UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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La lingua della Poesia Italiana Contemporanea.

Se l’originalità di un testo, fatto di cui non s’ha certezza, è data dal suo scarto dalla norma, l’ultima poesia italiana si vanterebbe d’avere un piglio intraprendente. Dallo sguardo del tempo ha sempre avuto i suoi canoni collaudati dalle lunghe ere delle storie letterarie. Ma alla lirica, pur di sotterfugio, è sempre corsa parallela nella sua pericolante eteronomia una linea “aperta”, che più che cercare l’opposizione ha indagato i lati non capitati all’altra: l’inusitato, la narratività, l’amplesso potente tra i generi più alti e più bassi del linguaggio umano e tra linguaggi di specifiche spesso controverse. Perciò non è neppure che chi non frequenta il canone ed un canone preciso sia da rinchiudersi in un percorso “originale” od “estroverso”. Di nicchia per l’appunto. Oltre la poesia (perdonate) civile, a fianco della poesia “narrativa”, di soppiatto alla poesia minimalista (l’Istat contrariamente ai recenti andamenti la dà in crescita del 87% annuo) ce ne sono altre? O tutte confluiranno, per chi potrà guardare a posteriori e giudicare, in un’unica sommatoria dominante? Un’ultima questione: non meno importante. Il dialetto cos’è? La poesia in dialetto è, poco probabilmente, un residuo storico oppure è già la possibilità di una nuova libertà in seno ad un linguaggio (della poesia italiana contemporanea) codificato in trame troppo intricate per uscirne?

CReO Poesia Presente – Il simposio.

Tra gli invitati a questa tavola rotonda aperta a tutti:

Giuseppe Bellosi, Marco Bin, Paolo Fichera, Giovanni Fierro, Annalisa Manstretta, Giovanni Nadiani, Edoardo Zuccato.

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Written by matteofantuzzi

1 marzo 2009 a 08:07

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47 Risposte

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  1. la questione del dialetto a me colpisce molto. se andassimo con le ottiche “dominanti” probabilmente non dovrebbe esistere, o appartenere solo a qualche anziano nostalgico all’interno di temi triti e ritriti. in realtà l’effervescenza del linguaggio poetico in lingua dialettale italiana è davvero notevole: guardate cosa succede in friuli venezia giulia, in veneto, in emilia romagna, in sicilia e chiaramente anche in lombardia. siamo pronti a dire che sono solo “localismi” ? io faccio tanta fatica. e forse buona parte della questione sulla lingua oggi si gioca anche in quell’ottica.

    matteofantuzzi

    2 marzo 2009 at 13:35

  2. La queestione del dialetto non si capisce mai se sia una questione da dover affrontare oppure un anatema (inteso come: cosa esecranda, maledizione e scomunica) da cui comunque e ovunque, tenersene lontani.
    Se ne parlava già ai tempi del Gruppo 63, dove a lato (notare l’uso non improprio del vocabolo) dei nuovi linguaggi, delle evoluzioni che i linguaggi andavano sperimentando, si affermava –tra le altre- la poesia di Tonino Guerra 8scusate se riassumo cois, in 4 parole scarne).

    Il dialetto è sempre stato altalenante nelle fortune delle patrie lettere: da un lato inteso come àncoraggio ad un dettato terroso e antiletterale (grazie ad uno sguardo di certa critica), dall’altro come rimarcazione decisamente letterale di una realtà che solo attraverso l’uso del vernacolo avrebbe potuto esistere sinceramente, trovando addirittura nella lingua “patria” –l’italiano- un allontanamento o peggio, un tradimento.
    Però vedo esperimenti in dialetto (o vernacolo) non da poco: se abbiamo una poesia pura –tra i contemporanei nuovi – come Talon, Franzi, Santi, Capello, la D’Agostino e via citando (e potrei citare per ltre 20/30 righe) abbiamo anche la ripresa di Omero, Virgilio ritradotti –appunto- in dialetto.
    Re-invenzione? sostanza quindi, e nuovi significati? oppure esperimento fine a se stesso?

    Perchè un autore sceglie di scrivere in dialetto? “condannandosi” quindi alla nichhia nella nicchia…

    fabiano alborghetti

    anonimo

    3 marzo 2009 at 15:19

  3. Vorrei chiedere due cose, in questo dibattito che a tre sarebbe sprecato. Prima a Fabiano: i poeti natii della Svizzera che scrivono in italiano hanno una loro propria lingua (non dialetto), una koiné (si diceva un tempo)? è una curiosità…
    La mia personale opinione è che la scrittura in dialetto sia veramente altro dal legame geografico…che sia già da tempo una sperimentazione linguistica (ma poi io ho in mente il massimo Rentocchini, che comunque non prescinde dal fatto che il dialetto, molto più dell’italiano, è legato al territorio). Il mio professore diceva: “Letteratura Italiana, due parole che insieme e da sole non hanno molto senso…”. Poi, dato la stato naturale e culturale di nicchia (senza pianistei) una nicchia tra le nicchie ha forse il vantaggio di chiamarsi fuori da certe situazioni scomode e difficili, mercantili, e contemporaneamente lavorare come le altre sulla lingua, meno fruibile dal punto di vista generale ma con un grado maggiore di libertà e di “fedeltà“, se possiamo dire, culturale.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    3 marzo 2009 at 20:01

  4. ciao Guido,
    bello ritrovarti!
    😉

    I poeti GIOVANI della Svizzera italiana, hanno qualcosa che è tipico delle terre plurilingue: si nutrono di diverse realtà.
    Per farti capire meglio cosa intendo ti rimanderei al mio articolo (50 pagine) appena pubblicato sulla rivista SMERILLIANA.
    Sintetizzando: da noi si parlano 4 lingue, italiano, francese, tedesco e romancio. Prevalgono FRA e TED. ma spesso si accavallano: molte città sono bilingui, molte frontiere mischiano.
    Chi fa il liceo a Lugano o Mendrisio o nei Cantoni di lingua italiana (Ticino e parte del Grigioni) di norma sposta verso la svizzera interna per fare l’università (verso Losanna, Ginevra e Zurigo).
    Accade allora che ci si nutre di più lingue. E DECISAMENTE di più culture, perchè qui quasi ogni cantone, seppur con assonanze e somiglianze, ha lingue e culture diverse. E in Svizzera ci sono 26 Cantoni…. Non è -per dire- nemmeno possibile classificare una vera e propria letteratura svizzera perchè esistono, catalogate, le seguenti:
    1. Letteratura svizzera (che “comprende” tutte le successive)
    2. Letteratura della svizzera tedesca
    3. Letteratura della svizzera tedesca d’espressione francese
    4. Letteratura svizzera basilese
    5. Letteratura svizzera bernese
    6. Letteratura svizzera d’espressione romancia
    7. Letteratura svizzera friborghese
    8. Letteratura svizzera ginevrina
    9. Letteratura svizzera grigionese
    10. Letteratura svizzera grigionese d’espressione italiana.
    11. Letteratura svizzera grigionese d’espressione romancia
    12. Letteratura della svizzera italiana
    13. Letteratura svizzera jurassiana
    14. Letteratura svizzera lucernese
    15. Letteratura svizzera di Neuchatel
    16. Letteratura della svizzera romanda
    17. Letteratura svizzera di Soletta
    18. Letteratura svizzera ticinese
    19. Letteratura svizzera vallesana
    20. Letteratura svizzera vallesana d’espressione tedesca
    21. Letteratura svizzera vallesana d’espressione francese.
    22. Letteratura svizzera vaudese.
    23. Letteratura svizzera zurighese.

    Verrebbe da riprendere Charles F. Ramuz il quale nel 1937 proclamò (e a fronte di un Gonzague de Reynold impegnato nella definizione di uno spirito svizzero) che non esiste una identità Svizzera se non quella cantonale e che la sola cosa che unisce tra loro gli Svizzeri è l’uniforme dei postini.

    Chi scrive in Cantone Ticino, oltre ad avere l’apporto della lingua e il supporto della lingua (indi della matrice “italiana” ma non come appartenenza bensi come ceppo linguistico) sente il peso e la leggerezza assieme di tutte queste altre eredità.

    Non sentiamo il peso del dialetto, anche se una pubblicazione in Romancio viene considerata quasi tale e per svalicare ha bisogno di una traduzione in tedesco, italiano, francese.
    E un libro di poesie del possente KURT MARTI (vedere Crocetti) è stato pubblicato in dialetto bernese, raggiungendo una popolarità immane.
    Sarebbero però tutti libri che se non fossero nati nella lingua nella quale hanno avuto origine, non avrebbero avuto senso.

    Non so se ti ho risposto…..

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    3 marzo 2009 at 21:19

  5. ANARCHICA & THE POETRY FORUM
    UNIVERSITY OF ST. ANDREWS 27 MARCH 2009

    Programme
    Morning: Theory and workshop

    10:15
    Dome Bulfaro and Ele Matarrese – Poesia Presente: A grass-root poetry festival
    10:35
    Matteo Fantuzzi – Universo Poesia: Contemporary Italian poetry on line
    10:55
    Richard Livermore – Chantecleer Press: an example of alternative press in Scotland
    11:15
    Mimmo Cangiano – Un frammentismo senza frammenti
    11:35
    Serena Guarracino – The Hegemonic Subaltern: Translation of postcolonial women poets in Italy
    11:55
    Rossella Riccobono- Mosaici
    12:15
    Discussion about the state of poetry in England, Scotland, Ireland and Italy. Possible collaborations among poets & future events
    1:30
    Lunch

    Afternoon: Poetry reading
    Dome Bulfaro, Natalia Castaldi, Patrick Hart, Luca Paci, Richard Livermore, Bianca Madeccia, Eleonora Matarrese, Daniela Raimondi, Rossella Riccobono, Mark Smith, Dale Zaccaria and others.

    anonimo

    3 marzo 2009 at 21:55

  6. no, anzi, una cosa ancora che mi arriva diritta diritta dall’OT qui sopra e con riferimento a quello che ho scritto io in precedenza: è col confronto verso l’esterno che la lingua -italiana- della poesia contemporanea evolve.
    In Autrslia la poetessa (e molto altro) Dorothy Porteer scrive libri di narrativa IN POESIA (vedi ad esempio: la maschera di scimmia)
    In Italia è impensabile.
    Dov’è la poesia che all’estero è propria di Carver, Durs Grubein, Tony Harrison (di “V”).
    Fenomeni tutti esteri impensabili qui da noi?
    Io non credo.
    Credo piuttosto che si tenda ad altro. Adeguamento, forse, ad una lirica appartenente ai Baroni. Amplesso con l’ego -altrui- per avere uno spazio sotto l’ala. E per avere un poco d’ombra d’ala, non è che si adatta anche la lingua? La si cambia perchè piaccia?

    è un qualcosa che mi spaventa, al pensarlo…

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    4 marzo 2009 at 12:34

  7. Grazie, mi hai risposto…è bene parlare e apprendere come altrove e da vicino si lavora su questo tema…

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    4 marzo 2009 at 12:40

  8. Fabiano fa due esempi, tra gli altri, che mi sono particolarmente cari, Harrison e Gruenbein. Sono poeti diversissimi fra loro, ma hanno in comune una libertà espressiva con la lingua che di rado si è stati in grado di trovare in ambito italiano (uno dei pochi esempi che mi viene in mente è Pagliarani).
    Mi sembra che in italiano – prendendo in considerazione pure le opposte spinte di sperimentalismi e contro-sperimentalismi che si sono succedute negli anni – difficilmente siamo riusciti a far aderire la lingua della poesia al linguaggio delle cose e della realtà, anzi spesso un processo di questo tipo è stato visto come corruttore e non appartenente alla sfera della letteratura. Mi è sempre sembrato un malinteso ricercare una lingua assoluta, a sé, per la poesia, visto che non credo in una dimensione “pura” della lingua, in dialogo solo con sé stessa, ma credo nelle scelte stilistiche e di immaginario, e credo nella necessità di un dialogo vero con il lettore.
    Non è che manchino esempi di svolta (anche negli ultimi anni), è che mi sembra sempre che questo aspetto sia vittima di qualche pregiudizio di cui fatichiamo a liberarci.

    Marco Bini

    anonimo

    4 marzo 2009 at 14:35

  9. Alcuni (primi) spunti di riflessione:

    1. Chi non vede bene una parola non può vedere bene un’anima.

    (…)

    5. (…) La base della patria è l’idioma, perché l’idioma è il pensiero in azione, e l’uomo è un animale pensante, e l’azione è l’essenza della vita. L’idioma, in quanto tradizione veramente viva, l’unica davvero viva, concentra in sé in modo indistinto e naturale un insieme di tradizioni, di maniere di essere e di pensare, una teoria ed un ricordo, un passato morto che solo in esso può vivere. Non siamo fratelli, sebbene possiamo essere amici, di coloro che parlano una lingua diversa, poiché con ciò mostrano di avere un’anima diversa. Siamo, in questo mondo, divisi per natura in società segrete differenti, a cui siamo iniziati sin dalla nascita, e ognuno possiede, nel suo idioma ed in ciò che in esso risiede, il suo elemento proprio, la sua parola d’ordine […].
    Tutte le relazioni sociali tra individui sono essenzialmente relazioni mentali, perché, nonostante quanto afferma la chiesa, l’uomo è di fatto un animale razionale. Ora, la vita – sociale o meno – è essenzialmente azione, ed il pensiero in azione è la parola, orale o scritta (e la parola scritta è la parola orale per chi non può sentire, perché è lontano o perché non è ancora nato). La base delle relazioni sociali è dunque l’idioma: non siamo fratelli, socialmente parlando, se non di coloro che parlano la nostra lingua – e tanto più quanto meglio la parlano, cioè, quanto più pongono in essa, come noi, in quanto loro lingua madre, come anche la nostra, tutto il sentimento istintivo, tutta la tradizione accumulata, che la struttura, il suono, il gioco sintattico e idiomatico si portano dentro. Dal momento in cui due regioni dalla stessa lingua si separano in stati diversi, immediatamente inizia a prodursi una divergenza nella struttura della lingua; a volte è sottile ed impalpabile, in altri casi accentuata, ma la separazione in due patrie tende sempre a trasformarsi in una separazione in due idiomi.
    La base della socialità, e dunque della relazione permanente tra individui, è la lingua, ed è la lingua con tutto ciò che porta in sé che definisce e forma la Nazione.

    6. [Il traduttore invisibile]
    La virtù principale della letteratura – il non essere musica – è allo stesso tempo il suo principale difetto. Deve essere composta ed espressa in una lingua qualsiasi. Perciò, per quanto ampiamente questa lingua sia parlata o conosciuta, non può dirigersi in maniera plenaria alla maggior parte del genere umano. Ciò per cui è maggiormente esplicita di qualsiasi altra arte, è lo stesso motivo per cui è meno universale delle altre. Dunque è necessario chiedersi grazie a quale processo, in letteratura, qualcuno è universalmente celebre dato che, sebbene pochi, sono relativamente tanti ad esserlo; grazie a quale processo sono celebri nello spazio, e soprattutto nello spazio e nel tempo, quando per forza, e soprattutto in poesia, che è la specie letteraria più alta, nessuna traduzione, supponendo che esista, può far conoscere l’opera nella sua completa e vera vita.
    Perché è certo che la maggior parte di noi non mente né finge quando, ignorante del greco, si entusiasma per Omero o, ospite e pellegrino nel latino, ha il culto di Orazio o di Catullo. Non mente né finge: presente. Questo presentimento, fatto di non so che mescolanza di intuizione, di suggestione e di intendimento oscuro, è una specie di traduttore invisibile, che ci accompagna attraverso le ere, e fa divenire universale come la musica l’arte espressa in lingua, questo prodotto di Babele, con la cui caduta l’uomo cadde per la seconda volta.
    Quanto c’è di più alto in questo mondo parla, voglia o meno, una lingua simbolica, compresa da pochi per mezzo della vera chiave ermeneutica, l’intelligenza, compresa dai più per mezzo dell’istinto che c’è qualcosa da capire, che è l’intuizione. Nel caso dell’opera letteraria, i primi sono coloro che possiedono come materna la lingua in cui essa è scritta; i secondi sono coloro che non la conoscono come tale, o non la conoscono per nulla, ma che, non conoscendo la lingua, conoscono tuttavia l’opera.
    Ma c’è di più, ed ancor più straordinario. Possiamo, per mezzo dell’intuizione, o qualsiasi cosa sia, figurarci l’anima e la vita di un’opera poetica di cui non sappiamo nulla, o di cui, nel migliore dei casi, non conosciamo altro che una traduzione in prosa, che è un’altra forma, più complicata, dello stesso nulla. Molti di noi, però, si raffigurano, con ragionevole esattezza, l’anima e la vita di opere che non hanno mai letto, grazie a vaghe reminiscenze di riferimenti, oscure e casuali allusioni, o di opere, addirittura, in idiomi sconosciuti, e di cui non esiste, o per lo meno non hanno mai letto, una traduzione in un idioma che non lo sia. Qui il traduttore invisibile opera invisibilmente. Non intuiamo: indoviniamo. Sembra quasi ci fosse in noi una parte superiore dell’anima che conosce per sua stessa essenza tutti gli idiomi e ha letto per sua natura tutte le opere.
    Infine, che cos’è un’opera letteraria se non la proiezione in lingua di uno stato dello spirito, o di un’anima umana? E quest’opera è il simbolo vivo dell’anima che l’ha scritta, o di un momento di quest’anima – una piccola anima occasionale – che l’ha progettata. Perché non ci sarà forse fra anima ed anima una comunicazione occulta, una comprensione senza parole, per mezzo della quale indoviniamo l’ombra visibile attraverso la conoscenza del corpo visibile che la proietta e comprendiamo il simbolo, non perché lo conosciamo per averlo visto, ma perché conosciamo ciò di cui è simbolo?
    Chi sa se, magari, in qualche stato prenatale, non abbiamo visto da vicino l’opera nel suo spirito, e non nel corpo verbale che possiede qui; tanto che, sentendone qui solo parlare, da subito sappiamo di che si tratta, nella sua vera essenza e vita; e che, dunque, leggendo male, o neanche leggendo, non si crei in noi non una comprensione, sebbene intuitiva, ma un profondo e sottile ricordo?
    Chi sa se, inoltre, in questo stato prenatale, ancora liberi dallo spazio e dal tempo, non abbiamo già visto tutto, qui oggi passato o qui oggi futuro, sub specie aeternitatis; e così, potendo risvegliare in noi questa anamnesi, non fossimo oggi noi stessi, i nostri traduttori invisibili, signori incoscienti delle opere che ancora devono nascere nel corso del futuro del mondo?
    Per questo non sorrido – o meglio, non sorrido sempre, né immediatamente, di coloro che mi parlano di Shakespeare senza conoscere l’inglese – e scelgo Shakespeare come esempio perché è uno dei poeti più fedelmente uniti in matrimonio con l’indole e le possibilità dell’idioma in cui ha scritto e, da buon marito, con i modi e le forme per ingannare tale idioma. Non sorrido. Chi sa se, in una qualche incarnazione anteriore, colui che mi parla non si è trovato di fronte a Shakespeare come ora si trova qui, non ha parlato con lui come ora qui sta parlando, e non è, senza che lui o io lo si sappia, il traduttore invisibile di un grande amico ignorato?

    7. [Sulla parola]

    […] La parola è, in una sola unità, tre cose distinte – il significato che possiede, i significati che evoca ed il ritmo che avvolge questo significato e questi significati. Così la parola “anima” contiene in sé, come significato diretto, la designazione dell’essenza mentale dell’uomo, distinta, da un lato, dall’incoscienza del corpo o dei corpi, dall’altro, dalla possibile supercoscienza di una coscienza astratta universale. Ma, a parte questo, la parola “anima” suggerisce un gran numero di significati accessori, che variano da individuo ad individuo, conformemente alle preoccupazioni, alla cultura e ad altri elementi che contribuiscano all’associazione di idee: per qualcuno sarà inevitabilmente implicito nella parola il significato secondario di “animo”, “intensità di carattere”; per qualcun altro il significato secondario di “spiritualità“, “misticismo”; per una terza persona il significato secondario di “irrealtà“, “intangibilità“. Infine, la parola “anima” possiede un suono che costituisce il suo ritmo che proviene dall’unione con le parole che le sono accostate, che con essa formano il testo. Per questo il più chiaro dei testi, nel momento in cui diverse persone tentano di penetrarvi o vi meditano profondamente, comincia ad aprirsi a significati intimi che divergono l’uno dall’altro; accade che, sebbene ci sia un accordo generale rispetto al significato diretto o primario della parola, può non esserci sui significati indiretti o secondari. Sul ritmo i singoli individui tornano nuovamente ad avvicinarsi, salvo difformità di pronuncia o differenti preferenze uditivo-mentali.
    Scomposta così la parola in tre elementi costitutivi a fini logici, essa non ce li offre però distinti nella realtà della vita, dove invece si fondono, e l’impressione che ne risulta, come anche dalle altre parole che si dispongono in un discorso, proviene da una percezione sintetica nella quale s’intersecano tutti e tre. È un fattore importante da notare, soprattutto riguardo al valore e alla portata del ritmo, che non può esistere nella parola, come nel suono, in maniera indipendente e libera, ma solo in associazione al significato che la parola comporta o suggerisce. La parola “Cesare”, di per sé debole a livello sonoro, possiede comunque una rilevanza ritmica in qualche modo imperiale, perché imperiale è la sua origine e ciò che la sua memoria ci evoca. Una sequenza di parole senza senso, o di pseudo-parole inventate dal suono gradevole, non attrae, per quanto suoni bene: non è altro che musica assurda e posticcia.
    Tenendo sempre a mente questo fondersi ed intersecarsi dei tre elementi della parola, possiamo comunque, senza realizzare astrazioni, distinguere tre tipi di arte…

    italianpoetry

    5 marzo 2009 at 00:04

  10. conferenza a Lugano di ieri sera. Ospite di Fabio Pusterla è GABRIELE ZANI, poeta forse caro a Matteo e all’area Emil-Romagnola.

    Zani si scaglia contro il dialetto. Lo considera una cosa inutile per la scrittrua, se la scrittura è anche divulgazione (circolazione del prodotto poesia /libro)

    Osservazione (sua) nr. 1 –
    se già la poesia è una nicchia, che senso ha metterla ancora più nell’angolo usando il dialetto?

    Osservazione (sua) nr. 2 –
    che senso ha usare un dialetto che è cosi locale da non essere compreso a 5 km di distanza dal luogo di origine?
    Il Forlivese è diverso dal dialetto di Sant’Arcangelo.
    Il Milanese non è la lingua di Seregno (vedere Piero Marelli e Franco Loi, che distano anni luce l’uno dall’altro) e via dicendo.
    Che senso ha usare una lingua nicchia (la poesia) di nicchia (il dialetto) e per di più a livello cittadino/locale (l’area stretta in cui si vive o dove è parlato)

    Interessante….

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    5 marzo 2009 at 10:24

  11. Interessante in luce di quanto – con il titolo “Volgar’Eloquio” – il 21 ottobre 1975, Pasolini tenne una lezione al liceo “Palmieri” di Lecce sulla questione del dialetto (esiste una straziante registrazione audio dell’incontro), o meglio, sulla necessità di dare dignità di lingua al vernacolo.
    Un messaggio che sarà l’ultimo pubblico di Pasolini, trucidato pochi giorni dopo sul litorale di Ostia, ma soprattutto un approccio lucido (e tuttora valido ?) che scende in campo, armi in pugno, contro ogni tentativo di riportare la lingua della comunità a strumento di selezione etnica, esclusiva ed escludente, oppure, nel migliore dei casi, a ripetitiva manifestazione di folclore locale.

    ancora FA

    anonimo

    5 marzo 2009 at 11:48

  12. conosco zani (cesenate) non di persona ma come suo lettore caro fabiano, tra parentesi non ho neppure i suoi contatti quindi se vuoi estendere l’invito al dibattito sia a lui che a pusterla poi ti pago la commissione 🙂

    a me però pare una provocazione, partendo dal fatto che zani è poeta e so cosa scrive… a me pare un discorso paradossale che però fa vedere bene anche l’attualità (come sempre…) del pensiero di pasolini.
    insisto col concetto di dominanza perché per altre vie quello che fino a poco tempo fa dipendeva quasi solo dalle cosiddette major editoriali oggi assume nuove forme, d’altronde l’italia è un paese dove oltre a scrivere ci si scrive molto addosso e basta avere pochi mezzi nel precariato generale e issarsi a fenomeni della poesia contemporanea che tutti piegano la schiena. in italia c’è necessità di una critica della critica. ma questo è un altro discorso.

    tornando a “bomba” mi viene da dire: è lo stesso motivo per cui un formaggio locale come il parmigiano reggiano si esporta in tutto il mondo. perché buono e anche se non è “proprio” del linguaggio gastronomico di tutto il mondo (di certo non degli stati uniti, o del giappone) si può tranquillamente esportare, perché una volta gustato, mediato ecc. si capisce che è una meraviglia.

    altro punto: sabbiamo benissimo che esistono gruppi, movimenti, singoli ecc. che mirano all’approvazione nei luoghi dominanti anche attraverso l’utilizzo di una lingua (o di una modalità di proposta) ancora una volta “dominante”. legittimo.
    ma è un poco come se in tutti i negozi di italia si potesse mangiare un solo tipo di formaggio, non quei bei banconi pieni di caprini, erborinati, ricotte ecc.
    e ognuno può decidere cosa gustare. se no per me è dittatura, e l’italia è storicamente molto incline alle “dittature”. non solo in poesia 🙂

    matteofantuzzi

    5 marzo 2009 at 14:11

  13. Parto con una semplice considerazione.
    Sono nato e vivo a Gorizia. Ogni giorno sento la gente parlare in italiano, sloveno, friulano, dialetto goriziano, il bisiac (zona di Monfalcone) e mi ricordo distintamente che da bambino sentivo parlare il tedesco.
    Oltre a queste lingue ci sono, e si sentono, tutte le possibile combinazioni e impollinamenti di un linguaggio con un altro.
    Questo per dire cosa?
    Per affermare che tutta questa diversità di parole, per dire la stessa cosa, la vivo come un mio arricchimento personale. Anche quando non conosco la lingua. Come mi succede con lo sloveno.
    Questa ‘normalità’ la ritrovo nelle letture che faccio, nei poeti e narratori che leggo e seguo.
    Il discorso ‘dialetto’ lo vivo allo stesso modo.
    Ne sono affascinato, proprio perché è materia viva. Per suono che ogni parola ha, il suo significato che è sempre unico e peculiare.
    La considerazione che sia lingua ‘altra’, non lo considero un problema o una lontananza.
    In poesia mi piace trovare parole e suoni che non conosco, che autori ‘usano’ per dire.
    Ecco, forse questo è il problema: l’importante è che si abbia qualcosa da dire.
    Quello va oltre ogni dialetto o lingua. D’altronde i più grandi poeti stranieri non abbiamo iniziato ad amarli leggendoli in traduzione?
    Mi sbilancio. Mi sono accorto che, a volte, si usa il dialetto per l’effetto esotico che fa.
    È comunque sempre affascinate, ha una immediata risposta di plauso.
    Ma c’è chi lo vive come propria realtà. Perché lo parla comunemente, ogni giorno. E ogni sua parola rispecchia il suo essere, il suo vivere.
    È quando è necessità che il dialetto diventa forza. In altro caso è copertura, protezione. Forse furbizia.
    Ogni dialetto dice di una appartenenza, di radici. Di tempo che si è consumato e ha lavorato per dargli forma, nelle parole, e sostanza, nella storia.
    Non mi sembra poco.
    L’importante è che rimanga sempre un mezzo, e non diventi mai un fine.
    Mi piace che dica di una identità, ma non piace che sia l’unica identità.
    E poi un’altra cosa.
    In un mondo e tempo sempre più destinato all’omologazione, riuscire a leggere sentimenti e emozioni, pensieri e considerazioni, con le più svariate sfumature di suono e significato, mi sembra un metodo di resistenza da difendere.

    Giovanni Fierro

    anonimo

    5 marzo 2009 at 20:40

  14. Be’, io credo che uno dei fattori di cui dobbiamo tenere conto ogni volta che discutiamo i movimenti linguistici che caratterizzano la poesia contemporanea è, e scusate se ribadisco una banalità, la ‘mediatizzazione’ di una fetta significativa della popolazione italiana, e, per riflessione della popolazione italiana nella sua interezza.

    Sebbene con internet si sia raggiunta una certa libertà di accesso alle informazioni – che prima non era possibile con la televisione – la qualità di queste informazioni è discutibile e, soprattutto, lo ‘stile’ che esse possiedono. Se noi parlassimo esclusivamente da studiosi della lingua – da linguisti – questo non ci dovrebbe sorprendere e dovremmo cassare questo discorso come scontato; ma ponendo noi l’accento sul piano semantico chiaro è che la specola d’osservazione è ben diversa.

    Alla fine, eccetto pochissimi casi, ed in essi inserisco in questo blog, siamo tutti fruitori consapevoli od inconsapevoli di un italiano che non è più della letterarietà ma è sempre più della parola – con i vantaggi e gli svantaggi che ciò comporta -, anche nel momento in cui viene scritto (questo nostro italiano). Da ciò ci è chiaro che dipenda la povertà lessicale che piaga la nostra epoca, a causa anche del fatto che la realtà in cui viviamo ci impone di esprimere dei contenuti sempre più ‘velocemente’.

    Aggiungiamo poi il fatto che, laddove noi si debba definire il mondo che ci circonda, non è più necessario conoscere tutto un insieme di segni legati al mondo fisico e naturale, ma solamente a quello virtuale e al più dell’urbanità, una meta-semantica di riferimento allo stesso mondo che ci siamo costruiti.

    Basti pensare a tutto il lessico di uso nuovo, clicc-are, ciatt-are o chatt-are etc. E la poesia che cosa ha a che spartire con il mio discorso?, semplice – se noi vediamo la poesia come quell’arte di riformare l’utilizzo diciamo ‘elevato’ dei segni, nel momento stesso in cui noi perdiamo attinenza con il mondo e controllo su di esso – per tutti quei processi di mitizzazione cari a Barthes -, la poesia che da noi proverrà sarà di sicuro scialba e povera. Aveva ragione Orwell descrivendo la sua neo-lingua, che più che su aspetti di carattere potenziale della stessa e comuni a tutte le lingue, che sono espressi studiati e descritti dalla neurolinguistica, poneva l’accento sulla semantica e quello che è il rapporto tra il segno ed il mondo che ci circonda e che il segno va a stabilire.

    Francesco Terzago.

    Declino

    8 marzo 2009 at 16:45

  15. la lingua come strumento alla fine risolve molte delle questioni che stiamo in questi giorni guardando. e così la questione sulle altre lingue che mi trova molto vicino a quanto espresso da giovanni. le questioni sulla lingua “pura”, sulla poesia “pura” e via discorrendo a me non affascinano e mi sa che non sono il solo. certo l’ottica dominante è un macigno che dobbiamo un poco alla volta togliere dal proprio piedistallo, ma sotto sta un mondo talmente variegato e interessante che a mio avviso vale la pena lavorarci sopra.

    matteofantuzzi

    12 marzo 2009 at 00:09

  16. cari amici

    ho seguito il vostro interessante dibattito, ma mi pare che ci sia un’ambiguità di fondo nell’uso del termine “lingua” nella domanda iniziale. Da un lato si chiede quale possa essere la lingua della poesia italiana di oggi, e in questo caso lingua vuol dire “linguaggi”, “stili”, “poetiche”. Dall’altro si solleva alla fine del quesito la questione dei dialetti. Ma i dialetti non sono linguaggi o uno stili, sono lingue storiche come il russo, il cinese, l’italiano ecc. Spesso in effetti si parla dei dialetti come fossero una stili o poetiche, ma è una distorsione.

    Le ragioni dell’opportunità di scrivere in dialetto, pro e contro, sono state enunciate talmente tante volte che è inutile ripeterle ancora in questa sede. Chi scrive poesia in dialetto lo fa perché gli viene così e non ne potrebbe fare a meno. La poesia va giudicata dai risultati, cioè dai testi, non dalle opportunità politico-editoriali implicate nell’uso della lingua. Nessuno, se non per moda e inutilmente, sceglie di scrivere poesia volontariamente in una lingua. È la lingua che lo sceglie. A quel punto farà parte del suo lavoro ragionare su pregi e difetti, potenzialità e limiti del suo “strumento”.

    Riguardo la prima parte della domanda, non credo che si possano dare ricette. Come si fa a dire quale deve essere il linguaggio della poesia oggi? Un’estetica normativa (perché tale finirebbe per essere qualsiasi risposta) in epoca di assoluto eclettismo è cosa improponibile anche per chi la desidera (non io).

    Edoardo Zuccato

    anonimo

    12 marzo 2009 at 17:55

  17. la licenza poetica è un’invenzione della normatività scolastica – e in effetti la scuola, in quanto luogo per eccellenza della grammatica, anzi, detta “grammatica” secoli addietro prima ancora di essere detta “scuola”, non rifiuta a priori l’eccezione, ma ben si preoccupa di sottolineare quanto essa “confermi la norma”

    ora il punto è questo: se aderiamo ad un’idea di poesia come scarto dalla norma, abbiamo buon gioco – e la nicchia buon pro ci faccia! – collimiamo col sistema dominante, mascherati con le carnevalesche parrucche dei buoni elettori del Re del Martedì Grasso – salvo che poi l’altro re, regna i restanti 364 giorni dell’anno, e attraverso le regie scuole impone la lingua che si parla a corte

    in fondo l’analfabetismo di ritorno, dove oggi le tecnologie digitali della neo-oralità pescano alla grande (si pensi alle teorie di Dan Sperberg sugli speech-computer), è lo sgrammaticato tentativo del volgo di sottrarsi silenziosamente all’influenza del medesimo monarca che ha eletto

    eppure la scuola non si accorge che il germe in grado di manifestare al mondo le palesi contraddizioni del suo stesso “cosmos” è in bella vista proprio nelle antologie dei classici (“coloro i cui scritti vanno letti in classe”): è la definizione di poeta come “fabbro del parlar materno” coniata dal buon Dante Alighieri – che, bontà sua, da fabbricare ne aveva assai, vista la frammentazione dialettale e linguistica dell’Italia del XII-XIII secolo – ma se diamo per buono che non sia ancora superata l’ipotesi coniata da Zanzotto attorno agli idioletti, quali lingue private dei singoli germinate per stratificazioni e gemmazioni non lineari nello spazio compreso fra il pullulare delle micro-varianti lessicali e fonetiche dei dialettalismi locali e l’espansione di una dominanza linguistica dall’istituzione dell’obbligo scolastico in poi, col rinforzo del tubo catodico (cosciente: “Non è mai troppo tardi”… metti il maestro Manzi in prima serata…), allora l’idea di una rifondazione italianistica non è così del tutto inattuale – ma non di ciò mi interessa qui dire

    trovo incredibilmente “attuale”, al di là di una più generale e mai sopita “questione della lingua”, la riesumazione della definizione dantesca del poeta, proprio l’idea del faber, di colui che riplasma i metalli delle lingue storicizzate e localizzate, il parlar materno (e quanta poesia già c’è in questa metonimia della madrelingua), fino a foggiare una nuova lingua per una nuova “koiné dialectos”, una nuova comunità poetica

    allora l’ipotesi è ribaltata: non una poesia come scarto dall’uso linguistico, ma come trasformativa edificazione (lenta ma costante) di una modalità di comunicazione linguistica, e in prospettiva di un nuovo “ethos” attraverso la nuova lingua

    la questione della lingua della poesia italiana contemporanea non può non essere fondamentalmente ETICA

    nell’orizzonte degli idioletti e delle pratiche diffuse di scritture poetiche un problema di una certa “pressione” può essere senz’altro quello della tendenza ad assimilarsi (e allora qui m’accordo con la stimolante metafora del posto iniziale, quella crescita dell’87% annuo della poesia minimalista secondo l’Istat…), ma evidentemente metterlo in diretta relazione con l’idea dello scarto linguistico (messa del resto argutamente in dubbio dagli stessi estensori del post, tra l’altro quale garante di un’originalità del testo), è poco utile – nel frullato di reminiscenze poetiche e metafore assopite, che si ha la sensazione costante di trangugiare scorrendo innumerevoli pagine di lit-blog dalla più variegata autorevolezza, forse lo scarto rischia solo di essere il colpo di reni dell’ippopotamo rimasto intrappolato nelle sabbie mobili

    si dice che l’uomo contemporaneo sia mediamente congestionato da immagini di ogni sorta, centinaia ogni giorno, quando l’uomo in era pre-massmediatica non arrivava in un anno a contarne 365 – non si riflette abbastanza sul fatto che, per quanto si assista ad una contrazione del vocabolario medio posseduto dalla gente di una qualunque nazione esposta alla massiccia circolazione di scritture massmediatiche (smettiamola di pensare che sia solo un problema degli italiani, per favore!), le possibilità combinatorie entro tale vocabolario rimangono elevatissime e di fatto consumiamo ogni giorno molti più costrutti metaforici e testuali di quelli che consumava l’uomo quando non c’erano i mass media; la brevità dei messaggi e l’ossidoriduzione del vocabolario tuttalpiù sono come l’attenuazione dei contrasti di colore in migliaia di quadri di un grande museo, un ingrigirsi della comunicazione quotidiana in nome dell’efficacia e dell’immediatezza – di cui molti scrittori sono del resto estremamente affascinati… in fondo fare dell’ottima fotografia in bianco e nero è una questione di poetica, no? L’importante è rendersene conto e sceglierla con grande consapevolezza

    eppure mai come oggi si pone con urgenza un’altra necessità: quella di comprendere il divario fra il lasciarsi parlare dalla lingua e il parlarla – brandendola!

    il vero problema forse non è l’omologazione, né il fatto che ci siano più scrittori che lettori, né l’interrogativo su quali canoni sopravvivano e quali no e quali insorgano con innovativa forza (personalmente sono dell’idea che il buon “cànon” degli antichi greci fosse appunto buono per misurare i terreni agricoli e basta così, il giorno in cui alcuni scultori pensarono di adoperarlo per dettar legge sul bello sono cominciati tempi più duri per l’umanità), ma la pervasività silenziosa di modelli linguistici dominanti e l’effettiva riduzione del numero di poeti che trattano la lingua come qualcosa da portare ad incandescenza e martellare sull’incudine finché non si imprima la forma voluta all’acciaio temperato

    in fondo che cosa fanno le dittature se non cambiare nome ai fatti e alle cose? (magari aiutati da qualche bravo autore televisivo…

    Mario Bertasa

    [mi attendevo un dibattito con molte più voci e diatribe, dal momento che, a differenza delle altre materie, per così dire, accidentali trattate fin qui in questo bel simposio online (Dante avrebbe detto Convivio…) quella attorno alla materia-lingua è, per così dire ancora, sostanziale – come tra musicisti discutere di suono e ritmo, o tra pittori di colore e forma – con la differenza che musicisti o pittori usano spesso la lingua per scambiarsi le idee sulle materie primarie del loro campo d’azione, i poeti invece usano la lingua per parlare della lingua della poesia, e allora le cose si complicano, e parecchio]

    anonimo

    13 marzo 2009 at 00:53

  18. sì: alla fine è una doppia questione quella del linguaggio della poesia e quella dell’utilizzo delle altre lingue. ma queste due questioni a mio avviso alla fine si fondono, o quantomeno personalmente ho interpretato così la questione (il testo introduttivo è di guido mattia gallerani, chiaramente col placet di tutto il gruppetto che sta facendo questo convegnino): quante volte abbiamo sentito che il dialetto non fosse altro che un localismo e la poesia in dialetto una roba da circoli pensionati ? e certo la poesia “pura” per parlare di poetiche farà molta fatica ad usare un’altra lingua nella propria architettura, oppure svia nel grammelot che checché se ne dica è altra cosa, si veda il libro di scarpa uscito da einaudi che sa molto di divertissement a mio avviso.
    ma parlare (per rispondere a mario) della lingua della poesia significa alla fine dare un senso anche alla poetica, e sappiamo bene che qua (in Poesia) e qua (in Italia) non è così facile dichiararsi, dire se si vuole più bene alla mamma o al papà. e alla fine ne risente l’analisi. questo tema è sempre nascosto sotto al tappeto, se ne preferiscono altri più da polemica: un poco non ci si espone, un poco si è pronti a saltare su un altro carro, se quello in cui si è magari incespica 🙂

    detto questo fino a maggio c’è tempo per parlarne, anche per smentirmi…

    matteofantuzzi

    13 marzo 2009 at 07:49

  19. Trovo azzeccata la metafora di Mario Bertasa sulla tempra dei metalli. L’uso della lingua in poesia – e personalmente sento questa esigenza come prioritaria – richiede uno sforzo di stravolgimento interno ai processi della lingua stessa che cozza contro l’uso di un “poetichese” canonizzato che in molti libri che mi capita di leggere si fa. Scrivere poesia (ma, in generale, scrivere…) credo sia un atto di responsabilità da affrontare apertamente, senza gli infingimenti e gli alibi dati dal circoscrivere un campo del “dicibile letterario”.
    E’ inoltre vero, come dice sempre Mario Bertasa, che siamo ogni giorno, ogni momento sottoposti ad una serie di catene metaforiche straordinariamente vasta. La letteratura deve essere in grado di isolarne alcune parti, significative ai fini di una poetica o di una istanza particolare (e qui, entrano in campo le scelte autoriali); ma per farlo, occorre un linguaggio più flessibile, più fiducioso in sé. Il ricorso a una lingua poetica senza incandescenze mi pare un atto sfiduciato. Il metallo va forgiato nel tentativo di ottenere una nuova lega, con caratteristiche migliori o più adatte alle esigenze. Per farlo, è necessario utilizzare i molti strumenti e i molti tipi di metallo a disposizione.

    Chiudo segnalando ai lettori di UP (se Matteo è d’accordo!) questo articolo: http://www.rivistaonline.altervista.org/?p=156#more-156 a firma di Guido Mattia Gallerani. Vi si parla anche del sottoscritto e di Matteo, ma vi inviterei a leggere soprattutto la prima parte introduttiva. Credo che in qualche modo possa essere tangente a questo discorso.

    Marco Bini

    anonimo

    13 marzo 2009 at 10:47

  20. Edoardo Zuccato ha ragione: davo per sottinteso il fatto che il dialetto è una lingua storica come le altre, e non è uno stile = lingua personale, parole alla francese o simili. Ma per l’appunto non c’era bisogno di sciogliere un’ambiguità che questi lettori sanno declinare. Invece, in virtù del fatto che uno degli scopi di questo spazio, e di internet e blog soprattutto, è ripetere le cose all’infinito nella speranza che capiti qualcuno qui sopra che già non le sa (sempre premesso che noi sappiamo di cosa parliamo) la sua specificazione mi tira fuori dall’inganno.

    Ps. ringrazio Marco per la segnalazione dell’articolo su poesia e storia attraverso le voci di Ariano, Bini, Fantuzzi, Petrosino, Ronchi

    GUido Mattia Gallerani

    anonimo

    13 marzo 2009 at 15:20

  21. Comunque di lingue, al plurale, dovremmo parlare. I cambiamenti espressivi nella “dichiarazione del mondo” che forse non vedono più la poesia nella posizione di eccellenza che aveva ma che continuamente la chiamano in causa (ed è un bel tira e molla) rendono impossibile l’utilizzo del singolare, del mono, del canone standard.

    E in ogni caso tutto il percorso filologico della produzione poetica è fatto e celebrato da scarti. Ariosto passava per un eretico, senza scomodare le nostre (italiane) fragili avanguardie. Perché si, alla fine per il poeta si tratta del forgiare una lingua personale, buona parte del lavoro è questa.

    Gadda, Bufalino, Zanzotto, Montale, i primi che mi vengono in mente (Isella scrive cose interessantissime sull’asse lombardo, parte da Manzoni, individua una funzione Porta-Dossi-Gadda centrata sulla trasformazione linguistica alla luce dei dialetti). Celine e Joyce: come potrebbero le lingue tornare ad essere “l’una di prima”?

    molesini

    14 marzo 2009 at 01:43

  22. @ Marco
    la metafora sulla tempra dei metalli è dantesca, non mia, non arrivo a tanto, la mia è solo una parafrasi, se poi piace dimostra che il modello regge nei secoli… (la riflessione sull’esposizione contemporanea ai costrutti metaforizzanti ha invece più farina del mio sacco, ma sempre in misura da spartire equamente con tanti altri che ci riflettono)

    @Matteo
    senza attendere maggio, ti posso dire che in linea di massima non ti smentisco. Tanto per cominciare ogni autore che si cimenta nell’impresa di confrontarsi con la fatica di scrivere in una lingua deve onestamente fare i conti con la propria storia linguistica personale. Con le lingue madre e avola, tata e matrigna che ritrova nel suo cammino di crescita (e allora l’ipotesi dell’idioletto, non-idioma, ha ancofra tanto da dirci).

    Tuttavia sulle poetiche occorre sgombrare il campo da equivoci e distinguere sicuramente fra poetiche implicite ed esplicite, definendo il discrimine fra le due tipologie a partire dal fatto che un autore lasci o meno testimonianze scritte riguardanti la propria poetica – né le une sono più “grandi” delle altre, sennò dovremmo escludere dalla storia delle letterature mondiali tonnellate di autori

    a questi due insiemi va aggiunto infine un terzo, ovvero quello delle poetiche estrapolate dall’opera di un autore da parte di un suo esegeta – e come diceva il mio maestro di estetica, Francesco Piselli, è un fatto che quasi sempre gli artisti non amino che qualcuno parli delle loro opere, né rilasciare dichiarazioni di poetica: “L’opera parla da sé” – forse allora non è tanto una questione di malcostume, ma di fisiologica reticenza

    ma quel che è peggio – diceva – è quando un artista parla della propria poetica (ed è la stragrande maggioranza dei casi) in termini di un’estetica normativa – vi prego, castigatemi solennemente, se un giorno mi lasciassi prendere da questa tentazione

    di solito questi artisti hanno un grande seguito, magari variabile secondo le circostanze, chi salta su e giù dai carri sposta i pesi “politici” di certi movimenti a favore di altri, ecc. – abbracciare la poetica di un “capobastone” non lo direi esecrabile, già la scelta è una sorta di autocondanna all’inespressione, il malcostume da esecrare è semmai quello della costruzione di “circoli” di consenso e scuolette di pensiero col solo fine di incrementare un piccolo potere personale e mantenere una certa visibilità nella zuffa furibonda della nicchia in cui tutti vogliono entrare

    Mario Bertasa

    anonimo

    14 marzo 2009 at 02:31

  23. scusa Silvia, non avevo visto il tuo commento: sì concordo con l’idea del plurale

    tuttavia non trovi che lo sforzo di Ariosto ci costruirsi una lingua adatta agli scopi del suo grande progetto contenesse anche una grande tensione comunitaria, oltre che un bisogno espressivo personale, tanto che generazioni di cantastorie che hanno mandato a mente e divulgato il suo poema hanno reso ragione proprio a quell’apertura “progettuale” da cui la sua poetica non era aliena…

    ciao!
    Mario

    anonimo

    14 marzo 2009 at 02:37

  24. Il rimando alla comunità è d’obbligo, Mario, ma , temo, della comunità non ci disfiamo, per quanta ossidoriduzione “la lingua” subisca (che poi è sempre una questione di comunità parlante-digitante, la pubblicità ed il suo immaginario principe ribattuto sull’idioma, la telecronaca sportiva, il gergo giornalistico che si vorrebbe sintetico e “duro” ed invece rimanda in continuazione stati d’animo e sentimenti “presentiti” giocando non con i fatti ma con le subodorazioni, continuamente insinuando, e la grandissima inquietante adolescenza che è sempre più regina di riferimento del mercato, cosa comune, il mercato).

    Quindi, quale comunità? Troppa comunità, mi verrebbe da dire.

    molesini

    14 marzo 2009 at 16:55

  25. A Marco Bertasa.

    Che spesso l’estetica di un artista venga definita dal medesimo è una dura realtà con cui dobbiamo fare i conti, ma d’altro canto viviamo in un’epoca dove l’intervento di supporto nei confronti del nostro stesso lavoro potrebbe divenire necessario; se io fornisco un modello della mia poetica il lettore accederà a quanto scrivo con maggiore facilità – questo perché, ora come ora, non esistono grandi modelli di riferimento vastamente accettati. Va da sé che ogni poeta è un’isola che fluttua nel cielo, collegata ad altre isole (altri poeti e poetiche) da ponti sottilissimi. Ma questo vale anche per la pittura, e per le altre forme d’arte in generale.

    Ad ogni modo, quello che vuole essere un aiuto si rivela essere il contrario: fornire il limite entro cui il lettore dovrebbe connottare le immagini espresse dal poeta distrugge il valore stesso della poesia: se il poeta dovesse dire: bene questo è ciò che voglio dire e questo è il sistema che utilizzo per farlo, egli farebbe, per così dire, saltare l’autonomia che la poesia deve avere nei confronti di chi la ha scritta.

    Dunque forse dovremmo interrogarci a riguardo di che cosa sia fare poesia, forse fare poesia è solo offrire delle porte, dei simboli che ogni uomo deve avere la libertà di varcare verso il luogo che vuole.

    Che una poesia parli da sé e che sia autonoma da chi le ha dato la vita dovrebbe quindi essere scontato ma spesso, dicevo, non è così.

    Altra cosa che dovrebbe essere scontata e che invece non lo è, è che la stessa tuttavia dipenda invece del retroterra di poesie con cui entra in contatto. Eliot definiva la poesia (l’universo poetico nella sua interezza e complessità) come una creatura vivente a cui si aggiungono man mano che il tempo passa nuove appendici.

    Declino

    15 marzo 2009 at 13:42

  26. P.s.: chiedo scusa per la confusione fatta sopra coi nomi… Volevo scrivere Mario Bertasa.

    Declino

    15 marzo 2009 at 14:17

  27. in questo senso ti rimando francesco all’articolo che matteo marchesini ha firmato sull’ultimo annuario di poesia dove in sostanza teorizza che tutta l’incertezza delle nuove poetiche sia provocata in realtà dall’insicurezza soprattutto delle ultime generazioni e che probabilmente anche l’aggressività che emerge da un certo modo ultimo (ma di sicuro non nuovo) di condurre la promozione della poesia

    matteofantuzzi

    15 marzo 2009 at 16:40

  28. @ Francesco Terzago (#25)
    il tuo richiamo all’autonomia di uno scritto rispetto al suo autore è senz’altro interessante, e più vasto dell’ambito dell’enunciazione o meno di poetiche, soprattutto se lo si mette in relazione con la questione, appunto, della lingua. In fondo se rifletto su quanto divide le living performing arts [mi scappa detto in inglese per rispetto al fatto che l’espressione è nata in quella lingua, ma di solito prediligo la trasposizione italiana “arti performative dal vivo”] che si misurano con la parola (un es. su tutti il teatro) e la poesia come dato scritturale che può prescindere da una trasmissione prettamente orale, posso trovare magari “sponde” al ragionamento. Ovvero: in teatro la dipendenza di un testo dal suo autore è sempre fortemente a rischio, addirittura in molti casi, come nella commedia “all’italiana”, il drammaturgo lavora proprio a partire da un linguaggio aperto all’irruzione dell’invenzione attorale, “all’impronta” (ma anche all’adattabilità a diversi contesti geo-culturali, se di un’opera si prevede che sarà affidata ad una compagnia di giro; adattabilità, implicita, a diverse epoche – e cito solo il caso della reinvenzione della lingua di Goldoni operata da Strehler per semplice “sottrazione” dal testo originario); in altri invece, guarda caso, il drammaturgo opera entro strategie tipiche della poesia (metrica, versificazione, rima, ecc.), e della costruzione di confini espressivi rigidi, codificati, che prevedano una pressoché nulla varianza, lessicale e sintattica, nella loro dizione, proprio perché intende tenere il più possibile a bada l’estro del momento; in fondo buona parte del teatro letterario classico ha sempre coltivato il sogno implicito dell’attore-marionetta teorizzato un secolo fa da Gordon Craig…
    Quindi, diciamocelo, l’autore non rinuncia tanto facilmente al controllo sul destino della propria creatura (e non solo l’autore… a volte anche gli eredi ci si mettono di mezzo, e allora addio…); e una delle strategie che il suo istinto gli fornisce, spesso, è quella dell’accompagnamento con auto-prefazioni, auto-commenti, dichiarazioni di poetica, manifesti, ecc. A volte si tratta di scritture estremamente interessanti se sono le uniche non poetiche in senso stretto, perché ci permettono di misurarci anche con la plurivocità della lingua dell’autore (penso, per es., al Montale prosatore). Altre volte di scritture ridondanti, superflue, ripetitive del già contenuto nell’opera. Altre ancora eccessive (“ah, voleva dire tutto st’ambaradan con quei quattro versi?”) e di fatto a loro volta autonome dai testi cui indirizzano lo sforzo dell’auto-intepretazione…
    Però quando penso al fatto che John Cage non si limitò a “mettere in musica” 4’33’’ di silenzio (che già sono una bella botta di metapoetica musicale), ma che ci tenne pure a dichiarare in più occasioni che l’idea originaria di quel pezzo era di scrivere un brano silenzioso dal titolo “Preghiera” e di inviarlo alla Muzak Co. (casa discografica emergente all’inizio degli anni ’50, nota per la produzione di musica per supermercati o per allevamenti di bestiame…) che avesse una durata simile a quella di una canzone commerciale – beh, credo che in certi casi, senza nulla togliere all’autonomia dell’opera, che rimane liberamente interpretabile dal suo fruitore, una sana esplicitazione della poetica soggiacente possa solo contribuire ad un’efficace penetrazione dei significati di un gesto “poetico” nell’immaginario collettivo (con conseguenze comportamentali, etiche, linguistiche, ecc.)

    Mario Bertasa

    anonimo

    20 marzo 2009 at 00:22

  29. @ Silvia (#24) e Matteo (#27)
    già esprimersi in una lingua significa rivolgersi ad una comunità, quella dei suoi parlanti, per quanto disgregata, avvilita, dispersa, inesistente, soggetta, manipolata, sorda, “automica”, per quanto non sia rara e passeggera in moltissimi la tentazione di far valige e andarsene in un altro paese, cambiare lingua, vestiti, agenda, rubrica telefonica, mobilia, libri, cibo, specie se ancora giovani, o soprattutto ancora giovani dentro e con un futuro da non buttare alle ortiche…

    ma giustamente ascoltiamo nel linguaggio poetico delle giovani generazioni, dei sotto i 30/35, tanto per intenderci, un diffuso bipolarismo fra incertezza dominante, accompagnata da potenti, diciamo pure, scivolate depressive, e fra aggressività tardo-adolescenziale (più dello “spacca tutto e scappa” che non del “questo è l’obiettivo da colpire” tipico della generazione che “fece il Sessantotto”) in sporadiche ed euforiche affermazioni di identità generazionale che, come maledice la Molesini, confermano solo l’inclinazione inesorabile alla mercificabilità

    però io, da uno zodiaco in ariete caduto solo pochi mesi prima della Summer Of Love, mi ostino a sognare una poesia che non sia soltanto specchio del tempo presente, e della massa informe che vi soggiorna, ma voce fuori dal coro che progetta comunità possibili, fabbrica della lingua, sudata e sporca di fuliggine e di scorie semiotiche, dove la memoria antropologica e “tecnologica” della lingua (quanta “tekné” nei dialetti!) è l’incudine e la poetica il martello (non tiro fuori la lama della falce, sennò qualcuno mi tira dietro Brecht!)

    (semper Marius…)

    anonimo

    20 marzo 2009 at 00:24

  30. Mario, puoi spiegare questo tuo ultimo commento, che non è molto chiaro, facendo degli esempi sugli autori che pensi siano affetti da questo bipolarismo? Grazie.
    Christian Sinicco

    anonimo

    20 marzo 2009 at 04:40

  31. Che poi alle volte ho la sensazione netta che stiamo dicendo le stesse cose, a che pro continuare a ribadire la poliedricità, la scissione, la perdita, l’impoverimento relativo, Babele. E’ la storia del mondo.

    Possiamo, anche se sono linguE e anche (vediamo Cristian cosa ti chiedeva, Marius, che non ho ben capito manco me) se sono bipolari (stiamo riscrivendo i fratelli Karamazov, e sono pronta a dare spiegazioni sottili), fare lo sforzo di entrare nel merito (e sia chiaro che sto parlando anche per me)?

    La lingua dei testi che leggiamo adesso è, innanzitutto, irriducibile. Post esponenziale modernismo fino a tornare all’attico. Dal minimalismo sintattico estremo dei quasi filosofi di Anterem arriviamo al galoppante ruscello narrativo del gruppo 93, che riaccende Baldus. Il mondo web e la qualunque cosa. Voci scure (lingue scure), voci chiarissime, di ingenuità radiosa, contaminazione con i dialetti versus linguaggio aulico reattivo (e qui aprirei una parente, secondo me questo ha valore solo inserito nel contesto), e poi la setta ironica, quella dai mille stili e dall’unico sfottò.

    Per non parlare del trend ufficiale: cosa pubblica Crocetti? Cosa resuscita Poesia? Dov’è l’attenzione di Einaudi e dei premi ovunque diffusi e frequentati, semisilentemente, in tutta la penisola? Il punto di riferimento restano i poeti dei primi trent’anni del novecento, si scrive come loro e questa è la lingua, nei termini scelti, nel paesaggio e nel ritmo, nell’ordine e nel suono.

    L’anacronismo schizoide. Anche per questo, forse, procediamo per nicchie (ma questo pure Mario diceva quando parlava di rifondazione dell’italianistica, me par). E ci sentiamo quasi eroici quando in fondo non facciamo che generare e macinare bellezza e voluttà (sic).

    molesini

    21 marzo 2009 at 00:38

  32. (non chiaro) (infatti) (a forza di aver masticato ermetismo fin dalla tenera età)
    (meno male ci sono luoghi in cui, *a stretto giro di posta*, si possono ricevere obiezioni alle proprie idee – che in fondo, le obiezioni, sono uno strumento per costruire significati, ovvero un contributo linguistico)
    (*bipolarismo*, con evidente allusione alla cosiddetta *sindrome bipolare*, voleva essere solo una metafora per tratteggiare un paesaggio, anzi, meglio, delle sensazioni personali su di un paesaggio di scritture, non avevo affatto in mente uno o più autori in particolare, Christian, quando ho scritto il commento #29, anche perché non esercito in ambito psicoterapeutico e psichiatrico né possiedo competenze per dire se Tizio o Caio siano affetti da bipolarismo) (se però un impiego di un termine non funziona, rimane eccessivamente ambiguo, oppure promuove rigide e apodittiche classificazioni del reale, meglio fare autocritica e sgombrare il campo)

    ad ogni buon conto, rimane un fatto, che ho sentito fino allo sfinimento sottolineare dal buon Giuseppe Billanovich (insigne petrarchista): un tedesco, un francese, un inglese che leggono un testo in antico tedesco, antico francese, antico inglese, hanno bisogno di una *traduzione* per tanti passi; se un italiano legge un sonetto di Petrarca, scritto ben settecento anni fa, lo capisce, e le note a pie’ pagina per spiegare i termini obsoleti sono davvero poche in confronto a quanto accade per le altre lingue europee. Ho solo l’impressone che oggi, quando si scrive più o meno come i poeti dei primi trent’anni del ’900 (ma quali? diciamo, quelli presenti sulla maggioranza delle antologie scolastiche?), una grande distanza ci separi però da loro, ovvero la coscienza che almeno alcuni di essi avevano di scrivere né più né meno nel solco linguistico dei “Rerum vulgarium fragmenta”, coscienza che oggi mi pare “allegramente naufragata” (e ancora una volta parlo di una sensazione diffusa, epocale, che non si incarna in nomi e cognomi, almeno adesso nella mia testa, dato che sulla coscienza dei vivi non mi è dato d’inferire, nemmeno dall’apparente oggettività dei loro testi)

    (che poi invece più d’uno abbia bisogno di una traduzione di un periodo composto dal sottoscritto senza termini apparentemente anacronistici… vabbe’ quello è un problema del tutto mio!) 😦

    ma forse, anziché fare il bacchettone, il “laudator temporis acti”, che ogni tanto proclama restaurazioni di questo o quel periodo aureo della patria lingua, contribuendo così all’incremento dell’*anacronismo schizoide*, a chi voglia continuare a scrivere interrogandosi sul senso e sulla direzione di quel che fa conviene davvero partire dalla… coscienza dell’incoscienza… (delle proprie radici linguistiche)

    (e poi sganciarsi dalle appartenenze a questo o quel movimento, dall’inseguimento di questo o quel trend)

    Mario

    anonimo

    22 marzo 2009 at 00:49

  33. Il mio non voleva essere, Mario, un intervento polemico. Per quanto mi riguarda, penso che si debba ad un certo punto del proprio labor, con più o meno letture alle spalle, porsi il problema dell’evoluzione della lingua e della poesia, rispondendo anche alle sollecitazioni di generazioni precedenti, cercando di comprendere cosa accade in altri contemporanei. E’ chiaro che questo processo di informazione potrebbe anche essere la causa di un conformismo furbo in relazione ai trend sopracitati, ma ritengo ci sia una discreta varietà di proposte. Nonostante ci siano forme di aggregazione più o meno nobili, l’importante è conservare lo sguardo sul percorso di alcuni autori, con piglio critico nel senso che siamo sempre capaci di non riuscire a motivare un’operazione, e troppo spesso incapaci di dare una svolta alla propria produzione, raccolta dopo raccolta. La mia curiosità si rivolge sempre al percorso di un singolo (mi rendo conto, certo, dei problemi sistemici): è la base questa, il lavoro del singolo, non del gruppo di appartenenza, dell’antologia di appartenenza, del blog di appartenenza, della corrente… Quindi pensavo avessi in mente specificazioni per lo sfogo.
    Credo comunque che l’ansia generazionale sia stata cancellata da numerose polemiche, come pure i tentativi di aggregazione su posizioni ideologiche. Rimane ancora la volontà di inserirsi nell’ambiente grazie ad antologie, ma non credo che questo modifichi lo sguardo di base sugli autori che uno sceglie di seguire. Quindi il più delle volte ci troviamo di fronte ad operazioni che non hanno influenza. La domanda semmai è su cosa ci dovrebbe influenzare: credo sia una risposta che ognuno può darsi accrescendo le motivazioni del proprio lavoro e i distinguo verso l’altrui operatività.
    A me ad esempio piace una lingua con una forte sensualità, dove l’effetto, gli strumenti, la scelta di un procedimento, non siano in primo piano rispetto altri elementi costitutivi di una raccolta, l’immaginario, ad esempio… Comunque sì, apprezzo questi tuoi post piroclastici.
    ChristianS

    anonimo

    22 marzo 2009 at 05:41

  34. non si è mai abbastanza piroclasti, caro Christian! Ne potrei citare, storie di “belle teste” in circolazione, lanciafiamme in resta che sputa la critica più sensata di questo mondo, capitolare per il classico tozzo di pane quotidiano – e mi ci metto anch’io, che per un certo periodo sono stato lì lì per – per capitolare sul piatto di lenticchie, non certo per la “bella testa”, che è ancora tutta da recuperare sulla faccia nascosta della Luna, ma di astolfi e ippogrifi oggidì manco le ombre…

    comunque piroclasti, dici bene (e in fondo il fabbro del lògos di che si serve per forgiarlo, se non del fuoco?), e non piromani, incendiari per il puro gusto di

    (accolgo poi con interesse l’osservazione, prodotta dal tuo “osservatorio” che so molto attivo, sul fatto che si siano smorzati i “tentativi di aggregazione su posizioni ideologiche” di una generazione che si è affacciata con tante conseguenze nell’agone della letteratura contemporanea – quindi c’è da ben sperare!

    (quanto poi al problema che sfiori, ma che meriterebbe ampi affondi, dell’incapacità “di dare una svolta alla propria produzione, raccolta dopo raccolta”, eeeh… Qui sì che mi viene una gran voglia di fare i nomi, ma solo di quel gruppo minoritario di autori che una svolta sono riusciti ad imprimerla, che sono riusciti a scavare fossati fra sé e sé… Inizierei da Rebora, proseguirei con Montale, quindi con Zanzotto, l’ultimo Fortini… e subito mi verrebbe soffocata la voce da una gragniuola di invettive, “ma che svolta e svolta! peggioramento, piuttosto!” Sì, perché il vero snodo è la fatica, per le proprie umanissime abitudini, per l’impermeabilità dell’idioletto dei propri consumi, di riconoscere la svolta di uno stile che si è amato, custodito sul proprio comodino, fatto apprezzare ad amici, conoscenti, allievi, e poi tutt’a un tratto, “zac! Montale si mette a fare il pirla…”. “E Calvino non è più Calvino, s’è dedicato ai giochetti idioti di quei suoi amici francesi, gli Oulipiennes”. “Cruciverba fanno, mica letteratura”. “Vedi che avevamo visto giusto ad espellerlo dal partito quando ancora nessuno si era accorto che la mela stava già marcendo, ma dài, secondo voi, anche quando si faceva bello di aver fatto il partigiano della prima ora, si vedeva lontano un miglio che non parlava la nostra lingua!”. “La svolta di Rebora, hai detto? ma quello si è bevuto il cervello coi voti di castità” (i virgolettati ultimi sono invenzione drammaturgica, introvabili nella critica ufficiale, mi diverto solo a calcare battute raccolte in giro per i luoghi non ufficiali della critica)

    Mario

    anonimo

    23 marzo 2009 at 00:39

  35. Come mi piacciono queste svolte!

    molesini

    23 marzo 2009 at 01:45

  36. le antologie se non escono dalla fruizione dei soliti 1000 alla fine non spostano. se sono rivolte a chi costantemente conosce tutto e tutti a cosa servono ? tu e io e mario conosciamo già caro christian tutti gli antologizzati. diverso sarebbe un discorso fatto verso una cerchia “fuori” dai soliti 4 pistoloni che siamo così come diverso è un festival fuori dalla solita cerchia.
    l’avanguardia va ragionata, non mi stanco di dirlo, qua ognuno ragiona nel proprio linguaggio dove chiaramente è insuperabile e al più ci si ritrova di fronte ad esperienze “intoccabili” “in-criticabili” e avanti così mentre nelle università migliaia di laureandi in lettere si macerano dietro a minori del 400 o del 700 e si abbandona tutta l’esperienza del 900 che è tanta e che non si fa più.
    chi si laureava nel 68 leggeva montale nelle antologie, che era vivo. ora forse montale si fa a fatica e con l’acqua alla gola. se qualcosa a partire dagli anni 80 è cambiato, se troppe poesie non spostano, se il rischio di mantenere una capacità poetica al di là di qualche buon esercizio allora bisogna trovare le cause, e lavorare in questa direzione anche toccando intoccabili se necessario, o viceversa riportando nella giusta luce esperienze magari in secondo piano. il nodo del novecento, e soprattutto della sua seconda metà è fondamentale oggi in una situazione che può essere o estremamente positiva o semplicemente il canto del cigno. ma dipende da noi. ogni giorno e soprattutto adesso.
    qua non sono le poetiche a dovere uscire vincitrici o sconfitte, questo a me pare un grosso equivoco proprio figlio del 68. ma sono i poeti, bisogna capire chi vale, chi vale la pena leggere e perché oggi scriviamo così e domani chissà come. chi ha segnato la strada e chi magari ha semplicemente fatto il compitino, magari grazioso ma pur sempre un compitino.
    servono i critici, di poeti ce n’è già a iosa.

    matteofantuzzi

    23 marzo 2009 at 14:12

  37. I critici ci sono ma sulle riviste si continuano a pubblicare i poeti…che si aprano gli spazi, al resto ci pensiamo noi…

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    23 marzo 2009 at 15:36

  38. ah, Matteo, Matteo, a scanso di equivoci, prima che qualcuno mi pensi malato di amnesia il giorno in cui non saprò citargli tanti antologizzati, metto subito le mani avanti e confesso: davvero non li conosco tutti, ma nemmeno la metà!
    e sul web-lit mi sono affacciato da meno di due anni…

    però ho una sincera ammirazione per quei poeti (avrei alcuni nomi da fare sull’unghia, ma li taccio per quel riserbo che l’affetto erige, loro però, se qui mi leggono, e non si mascherano di falsa modestia, si devono sentir citati), dicevo quei poeti che sanno disgiungere con acribia il campo del loro intervento di critica da quello della costruzione di una poetica – ovvero che non portano avanti l’analisi del lavoro altrui applicando solo la lente di rimpicciolimento del proprio personale gusto compositivo – e in questo senso davvero fanno un’operazione di accrescimento (auctoritas=che fa crescere) linguistico – ma non li vedo più invitati di altri a convegni e seminari… (eccezion fatta per questo simposio, e non lo dico per compiacenza!)

    io non vedo l’ora, Guido, e soprattutto in quanto sedicente autore, che si affermi una nuova ondata (e non “generazione”, così c’è spazio per tutti) di critici e in spazi dove davvero li possano ascoltare non i soliti quattro amici al bar, ma di critici che si pongano innanzitutto le sacrosante questioni della comprensione, dell’ascolto, della vibrazione e della varianza linguistica, dell’analisi pluriaccessoriata dei testi e delle vicende autoriali, e quindi che si pongano il duplice obiettivo, scientifico, della restituzione all’autore di uno “speculum” in cui poter riconoscere (e disseppellire) le risorse per una propria evoluzione, e della rivelazione divulgabile dei valori, PARZIALI, che avessero riscontrato – e sottolineo DIVULGABILE: sono tuttora sotto l’effetto di una lettura, corposa ma avvincente e *accogliente*, del volume “La terza cultura” di John Brockman (di professione agente letterario…), in cui emerge come tesi di fondo l’idea che molte delle proposte scientifiche più capaci di dare oggi impulsi a fisica, biologia, filosofia, psicologia, informatica, ecc. provengano da ricercatori che si pongono anche l’obiettivo di una più ampia possibile divulgazione dei loro risultati al “volgo”, quasi a dire che un’ipotesi è falsificabile o confermabile anche in virtù della propria capacità di essere compresa oltre una presumibile cerchia di addetti ai lavori

    non servono più a nessuno i critici che ogni volta, spaventati dalla congerie scrittoria del presente e privi di una rifondata estetica dell’*arte nell’età della sua iperproduzione diffusa*, fanno “no, no, no” col capo, neanche avessero un terribile parkinson al collo, “no, no, non ci siamo, non ho ancora trovato il genio che cercavo” (e tornano a rifugiarsi nel colloquio con lo splendore di un Alfieri o di un Tasso o di un Cecco Angiolieri, che serve al mondo quello splendore, certo, ma non irrorato della luce di critici terribilmente delusi dal presente), oppure che si mettono a capo di questa o quella scuoletta-manifesto, vaticinandone, con tanto di annessa antologia, l’avvento quale tavola della legge che spazzerà via tutte le altre leggi; né che, dopo venerandi decenni di paziente lavoro filologico e storiografico, trasmesso anche con amore a schiere di allievi, immolino la loro autorevolezza pubblicando su “Poesia” un repertorio delle proprie “nugae” pre-senili che hanno solo il sapore del rifacimento; né che svendano la loro capacità di conservare uno sguardo “democratico” sulla produzione poetica della contemporaneità inaugurando imprese editoriali dove prima ti abboni alla rivista+un volume a scelta fra questi saggi su e di, poi invii i testi in redazione, prima o poi ti pubblichiamo

    né servirebbe una critica che, sotto l’effetto di una fascinazione seduttiva, prendesse a cuore la biografia artistica ed umana di scrittori nel pieno della loro attività con la medesima aura consacratoria e celebrativa che si riserva alle esequie di chi ha detto la sua e ora tace per sempre – per questo ho detto “rivelazione divulgabile dei valori PARZIALI” di un autore

    Mario

    anonimo

    24 marzo 2009 at 00:30

  39. Sì, il problema del sistema, mi pare, sia ben noto: penso che siamo ad un bel punto di partenza. Secondo me c’è anche una socialità diversa, in parte da costruire, ma senza nervosismi. Interpreto il fatto che sia impossibile imporre uno stile, qualsiasi teoresi di gruppo, e che il lavoro critico possa essere un’apertura. Su una cosa mi piacerebbe discutere, sulla questione della percezione che uno ha della lingua di altri poeti, di cosa gli fa accadere, come una sorta di semplicità che passa, quasi elettricità o alle volte detonazione. Ho notato che forse un po’ il problema è prendersi la responsabilità di dire, non solo di indicare, come se il problema del messaggio sia visto solo in modo analogico, o la questione della lingua si esaurisse nell’effetto. Ma un dire non è facile, perché significa che ci sono delle argomentazioni, e sì il vissuto, sì i processi di formazione, la riflessione estetica a lato. Nell’ascolto della poesia, a un certo punto, qualcosa ti deve toccare, invadere il tuo spazio. La lingua e il suo farsi nella lettura, nell’ascolto, ti devono spostare di quel millimetro. Delle recensioni, critiche, etc, qualcosa emergerà di quel libro perché ti sposta di quel millimetro? Perché il problema è se accade o no, non se la poesia è scritta in un modo o in un altro, con una lingua. E se accade quale il processo di formazione, quali le scelte, quali gli orientamenti, che hanno permesso questo, perché è questo che si deve tentare di descrivere. La critica non può ridursi ad un esercizio degli stili in voga, ma deve porsi con sensibilità rispetto ad un’opera di poesia che ha delle possibilità di accadere, nel momento in cui c’è una fruizione. Ricordo Troisio che in una operazione saggistica con Bertoldo, si domandò come mai molti critici interrogati a dare la loro versione sulla poesia contemporanea, parlassero in modo così meraviglioso di opere che tutto sommato non è che smuovessero le montagne. Anche a me frulla questo interrogativo, ma dovrebbe un po’ interrogarci tutti, se poi il giudizio soggettivo è comunque una base della propria sensibilità, non solo dell’esercizio di una serie di strumenti, di citazioni, a supporto di tesi che si vogliono far passare come conclusioni (spesso senza buone ipotesi). Christian

    anonimo

    24 marzo 2009 at 03:46

  40. aggiungo alla tua analisi mario l’ottimo libro che alberto casadei ha pubblicato da sossella. e a rafforzare quella di christian cosa volesse dire ragionare in maniera militante sulla poesia negli anni 80 e 90 e purtroppo quante persone ci hanno lasciato proprio per quel “ventre piatto” che si era formato. oggi si può lavorare, non voglio illudermi, ma lavorare sì. senza isterismi, giustamente: che non significa essere immobili ma avere chiaramente in mente che l’obiettivo non è creare i best seller ma comprendere le opere che nel futuro possono e potranno caratterizzare questi nuovi decenni. e non è poco ! cresceranno anche le generazioni che non guarderanno solo al cortiletto, semplicemente non vanno ostacolate: vanno fatte lavorare, sbagliare anche se necessario, ma per crescere. alla fine tutti vogliamo la stessa cosa, vogliamo essere toccati dalla poesia: il resto è fuffa e pesantezze del passato.

    matteofantuzzi

    25 marzo 2009 at 20:47

  41. Caro Matteo,
    ho letto nei giorni scorsi gli interventi relativi all’uso dei dialetti in poesia. La ristretta diffusione di un dialetto non è motivo sufficiente per ritenere che sia inutile, se non dannoso, usarlo nella scrittura poetica. L’incomprensibilità che deriverebbe dalla ristretta diffusione di una parlata mi sembra essere più un luogo comune che rispondere a verità. Un dialetto, come ad esempio il mio Fusignano o quello di Santarcangelo, fanno parte di una famiglia linguistica più vasta, costituita di parlate affini per caratteri fonetici e per lessico: per questa ragione l’area di comprensione di una parlata si allarga al di fuori dei confini strettamente locali. Raffaello Baldini ha recitato i suoi testi in tutta la Romagna e non mi pare abbia mai incontrato problemi di comprensione, se non per poche parole.
    Quello che conta in ogni manifestazione artistica non è lo strumento che si usa, ma come lo si usa, la qualità del lavoro. Guardiamo dunque alla qualità delle opere poetiche per le quali è stato utilizzato il dialetto. Per la Romagna penso ai poeti nati negli anni Venti e Trenta: Tonino Guerra, Nino Pedretti, Walter Galli, Tolmino Baldassari, Mario Bolognesi, Gianni Fucci, Leo Maltoni. E soprattutto a Raffaello Baldini, che, come ha scritto Mengaldo, è probabilmente il poeta più grande e originale che si apparso negli ultimi decenni. Ci sono cose che accadono in dialetto, ha detto Baldini, e che quindi in dialetto vanno riferite. E in questa lingua essenzialmente orale Baldini fa parlare i suoi personaggi, caratterizzati dunque anzitutto da un realismo linguistico, che conferisce alla sua poesia esistenziale il calore della vita. Una poesia che non vuole essere e non è di nicchia, ma che è al tempo stesso alta e popolare: alta come risultato qualitativo, popolare come possibilità di fruizione. La poesia di Baldini è divenuta popolare, altro che poesia di nicchia: per sentire le sue poesie recitate dallo stesso poeta e da Ivano Marescotti si riempivano e si riempiono i teatri e le piazze. Questo si deve anche alla lingua, dialettale e orale, che Baldini ha usato, e al registro dei suoi testi, dove, diceva lui stesso, si ride ma con dolore. Io stesso, che da anni giro la Romagna recitando i testi di Baldini, possono testimoniare questa straordinaria diffusione popolare della sua poesia: alla fine dei recital il pubblico reclama a gran voce le poesie di Baldini che conosce e che vuole riascoltare.
    Ma anche il dialetto non va mitizzato. Baldini non si è fatto scrupolo di seguire quella che è l’evoluzione linguistica in atto mescolando dialetto e italiano, come ad esempio nell’ultimo bellissimo monologo teatrale “La Fondazione”, pubblicato postumo a cura di Clelia Martignoni, con la mia traduzione.
    In Romagna c’è poi una generazione più giovane di autori che utilizza il dialetto per la poesia e il teatro, senza temere le contaminazioni linguistiche: parlo di Nevio Spadoni, Giovanni Nadiani, Francesco Gabellini, Annalisa Teodorani, Carlo Falconi.
    Non stiamo quindi a perderci in chiacchiere sulla liceità di usare il dialetto. Atteniamoci ai risultati.
    Giuseppe Bellosi

    anonimo

    28 marzo 2009 at 20:08

  42. aro matteo,

    arriva solo ora alla tua tavola rotonda vedendo che nel frattempo ne hai già aperta un’altra sulla città. Allora pensavo di inviarti questa lunga riflessione di qualche tempo fa ma che ha sempre la sua validità.
    (Tra parentesi: ho sempre più difficoltà a confontarmi con termini quali “lingua” e “poesia”, lavorando da molto tempo al superamento dei “generi”)

    Giovanni Nadiani

    TRADURRE IL LUOGO DI UNA COMUNE DIVERSITA’
    Spartito per insieme di versi, voci e strumenti
    (Ancora appunti per una poetica bastarda)

    “Orality is additive rather than subordinative; aggregative rather than analytic”
    Orality is empathetic and participatory rather than objectively distanced”
    [Ong: 1981 : 37-39, 45-46]

    Senza voler fare della mitologia generazionale, mi sento di poter dire che la mia generazione – quella nata negli anni Cinquanta e che ha cominciato a prendere coscienza di sé negli anni Settanta – abbia avuto la “grazia” di una ferita immedicabile, che la rende testimone necessario e incomprensibile a un tempo (ai più giovani ma anche ai padri riciclatisi giovanilmente in nipoti, tutto scordando o rimuovendo). “La realtà nostra e altrui, la ferita privata nella storia più grande” [D’Elia 2001: 33] di cui, in qualità di semplice e periferico esponente di tale generazione, sento di dover raccontare, affinché si possa intuire se non fendere e capire la nebbia di questa notte disgustosa e inquietante, diventando piccolo traduttore/traghettatore di un “luogo” alla volta del magma indistinto in cui ci si vuole comodamente adagiati e dimentichi, è quella di essere risultati oggetti della Grande Trasformazione che nel corso degli anni Sessanta e Settanta (in questi ultimi con particolare accelerazione e virulenza) ha posto le basi del vivere oggi in Italia; Grande Trasformazione (dalla testa della gente al paesaggio in cui essa si muove) tanto lucidamente analizzata da Pier Paolo Pasolini nei suoi vari aspetti, non da ultimo in quello linguistico [cfr. Pasolini 1972: 9-28] .
    Le parole di Eugenio Turri, cui si deve anche la definizione di “Grande Trasformazione”, riferite in primo luogo al paesaggio, sembrano adattarsi molto bene a qualsiasi aspetto del nostro vivere (territoriale-architettonico, socio-politico, linguistico-mediatico), risultando, a distanza di un quarto di secolo, addirittura profetiche: “[…] il paesaggio confuso d’oggi, dove l’individualità degli interventi ha continuato a porsi anche in un contesto che imponeva ordine, serialità, regola […]. Da noi casualità di segno, resistenza o ogni serialità, anarchia, disordine edilizio. Tutto ciò, si dice, è dovuto alla mancanza di pianificazione e di leggi sull’uso dei suoli, ma prima ancora è il risultato di un inveterato e non facilmente correggibile modo di ricondurre la rappresentazione paesistica al proprio schema mentale, ai propri interessi particolari” [Turri 1979: XII-XIII].
    E chi, come me, si è trovato a vivere direttamente sul proprio corpo e sulla propria lingua, su tutto l’essere della propria gente il passaggio di questo tornado, risulta essere permeabilissimo al racconto di esso, perché il suo vento spira ancora, anzi la sua dirompenza costituisce il labile, molle e malleabile (secondo i propri interessi particolari) basamento del nostro orrifico presente. Canto e racconto, dunque, non tanto (o non solo) dell’immediato, immedicato ieri, dell’immaginario coatto che ci ha portati all’oggi, bensì assolutamente di questo oggi, le cui contraddizioni, le cui “ingiustizie” grondano nella ferita di ieri. Perché, in realtà, la ferita di ieri è la ferita perenne inferta dal capitalismo, nella sua variante neoliberista, a quasi ogni luogo della Terra, avente come testa di ponte un immaginario pervasivo, senza i correttivi o le illusioni dell’universalismo illuminista e democratico o cristiano del Vecchio Mondo, accecante l’individuo smarrito, alienato e insicuro die ieri e di oggi, “fagocitato e ‘parlato’ dalle nuove tecnologie e dai nuovi linguaggi che recano l’illusione di una libertà e di una ricchezza inaudite e alla portata di tutti ma che spesso, nella realtà, per milioni di persone, non sono altro che strumenti di sfruttamento ed espropriazione” (Bettin 2001: 7).
    Un immaginario per altro agile e furbo, adattabile, non essendo il capitalismo fondato su alcuna significazione simbolica particolare essendo capace, al contrario, di appropriarsi indifferentemente di ogni simbolo, ricodificandolo secondo le sue finalità e le sue procedure di semiotizzazione. La Grande Trasformazione in atto un po’ ovunque (e particolarmente violenta risulta essere nelle aree a capitalismo di stato ammantato di comunismo o ex-comunismo) non significa che l’eredità delle culture tradizionali, delle mitologie e dei rituali iscritti nella storia delle culture si dissolva al contatto con la globalizzazione neoliberista. “Talvolta questa eredità interferisce in modo sinergico e talvolta in modo conflittuale con la nuova informazione, con il modello epistemico e pragmatico che la globalizzazione capitalistica porta con sé. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta […] le tecnologie di comunicazione istantanea hanno prodotto una circolazione estremamente rapida e pervasiva dei flussi immaginari che modellano la psiche sociale. L’integrazione economica si è accompagnata a un processo di omologazione dei modelli di consumo […]. Ma questo non significa che nel mediascape globale l’omologazione prevalga . Il capitalismo non funziona essenzialmente come omologazione, ma funziona come potenza di sovradeterminazione semiotica […]. Il capitalismo realizza il suo dominio non solo omologando i bisogni e le attese di consumo, ma soprattutto attraverso la risemiotizzazione delle forme culturali identitarie” [Berardi 2000: 151-152]. Questa risemiotizzazione, seguendo il pensiero di Arjun Appadurai, fa sì che le nascenti culture glocali (vedi nota 6) non siano più legate a filo doppio né ai luoghi né al tempo, sono prive di contesto, una miscela delle più disparate componenti create dal sistema della comunicazione globale. È dunque, di nuovo e sempre, l’immaginario ad assumere un potere fortissimo nella nostra quotidianità. Il nuovo potere delle industrie globali dell’immaginario significa che forme di vita locale vengono scompaginate e reimpaginate secondo immagini-modello provenienti da chissà dove [cfr. Appadurai 1997].
    La Grande Trasformazione è questa continua risemiotizzazione, è questa la ferita . Averla provata, essersene resi conto sulla propria pelle e lingua, averne fatto e farne esperienza (emozione), anche con la ribellione pacifica e la quotidiana obiezione di coscienza, “autorizza”, “rende necessario” l’ “operare per ritrovare le cose, le idee, le poetiche vive, in lingua o in dialetto non importa più, del capire-pensare, sullo scrivere eterodiretto, e della poesia sulla letteratura” [D’Elia 2002: 38]. E oggi – nel mio specifico caso – a dire la continua ferita della risemiotizzazione è la voce, il dialetto nella sua originaria accezione etimologica di dialégein, di “parlare attraverso”; attraverso appunto questa ferita, comune a tutte le lingue, anche se in gradazioni significativamente diverse. Ciò comporta – e questo il punto in cui molti nasi neodialettali si arricciano snobisticamente e gli sguardi “in lingua” si fanno perplessi e sospettosi –, come afferma lo scrittore creolo Édouard Glissant, che si abbandoni il monolinguismo, che si parli e scriva in presenza di tutte le lingue del mondo. “Ma scrivere in presenza di tutte le lingue del mondo non vuol dire conoscere tutte le lingue del mondo. Vuol dire che, nel contesto attuale, delle letterature e del rapporto fra la poetica e il caos-mondo, non posso più scrivere in maniera monolingue. Vuol dire che la mia lingua la dirotto e la sovverto non operando attraverso sintesi, ma attraverso aperture linguistiche che mi permettano di pensare i rapporti delle lingue fra loro, oggi, sulla terra – rapporti di dominazione, di connivenza, d’assorbimento, d’oppressione, d’erosione, di tangenza, ecc. – come il prodotto di un immenso dramma, di un’immensa tragedia cui la mia lingua non può sottrarsi”[Glissant 1998: 33].
    Si tratta di pensare nel nostro immaginario la totalità delle lingue e di realizzarla attraverso la pratica della propria lingua d’espressione, aprendo il luogo, senza annullarlo o diluirlo, “traducendo” la ferita, il dramma (che include la trasformazione della lingua, forse la sua irriconoscibilità) mediante una “poetica della Relazione” [Glissant 1998: 25] nell’imprevedibile, in cui arrivare a sperimentare la violenza dell’alterità, di altri mondi, lingue e identità, e in essi finalmente scoprire che il nostro stare è sostentato da incontri, dialoghi e conflitti con altre storie, altri posti, altre persone [cfr. Chambers 1996: 9]. Una poetica della Relazione per “non addormentarsi in un falso movimento”, “azione che ritorna azione (fisica, etica, ideologica)” [D’Elia 2001: 36; 29], che si realizza essenzialmente nell’incontro con l’altro in un luogo comune aperto. Una poetica della Relazione che si avvale come lingua d’espressione della voce del “dialetto”. Un “dialetto” (che di necessità richiede di essere compreso e dunque sempre meno preziosa, arcaica, vergine, straniante, mera “lingua di poesia” col rischio di un’arcadia alla rovescia, e sempre più ibrida variante regionale dell’italiano comune con impressi gli sfregi di originalità autonoma della sconfitta, trasformata lingua del luogo, e gli strappi, gli squarci dissonanti lasciati dal lustro economico-mediatico vincente ) che, pur lasciando una labile traccia grafica sulla carta, da tempo ha scelto…

    anonimo

    31 marzo 2009 at 16:54

  43. … per esprimersi essenzialmente lo strumento ad esso più congeniale, l’oralità, superando il tipico dilemma dell’autore cosiddetto neodialettale. “Il neodialettale scrive in una lingua parlata da chi certamente non lo leggerà, mentre chi lo leggerà non parlerà, né capirà la sua lingua” [Brevini 1990: 75]1.
    La Rel-azione si attua in quei magici frangenti dell’incontro reale, fisico della voce, dei suoni, dei movimenti e degli sguardi, durante i quali forse per un attimo si dispensa un’offerta d’apertura2, un’appartenenza, “una memoria plurale, oppositiva, anche nella constatazione della decadenza irrimediabile di un’ideale comunità” [D’Elia 2001: 28]; un barlume di identità altrimenti impossibile3: “ciò che mi rivela la voce del poeta è in maniera duplice, un’identità. L’identità connessa alla presenza di un luogo comune, in cui ci si scambia degli sguardi; l’identità che risulta da una convergenza dei saperi e dall’evidenza antica e universale dei sensi” [Zumthor 194: 315]. Non dunque l’estenuato, asettico, privato lirismo veterosimbolista, ma la passione emotiva, fisica, sonora di corpi che aspirano a dire “noi”. “Il suono, l’elemento più sottile e più duttile del concreto, non ha forse costituito, e non costituisce ancora, nel divenire dell’umanità come in quello dell’individuo, il luogo d’incontro iniziale tra l’universo e l’intelligibile? La voce è infatti voler dire e volontà di esistere […]. Anteriore a ogni differenziazione, indicibiltà adatta a vestirsi di linguaggio, la voce è una cosa: di essa possiamo descrivere le qualità materiali, come il tono, il timbro, l’ampiezza, l’altezza, il registro…[…] Tra le società animali e quelle umane, solo le seconde sentono emergere dalla molteplicità dei rumori la propria voce come oggetto, intorno a cui si stringe e si solidifica il legame sociale, mentre prende forma la poesia” [Zumthor 1984: 7-9].
    Ma se agli inizi del mio cammino la traccia grafica si innervava attorno a quell’oggetto sfruttando l’arcaica e “pura” potenza fonosimbolica della lingua di un posto nettamente circoscritto, le necessità nel frattempo occorse le hanno fatto trovare altre strade.
    Innanzitutto la necessità di aprire quel luogo – anche perché nella realtà dei fatti storica, sociale, geografica, esso risulta già aperto (anche se chiuso nelle teste), spalancato, tirato dentro al caos-mondo (vedi nota n. 6)–, di ri-nominarlo4 con un respiro più lungo, con un passo da endurance, che non disdegna il fartlek (gioco d’andature), l’allungo repentino, creando “invasi che possano accogliere molta materia” [D’Elia 2001: 38], quella materia tanto vituperata e impoetica che volenti o nolenti ci costituisce e che, a sua volta, non può non incidere sul cambiamento della propria poetica5. Quindi la necessità di superare anche i generi codificati (cristallizzati) in un flusso ritmico in cui l’opposizione ideologica di verso e prosa, di regola e trasgressione, sia superata; un flusso ritmico, caratterizzato dal cambio dei toni (dietro al quale non si nasconde alcuna verità preconcetta), come espressione di una socialità disordinata e oppositiva eppur propositiva, non orientata preventivamente ma sempre aperta alla possibilità, priva di un rigido futuro o di un passato adattato, strumentalizzato; una ritmica creola in un nuovo territorio, un nuovo paesaggio che dica: “Noi siamo”. Un nuovo paesaggio in cui da oggetti passivi della Grande Trasformazione si diventi soggetti operanti.
    Un territorio che, per quanta terra spazio e storia contenga, non esclude affatto a priori l’elemento trascendente, escatologico6, seppure sempre “abbassato” alle nostre storie uniche e irripetibili, ai nostri corpi, in una sorta di “metafisica orizzontale”7 di un Dio fattosi uomo.
    Ed ecco la voce, il suo suono innervarsi attorno a quello degli strumenti di un blue-jazz funky e fusion8 suburbano sfregiato da una stridente contemporaneità contiguamente ai “contenuti” dei versi9. Ecco la traccia esprimersi appieno nell’esecuzione dal vivo. È qui nell’esecuzione “tra la gente” (e in tutti questi anni ciò ha significato “esibirsi” in piazze, strade, piazzette, teatri, circoli, pub, discoteche eccetera) che la traccia si fa azione, opera, e consegue la sua accessibilità, la sua fisica, corporea consumabilità. Perché l’esecuzione dell’opera – un insieme inscindibile di versi orali, musica e “paratesto” (gesti, sguardi, luci, rumori ecc.), nato e cresciuto dall’incontro creativo, che può durare nelle sue varie fasi mesi e anni tra i partecipanti10 all’esecuzione/produzione, e rinnovato, ricreato ad ogni nuova pubblicazione (esibizione) – costituisce il momento cruciale di una serie di operazioni, che sono per così dire le fasi dell’esistenza del testo/spartito da interpretarsi: produzione, trasmissione, ricezione, conservazione, ripetizione. Per restare a Zumthor, l’opera diventa ciò che è comunicato qui e adesso: testo, sonorità, ritmi, elementi visuali: questa la totalità dei fattori; la poesia, la narrazione, la melodia dell’opera è il testo, senza che vengano presi in considerazione gli altri elementi; il testo sarà la sequenza linguistica uditivamente percepita, sequenza il cui senso globale non è riducibile alla somma degli effetti particolari prodotti dalle sue componenti successivamente percepite. Il messaggio è pubblicato nel senso più pregnante del termine. L’esecuzione diventa un evento sociale creatore, atto pubblico di rifiuto della privatizzazione del linguaggio, in cui l’ascoltatore con la sua azione ricettiva – durante la quale egli ricrea a suo proprio uso, e secondo le sue proprie configurazioni interiori, l’universo significante che gli è trasmesso – contribuisce in modo determinante, diretto, alla produzione dell’opera in esecuzione. A mio avviso la “fusione dialogica” di strumenti e voce, l’insieme veicolato/ascoltato significa qualcosa di più rispetto al significante/significato delle singole componenti (traccia, note, voci ecc.) e – così sembra – la ferita, il dramma possono essere esperiti più potentemente. Stando ai termini leggermente apologetici di Zumthor, l’esecuzione simboleggia un’esperienza, ma al tempo stesso lo è, un’esperienza sempre ripetibile eppure sempre nuova. Il testo che si propone nello spettacolo vissuto non sollecita l’interpretazione perché il suo senso non è di natura tale da poter esser esplicitato da un’ermeneutica “letteraria”, perché questo senso è, in profondità e nell’accezione più ampia del termine, politico. Esso proclama l’esistenza di un gruppo sociale (autore-esecutori-ascoltatori), poiché la funzione permanente dell’esecuzione è quella di unificare e unire, rivendicandone il diritto di parola, il diritto di vivere [cfr. Zumthor: 32; 95; 184; 287; 293; 294]. In tal modo attraverso il “suono” (tutto quell’insieme di cui si diceva) viene abolita la separatezza tra il tracciatore di versi e il suo pubblico: ecco avvenire l’incontro, la Relazione (almeno questa è la sensazione che più volte si è provata). È in essa che si crea, in forme e misure diverse, il barlume di una sorta di luogo di una comune diversità, di socialità, altrimenti solo immaginarie; il luogo in cui, “quando una parola funziona, quando una comunicazione accade […] sentiamo, per un istante almeno, il brivido di un’esistenza condivisa” [Ronchi 2000: 14].
    Ma allora perché non passare direttamente al canto, alla canzone da eseguire in concerto, o – meglio ancora – superando le costrizioni compositive11 di cantautori o parolieri, perché non arrivare fino al rap, ispirandosi ai moduli della discorsività parlata, recitata o gridata?12 Perché non adottare il ritmo fluente e ininterrotto dall’andamento magmatico di un parlato irrequieto che – per l’orecchio – non va mai a capo e avvolge magneticamente l’ascoltatore? Non sarebbero questo “linguaggio ad alto voltaggio” ed altri ritmi – in origine, prima della loro repentina strumentalizzazione commerciale, oppositivi, ribelli, socializzanti – più consoni a “dire” quella poliedrica ferita ormai universale, rinvenibile con particolare virulenza nei suburbi delle metropoli extraoccidentali, diventate ancor più delle nostre, i “luoghi della comunicazione e dei linguaggi soprattutto dove la comunità si sviluppa attorno alla pluralità di culture ed etnie diverse” e dove vige “una concezione della dimensione musicale come evento sociale” [Liperi 1995: 17]?
    Pur non escludendo per determinate situazioni comunicative soluzioni di questo tipo, a cui sono giunti o da cui sono addirittura partiti tanti produttori di versi “dialettali della scena musicale alternativa (ma non solo) italiana13 e che, a differenza dei colleghi “in lingua”, non temono contaminazioni plurilinguistiche14, bisogna pur fare i conti con la “tradizione” da cui si proviene. E qui si è propensi a credere, tracciando e recitando su questo labile confine che, a differenza delle parole di una canzone o di un rap, che pur possono diventare orecchiabili e essere imparate a memoria) la parola poetica possa essere memorabile, cioè in-formare non secondariamente, attraverso l’esperienza estetica il nostro immaginario, perché – stando a Wolfgang Iser – nella ricezione noi proviamo l’esperienza della forma originaria e in questo modo ci avviciniamo al dominio diffuso e intraducibile dell’immaginario [citato da Holub 1989: XXIX] nonché la nostra identità, nel momento in cui in qualità di recettori15 accompagniamo la nostra attività aisthetica (cioè il godimento estetico del vedere [ascoltare] discernente e del riconoscere vedente [ascoltante]) alla riflessione sul nostro divenire [cfr. Jauß 1977: 74].
    Ma probabilmente la questione…

    anonimo

    1 aprile 2009 at 14:38

  44. … sostanziale è un’altra. Può darsi, molto semplicemente, che questo insieme e solo questo sia la mia voce, il mio respiro in quei rari momenti di poesia, di
    Rel-azione concessimi. Scrive Umberto Fiori in un bel saggio sulla “musicalità” in poesia, prendendo a prestito alcune intuizioni di Michail Bachtin [1979: 57-63] e dopo aver discusso e superato il concetto di musicalità in poesia tramandato dai simbolisti e non intendendo per “voce” l’oralità: “Questa seconda idea di musicalità proporrebbe dunque la lingua parlata come modello della poesia? Dipende da che cosa si intende per ‘lingua parlata’. Se la si concepisce come un registro tra i molti disponibili, come ‘colloquialità’, come ‘discorsività’, come ‘abbassamento di tono’, e via dicendo, allora la poesia-discorso (chiamiamola così) apparirà come una semplice opzione stilistica, e sarà difficile cogliere appieno la differenza tra la sua idea di ‘musica’ (di suono, di silenzio, di ritmo) e quella di ascendenza mallarmeana. La differenza si mostrerà invece in tutta la sua portata a chi riconosca la chiave di un ‘tale’ parlare poetico non nella mimesi dell’oralità corrente, ma nella piena messa in gioco di una fonte del dire, di una cosa da dire, di un movimento, di una vicenda del significare. […] Il soggetto del parlare poetico, prima che uno stile, ha una voce, anzi è una voce; la sua originalità nasce non dal dominio dei materiali linguistici, ma dal riconoscimento di un’origine che è anche riconoscimento di un limite, di un destino. […] Il poeta parlante ci lascia sentire il verso che è il suo, il ritmo della sua frase, del suo voler dire, la voce che lo identifica e lo espone proprio come il grido, nell’erba alta, espone il fagiano. È ‘musicale’ questo?” [Fiori 2001: 63-65].
    È questo insieme la “voce” che mi identifica, mi espone e mi mette in Rel-azione?

    Reda, 27.01/02.02

    Riferimenti bibliografici

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    anonimo

    1 aprile 2009 at 14:39

  45. Scopro solo oggi, per caso, di essere entrato in una discussione riguardante il dialetto. Quindi, innanzi tutto, mi scuso per il ritardo di questo mio breve intervento. In effetti, la sera del 4 marzo, a Lugano, ospite di Fabio Pusterla, feci le due considerazioni che correttamente Fabiano Alborghetti ha poi qui riportato il giorno seguente. Considerazioni che riconfermo. Mentre invece non mi sono “scagliato contro il dialetto” (figuriamoci!), né tanto meno ho mai dichiarato che “considero il dialetto una cosa inutile per la scrittura” (e perché mai?). Invitato a parlare della mia poesia, ho semplicemente cercato di chiarire al pubblico la mia posizione, avvalendomi di alcuni appunti in cui, tra l’altro, dicevo:

    Bisogna però avere il coraggio di ammettere che le incomprensioni e le incongruenze, prima di finire sulla pagina, sono nell’uomo. Chi non ricorda i libri ben esplicativi della cosiddetta “nevrosi” dell’uomo moderno dei poeti di una certa avanguardia, i quali anziché cercare di superarla rivolgendosi allo psicanalista, pensarono che poteva essere “di rottura” riprodurla in versi, con gli esiti francamente risibili che conosciamo tutti?

    Più seriamente sintomatico della ricerca di una identità che la lingua italiana non sarebbe più in grado di garantire, è da diversi anni il crescente aumento di poeti che adoperano in vario modo il dialetto, scomparso (si può dire) dalle grandi città ma evidentemente, qua e là, ancora parlato. Sta di fatto che oggi il dialetto “scritto” può tranquillamente essere considerato più “letterario”, in senso elitario, dell’italiano stesso, compreso com’è da una minoranza sempre più sparuta di utenti e da qualche benemerito critico. Lo dico con dispiacere, anche perché provengo da una terra, la Romagna, tra le più fertili di poeti in dialetto, e in casa mia, coi miei genitori, io parlo normalmente il dialetto, solo in casa però. D’altra parte non ci si può nascondere che, moribondo il dialetto parlato, talora le “nuove” poesie in dialetto o “neodialettali” sembrano tradotte di sana pianta dall’inaffidabile italiano, il che mi fa ricordare, per contrasto, quel che una volta mi rispose l’amico Walter Galli, interrogato sulla questione: “Io scrivo in dialetto perché penso in dialetto”.

    Per quanto mi riguarda la penso come lui, ed è per questa ragione che non ho mai pensato di scrivere in dialetto. Né, scrivendo in italiano, per ovviare a quella “omologazione” prevista con largo anticipo da Pasolini e che oggi non risparmia nessuno, ho mai reputato ragionevole distinguermi dalla massa dei poeti riesumando “ad arte” forme metriche anacronistiche: sonetti, acrostici e via discorrendo.

    Ecc. Ecc. Cordiali saluti, Gabriele Zani

    anonimo

    19 aprile 2009 at 21:13

  46. sono contento di trovarti qui dopo che si era parlato dell’intervento “svizzero”. in realtà però proprio per parlare di romagnoli che magari conosco di più anche nelle nuove generazioni, tipo falconi o teodorani vedo una poesia romagnola perché “esce” dalla penna in romagnolo con anche un’importante questione di recupero. certo bisogna mediare, ma questo vale oramai per tutta la poesia perché non possiamo certo dire che la poesia contemporanea sia cosa quotidiana, anche grazie a determinate nevrosi come dici che hanno sclerotizzato molti meccanismi e che non hanno permesso il naturale passaggio di generazioni che ha fatto sì che molti non siano più riusciti a parlare ai propri coetanei, a esprimersi attraverso le pulsioni, le paure e i sentimenti delle proprie generazioni.
    è questo un gap che io sento forte e che credo vada ricostruito con l’aiuto di tanti poeti. ci vuole dialogo a mio avviso, e il dialogo può partire proprio anche da lingue diverse. non per élite, ma per differenza d’identità e storia.

    matteofantuzzi

    20 aprile 2009 at 14:41

  47. Caro Fantuzzi,
    sono d’accordo con te: anche a mio modesto avviso c’è posto per tutti ed è giusto che ognuno sia libero di esprimersi come meglio crede e sente, per carità!
    In ultimo, la penso esattamente come Bellosi: “Non stiamo quindi a perderci in chiacchiere sulla liceità di usare il dialetto. Atteniamoci ai risultati”.
    Le mie erano e restano semplici considerazioni – ripeto -, peraltro piuttosto ovvie (nel senso che sono sotto gli occhi di tutti), sullo stato di salute del dialetto che purtroppo, che lo si voglia o no, sta progressivamente scomparendo in quanto lingua viva, effettivamente parlata, in Romagna come altrove.
    In tale ottica, del resto, fa ben pensare il fatto che lo stesso Bellosi, parlando di “qualità“, venga poi a citare (giustamente, ritengo) alcuni poeti già ampiamente consacrati (Guerra, Baldini…) e pochi altri in via di consacrazione (Spadoni, Nadiani…).
    Non ho altro da aggiungere: passo e chiudo.
    Gabriele Zani

    anonimo

    20 aprile 2009 at 23:17


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