.

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Written by matteofantuzzi

21 marzo 2009 a 06:08

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63 Risposte

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  1. Riprendendo proprio Franco La Cecla, un po’ tutti gli abitanti di una città ne creano lo spirito: l’amministratore comunale, il parroco e via dicendo, fino appunto al poeta. Ciò che importa è il ruolo sociale e pubblico che ciascuno si assume.
    Io, personalmente, ho la fortuna/sfortuna di vivere a Rho, una città che ha la particolarità di essere proprio nel mezzo: tra il paese, con le sue tradizioni residue, e la metropoli, che ne mina sempre l’identità, anche con opere di grande importanza. È stato il caso del nuovo Polo Fieristico di Rho/Pero e ora lo sarà con Expo 2015. Verrebbe subito da dire che di poetico a Rho c’è ben poco: tutti si lamentano del traffico, della mancanza di luoghi per la socialità, dei mezzi pubblici. È a questo punto che però si dovrebbe inserire l’attività dell’uomo “pubblico”, sia con proposte di rottura, laddove siano necessarie, sia con proposte di conciliazione, laddove si creda che queste trasformazioni, nonostante alcuni effettivi problemi, possano comunque portare benefici alla città. Si sa, un cantiere non piace a nessuno, una strada che però collega in due minuti luoghi prima raggiungibili in trenta, piace certo di più.
    La poesia, in tutto questo? Può essere entrambe le cose, anche se personalmente prediligo la strada della conciliazione: la poesia può essere un ponte tra il sentimento umano e le difficoltà concrete della quotidianità, diventando una forma di riflessione certamente più ampia. Almeno in prima battuta, quindi preferisco lasciare la battaglia politica ad altri mezzi, più “pronti” a rispondere al problema.
    E questo per quanto riguarda il contenuto stesso della poesia.
    Passando invece alla diffusione della poesia – che poi mi sembra il nocciolo stesso di questa discussione – sto cercando di lavorare molto con le istituzioni (Comuni, fondazioni, etc) e con le associazioni (gruppi culturali, università della terza età, compagnie teatrali) che possono ancora essere catalizzatori di persone e di sensibilità. È una “battaglia” lenta e non eclatante, ma secondo me più efficace, nel lungo periodo, rispetto all’irrompere della poesia scritta nel paesaggio cittadino, soprattutto perché in grado di mantenere un dialogo tra le due parti: il poeta e, più che la città, il cittadino. La poesia può cambiare la città? Se va ad incontrare davvero coloro che la città la abitano e la creano – gli studenti, i lavoratori, i degenti, gli anziani, le madri – la risposta può essere “sì”.

    Paolo Valentino

    anonimo

    22 marzo 2009 at 12:12

  2. Addio a Giuseppe Bonaviri, poeta di Sicilia
    Poco conosciuto al grande pubblico, si è spento a Frosinone, all’età di 84 anni Giuseppe Bonaviri, scrittore e poeta. Era nato a Mineo in provincia di Catania. Più volte entrato nella rosa dei candidati al premio Nobel, era un medico cardiologo, esercitando la professione anche da scrittore. Fortemente legato alla sua terra, dopo il romanzo Il sarto della strada lunga (1954), che aveva ottenuto grande approvazione da parte di Elio Vittorini e per questo pubblicato da Einaudi, Bonaviri abbandonò i moduli più nerorelistici per approdare ad una scrittura fantastica, che richiama Italo Calvino.

    Sempre attento a cogliere la dimensione magica e arcaica della natura, Bonaviri ha dato il ruolo di protagonista ad una mitica e magica Sicilia, anche sulle suggestioni della natia Mineo nei cui dintorni c’erano i resti di un villaggio preistorico. Il romanzo Il fiume di Pietra (1964) che ha come protagonisti un gruppo di ragazzi di campagna e la trilogia La divina foresta (1969), Notti sull’altura (1971), L’isola amorosa (1973) sono uno spaccato del mondo siciliano, greco e saraceno, fatto di paesaggi e presenza oniriche. Il suo lavoro più riuscito è considerato il romanzo del ’78 Dolcissimo, una surreale discesa agli inferi della città di Zebulonia-Mineo.

    Sono seguiti Novelle Saracene, (1980), i romanzi L’incominciamento (1983), Dormisveglia (1988), Ghigò (1990), Il vicolo blu (2003) e le raccolte di poesie O corpo sospiroso (1982), L’asprura nel 1986, I cavalli lunari nel 2004. Nel 2006 ha pubblicato Autobiografia in do minore. Nel 2007 si è raccontato nel documentario Bonaviri ritratto di Massimiliano Perrotta. Rimase affezionato sempre al suo primo romanzo, scritto durante il servizio di leva a Casale Monferrato in Piemonte, Il sarto della stradalunga. I suoi libri sono stati pubblicato soprattutto da Rizzoli ma anche Mondadori e Sellerio. Una fondazione porta il suo nome.

    da unita.it

    anonimo

    23 marzo 2009 at 13:55

  3. secondo me la questione del “lento e poco eclatante” è fondamentale, soprattutto se guardiamo ai grandi centri urbani dove la crescita (si veda appunto rho-pero) deve essere veloce ed eclatante, e infatti stona un pochino il fare poesia, costruire, lo stesso ragionare attorno alla poesia anche nel complesso editoriale con quello che è appunto la grande città: perché è indubbio che un certo modo anche delle “grandi” case editrici di considerare il libro, o delle grandi realtà istituzionali di considerare “l’evento” stona con lo stesso fare poesia. tutto si brucia per tempi che probabilmente stonano con l’equilibrio di cui la poesia ha bisogno. dall’altra parte il silenzio e la calma di tanta provincia italiana dovrebbero probabilmente creare un terreno più fertile rispetto a quello che stiamo vedendo e che ancora tende alla metropolizzazione.

    e non per niente “perdiamo” tanta e ottima parte della poesia italiana, come ad esempio bonaviri

    matteofantuzzi

    23 marzo 2009 at 14:01

  4. In linea con ciò che afferma Paolo Valentino (saluto!):

    Ci sono poeti che delegano ai soli versi la propria azione poetica. È una scelta rispettabile ma non corrisponde alla mia natura. La generazione a cui appartengo, non crescendo più in quel fertilissimo humus sociale che ha permesso la formazione di figure monumentali come Pasolini o, se penso a Milano, a poeti pregnanti come Testori, Fortini, A. Porta, Raboni e tanti altri, è sollecitata a definire un altro tipo di militanza: meno visibile ma più sistematica.
    I poeti per contrastare i nuovi e subdoli analfabetismi contemporanei, in un’Italia che sempre più impoverisce la parola e con essa il senso del vivere, sono chiamati ad agire su più fronti secondo un programma a breve e lungo termine. Tra i miei coetanei gli Ammutinati di Trieste, Fratus, Fantuzzi, Socci, Massari stanno cercando di rispondere dal basso all’insensibile, all’indifferenziato. Con la loro poesia ma non solo, secondo un progetto di ampio respiro che sappia creare l’ecosistema culturale più indicato alla crescita poetica di un territorio. Questa generazione sta maturando un modo diverso di essere poeta engagé: meno “intellettuale” e più “ecoculturale”.

    (ho ripreso una risposta che ho dato nella rubrica di Silvia Monti “One Shot 8” in Tellus Folio del 06 Ottobre 2008. Spero possa alimentare la discussione)
    dome bulfaro

    anonimo

    24 marzo 2009 at 15:55

  5. L’evento ha senso se crea movimento.
    Se gli eventi sono al servizio di un progetto che sa creare un movimento culturale allora hanno senso di esistere altrimenti sono delle fiammate una tantum (vedi molti festival) o nel peggiore dei casi alimentano l’eventismo. L’eventismo è un parassita tipico della cultura italiana post anni Settanta. Non sempre è un parassita facile da individuare. Si scopre e se ne misura l’incidenza solo col passare del tempo. Questa è un’altra delle ragioni per cui diffido dei campi non coltivati giorno dopo giorno, che non dedicano spazio e tempo alla voce delle piante giovani: di fronte al lavoro sporco non si indietreggia. A maggior ragione in una città come Milano, paralizzata dalla corsa sfrenata, ridotta a vacca sterile dalla sovrapproduzione di senso
    dome bulfaro

    anonimo

    24 marzo 2009 at 23:33

  6. LA CITTÀ DELLA POESIA, FRA CIELO E TERRA

    Non credo si possa dire che, in genere (salvo qualche eccezione: l’Atene di Pericle, la Firenze medicea, la Ferrara dei poeti estensi, che nella sua struttura, classica e insieme medievale, configuratasi dopo l’”addizione erculea”, pareva quasi riflettere il microcosmo freneticamente premeditato, e insieme manieristicamente illusivo, della Gerusalemme liberata), i poeti abbiano trovato facile accoglienza in qualsiasi struttura sociale e civile organizzata in modo sistematico e gerarchico: quasi che, emblematicamente, la peculiare “razionalità” della poesia, di cui parlava Adorno (una razionalità dinamica, fluida, proteiforme, e dunque non normativa e prescrittiva, non strumentale), potesse difficilmente adattarsi a quella, invece, ideologicamente e politicamente connotata, ed eterodiretta da finalità di controllo sociale o di esibizione del potere e dell’ordine, che presiede, in genere, ai piani urbanistici, e configura la forma urbis – il “viso di pietra scolpita”, direbbe Pavese, della città.
    I poeti, dice il Corano, vagano per i deserti, e dicono cose che poi non fanno. Il pragmatismo operativo, coercitivo, a volte autoritario e violento, della “città degli uomini” mal si accorda con la “finalità senza scopo”, con l’operare incondizionato, del poeta; egli stesso, certo, a suo modo homo faber, fabbro e architetto delle parole, disegnatore della mappa inafferrabile del testo, eppure avulso da qualsiasi applicazione pratica, da qualsiasi uso strumentale o immediata applicazione: il che lo rende sospetto, se non risibile, agli occhi del senso comune, dell’opinione corrente, del sentire condiviso ed unanime, che trovano nella città, nell’agorà, la propria voce collettiva, la propria corale risonanza.
    Platone ed Agostino (pur se per ragioni ideali, più che pratiche, e nondimeno legate ad un, per quanto utopistico, progetto politico, peraltro non privo di pericolose ambiguità, e non del tutto immune da possibili strumentalizzazioni autoritarie) concordano nel guardare con sospetto ai poeti: il primo considerandone l’opera copia della copia, di tre gradi lontana dalla verità, e potenziale, insidioso alimento e fomite di passioni incontrollate; il secondo scrutando con preoccupazione i velamina, i veli allegorici, in cui i poetae theologi avvolgevano i misteri del sacro, lasciandone scorgere forme fuggevoli, parziali, insidiosamente ambivalenti.
    Forse la città dei poeti è ancor più astratta ed inafferrabile di qualsiasi utopia, di qualsiasi non-luogo. Una città mentale talmente immateriale, avulsa e remota da non potersi assolutamente tradurre, neppure nei sogni più veementi e più pericolosi (forse con l’eccezione del Savonarola cantore, in una lauda, di “Cristo re”, o con quella, diametralmente opposta, del D’Annunzio fiumano, e poche altre), in alcun terrestre inveramento, in alcuna realizzazione sociale e politica.
    Eppure, proprio perché del tutto inutile, e anzi di fatto inesistente, o esistente – al di là del tempo, oltre, o viceversa al di qua, della storia – solo nella mente, nel’anima, nell’incorporeità intellettuale e segnica del testo, la città dei poeti è del tutto innocua, assolutamente innocente. Non la si può nemmeno incolpare di non avere agito efficacemente sul corso, così spesso iniquo e sanguinoso, della storia, per il semplice fatto che – città quant’altre mai indifesa e disarmata, seppure dal territorio sconfinato – non ne aveva i mezzi, non aveva le armi e le mura.
    La poesia, diceva Montale al momento di ricevere il Nobel, è assolutamente inutile. Ma, almeno, non è nociva. Il che non si può sempre dire della – pur per molti versi utillissima, e oramai innegabilmente trionfante – civiltà della scienza e della tecnica, dalla quale la città postmoderna – ormai cablata, smaterializzata, avvolta e travolta da un pulviscolare ed insonne vortice di quanti d’informazione – è inesorabilmente e dispoticamernte dominata, risultando dunque – ma non è una novità – affatto inospite per i poeti.
    Per la poesia, le città di questo mondo possono fare ben poco – ancor meno, forse, di quel quasi nulla che il poeta può fare per esse. Tutt’al più, per quel che può valere, dedicare un giorno una piazza o una via a quanti di noi verranno giudicati (a torto o a ragione: si sa “il giudicio uman come spesso erra”) più “storicamente significativi”.
    Il nostro regno non è di questa terra. La nostra città è ovunque e in nessun luogo, come il Dio medievale e rinascimentale del Liber de causis, di Cusano, di Bruno. O forse, ammesso che sia da qualche parte, è qui, nello spazio sconfinato ed onniavvolgente, proteifome ed invisibile, incorporeo eppure onnipresente, della rete.
    Quanto a me, le mie città sono Bologna, in cui sono nato, non ho mai abitato ma ho ricevuto una parte della mia “formazione culturale”, e Imola, in cui sono quasi sempre vissuto.
    Da un lato la pianta longobarda dell’antica Felsina, con quel centro da cui si dipartono a raggiera, come gli arti difformi e contorti di un immenso, orrendo insetto, le vie principali, che potrebbero indefinitamente prolungarsi – e poi, negli irregolari ed obliqui interstizi, nelle scalene “zone”, di questa anomala ed asimmetrica centuriazione, dedali di vie e viuzze in cui, diceva l’oggi tanto bistrattato Carducci, è effettivamente meraviglioso “sperdersi pensando”.
    Non proprio “città brulicante, città piena di sogni”, come la Parigi di Baudelaire – eppure essa stessa non avara, nel suo piccolo, di epifanie subitanee, folgoranti, che coinvolgono e travolgono per un attimo gli sguardi, i sensi (gli “spirti”, avrebbe detto Guinicelli): due frecce conficcate da secoli nella trabeazione lignea di un porticato; uno sportello che si apre d’improvviso, e mostra lo scorrere lutulento e derelitto dell’Aposa, lasciando brevemente trapelare all’aria e alla luce un intrico insondabile di canali sotterranei che avrebbe affascinato e frastornato anche Eugène Sue; il mercato di piazza Aldrovandi, che ammaliò, con la sua selva pastosa, quasi palpabile, fragrante e nauseabonda, di voci, odori, corpi, colori, Umberto Saba, avvezzo alla “scontrosa grazia” della sua Trieste, e desideroso di confondersi con la “calda vita di tutti gli uomini di tutti i giorni”; il ghetto ebraico, in cui nacque mio padre – il ghetto, tenebrosa ed ignominiosa metastasi, angolo della città che Piero Camporesi immaginava brulicante, come la Parigi di Suskind, di odori, voci, parole, di volti lingue memorie, di storie esuli, erranti, disperse, e che ancora reca, nella sua criptica toponomastica, i segni discontinui e vagolanti di un sapere arcano e remoto – le schegge e i frantumi, diremmo con Kafka e con Derrida, delle Tavole della Legge.
    Dall’altro lato, Imola provinciale ed opaca, sbeffeggiata da Tassoni e da Leopardi, nominata di sfuggita da Hemingway come un verde, remoto paradiso dei socialisti, gremito di alberi, di giardini e di fontane, la “zité di zent urt” stilizzata, un po’ oleograficamente, da Luigi Orsini, la “zité di mett” in cui trovò asilo Dino Campana, e di cui si incontra una menzione addirittura in Pirandello, afflitto dalla “moglie pazzerella”.
    Eppure, la città dei matti sembra avere a priori esorcizzato, quasi giocando d’anticipo, ogni sussulto e ogni ombra del’irrazionale, serbando con assoluta limpidezza la centuriazione romana, fregiandosi della geometrica, idealizzante, e insieme minuziosa, mobile e viva (“i fiumi scherzano nella pianura”, dice una postilla) mappa di Leonardo (forse la prima “mappa zenitale”, noi imolesi possiamo dirlo con orgoglio, nella storia della cartografia), infine rivestendosi, con il Neoclassicismo, di una sorta di lapideo manto, di una veste e un apparato di marmi arcate scalee (certo meno sgargianti di quelli, solenni e garbati, fini e preziosi, della vicina Faenza, città molto più bella della nostra, e che non possiamo non invidiare); senza che ciò impedisca l’affiorare, di tanto in tanto, della città cristiana e medievale, nella forma ora di un capitello paleocristiano che fa lampeggiare la simbologia fitomorfa e sacrificale di un dionisismo riplasmato, ora di un portale gotico come quello, splendido e malnoto, della Chiesa di San Domenico, ora di affreschi mariani che risorgono da un polveroso intonaco, tenui, virginei e insieme scintillanti e preziosi, ora (come è accaduto, recentemente e sorprendentemente, nel tanto controverso, ma in fondo necessario, sventramento della piazza centrale) di un’antichissima sepoltura affrescata.
    Le città italiane, con la loro anima una e molteplice, antica, medievale, rinascimentale, sono selve di analogie, compressioni e fusioni spaziali e geografiche di piani temporali diversi e lontani, di suggestioni disparate, multiformi, variamente codificate dal tessuto urbano e altrettanto variamente decodificabili dallo sguardo itinerante che su di loro si posa, che amorosamente le percorre e le penetra.
    In questo senso (che è anche, in partenza, storico, geografico, sociale, ma che poi sorpassa e trascende tutti questi àmbiti e piani per ergersi immateriale ed intemporale), la città può essere ancora sede, dimora, e in qualche modo teatro, della poesia. Il cui tessuto, fitto di echi, tracce, memorie, tessere, simboli, consapevolmente o meno riemersi da un passato storico e insieme individuale ed esistenziale, culturale e insieme psicologico nella misura in cui la formazione e l’identità culturali, e l’eredità che le plasma, sono parte integrante e fondante dell’individualità creatrice, del complesso della persona, è, idealmente (ma in un senso evidentemente diverso da quello in cui Bukowski diceva, in versi troppo noti, che “una poesia è una città…

    anonimo

    25 marzo 2009 at 20:32

  7. … piena di strade e tombini / piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi”), una forma urbis, un volto urbano dalle mille ombre, e dalle pieghe antiche, dai sorrisi segreti e lontani, dagli indecifrabili sguardi sempre rivolti e alludenti ad un altrove.
    “La creta, la selenite e l’arenaria / Di qui nasce il colore di Bologna / Nei tramonti brucia torri e aria […] A che punto è la città? / La città è lì in piedi che ascolta. […] A che punto è la città? / La città si nasconde le mani”. Così scriveva, nel veleno e nel sangue degli anni Settanta, un poeta pur ideologicamente impegnato come Roberto Roversi. La luce pura, il fuoco fervido eppure innocente della poesia scorporano la città, la elevano al cielo, la confondono con le nubi, i lampi, le parvenze cangianti e senza peso – anche nella militanza e nell’impegno. Scrive oggi Roversi, in pagine apparse su “Bibliomanie”: “Gli anni di Goethe o di Carducci sono tutti alle spalle, e non tornano più; / disperse le orme fra le onde del mare e del tempo. / Si può allora dire, come in una favola della memoria e dell’affetto, c’era una volta Felsina, Boiona, Bononia, Bologna”. “Madre che non dorme. Madre città. Antica tellus. (…) Madre città, dunque, da cui mai e poi mai dovremmo sentirci abbandonati” (http://www.bibliomanie.it/bolognabologna_roversi.htm). E’ nell’antico e nell’eterno, sul terreno fecondo della loro intersezione e della loro fusione (nel ciclo perenne di morte e rinascita, nel “desiderio vano della bellezza antica”), che la città-poesia, il luogo-parola (forse non ancora del tutto dissolto in non-luogo indifferente e mercificabile) possono sperare di risorgere e di protendersi verso un futuro che ha ancora i confini e le forme malcerti della bruma – ma, forse, anche la luce madreperlacea e tremula di una nuova alba. “Non tanto il vincolo con il presente”, dice ancora Roversi, “un presente cupo e avido. Non con il carro del presente, ma il brivido, un brivido freddo, col nuovo mondo che, sia pure a fatica, sta cercando di comporsi”.
    E – mi si perdoni l’accostamento così ardito – ogni città, nel momento in cui diviene poesia, è in fondo, con D’Annunzio, “città del silenzio”, chiusa nell’eterno sepolcro, nella quiete perenne, della parola e della pagina, che chiamano ed attendono lo sguardo sollecito, la voce interiore e spirituale, il soffio pneumatico, la caritatevole e vigile attenzione, dell’anima e della mente di un lettore. Fino ad allora, la bellezza di una città, una volta trasposta, e deposta, nel verso e sulla pagina, è e resterà una bellezza “deserta”. Matteo Veronesi

    anonimo

    25 marzo 2009 at 20:35

  8. sicchè saremmo tutti una città,
    una massa d’imbecilli che al massimo
    giocano a monooli tra di loro ,oppure uno è ciò che siamo e guai se nella città nessun sa che esistiamo?

    bukowski diceva altro.

    e meno male anche per me

    anonimo

    25 marzo 2009 at 21:03

  9. bisogna capire che il talento non viene che da se stessi, al massimo da qualcun altro-tipo il dio della rete
    che scrive melange culturali insieme a voi.

    talento e anche andare un pò più giù di roma quando si legge.

    anonimo

    25 marzo 2009 at 21:06

  10. naturalmente per il talento “divino” mi riferisco ai pochi e-letti.

    chi che haquello caino oppure il proprio che ancor meglio sanno ciò che dire e tacciono o scrivono-lavorano invece d’ingrassare la mente di altro scritto da altri che sono altri che scrivono d’altro che
    non “mi” interessa.

    P.s con ciò non s’offende nessuno
    ma il principio che in accademia o in cenacoli anche se adesso si chiamano blog finto-altolocati ce ne vuole.

    anonimo

    25 marzo 2009 at 21:12

  11. s’è troncato tutto, intendevo:che scrivere o dipingere e io faccio entrambi non si costruiscono in accademie.

    patience per la retorica ma non è un luogo comune.

    anonimo

    25 marzo 2009 at 21:15

  12. Il talento innato è importante, una certa autoreferenzialità erudita e narcisistica ha tutti i limiti che volete (anche se mi sembra, nel mondo d’oggi, un atteggiamento a cui il poeta è, realisticamente, indotto, e quasi forzato, dalla sordità arrogante e dall’ostinata ottusità che l’attorniano, e a cui mi sembra vano, velleitario, scapigliato ribellarsi), il sistema del “web letterario” rischia a volte (non in questo caso) di replicare, in forma digitale, le reti clientelari dell’editoria cartacea….
    Tutto vero.

    Verissimo è pure che bisogna andare più in giù di Roma. E io ci sono andato: Scotellaro, Sinisgalli, Gatto, Calogero, Bodini, Vitiello, Spagnuolo (e anzi andrebbe studiato il duplice legame della cosmopolita Rosselli con l’identità meridionale e mediterranea, con Scotellaro da un lato, Calogero dall’altro)…

    Certi potentati editoriali e giornalistici tendono, innegabilmente, a lasciare in ombra il Mezzogiorno (anche se, a ben vedere, tre dei poeti appena citati pubblicavano con Mondadori).

    Il fatto è che mi si chiedeva, se non ho capito male, di parlare della città dei poeti in universale, poi, nello specifico, delle mie città. Ecco perché non ho fatto cenno del Meridione. Ma prima o poi qualcosa su Sinisgalli lo scriverò (ammesso che serva a qualcosa).

    Matteo Veronesi

    anonimo

    25 marzo 2009 at 22:41

  13. firmatevi… fate i bravi bimbi mi raccomando… firmatevi sempre…

    a parte questo: qua si cerca di fare proprio il contrario, cioè di recuperare tanto di quello che si è perso, che si sta perdendo. se ci arrendessimo a un certo modo di considerare la poesia dovremmo parlare solo dei poeti che stanno tra cinisello balsamo e cernusco s/n. che magari sono bravissimi, ma come è logico non stanno tutti lì. certo da molti decenni quasi tutto si svolge sopra roma, ma questo non significa che debba accadere per sempre, ad esempio la puglia si sta rivelando particolarmente vitale, e questo è solo un bene. certo ci vogliono le solite cose: festival, riviste, case editrici meritorie, che ci sono ma potrebbero essere decisamente di più e più coordinate tra loro e con il resto d’italia. solo così chi è valido potrà “naturalmente” emergere. insomma speriamo bene.

    ps. come già sopra: noi abbiamo bisogno di un’ottima accademia che faccia un ottimo lavoro istituzionale, ad esempio che insegni tutto il novecento (tutto ! guai se si ferma a montale, guai se blocca il 70/80 % dei propri studenti sui minori del settecento) che educhi chi chiede di essere educato e magari andrà a insegnare e ad educare a sua volta le nuove generazioni come accadeva fino a qualche decennio fa quando i laureandi in lettere leggevano montale o luzi o quelli del gruppo ’63 che erano tutti vivi. non è cosa da poco.
    solo così si potrà “costruire”, consci anche di quello che la poesia fa. senza pensare che sia qualcosa di intoccabile e inavvicinabile ma lavorando da onesti muratori per dare una mano a costruire la casa.

    matteofantuzzi

    27 marzo 2009 at 07:36

  14. Lo so: ad analizzare i mali della città contemporanea è meglio che si dedichino le figure competenti, urbanisti e architetti da un lato, ingegneri del traffico e delle infrastrutture dall’altro, sociologi e politologi dall’altro ancora…
    Però anche il comune cittadino può fare tanto, ha un potere di cui egli stesso non si rende conto. Un esempio: per la mia città circolo nel 70-80% dei casi in bicicletta e devo davvero registrare che, a parte la lenta, faticosa ma progressiva crescita delle piste ciclabili, sono in netto aumento negli ultimi dieci anni gli automobilisti che ai passaggi pedonali non sfrecciano ma si fermano, anche se io sono fermo né faccio cenno di voler attraversare imprudentemente. Se poi ho uno o due dei miei bimbi sui seggiolini la percentuale sfiora il 100.
    Non vivo in campagna. Ma nella cintura delle città dormitorio dell’hinterland milanese.

    Da comune cittadino esprimo l’idea che si potrebbe fare molto per le nostre città iniziando a togliere spazio all’idea che sulla competizione sia basata la realizzazione del bene comune. E’ un problema culturale, performativo, è chiaro, prima ancora che legislativo o cementizio o psicologico o ecologico. E allora, da comune cittadino con la passione per la poesia, devo riconoscere di avere delle responsabilità, né sono così incline a ritenere che la mia “gutta” che “cavat lapis” sia così del tutto inutile… Non amo pensare al mondo dei poeti come ad una schiera di struzzi capaci solo di nascondere la testa sotto la sabbia quando si tratta di assumere degli atteggiamenti etici fin dalla costruzione di un verso, dalla scelta di una rima…

    Ergo: penso che una delle costruzioni concettuali da demolire sia quella di pensare alla necessità di un’emersione della qualità della poesia contemporanea dalla congerie del poetico prodotto ogni giorno, mese, anno. Che avvenga per selezione naturale (il tempo, la storia, i posteri lettori, ecc.) o artificiale (i concorsi, i convegni, le antologie, ecc.). No, è un’idea che uccide le miriadi di embrionalità poetiche diffuse nelle nostre città, dove abitano tanti spiriti poetici, che abbiano i calli del carpentiere o i colletti del bancario non importa. Chiedo scusa ai due Mattei dei commenti precedenti, non ce l’ho con voi né con i vostri articolati e interessanti ragionamenti, ce l’ho con un atteggiamento diffuso, purtroppo assai diffuso. Vogliamo che le nostre città siano meno di corsa e continuiamo ad immaginare che la qualità della poesia accada per vie competitive? Bene, allora da poeti dovremmo smettere di imprecare ogni volta che ci troviamo ingorgati negli assurdi urbani dell’esistenza e continuare a credere nell’obiettivo di diventare il più bravo della sua generazione, ché l’assurdo è il giusto prezzo da pagare. Oppure smettere di affannarci dietro al “uno su mille ce la fa” nel momento stesso in cui, davanti al foglio bianco, iniziamo a cercare una forma per una suggestione che ci ha catturato mentre stavamo scrutando con occhio di lince un parcheggio non selvatico per la nostra automobile, e abbiamo visto la grande P bianca su sfondo blu che segnala il parcheggio quasi nascosta tra i rami di uno striminzito pesco in fiore, e per un momento abbiamo pensato con la più perfetta e idiota ingenuità di questo mondo che quella P potrebbe stare per Poesia, e che la panchina due metri più in là potrebbe essere un ottimo luogo per il prossimo convegno, seminario, reading con qualche amico…

    Mario Bertasa

    anonimo

    27 marzo 2009 at 12:07

  15. Ciao, lascio parlare al mio posto un intellettuale di ben altro rango: Brian Eno. Il quale scrive:

    “Il libro di Joel Garrau, Edge City, propone l’idea che la vita delle città si sia spostata dal tradizionale centro ai margini… Così che, per esempio, invece di un centro da cui tutto fluisce e a cui tutto è collegato, ci sono oggi città formate da stringhe di centri nuovi e vivaci, disposti intorno al vecchio centro, ormai disabitato. […]
    Ho usato l’intuizione di Garreau per elaborare l’idea di “cultura dei margini”.
    Ho pensato che fosse accaduto lo stesso in ambito culturale. Il tradizionale “centro” della cultura delle Belle Arti – […] – non è l’unico luogo attivo. Frattanto i municipi e gli uffici governativi della vecchia cultura rimangono dove non abita più nessuno. Questo fa sorgere una nuova idea su dove viviamo – culturalmente. […]
    Questa è l’idea chiave. Se abbandoniamo l’idea che la cultura abbia un unico centro e immaginiamo che invece ci sia una rete di nodi attivi che possono o meno essere toccati in un preciso viaggio per quel campo, abbandoniamo anche l’idea che quei nodi abbiano un valore assoluto. Il loro valore cambia a seconda della storia di cui fanno parte e della loro importanza. E’ un po’ quel che avviene con le monete correnti: tutti i valori sono oggi fluttuanti, non esiste più il “riferimento aureo” che una volta ci veniva fornito dalla Storia dell’Arte. […]
    Mi piace questa Cultura dei Margini. Mi piace la sensazione che tutto possa accadere, che possa realizzarsi qualsiasi collegamento, che tutto possa diventare all’improvviso importante e pieno di emozioni e significati. E’ quanto di più vicino all’animismo io riesca a concepire”.

    Brian Eno, Cultura dei margini, da “Futuri impensabili”, Giunti 1997

    Raimondo Iemma

    anonimo

    30 marzo 2009 at 22:45

  16. Bellissimo il passaggio di Brian Eno, che io condivido in pieno, forse perché mi è capitato di vivere proprio su uno di questi margini. E ringrazio ringrazio Raimondo per averlo riportato in questa discussione.
    Allo stesso tempo, però, trovo lo stesso che il centro rimanga importante, almeno come punto di riferimento, anche perché, altrimenti, non ci sarebbero neanche dei “margini”. L’attività, spesso molto ricca, delle periferie nasce anche dalla volontà, secondo me, di ricreare dei centri, seppure più piccoli e più, appunto, marginali, liberi da un carico di storica che soffoca.
    Mi trovo molto in sintonia con Mario Bertasa e con la sua idea di “cittadino” come pedina attiva nella costruzione della propria città. Ha espresso meglio di me il ragionamento che avevo iniziato nel mio primo commento, in cui dicevo che cambiare una città, per un poeta, significa prima di tutto comunicare con i cittadini, con le persone, piuttosto che con i luoghi. Questo, secondo me, può diventare una vera forma di militanza, che forse non avrà risultati immediati ma è la più efficace nel lungo periodo.
    E nelle comunità più piccole – da quanto posso vedere io – questo si nota di più. C’è maggiore partecipazione, c’è più ascolto, c’è spazio per dire la propria, per dare opinioni.
    Se dai “margini” può rinascere un movimento del genere, spero che comunque possa poi arrivare anche al centro, che in questo caso significa prima di tutto: politica e istituzioni.

    Paolo Valentino

    anonimo

    31 marzo 2009 at 14:34

  17. COME PUÒ LA POESIA CONTRIBUIRE ALLA COSTRUZIONE DELLA CITTÀ IN CUI ABITIAMO?

    Forse non può. La città e in mano ai palazzinari, che si contendono licenze e spazi.
    Quando uno spazio viene fatto avanzare (non nell’accezione di procedere…) è quello che ci viene dato. Quello spazio in cui resistiamo, la periferia poetica, la terra di nessuno.

    Fabiano Alborghetti

    Roma 3 apr. – (Adnkronos) – Parole d’amore in versi. Si intitola”Mots d’amour” l’ultimo libro di Bianca Maria Simeoni delle Edizioni Artescrittura che sara’ presentato il prossimo martedi’ alle 17 presso la Camera dei Deputati con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attivita’ Culturali, della Fondazione Ippolito Nievo e del Gruppo Cultura Italia. Alla presentazione dell’ultimo libro della Simeoni, interverranno Giorgio Albertazzi, Ennio Calabria, Corrado Calabro’ e Maria Luisa Spaziani. ”Questa nuova silloge di Bianca Maria Simeoni, ”Mots d’amour”, afferma Giorgio Albertazzi- e’ amore concreto e, direi, fatale: c’e’ un segno di fatalita’ nell’opera dell’autrice che reinterpreta il nucleo dell’animus romantico classico. Poesia, insomma, e poeta e’ la Simeoni. La sua poesia ci affascina”.

    ”Questi versi prorompenti come fiotti di volutta’, rinvenienti come le maree, riportano -sottolinea Corrado Calabro’- la voglia d’amare. E di poesia. Negli occhi di Bianca Maria Simeoni, dopo le esplorazioni e i deliri d’amore, non resta ”se non lo stupore di una luna immensa / simile al sorriso di un dio”. Per Maria Luisa Spaziani”Bianca Maria Simeoni e’ una poetessa d’amore per eccellenza di stile come chiaramente indica il titolo, ”Mots d’amour”, che in francese acquista un di piu’ di fascino sensuale: nel pronunciarlo infatti le labbra si offrono in un doppio bacio piu’ che in italiano”. Alcune opere poetiche tratte dal libro, saranno interpretate da Thomas Otto Zinzi e la Compagnia Progetto Miniera.

    Bianca Maria Simeoni, giornalista, poeta e promotrice culturale, collabora a riviste e dirige collane letterarie. Ha intervistato grandi personalita’ della cultura, ottenendo prestigiosi riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale. Della sua opera si sono interessati autorevoli poeti e critici letterari come Giuseppe Jovine, Renato Civello e Mario Luzi. ”Mots d’amour” e’ la sua terza silloge poetica.

    ———————————

    Come sempre, ode all’onestà.

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    3 aprile 2009 at 16:41

  18. premessa: giovedì sera ero a medicina nella provincia bolognese, assieme a carlo falconi e salvatore della capa. biblioteca stipata: non grazie a me, ma alle doti organizzative di giovanna passigato. altrove mi capita di fare letture da 10/15 persone e so che per molti già questi quantitativi sono miracolosi, che molti fanno letture anche in luoghi prestigiosi con 4/5 persone, ma anche nei luoghi “maggiori”, anche qua capita il deserto.
    morale: abbiamo bisogno di persone che abitino i luoghi. le case vanno abitate, che siano palazzine o villoni, biblioteche o bettole. abbiamo bisogno che ognuno nel proprio territorio faccia comprendere cosa sia la poesia, la porti in maniera franca e onesta a dialogare con gente che di fronte alla proposta della poesia, immaginando qualcosa di terribile, statico e polveroso scappa. perché ancora siamo a questo punto

    inoltre: abbiamo bisogno di fare sapere come sta la poesia, abbiamo bisogno di iniziare progetti nelle radio, nelle televisioni, anche locali, digitali, satellitari, sui giornali, dove cacchio vi pare a voi. ma dobbiamo andare tra la gente usando i mezzi che sono a disposizione. ci sono trasmissioni sulla lirica, sul teatro, sul giallo. è ora che iniziamo a parlare seriamente di poesia a tutti i livelli e con tutti i mezzi di comunicazione senza pensare che vi siano necessariamente discorsi di elezione. una persona vale uguale, che stia a roma, milano, a lugano o nella campagna tra bologna e ravenna. vale sempre uno e a quella ci dobbiamo rivolgere

    ps. giovedì sera è stato bello sentire gli altri 2 con me avere ben presente questo problema. credo che le ultimissime generazioni della nuova poesia conoscano davvero bene il problema. poi qualcuno le applica e qualcun’altro rimane affascinato dalla vecchia concezione del potere. ma già sarebbe buona cosa che ognuno costruisse un terreno necente nel proprio intorno di 10-15 km (e senza su questo pensare di mantenere una sorta di proprio feudo, ma consegnandolo alla fruzione della poesia di qualità)

    matteofantuzzi

    5 aprile 2009 at 14:12

  19. perchè non organizzarsi in una sorta di gruppi o cmq di strumento di divulgazione di massa della poesia.
    e poi:nessuno dico nessuno riesce a far valere i propri diritti sulla televisione o sulla stampa-lasciando stare quella dell’omonimo giornale,ma dico sui generis-?

    bellavia marcello

    anonimo

    5 aprile 2009 at 18:47

  20. massa magari sarebbe un’utopia…
    ma a dei bei grupponi sarebbe un bell’inizio, considerando i chiari di luna che c’erano fino a pochi anni fa e che comunque ancora oggi ci sono in molti luoghi.
    tu marcello di dove sei ? inizia dal tuo quartiere/paese ecc.
    anche su “la stampa” ci sono problemi, tanto che ci sono raccolte firme in tal senso. a volte lavorare con le radio o i giornali non è difficile. basta conoscere qualcuno che ci lavori e fare una proposta appetibile. in fondo non è così complicato. non parlo di rai1 in prima serata, ma radio vattelapesca… è 1 inizio. tante radio vattelapesca o tele chissàdove fanno già tanto. e poi c’è la rete, e poi c’è il satellite… però ribadisco ognuno deve fare qualcosina e farla fatta bene.

    🙂

    poi aspettiamo anche la svizzera italiana 😀

    matteofantuzzi

    5 aprile 2009 at 22:45

  21. A questo proposito Radio Bue – la radio dell’Università di Padova ha fatto trasmissioni con giovani poeti e sulla poesia.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    6 aprile 2009 at 14:35

  22. é sulle riviste e i giornali che non si aprono gli spazi…

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    6 aprile 2009 at 15:07

  23. bene caro guido. ma ce ne vogliono davvero tante. e tanti territori. le riviste non stanno così male. magari sui giornali si può migliorare. ma sicuramente il potenziale di fruibilità che oggi hanno il mezzo video e l’audio per la captazione sono insuperabili. poi ben venga l’approfondimento su carta.

    ergo per promuovere la poesia in carta a mio avviso bisogna cercare soluzioni extra-carta

    matteofantuzzi

    6 aprile 2009 at 22:14

  24. Sono d’accordo sugli spazi (per restare nel tema), imprescindibili, ma le riviste dovrebbero ricominciare a fare un lavoro che non fanno più da tempo (parlo dei critici, in questo caso direttamente responsabili dei poeti). La situazione che io vedo è disastrosa, si è aperta la porta al vero dilettantismo allo sbaraglio…e per questo, spero, ma è mia convinzione, che la nuova generazione, se solo ne avesse la pubblica facoltà, potrebbe avere un altro tipo di atteggiamento. Ognuno conosce le proprie responsabilità.

    GUido Mattia Gallerani

    anonimo

    9 aprile 2009 at 20:42

  25. ti vuoi divertire guido ? ti faccio una proposta: parti dall’iniziativa di dedalus e pordenonelegge, 100 persone che dicono quali libri di narrativa-poesia-saggistica usciti nell’ultimo anno valga la pena leggere. sono stati selezionati tutti addetti ai lavori facenti parti dell’anagrafica 30-50 anni. assolutamente legittimo contrariamente a quanto dice qualcuno negli ultimi giorni all’interno della polemica.

    prova a fare un “esperimento” diverso: prendi 50 (ma anche 100, volendo) laureandi o dottorandi delle università italiane, ti basterebbe un giro di mail in fondo, i contatti ce li hai e chiedi loro quale libro di poesia uscito negli ultimi 10 anni sia a suo avviso da consigliare e perchè. diciamo 1500/2000 battute, non da dilettanti ma da persona che sta studiando per governare le italiane lettere. in fondo sappiamo benissimo che per motivi di studio molti laureandi/dottorandi finiscono per lavorare su oscuri scrittori del 400 o del 700. e allora diamo loro possibilità di esprimersi sul contemporaneo. se il campione sarà “rappresentativo” e competente lo spazio ti assicuro si trova.

    accetti ? (qualcuno vuole dargli una mano ?)

    matteofantuzzi

    10 aprile 2009 at 13:34

  26. Ben inteso, certo che il 99% di chi studia all’università non s’interessa di poesia (cioè del ‘900 in genere). (i poeti minori del ‘400 e ‘700 vengono studiati, in un certo senso, non per ciò che hanno scritto ma per “tradizione”). Quindi capisco che ovviamente ci si rivolga altrove. Ma tra chi dirige le riviste e pubblica i saggi ci vuole la capacità di capire una differenza “critica” di qualità. Coloro che, pur pochi, si occupano di poesia, ‘900 e militante, devono essere messi in condizione di lavorare. Anche se non si volesse prendere per buono che possano fare critica in quanto “laureati” con strumenti, il livello può essere valutato dalla realtà dei fatti. Non c’è veramente una differenza “visibile”. Solo chi in un certo modo ha studiato, all’università o altrove, sarà capace di dirigere il faro fuori dall’accademia stessa, perché, ovviamente, possiede più strumenti degli altri. Per questo, nella politica delle riviste di poesia cont., si danneggia, oltre agli stessi laureati (cosa di poca importanza) la stessa poesia che non ha modo di vedersi indagata in uno spettro più ampio di qualità. Detto questo, ben vengano le voci esterne. Ma non si può, punto attuale, riservare un monopolio all’ora del dilettante in maniera esclusiva, fondando il criterio su basi interne e non su basi esterne. Poiché la critica non è scienza autonoma (se è mai una scienza) ma ha un valore di responsabilità più largo, non bisogna dimostrare nulla, ma legare diversi fatti e un percorso di scrittura e cultura. Chi non lo ha studiato, mi dispace, ma non è in grado di farlo. La critica non si deve ridurre alla recensione (e qui potrei fare mille esempi di riviste che lavorano in questa maniera). Detto questo, gli addetti ai lavori che conosco, indipendemente da provenienza e riviste, sanno fare il loro lavoro, ed anche loro vengono danneggiati nel complessivo.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    10 aprile 2009 at 15:24

  27. ciao Matteo, la Svizzera italiana tranquillo che tra poco arriva col botto. Non posso dire di più ma non voglio fare “misterismi”. Chiedo solo di credere sulla parola. Ci vorranno ancora mesi (tre anni direi, si…) ma ho in mente qualcosa che sarà un bel ponte.

    Sull’iniziativa dei 100 libri, consiglierei di prendere con le pinze e leggere gli articoli in essere su Il Primo Amore, che operazione tanto linda non lo è (parrebbe).

    Eccellente sarebbe invece l’innterogatio ai futuri baroni delle lettere e credo che il risultato sarà una “bella” sorpresa.

    A lato:
    Centralizzare una periferia…
    Io dal 2006 porto avanti una rubrica sul portale Tellusfolio.
    La prima settimana del mese c’è un poeta.
    La rubrica, portata avanti ,gratis e senza clientelismi. totalizza nel tempo, diverse migliaia di persone.
    La scelta dei poeti?
    Basta che scrivano BENE, non devono essere famosi (quelli si trovano già a metri, in libreria). Se qualche migliaio di lettori legge poesia su quel sito, mi fa pensare, e mi spinge anche avanti e avanti a fare. E’ probabile che sia gente che fruisce della poesia solo tramite quel mezzo (per molteplici ragioni, belle e non). C’è anche qualcuno , lettori comuni, che all’editore scrivono per ringraziare (non cosi i poeti pubblicati, purtroppo)
    E’ una rubrica portata avanti dal 2006 ed è uno dei tanti mezzi, ripreso qui per dire quanto ha scritto Matteo più su, circa l’uso dei mezzi a disposizione per fare, fare, fare. (e l”importante è fare senza marchettare)…

    Fabiano

    anonimo

    10 aprile 2009 at 18:58

  28. @ fabiano. ma magari ! se voi cugini svizzeri date un paio di consigli all’italia io non sono che felice. qua la struttura va avanti a sussulti e grida, e i metodi che sappiamo non pagare vanno avanti che è un piacere. la purezza non è in questo mondo, ma il succo non è questo: se ci frega fare sapere a quanta più gente possibile e non ai soliti 1000 stronzi che ci sono ottimi autori bisogna costruire progetti. poi che arrivino valangate di merda, o quant’altro questi sono effetti collaterali. ma forse sarebbe meglio ricordare a chi rimane sotto l’ala protettiva di chichessia che comunque a priori “uno su mille ce la fa”, e allora tanto vale fare vedere se si vale, ed esporsi. se no si rimane comunità chiusa e massonica, e questo è un disastro che sappiamo non porta frutto.

    quindi aspetto l’insurrezione civile svizzera fabiano 🙂

    matteofantuzzi

    11 aprile 2009 at 07:55

  29. @ guido. io sono sempre stato della teoria che per vedere se i gattini sanno nuotare bisogna buttarli nell’acqua. chi sopravvive sa stare al mondo. gli altri… sorry. sono le regole della sopravvivenza. così nella poesia. la stragrande maggioranza delle persone che lavorano su questioni desuete è destinata nella vita a campare lavorando in un call-center, leggere contatori del gas o al più ripetere la propria lezioncina su bembo a un istituto tecnico dove probabilmente di bembo non gliene fregherà un bel niente.

    oppure. si possono buttare nell’acqua. e fare vedere chi può e chi non può lavorare sul contemporaneo. ti faccio l’esempio di cangiano che non è certo un 70enne ma se scrivesse baggianate non avrebbe scritto così tanto su atelier. marchesini al di là dei metodi a volte iperbolici forse non sarebbe collaboratore dell’annuario da tanto tempo. brullo è uno stroncatore seriale, ma anche lui sarebbe durato poco se non sapesse governare l’affondo. e tutte queste voci, così diverse, tutte under 30 o giu di lì fanno la democrazia della nostra poesia, insieme a tante altre. ma ce ne vogliono ancora e per questo ti ribadisco, ci vuoi provare ? è chiaro che qualcuno di quei 50 farà il temino e qualcuno sarà in grado di compattare un’analisi critica coi controcazzi. ma se una generazione non “legge” la propria generazione, la propria scrittura, o i padri, o i fratelli maggiori flotta tutto ad una serie di esperienze non condivise e quello che si ottiene è inevitabilmente un distacco dalla “propria” letteratura.

    per questo credo che dedalus-pordenonelegge debbano lavorare e cercare di fare il meglio possibile, e per questo credo che differenziando si debbano avere esperienze nuove in italia. ne va della critica alla critica letteraria. e oggi non mi pare poco.

    matteofantuzzi

    11 aprile 2009 at 08:04

  30. Sì, è quello che penso anch’io. Solo che le acque sono scure. Ma non si tema, sopravviveremo tutti. Servono tutti e moriranno di fame sia gli studiosi di Bembo sia quelli dell’antologia generazionale, nel peggiore dei casi. Solo io non credo, a posteriori, che la situazione sia così trasparente come la descrivi tu Matteo. Opinioni. Non vedo assolutamente una democrazia critica, ripeto, delle riviste. Vedo invece come te la qualità dei nomi che hai fatto, tutti giovani critici di rango, che hanno certo buone posizioni ma non bastano. Se potessero stare dove meritano saremmo a posto.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    11 aprile 2009 at 11:50

  31. A Bergamo la poesia contribuisce così alla costruzione della citta in cui abitiamo:

    http://www.sguardiaperditadocchio.org

    Un saluto a tutti.
    corrado

    anonimo

    11 aprile 2009 at 15:12

  32. Corrado,
    grande cosa, grande idea, perfetto il sito (perfetto davvero, vacaboia), si porta la poesia tra la gente, in maniera inusuale anche, con un tema gigione ma che spalanca porte per tessere davvero un dialogo tra poeta e pubblico..

    L’unica domanda è sempre e solo quella: perchè ci si ferma sempre e solo a quei 10 nomi della poesia????

    anonimo

    11 aprile 2009 at 16:13

  33. la firma!

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    11 aprile 2009 at 16:13

  34. perchè publicano sempre quei 10 nomi
    anche se contemporanei?

    bellavia marcello

    anonimo

    11 aprile 2009 at 19:09

  35. @Matteo

    … poveri gattini…

    M(ario) B(ertasa)
    (ex-Nuotatore Metodo Bagnino Sadico)

    p.s. a che serve poi sapere se sanno nuotare o no? da che mondo è mondo sono idrofobi…

    anonimo

    11 aprile 2009 at 22:56

  36. a mio avviso per quello che riguarda bergamo (come altrove) la cosa veramente discutibile è la presenza della disfida con capossela… un poco come andare al ristorante e ritrovarsi come cameriere sbirulino 🙂

    e questa va nella solita disastrosa maniera di intendere la cosa poetica che ha visto la litizzetto al festival di modena (ma anche samuele bersani) piuttosto che il recente merini vs. malgioglio da chiambretti.

    chiamassero magrelli, buffoni e de angelis da chiambretti. senza fronzoli.

    @mario: saranno idrofobi ma se vogliono salvarsi…

    @guido: sappiamo come va il mondo. chi vuole fare bene deve sbattersi per farlo, nessuno ti regala niente. non si può pensare che “per analisi critica o sostanziale” qualcosa arrivi in maniera semplice. ogni festival, ogni reading, ogni rivista per “fare” bisogna che qualcuno travasi parecchia della sua bile 🙂

    queste sono le regole. ma la poesia ne può essere arricchita e finalmente andare tra le persone. e poi io non sono così contrario agli eventi più “istituzionali”, pari diritto rispetto a quelli più militanti per me: però i cantautori tira gente…

    matteofantuzzi

    12 aprile 2009 at 08:32

  37. @ marcello. se guardi nella questione dedalus-pordenonelegge che è su nazione indiana tra le righe è venuto fuori il disappunto perché ottima parte degli ottimi autori citati da loro anche pubblicando per editori medio-alti o addirittura major non arriva nemmeno alle fatidiche 1000 copie che sancirebbero l’incoronamento del suddetto.
    questo secondo me apre due questioni: la prima è che anche pubblicare per chichessia non significa molto tranne il prestigio autoriale che comunque ti può lasciare nell’anonimato. dall’altra parte esistono diversi autori che con piccole pubblicazioni hanno fatto parecchio, ad esempio molinaroli di pistoia che però se ne va in giro paese per paese con i suoi reading. o isabella leardini, uscita per niebo. e sinceramente anche io male non sto.

    ma pensare che adesso 24-25enne finisci con l’opera prima in guanda non è cosa. e quindi se le cose cambiano bisogna ragionare consci dei cambiamenti.

    matteofantuzzi

    12 aprile 2009 at 08:41

  38. Proprio per l’appunto: io non sono di quelli che piangono. Porto solo un messaggio chiaro: certe persone, nel mondo della poesia, continuano a fare da tappo (critici e poeti). Nel senso non che non lavorano, ma impediscono di lavorare. Ed inevitabilmente la situazione non può andare avanti così. Per cui io sono convinto che, passando per altre strade (quelle che tu enunci bene Matteo), questi devono essere consci che verranno comunque scavalcati. E che dovranno lasciare il passo ad altri, in maniera naturale. Paradossalmente non saranno loro che regaleranno qualcosa a noi, ma solo chi non lavora bene regala qualcosa al loro status quo.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    12 aprile 2009 at 15:21

  39. mai agitare una bottiglia di Champagne….Si rovina il nettare, si crea pressione, il contenuto fuoriesce ed il tappo viene sparato via….
    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    12 aprile 2009 at 20:08

  40. Faccio un esempio pratico, di esperienza: bisogna fare il saggio di presentazione per un poeta contemporaneo vivente (opera omnia o rivista che dir si voglia). Il saggio viene riservato ad un interno della casa editrice, della rivista o a qualcuno di potere. Senza considerare la bibliografia critica (della cui ricostruzione, sembra di questi tempi, siano capaci solo in pochi, ma ci sono). Il critico, cosa normalissima, non ha nello specifico competenza in materia (perché è competente in altro). Purtroppo sbaglia, fa un errore che fatica la comprensione del lettore. Risultato: la gente va a chiedere ad altri critici, a cui viene impedito di pubblicare su formati dello stesso livello, cosa volesse dire…chi non li conosce o non ha accesso a quei lavori si arrangi. In questo senso parlo di responsabilità. Non di lavorare o pianistei. Alla fine è perfettamente indifferente da questo punto di vista la posizione o le aspirazioni del critico. Lui le cose le sa o non le sa. Il problema è tutto del lettore…

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    12 aprile 2009 at 21:06

  41. soluzione: da un’altra parte si fa qualcosa di ragionato e concreto sul medesimo autore con i metodi che si riterranno opportuni. d’altronde, mica per rompere, se in un posto non esattamente centrale per le dinamiche della poesia fino agli anni ’90 come borgomanero in provincia di novara non avessero pensato alla possibilità di ragionare attorno alla propria generazione avendola rilevata per diversi piani “decisiva” noi dei cosiddetti settanta dubito avremmo mai saputo un piffero. la cosa è andata al di là di qualsiasi schema precostituito ed ha fatto anche sì che atelier venisse stimato (e detestato) per questo, e ha obbilgato altri a muoversi per ragionare attorno a quella generazione che (morale) nei pregi e nei difetti conosciamo decisamente meglio rispetto ai predecessori nati negli anni sessanta. sui blog si potrebbe fare bene o male lo stesso discorso. insomma le cose cambiano e noi dobbiamo pensare a come cambiarle avendo un sereno rispetto per chi ha mandato avanti il novecento e a cui bisogna dare tutti gli onori (o nel caso gli oneri).
    lasciamo che il nettare si faccia gustare, auspichiamoci che interviste come quella di zanzotto su l’espresso a firma di nello ajello non splitti sulle nevrosi del poeta, sui sonniferi consigliati da montale e altre questioncine simili che è a mio avviso come fare una macchia di vino rosso sulla tovaglia bella pasquale 🙂

    matteofantuzzi

    13 aprile 2009 at 07:54

  42. @ Matteo
    (premesso che già la sola idea di frotte di dottorandi che si preparano a governare le patrie lettere mi fa accapponare – almeno nella repubblica-città delle lettere concedetemi di non farmi governare da nessuno!)

    scusa se insisto sulla metafora, ma continuo a non vedere la necessità di verificare artatamente l’idrofobia dei gatti gettandoli apposta in acqua

    tuttalpiù ottengo una selezione generazionale di gatti più spiccatamente idrofobi di altri… e con ciò? avrò per un bel po’ di tempo tanta poesia in circolazione fatta e criticata da una sana e robusta generazione di iper-idrofobi, quindi tanta poesia iper-idrofoba

    che dimentica altre qualità possibili

    ma lo so che non devo accanirmi oltre sull’associazione che ho proposto fra vivibilità delle città e non-competizione entro le moltitudini poetanti (che vuol dire anche patto di non belligeranza generazionale fra chi si sente soffocato dai soliti pluriquotati che fanno casta): la natura fa sempre il suo corso, anche se vi inietto organismi esteticamente modificati, e prima o poi fa foresta sopra tonnellate di riviste e antologie che non producono valore, così come di libri che non diventano long-seller, fa foresta sulle ex-radure dove gli uomini hanno perso tempo a scannarsi, così come nei fortini di chi organizzò le controrivoluzioni con le stesse tattiche di chi gli mosse scacco matto

    M(****) B(******)

    anonimo

    15 aprile 2009 at 22:58

  43. leggo commenti interessanti…anche se la difficoltà a uscire ‘fuori di sé’, mi sembra il limite quasi insormontabile… che ci si riferisca al proprio essere, e al proprio agire in termini e in prefigurazioni che riproducono e ripropongono limiti, canoni, angustie generazionali, geografiche, geopolitiche… ancora una volta la difficoltà è nell’uscire dalla propria couche, dal proprio cortile,.. e che sia campanile o hortus conclusus, o Giardino di Armida, conta poco. Conta piuttosto l’idea, l’ideologia che spinge a rapporti di potere, a esercitare un qualche potere… e purtroppo è la logica delle bande, degli ‘ismi’ novecenteschi… è l’ancoraggio a politiche e poetiche della letterarietà trionfante ( almeno così le avrebbe definite il caro Mario Luzi)… la stessa logica che spinge una generazione x (piuttosto che una generazione y) a sostituirsi alla precedente, a crearsi circuiti proprii e propri vincoli parentelari e clientelari… così viene da temere che il poeta e la città divenga piuttosto l’ideologia del poeta che conquista la città, i suoi spazi istituzionali o meno… intanto crollano le città, muoiono i bambini…quale comunione con le popolazioni dell’aquilano ferito, quale idea viene dai poeti del nuovo e del vecchio rampantismo?… voglio dire, senza polemizzare, quale contributo vuole, saprà dare la nutrita pattuglia poetica italiana alla ricostruzione, alla solidarietà, a una regione da sempre ‘poeticamente’ depressa? Manuel Cohen.

    anonimo

    16 aprile 2009 at 15:09

  44. Manuel,
    perdona se sembrerò magari aggressivo, ma le popolazioni
    dell’acquilano e le popolazioni di qualunque area o sofferenza, della poesia se ne sbattono- Per lo meno in Italia. A mio personale avviso, ovunque, ma cito solo l’Italia non avendo dati.

    Io, se fossi un terremotato, un clandestino immigrato illegalmente, un italiano indigente e nato in un’area depressa e senza scampo, dei movimenti intelletuali e della poesia, me ne sbatterei.
    Quello che cercherei è:
    – cibo
    – stare al caldo o avere un tetto sulla testa
    – avere una posizione legale ed una dignità sociale.
    Dei versi dei poeti, me ne frullerei assai, e lo dico perchè in una specifica situazione “di periferia” io ci ho vissuto, per ben 3 anni, imparando a mie spese che:
    Рcon quanti io ho vissuto, della poesia non gliene sbatteva niente perch̬ cercavano cibo, un posto caldo , un tetto sulla testa ed una posizione legale
    – con quanti ho interagito proponendo il prodotto (libro) frutto dell’esperienza, della poesia alla fine non gliene sbatteva niente perchè in fondo il buon cittadino cerca solo:
    – cibo, un posto caldo ed un tetto sulla testa (la posizione legale l’hanno già).

    Alla tua domanda: “quale idea viene dai poeti del nuovo e del vecchio rampantismo?… voglio dire, senza polemizzare, quale contributo vuole, saprà dare la nutrita pattuglia poetica italiana alla ricostruzione, alla solidarietà, a una regione da sempre ‘poeticamente’ depressa?”

    quello che io auspico è che le parole del poeta resti lontan, davvero lontan.
    Se vogliamo parlare dell’Abruzzo in specifico, di tutto hanno bisogno, tranne che dei poeti. C’è gente che ha perso casa, lavoro, soldi, cari. Hanno sulle spalle un lutto.
    Noi, abituati all’abbienza, non possiamo neanche immaginare cosa possa significare.
    Non potendo, lasciamo le parole da parte. Potrà magari parlare un poeta dell’Abruzzo, se vorrà o potrà. Non noi, lontani, certamente partecipi, ma senza una conoscenza diretta.
    Vogliamo davvero fare qualcosa?

    Andiamo in piazza a Roma, di persona, a protestare. Se potrà mai servire a qualcosa.
    Sul poetere della parola, invito poi a leggere QUESTO articolo a firma di Giorgio Fontana su Il Primo Amore:

    http://www.ilprimoamore.com/testo_1441.html

    magari ci renderemo conto che la figura del poeta, in fondo, è come un ninnolo sul comò. In taluni casi lo si conserva perchè piace, nella maggioranzadei casi finisce in pattumiera.

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    16 aprile 2009 at 16:25

  45. sicuramente, Fabiano, per come è venuta costruendosi la figura del poeta nell’ultimo secolo almeno, e nonostante gli sforzi contrari di qualche uomo di buona volontà (magari frenato nel suo cosmopolitismo genuino e nella sua radicalità da retaggi di snobismo elitario… Di primo acchito mi viene ad esempio il buon Franco Beltrametti di cui rimangono ottime tracce a pochi chilometri da casa tua) a volte è addirittura peggio di un soprammobile, a metà strada tra lo sfigato che nemmeno ha la dignità dello scemo del villaggio e il lussuoso nullafacente che per varie fortune della vita può permettersi di vivere… dannunzianamente…

    io ne ho passate due da piccolo, l’alluvione del ’72 in Valseriana; e una tromba d’aria che pochi anni più tardi lasciò senzatetto alcune famiglie del mio paese, tra cui la mia. Ricordo ancora il rumore di vetri sfondati mischiato furiosamente a quello del tuono e l’impressione della coperta che, mentre l’alzavo chiamando mamma, tintinnava di schegge. Sono il primo a dire che non è la poesia a riportarti la corrente elettrica, a scavare il fango dalla porta di casa, a rimettere in piedi il ponticello che mai avresti creduto in pericolo per quel rigagnolo sotto che tutti avevano sempre chiamato ROA, dimenticandosi che magari qualche secolo prima significava “ogni tanto viene giù, IRRUIT, che non lo riconosci più” – e per entrare in casa devi fare il giro del’isolato e scavalcare la rete del vicino

    però ieri in un scuola, durante un laboratorio di poesia, quando una bambina di sei anni ha terminato la sua “esplorazione” scrivendo ALZARSI PAPA’ CE’ LA VITA! (sì ce’ senza apostrofo, chissenefrega) ho pensato che sono uno stupido tutte le volte che penso di lasciar perdere con questo mestiere del menga

    Mario

    anonimo

    17 aprile 2009 at 00:48

  46. molto bello il commento 44 di mario.
    vedi, Fabiano, hai un po’ frainteso il senso del mio intervento: non mi sono posto la domanda su cosa se ne fanno le popolazioni dell’aquilano ,in questo momento, della poesia (più che dei poeti).E’ chiaro che le priorità sono altre e le conosco molto molto bene dal momento che purtroppo anche alcuni miei parenti sono stati colpiti dal sisma e sono sfollati… La domanda che mi, ti , vi, pongo è un’altra: cosa possono i poeti fare oggi: peccato che tu trentenne mi rispondi che è meglio che la poesia se ne stia lontana. peccato…sono evidentemente visioni (ideologiche) che ci dividono : penso che la poesia e i poeti dovrebbero in qualche modo essere lì, aiutare nella ricostruzione… pensa al tesoro delle biblioteche aquilane, un tesoro che ha più di qualche secolo (un allievo di Guttemberg proprio a L’Aquila installò una delle primissime al mondo presse per la stampa… ecco, quello che volevo dire semplicemente è che ci si potrebbe organizzare (magari con una pubblicazione, una antologia i cui proventi poi sarebbero da destinare interamente alla ricostruzione di una biblioteca…personalmente sto cercando di attivarmi in questa direzione ed ho già ottenuto la collaborazione di Loi,Piersanti,Serrao,e tanti altri…poi occorrerebbe presentare il volume in tante città, promuoverlo in tanti centri, ma so che non è facile, soprattutto so che i soldi sarebbero pochi…)… quando parlavo di zona ‘poeticamente depressa’ intendevo semplicemente dire che l’abruzzo purtroppo non ha poeti di spicco (anche se i neodialettali si difendono egregiamente:Civitareale,Serricchio, Rosato) ecco… non pensavo a fantomatiche new towns nè alla ‘fantasia al potere’… pensavo però a piccoli gesti concreti che possano partire dal tuo, mio, nostro specifico della poesia che si fa in Italia e nel Ticino… Perdonami, e mi fa piacere scriverti, conosco i tuoi versi come quelli di Fantuzzi che saluto, ma trovo triste che tu , trentenne, ti adegui a quella comunemente intesa ‘figura del poeta come un minnolo sul comò,’ se non in pattumiera… spero avrai tempo e forza per rifiutare questa visione ( e questa logica politica),….ti lascio ricordandoti l’esperienza di Danilo Dolci, un grande uomo e un validissimo facitore di versi che si adoperò fino alla fine dei suoi giorni per il riscatto di una terra, la Sicilia, che poi, per dirla tutta, non era neppure quella delle sue origini…e tralasciando trafile e carriere letterarie … non sono tuo nonno, ho solo pochissimi anni più di te, ma sufficienti a non farmi dire, neppure di fronte a ogni evidenza, che ‘la poesia se ne stia lontana’… la poesia, resti sempre vicina, nel cuore, nei pensieri e nell’immaginario degli uomini.un abbraccio, manuel cohen

    anonimo

    17 aprile 2009 at 13:23

  47. fabiano va per i quaranta 😉

    scherzi a parte, e ricordando l’inserimento di de signoribus tra i poeti abruzzesi contemporanei, credo che la poesia possa fare molto prima degli eventi. se fosse chiaro e vivo il ruolo “sociale” che la letteratura dovrebbe e deve avere probabilmente la coscienza di molti avrebbe impedito ad esempio l’utilizzo di materiali scadenti nella costruzione di edifici situati in territorio considerato sismico, o non ci troveremmo oggi a cercare di capire se sotto le macerie stanno persone senza identità, se ci siano davvero questi lavoratori stranieri clandestini mai registrati e che finirebbero per essere semplicemente degli scomparsi. ecco la coscienza delle persone non dovrebbe arrivare a questo a mio avviso e la poesia potrebbe come fa altrove nel mondo aiutare la sensibilizzazione delle coscienze, certo una poesia ben diversa da quella privata a cui tanti si rifanno oggi in italia, anche tra i considerati grandissimi.

    e cerco di interpretare quello che dice fabiano ma esprimo un pensiero che è mio: forse il punto è che in questi giorni tutti pensano all’abruzzo, perché siamo fatti così. qualche anno fa tutti pensarono a sarno per un paio di settimane e oggi ancora molti da quelle parti vivono in condizioni non facili. in abruzzo oggi c’è la corsa a farsi vedere oltre che ad aiutare, mancano i nani e le ballerine e poi ci sono tutti. allora se oggi uno che faccia poesia o meno va in abruzzo per scavare nella polvere credo sia cosa buona. domani potrà aiutare nel processo di ricostruzione attraverso la poesia, ma oggi più che altro c’è bisogno di spalare.
    ma domani che ci si scorderà dell’abruzzo, come ci si scorda oggi del belice o di sarno, ecco lì la poesia potrà a mio avviso avere senso.

    ecco io oggi farei una lettura nel belice piuttosto, tra un anno invece credo sarebbe giusto attivarsi e fare delle letture, andare tra la gente de l’aquila che non avrà più la grancassa mediatica che ha oggi e capire anche cosa è stato veramente fatto e cosa invece è stato solo una promessa.

    se no è un’iniziativa come tante, come i politici che vanno a fare gli occhi dolci in tv omettendo che se gli ospedali sono crollati, se tante cose sono avvenute è anche perché chi doveva applicare determinate leggi e controllare semplicemente non ha controllato.

    e allora io mi chiedo se questa non sia solamente una pulizia collettiva della coscienza. e che non ci siano già altrove in italia tanti altri “abruzzo” che sarebbero ben lieti di ricevere poesia come dici perché nei container ci vivono già da anni e di promesse ne hanno sentite tante e i morti sono morti senza avere casa e luogo.

    matteofantuzzi

    17 aprile 2009 at 14:24

  48. SPESSO L’INTERVENTO IN PIU’ PARTI PERCHE’ LUNGO…

    ciao Manuel
    grazie della risposta al mio veemente commento.

    Io trentenne (quasi negli anta a dire il vero…) sono molto conscio di quale è il ruolo del poeta nella società attuale. Questa è l’era della televisione. Se è prodotto (e quindi anche il libro) guadagna attenzione adesso, è perchè diviene un fenomeno mediatico.
    Te lo ricordi il poeta bolognese del Grande Fratello ? Nel momento della massima celebrità televisiva, aveva in attivo un libro di poesia che nessuno conosceva e che nessuno avrebbe comprato (specie per il contenuto del libro) ma mediaticamente venne creato l’evento ed il libro vendette migliaia di copie.
    Morgan ad X-Factor è un personaggio fatto di diverse componenti, compreso un “dotto eloquio” (mah..) ed un bel vestire.
    Giorgio Albertazzi, fine lettore e bravo attore, ha avuto l’idea di portare la poesia in Tv, sulla Rai, proprio per mezzo di Morgan (e per mezzo di sé stesso, ovviamente).
    Non io, non Loi, non De Angelis, non Fantuzzi, non i poeti del Club dei poeti, non I POETI ma Morgan.
    Perchè quello che dice Morgan in una puntata di X-Factor vale -intermini di audience- più di quello che dice Luzi, anche perchè “a Morgan, la gento lo capisce”.
    Non parlo di pregnanza del detto, parlo di audience.
    Sono cambiati i tempi e bon.
    Adesso vale più la televisione, come nel 1940 un poeta poteva ancora avere un senso.
    Fino al 1900 l’unico modo di veicolare un concetto era scriverlo.
    Poi è stata inventata la radio, e la parola scritta, se vogliamo ha avuto persino una spinta, grazie ai radiodrammi.
    Poi è stata inventata la televisione e il senso dell’udito è stato accantonato in favore del senso della vista (questo dagli anni ‘80 in poi)
    Da demonizzare non è tanto l’uso della Tv, ma il fruitore della Tv, che spegne il cervello e smette di pensare. Da demonizzare è chi quest’onda ha cavalcato.
    Da demonizzare è quella classe intellettuale di poeti che non ha battuto ciglio. Anzi, in taluni sciagurati casi, della televisione hanno nutrito i testi dando il colpo di grazia alla poesia (Gruppo 63).
    Ad oggi: poeti viventi davvero incazzati e civili e comprensibili dalla gente quanti sono, tra Grandi Vecchi e nuove leve? dieci?
    Dico poeti che non cantano solo la bellezza dell’osteria o l’erto colle, ma poeti che scrivono mandando affanculo il governo creando storie/poesie/testi/significati di buon accesso e livello, senza retorica del cazzo perchè fa fico essere impegnato.
    Io dico che il numero di questi poeti non supera i dieci.

    E a proposito di retorica: creare un antologia per mandare i soldi in Abruzzo, perdona la franchezza, ma la trovo una paraculata e anche di cattivo gusto. Attenzione Mnauel: comprendo perfettamente e sostengo il tuo desiderio di impegno. Ce ne fossero come te.
    Quello che critico e aspramente è una antologia perchè non è questo che aiuterà né l’Abruzzo, né le biblioteche, né a fondi per la tutela patrimoniale libraria.
    Quello che io vedo nell’idea dell’antologia è una operazione paracula per mettersi in mostra, sia per la glora che segue all’aver “pensato e costruito” un libro del genere, che verso gli autori VIP che vi verranno inseriti. Fa sempre comodo lavorare coi VIP, non si sa mai.
    Per tutti, nessuno escluso, c’è la gran bella sciaqquata di coscienza per aver “contribuito” con un testo (taluni), con l’idea del libro (talaltri, editore compreso)
    Vogliamo davvero dare una mano e ricostruirte una biblioteca? Cacciamo 100 euro a testa che è l’equivalente del prezzo di copertina di 10 antologie. Quanti poeti vorresti includere?
    20?
    20×100 fanno 2000 euro netti e senza sbattimento. Nessuna presentazione e relativi costi, nessun cachet da dare agli intervenuto VIP, nessuna spesa, zero.
    Puro contributo.
    Ma cosi il buo nome dell’intelletuale non viene messo abbastanza in risalto, o sbaglio?
    Anche se so per certo che 20 poeti VIP (e anche non VIP) farebbero a pugni per essere nell’antologia, mentre 20 donatori anonimi da 100 carte ciascuno, insomma, gratta il culo cacciare 100 carte, specie se non lo sa nessuno.

    anonimo

    17 aprile 2009 at 15:03

  49. Perdona Manuel sia la lunghezza del mio intervento che il tono, io sono uno pratico e non sono abituato a leccare le mani. E mi indigno.
    Ti rilancio un’idea:
    Costituiamo un c/c postale a zero spese e raccogliamo i soldi da destinare a un qualcosa. Usiamo le mail, usiamo FaceBook, usiamo tutti i canali a nostra disposizione per allargare il più possibile la rete di contatti. Diviadiamo anche la raccolta per regione, e tuttte le regioni poi convoglieranno verso una unica donazione.
    Nell’atto di donazione verrà specificato, con tanto eco stampa, che la donazione di Euro TOT viene dai poeti d’Italia.
    I poeti si sono costituti per una volta in un progetto comune e assieme hanno collaborato senza scuole, barriere, idee o perdite di tempo o dignità.
    Pe runa volta la voce dei poeti diverrà un vero gesto.
    Mandiamo il comunicato stampa ad ogni radio, tv, asgenzia stampa, quotidiano, giornale che in Italia esiste.
    Usiamo questa cazzo di voce da scrittori che abbiamo, coralmente.

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    17 aprile 2009 at 15:03

  50. @ Matteo:

    l’idea della lettura in belice, è eccezionale. Anzi, creerei un circuito di letture nei luoghi dei terremoti passati, chiamando le vittime a parlare assieme ai poeti.
    Invitando tutti i politici a presenziare, anche i politici pensionatiche al tempo erano in carica.
    Fare eco stampa, pubblicizzando il nome dei politici invitati.
    Procedere poi a verificare quanti vengono e di nuovo eco stampa e sputtanamento, per mezzo dei giornali e per mezzo della poesia.

    Questa è poesia civile, in aiuto alla gente e per la gente. Allora si che il fare poesia ha un senso.
    Mobilitare le regioni e nello stesso giorno, alla stessa ora far accadere l’evento, che sia condanna al malcostume che ben ha ripreso Matteo.
    Allora si che abbiamo/avremo un senso.

    Fabiano

    anonimo

    17 aprile 2009 at 15:14

  51. a scanso di equivoci pur riottoso a parlare di me devo dirvi: chi mi conosce sa che tutto si può dire tranne che sono o faccio il paraculo…né sono abituato a approfittarmi delle situazioni, anzi: chiedete a Buffoni, ad esempio, come lui spesso dice, sono l’unico che ha rifiutato di uscire nei suoi quaderni collettivi ( era ai tempi del 6°, c’era già pronta la nota di D’Elia, ma non me la sono sentita…) In questi lunghi anni, ho evitato accuratamente di pubblicare libri(miei), e di dover in qualche modo barattare o avere a che fare con certe trafile… unico neo una plaquette curata da Bellezza nel 1990 (e fino a quella data anche premi:Penne, Lodi, Ischia)…ho continuato a scrivere pubblicando su riviste (spesso sotto pseudonimo,o allonimi o eteronomi) e occupandomi di altri con interventi e saggi (quasi mai mi occupo di poeti potenti o vip!)

    2) ne convengo che l’idea del conto corrente è bella…io nutro la speranza suggestiva di raccogliere 99 voci (49 in lingua, 50 in dialetto:occupandomi di culture neodialettali, ho più familiarità con i neovolgari) come 99 sono il numero cabalistico dell’Aquila, la città delle 99 chiese delle 99 cannelle(fontane) 99 vie etc…

    3) riguardo ai luoghi disastrati:
    il 23 maggio sarò a MURO LUCANO, città del terremoto irpino tristemente famosa, famigerata, per gli 11 sindaci commissariati e per le molte tangenti della ricostruzione…presenterò gratis le opere di Salvatore Pagliuca (chi era costui?) un poeta di Muro, dialettale, che ho recentemente riscoperto e editato sulla rivista di cui sono redattore (“Il parlar franco”, ed.Pazzini), una bellissima voce meridionale di cui sto curando pure un volume riassuntivo.

    Piersanti non è un vip, ma un mio amico, visto che vengo da Urbino. Loi è un amico, sicuramente non un vip. Serrao è uno straordinario poeta che conobbi negli anni ’80,aveva curato gli indici di una bibliografia luziana che gli richiesi per la mia tesi.Oggi condividiamo l’amore per i dialetti. E non è un vip. shalom e bacioni.manuel cohen (che di vip non ha nulla, solo l’eredità pesantissima di un nome)

    4) Eugenio non è abruzzese, ma orgogliosamente marchishiano 🙂

    anonimo

    17 aprile 2009 at 16:47

  52. scusate è vero è di cupra marittima. bell’errore… 🙂

    e per il resto: ragazzi, ognuno ha un bel curriculum e tanti amici che possono aiutare nella realizzazione di un iniziativa, qua la questione non è chi ha fatto di più, chi fa l’iniziativa più figa:

    fate ! facciamo ! c’è l’imbarazzo della scelta. ognuno secondo le proprie pulsioni può costruire. qua ce n’è da vendere, per questo dico che un certo modo di fare davvero poesia per la gente e in mezzo alla gente può fare tanto perché abbiamo tante morti dimenticate, nel lavoro e nelle catastrofi, tante stragi… è imbarazzante immaginare quante persone possono avere dalla poesia un sollievo e un’attenzione.

    insomma non sprechiamo il tempo a raccontarci le note biobiblio, ma ognuno di noi faccia, e sarà solo buona cosa. è questo che viene chiesto alla poesia. se no abbiamo perso, come tutte le generazioni che ci hanno preceduto.

    e questo vale anche per i tanti ragazzini che magari a 20/30 anni pensano di essere già dei fenomeni ! bisogna andare tra la gente ! fa un gran bene, fidatevi…

    matteofantuzzi

    17 aprile 2009 at 20:29

  53. Direi che quella di Fabiano è una gran proposta…per una volta i poeti pagheranno per senso civico e per amore del “ruolo” e non per vedere pubblicata la loro belle poesiuola. Ed ha ragione Matteo, lavorare e andare a fare letture, proprio nel momento in cui giornalisti se ne andranno al ristorante a Roma, farebbe bene a tutti.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    17 aprile 2009 at 22:14

  54. interessante la proposta di fabiano. sarebbe la prima donazione che faccio in tutta la mia vita, e mi sembra un bel modo, anonima, che da una mano a qualcuno col nome generale di “i poeti”.
    per matteo: nani e ballerine mi pare siano arrivati in abruzzo, non li hai visti?

    ansuini

    18 aprile 2009 at 01:38

  55. Oggi è il 24 aprile.
    Dal 18 di Aprile non ci sono più coomenti, interventi, idee o vaffanculi. Il che mi fa decisamente sospettare che per essere inclusi in una antologia e avere il proprio bel nome edito ed evidente si farebbe a pugni, ma cacciare 100 carte in maniera anonima no, non va bene affatto, per quanto umanitaria ed efficace sia l’idea.

    Indi nuovamente rilancio quanto è nel titolo di questo post di Matteo

    COME PUÒ LA POESIA CONTRIBUIRE ALLA COSTRUZIONE DELLA CITTÀ IN CUI ABITIAMO?

    Se non sappiamo nemmeno cacciare 100 carte (o idee serie) per riscostruire FISICAMENTE una città che è venuta giù col terremoto, che cazzo ipotizziamo e teorizziamo sull’utilità della poesia?????
    Facciano silenzio. E’ più dignitoso.

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    24 aprile 2009 at 10:12

  56. Ripeto che ci sto (solo se è in forma anonima) pur non avendo un soldo. Ma preferisco appoggiare un’idea così e mangiare meno. Questa è la vera casa della poesia. Come si può fare? che idee hai?

    Ps. Questa è la Repubblica dei Poeti. Se sono in cinque antologie su sei (con gli stessi testi) strippano perché non hanno fatto il pieno…

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    24 aprile 2009 at 11:27

  57. e ti sorprendi ? 🙂
    prova a dire che curi un’antologia per l’editore (inserisci qui il nome di una major a tua discrezione) del tipo “mille poesie sul fatto che non ci sono più le mezze stagioni e che comunque si stava meglio quando si stava peggio” e dì che ti servono 100 euro per ogni autore inserito per “spese di realizzazione”.
    e secondo me non ti arrivano solo 1000 banconote, ma almeno 3/4000

    una degna abitazione per la poesia è da “costruire”, partendo dalle fondamenta, non si può solo ristrutturare o dare una mano di bianco. perché la casa non c’è e i costruttori forse non sono poi tanti come si è dati pensare…

    matteofantuzzi

    24 aprile 2009 at 13:51

  58. Matteo,
    hai il done della sintesi e t’amo per questo, ti bacerei l’irsuto pelo.
    smack

    Fabiano

    anonimo

    24 aprile 2009 at 14:15

  59. mai sorpreso…quindi Fabiano?

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    24 aprile 2009 at 14:34

  60. ho seguito con interesse la tua presa di posizione, caro Fabiano, perché sicuramente va a stanare le contraddizioni proprie di una certa cerchia di persone, e le castiga (pur senza il “ridendo” del celebre adagio latino di cui ho perenne nostalgia). Personalmente, che abbia io già dato o desideri ancora dare, o come dice Giacomo Di Girolamo, mi sia del tutto stufato di dare, preferisco farlo da anonimo cittadino e basta. L’anonimo poeta mi sembra pecchi nonostante tutto della classica autoreferenzialità di categoria, che non fa altro che avvitarsi su se stessa, anche laddove faccia giustizia di sotterranee manie di presenzialismo che sicuramente produrrebbero iniziative, altrettanto autoreferenziali, tipo “scrittori per il terremoto”.

    La mia proposta, per chi davvero vuol dare, è quella di verificare per quanto possibile, e prima anche solo di inviare 1 simbolico euro, le credenziali di chi riceverà il mio contributo; e preferibilmente optare per piccoli progetti, necessità concrete cui fa riferimento un certo ente, pubblico o privato, che raccoglie fondi – mi viene in mente in questo momento, a titolo di esempio, che sono risultati inagibili anche alcuni teatri, che ci sono compagnie che non possono lavorarvi, nell’interesse proprio e della collettività…

    Mario

    p.s. riporto anche qui l’intervento di Giacomo Di Girolamo (giovane giornalista di Marsala), perché al di là del durissimo sfogo, ha una chiusa che “ci” riguarda…

    “Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

    Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

    Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

    Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
    E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.

    C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
    Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?

    Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.

    Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme – da generazioni – gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.

    Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.

    Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.

    Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
    Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.

    Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.

    Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
    Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.

    Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.

    Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.

    Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.

    E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
    Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
    Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

    Giacomo Di Girolamo”

    anonimo

    24 aprile 2009 at 23:29

  61. @ Mario e @ Guido.
    L’intervento di DiGirolamo l’avevo trovato su FB e nonostante la durezza, mi ha trovato in accordo per e su molti punti. Rimane il fatto che il cittadino comune, che si compra una casa (in regola e non abusiva), poco ne sappia o poco potrà scoprire sulla qualità dei materiali usati e che giocoforza è vittima, perdipiù beffato.

    Concordo inoltre sull’attenzione nel dovere devolvere facendo attenzione alle credenziali di chi riceverà il mio contributo. Le compagnie telefoniche hanno assicurato che questa volta l’intera somma dell’eurino mandato vis sms sarà devoluto. Questa volta? Indi le precedenti hanno…speculato, tenuto una piccola parte, cosa?
    Il rimanente attualmente versato va a CRI e Protezione Civile. La prima è ente che seppur faccendo grandissimo bene, è dedita allo sperpero per manetenere in piedi la baracacca, la seconda è cosa di Stato. Comunque vada, io dubito e lo faccio in luce di disastri precedenti dove -passata la buriana mediatica- la luce si spegne e in culo chi è rimasto. I lavori dapprima si fanno di fino, poi, quando la cosa è ormai al passato remoto, si prosegue languidamente “alla come viene”.

    Quanto io ho forzato nei post precedenti e di cui rimango convinto -anche calcando la mano sul soggettare una massa di presenze sotto il titolo I POETI, che sarebbe COMUNQUE uno speculare e comunque non farei- , è quanto qui riaffermo:
    Se vale il gioco del nome e cognome allora vale il gioco, altrimenti ciccia.
    E ha ragiona Matteo nel post 57 quando in chiusura afferma che

    una degna abitazione per la poesia è da “costruire”, partendo dalle fondamenta, non si può solo ristrutturare o dare una mano di bianco. perché la casa non c’è e i costruttori forse non sono poi tanti come si è dati pensare…

    anonimo

    25 aprile 2009 at 08:55

  62. pardon, la firma è
    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    25 aprile 2009 at 08:57

  63. durezza ? a me pare che siamo tra signori…
    vorrei fare notare la finezza del fatto che il controsoffitto che cade per colpa dello scirocco è in amianto. signori: le fondamenta mancano.
    e questo ribadirò anche a fahreneit (la trasmissione di radio 3) che ha chiesto libri per ricostruire le biblioteche abruzzesi, cosa onorevole. e speriamo che intanto siano state ricostruite le altre, di quegli altri terrimoti-alluvioni-cataclismi-scirocchi.

    se no come sempre è questione di senso della storia. nei secoli dei secoli.

    amen.

    matteofantuzzi

    25 aprile 2009 at 15:56


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